Fuori Menù 11: la cucina maledetta – le vie en rose – Paris/Brest e la moda parigina


france

Casa dolce casa oserei dire, la Francia per me è un prezioso scrigno, ammetto che non ho mai visto un centimetro di questa meraviglia, ma prima o poi accadrà e se il destino vuole magari ci vado a vivere – un desiderio che mi vive dentro da tanti troppi anni ormai.

Questo Fuori Menù nasce dopo aver letto un bellissimo libro, una sorta di diarioricettario di Alice B. Toklas (consigliatomi da Federica Galetto), mentre la lettura andava spedita sono incappata in due bellissime ricette, due ricette dei miei amati poeti maledetti, Mallarmè e Baudelaire e dunque mi è sembrato logico farne un articolo – percorrendo ciò che amo della Francia, cioè non tutto, ma una buona parte.

Parto allora dalla parte culinaria…e conseguentemente poetica.

I biscotti di Baudelaire (ottimi per le giornate di pioggia)

E’ il cibo del paradiso… dei paradisi artificiali di Baudelaire. Un dolce che potrebbe animare una riunione del Bridge club. In Marocco dicono che serva a tener lontani i raffreddori durante gli inverni umidi, ed è più efficace se lo si accompagna con grandi tazze di té caldo alla menta. Bisogna rilassarsi e aspettare allegramente di piombare in uno stato di dolce euforia e scrosci di risate, sogni estatici ed estensione della personalità a diversi livelli diversi livelli simultanei. Se vi lascerete andare, potrete provare quasi tutto quello che provò santa Teresa.
Prendere 1 cucchiaino di grani di pepe nero, 1 noce moscata intera, 4 stecche di cannella, i cucchiaino di coriandolo. Polverizzate tutte le spezie in un mortaio. Prendete una manciata di datteri senza nocciolo, una di fichi secchi, una di mandorle e arachidi sguasciate: tritate la frutta e mescolatela assieme. Polverizzate un mazzetto di cannabis sativa. Mescolate una tazza di zucchero a un grosso panetto di burro. Aggiungetelo alla frutta. Preparate un rotolo e tagliatelo a pezzi, oppure formate palline grosse come una noce.
Bisogna far attenzione a non mangiarne troppo. Due pezzetti a testa Basteranno.
Può darsi che il reperimento della cannabis presenti qualche difficoltà, ma la varietà conosciuta col nome cannabis sativa cresce comunemente in Europa, Asia e alcune parti dell’Africa, anche se spesso non la si riconosce; viene anche coltivata e serve per fabbricare corde. In America la sua parente stretta, la cannabis indica, si trova perfino coltivata in vaso sui davanzoli delle finestre, anche se la coltivazione viene scoraggiata in tutti i modi. Bisogna raccoglierla e seccarla appena ha fatto i semi e quando la pianta è ancora verde.

baudelaire fotografato da Nadar
Inno alla Bellezza di Charles Baudelaire

Vieni dal ciel profondo o l’abisso t’esprime,
Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino
piovono senza scelta il beneficio e il crimine,
e in questo ti si può apparentare al vino.

Hai dentro gli occhi l’alba e l’occaso, ed esali
profumi come a sera un nembo repentino;
sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice
che disanima il prode e rincuora il bambino.

Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?
Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;
tu semini a casaccio le fortune e i disastri;
e governi su tutto, e di nulla t’affanni.

Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;
leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l’Orrore, mentre,
pendulo fra i più cari ciondoli, l’Omicidio
ti ballonzola allegro sull’orgoglioso ventre.

Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,
crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!
Quando si china e spasima l’amante sull’amata,
pare un morente che carezzi la sua tomba.

Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,
Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,
se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?

Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,
che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,
luce, profumo, musica, unico bene mio,
rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?

Quest’altra ricetta è una creazione di Stephane, lui la chiama marmellata, ma è un dolce meraviglioso.

Marmellata di cocco

Nessuno che entri in un negozio, prenda dal banco una noce di cocco e se la comperi sa poi cosa farsene. Per i parigini questo frutto che viene da lontano, fra melograni, arance o ananas, rimane una curiosità inutilizzabile. Ma ecco una squisitezza tra le più delicate, della quale il cocco costituisce il principale ingrediente, originario delle isole e delle loro coste. Mettere 2 tazze di zucchero e mezza tazza d’acqua in un bollitore di rame e far bollire fino a quando si formerà il petit boulé, aggiungere la noce di cotto grattugiiata e mescolare con una spatola di legno. Dopo 15 minuti mettere 2 uova in un altro bollitore, versarci il cocco mescolando sempre nello stesso senso. Profumare di vaniglia, cannella o acqua di fiori d’arancio, rimettere sul fuoco per 5 minuti e, dopo aver lasciato freddare per altri 5, versarlo in un compotier e servire freddo.

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Brindisi di Stéphane Mallarmé

Nulla, una schiuma, vergine verso
solo a indicare la coppa;
così al largo si tuffa una frotta
di sirene, taluna riversa.
Noi navighiamo, o miei diversi
amici, io di già sulla poppa
voi sulla prora fastosa che fende
il flutto di lampi e d’inverni;
una bella ebbrezza mi spinge
né temo il suo beccheggiare
in piedi a far questo brindisi
solitudine, stella, scogliera
a tutto quello che valse
il bianco affanno della nostra vela.

(le due ricette sono prese da “I biscotti di Baudelaire”, Alice B. Toklas, Bollati&Bordighieri, 2013)

Dopo aver mescolato la cucina e la poesia, e direi che sono proprio un bel connubio, innaffierei il tutto con un Bordeaux…

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Il Bordeaux è uno dei vini francesi maggiormente conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.
Viene prodotto nei dintorni della città di Bordeaux, nel dipartimento della Gironda, nelle terre situate lungo i fiumi Garonna e Dordogna. I vini Bordeaux sono rossi, bianchi secchi o liquorosi, o rosé.
Le vigne sembrano essere presenti nel bordolese fin dall’antichità: i notai di Burdigala (Bordeaux) avrebbero deciso di creare i propri vigneti a causa dei prezzi elevati dei vini italiani e narbonesi, importati dai negozianti romani.
Nel XII secolo, l’Aquitania diventa un ducato inglese in seguito al matrimonio di Eleonora d’Aquitania con Henri Plantagenêt, conte di Angiò e re di Inghilterra sotto il nome di Enrico II. Il commercio vinicolo si sviluppa.
Nel XIII secolo, il re di Francia conquista La Rochelle, porto esportatore di vini bordolesi; conseguentemente, Bordeaux diventa un porto esportatore di vini privilegiato a destinazione britannica. Il re d’Inghilterra concede quindi importanti privilegi fiscali ai negozianti bordolesi: i vigneti si estendono verso le zone di Libourne. All’epoca, il vino, ottenuto miscelando uve di colore diverso, era chiaro, da cui il nome usato in Francia e Inghilterra di claret.
A partire dal XVI secolo i vitigni iniziano ad assumere una struttura simile a quella dei filari presente oggi.
Nel XVII secolo gli uomini d’affari olandesi causano un’importante mutazione nel commercio europeo, che vede l’espansione di nuove bevande quali la cioccolata, il caffè o il tè, assieme a nuove birre e al gin. Gli olandesi incoraggiano la produzione di vini che prediligono, quali i vini bianchi dolci o scuri, non solo nel bordolese ma a Cahors e nella penisola iberica (ad esempio, i primi vini di Porto). Il Bordeaux deve fare fronte a numerosi concorrenti.
La famiglia bordolese Pontiac sceglie quindi di migliorare la qualità della coltivazione del suo vino: il territorio e le vigne sono curate, i vini vengono messi in barrique nuove e di quercia. Approfittando di un albergo di sua proprietà a Londra, la famiglia Pontiac fa conoscere i suoi vini in Inghilterra, che sono così apprezzati che finiscono per essere venduti più cari degli altri Bordeaux. Anche gli altri negozianti seguono quindi questa strada, che si rivela vincente: i vigneti si estendono ulteriormente fino al Médoc e al Sauternes, e nelle regioni di Blaye e Bourg. Vengono creati i grandi vigneti del Médoc ed i grand cru bordolesi.
Durante il Secondo Impero francese i grandi vini rossi di Saint-Émilion, Fronsac e Pomerol diventano i vini di prima qualità della produzione bordolese.

Non può mancare il dolce, prima di ascoltare la cara Edith Piaf…i Paris – Brest, qualcosa legato alla storia dei trasporti francesi.

Il Paris-Brest è un dessert della cucina francese, fatto di pasta choux e crema di cioccolato o fragole e/o frutti di bosco.
Questo dolce è stato creato da un pasticciere di Maisons-Laffitte, Louis Durand, nel 1891 per commemorare la corsa ciclistica Parigi-Brest-Parigi.La sua forma circolare infatti rappresenta una ruota. Divenne popolare fra i ciclisti della corsa Paris-Brest, in parte per via del suo largo apporto energetico, ed in seguito si diffuse nelle pasticcerie di tutta la Francia.

paris-brest alle fragole

Ingredienti:

75 g Burro
200 g Farina
200 g Fragole
60 g Mandorle Pralinate
400 g Panna Montata
qb Sale
4 n Uova
qb Zucchero A Velo

Preparazione:

200 g di farina,

4 uova,

75 g di burro,

400 g di panna fresca,

60 g di mandorle pralinate,

200 g di fragole,

zucchero a velo,

sale.

Versa 2 dl di acqua in una casseruolina, unisci 1 pizzico di sale e il burro morbido a pezzettini. Metti sul fuoco, porta il liquido a bollore, poi togli dal fuoco; butta nell’acqua la farina tutta in una volta, mescolando energicamente con un cucchiaio di legno per evitare che si formino grumi. Rimetti la casseruola su fuoco basso e fai cuocere, sempre mescolando, finche l’impasto formera una palla e si stacchera dalle pareti della casseruola, sfrigolando. Trasferisci l’impasto in una terrina e lascialo raffreddare, poi incorpora le uova, uno alla volta.
Metti il composto in una tasca per dolci con bocchetta larga e liscia e spremilo sulla placca rivestita con carta da forno, formando un anello di 20 cm di diametro. Poi fai un secondo anello all’interno del primo (ben vicino) e un terzo a cavallo  dei primi due.
Metti la placca in forno caldo a 180? e cuoci la ciambella per circa 30 minuti. Lasciala raffreddare, poi tagliala a meta orizzontalmente e farciscila con la panna, prima montata con 2 cucchiai di zucchero a velo, le fragole dimezzate e le mandorle. Spolverizzala di zucchero a velo e servila.

Coco Chanel

Coco Chanel

La moda parigina raggiunge il suo culmine nonostante la rivalità con le altre capitali europee, Londra – Milano – New York, a Parigi la moda è tutta un’altra cosa. Qui hanno mosso i primi passi le più grandi firme della moda internazionale, Chanel, Gaultier, e tanti altri, hanno trovato a Parigi il proprio modo d’essere. Hanno tratto ispirazione dai suoi colori, quelli di Montmartre o del Quartiere Latino, quelli spirituali della Parigi letteraria o quelli che lega Parigi e il cinema.
La moda a Parigi è di fatto nata con le grandi corti francesi, quando il re Sole o Maria Antonietta dettavano legge in ogni senso. Di grande tendenza fu il cosiddetto Cul de Paris, la moda della gonna lunga a fondo schiena sporgente (le donne dell’epoca si servivano di una sorta di attrezzo chiamato Tournure per mettere in mostra il proprio ‘posteriore’).
Nel XX secolo si confermano le grandi tendenze della moda, quelle che guardano al cambiamento sociale, alla lotta per le pari opportunità, ai nuovi modi d’espressione di una società sempre più in movimento. I costumi femminili si arricchiscono di nuove battaglie, tipo quella che pone fine alla tortura del busto. Nascono le grandi case della moda: la Maison Callot (1825), delle celebri sorelle Callot, o la Maison Jacques Doucet, per citarne alcune.
Madeleine Vionnet, una delle più grandi stiliste francesi, aprì la propria casa d’alta moda nel 1912, dando avvio ad una rivoluzione nel mondo degli stilisti. Da Vionnet a Coco Chanel. Non si tralasciano grandi stilisti come Pual Poiret, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Pierre Cardin, o anche il famoso coccodrillo di René Lacoste, che fu un tennista francese, la cui casa d’abbigliamento venne fondata nel 1933. Grandi nomi che trovarono in Parigi la musa ispiratrice della propria arte.

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A Parigi tutto fa moda, il Carrousel du Louvre ben quattro volte l’anno preannuncia i colori sgargianti di quelle che saranno le collezioni delle prossime stagioni, comunicando al mondo intero cosa portare (e come portare) nelle strade della città. La capitale dell’eleganza non si sente affatto minacciata da nessuno, pronta a creare sempre nuove tendenze e nomi d’alta moda. Seguiamone i trend nelle nostre pagine legate ai Festival ed eventi in Francia o notizie sulla Francia.

Inediti di Edoardo Olmi


edoardo

A4 (2010)


..lei/


ha lasciato un

braccialetto
disperso
sul bordo del letto,
colto al mattino s’è
perso –
caduto
tra il legno ed il muro.

qualcuno alla Tinaia
suonava Creep: dei Radiohead,
nella danza ci scambiammo
2-3 volte, 2-3 passi
mantenendo però sempre
l’ordine dei sessi.

il profeta iracheno
esiliato
traduceva i propri versi
in vino, contro il Corano
noi estasiati
ubriache.

poi ci dissero <<andiamo>>.
sussurrammo loro <<andiamo>>.

girò la chiave
nella toppa, del portone a pochi passi
dalla luna ormai
tradita
che contandoci
piangeva,
di lì a poco
la vidi impallidita.

..nella danza
2-3 volte…

(non credo, se lo fosse
tolto).

1.1 post post scriptum   (2010)
1.2. della festa

1.1.

RICORDI?

c’era un argine ingrossato;
un libro di Nietzsche
e una frase di Brecht.

– <<perdere.>>
– <<odiare.>>
furono parole pendenti
per prime dalle tue di labbra
(io – per me
avrei preferito la notte
che brucia lo stomaco
bevuta d’un sorso),
ho sentito spesso la tua

presunzione = fuggire da sé stessi perché assoggettati ad altri
e ne ho ricavato febbri insonni.

1.2

ci sono demoni borghesi,
alito di vino e sguardo eretto
sul tuo collo
nudo –

ma io che ti ho vissuta adesso
muoio,
zoppo,
in debito di alcune sbronze.

così è il mio saluto liberato:
niente più parola e solo
carne
d’ora in poi –
vivere
scordando
di esistere.

Natale?      (2003)

denaro bollente
nelle tasche di improvvisati
giocolieri buffoni di corte;
uomini e donne
nere. cadenzati
da veglia millenaria
che il Cristo non caschi
dalla croce.

e vai a Kisangani
oh Re del Cielo.

tacheles         (2012)

ei fu?
sì tanto immobile
dato il mortal suo stile
steso da banca ignobile
ghiotta di soldo stitico. però
My people defend themself and their land
is not for sale at any price
e in ogni caso non hai l’aria di un portafogli abbastanza
gonfio per aggiudicartelo; se lo filano in di più
degli stivali di Tom Waits, il rasoio di Johnny Cash
la sorella di Johnny Depp. il tatuaggio
di Belen Rodriguez
ringrazia –
che ti evito figure da principiante. intanto
ai bistrot di Oranienburger Straße cosa vuoi che gliene freghi
se chi mitizza le rivoluzioni vuole solo vederle morire
scoperto il pareggio come porto
di ogni vittoria. ci si scorticano
i piedi

transumando una Berlino
disinfettata al Napisan
dei governi amici, affettata mano mano
come carne sullo spiedo di un Kebab
tossendo ad ogni trancio
fuochi di rivolta.

dove l’arte finalmente ha detto <<basta ya!>>
agli inestetismi della cellulite
l’oggi
è più importante di ogni ieri

con la partecipazione di

UE – BCE – FMI

e tanto di ringraziamenti fatti proprio là.

lungo i piani: bucce d’artista
rimpastate in canditi. giusto in tempo
per il sacco finale, souvenir di indignazioni d’autore
reliquie

ogni contro in sé per sé
trova sempre il proprio stalinismo.

spendibile       (2003)

non sono
spendibile
dal punto di vista
delle idee
degli orari
dal punto di vista
degli enti statali
in famiglia.
e di tutte queste altre
pistole
puntate alla gola.

TAG: squatter, metro, teens      (2012)

[…] anche se forse ancora non lo sai
che New York Yankees che porti in testa ha invaso tua madre
e Jesus died in Las Vegas
traduce tuo padre. al tempo in cui
ogni striscia di carne
è sacra Terra Promessa da contaminare
amplificando forze gravitazionali
lei ti cavalca con somma
invidia del pene,
incartando paure con chissà quali
manie di perfezionismo
apologie dell’Istante
e solo la metro là in fondo
fatica
a accomodare il suo culo,
sopra le arterie che pulsano il sangue
verso le emorragie insonni della città.

posso tutto ciò che voglio    (2004)

penso mangerò
infinite lupare ai bordi isosceli. di trapezi immaginari
che lombrichi al lungomare di una spiaggia. e di un oblò
e vomiterò
altrettanti invertebrati incubi notturni
che potranno. se vorranno
essere fatali sulle orme immaginate
di tendoni alati e di invettive. contro
qualsiasi sorta
questo è ciò che penso.
e non c’è freddo, e non c’è dove
questo mi riscalda. le sementi
il buono odore
di polistirolo
di credenza, di magone?
vento di sud-est
corna di pavone.
poi vivrò
infinite vite
e morrò
infinite morti
a melone,
sui pesanti oblii
da spiazzate vie
de turgibus molestibus
I wanna see you soon

matrioska             (2012)

§

i bond
lo spread –
e le politiche dell’amicizia sono tutti
ottimi argomenti per la doccia.
persa fra morali indiane
e profili casalinghi,
frotte di neonati dalla carne già imballata per il Paradiso

hai trovato il tuo spazio vitale.
senza invadere paesi stranieri

§§

fuori c’è un piccolo
Stalin azero –
testa bassa
e sorriso di gatto egiziano.
c’è un Tyson di borgata
dai narcotraffici,
al posto dei convenevoli

le insegne luminose sono buccole.
alla vanagloria di un Pigneto butterato

§§§

più avanti
Roma –
è un’accozzaglia di vittorie
a seppellirsi l’un con l’altra.
sgomitando ognuna il proprio
<<io! io!>>,
al primo banco della Sfinge

come eiaculazioni precoci di entusiasmo.

in fondo ad ansie da prestazione della Storia


Edoardo Olmi
, nato a Firenze il 22/09/1984, vive a Roma. Ha pubblicato Il porcospino in pegaso (Felici Editore, 2010). Suoi testi sono apparsi sulle riviste Collettivomensa e Prospektiva, e sul blog di Scrittori Precari. Il libro è stato recensito dai blog di Liberi di Scrivere e dal sito di Temperamente. Nel 2011 ha vinto il terzo premio per la sezione poesia del Carver. Ha collaborato alla trasmissione di letteratura di Radio Onda Rossa. È membro della Rome’s Revolutionary Poets Brigade.

Sito web: http://cornadipavone.wordpress.com

Ai Weiwei su Instagram – ovvero l’importanza di chiamarsi Ai


Se non avete ancora seguito su Instagram Ai Weiwei, forse è arrivato il momento di farlo. Se non lo conoscete, sarebbe un ottimo modo per iniziare a conoscerlo. Dal 2011 continuamente posta foto della sua vita. E’ un artista eclettico, sembra voler sperimentare tutto, parola d’ordine Armonia e i social network ed internet devono farlo proprio impazzire. Tagliare i capelli, giocare col figlio, inquadrare i suoi gattoni rossi, farsi la doccia. Le instafoto quadrate, non hanno bisogno di tante parole, arrivano e le sue, sempre brillanti. Anche questa è social arte. Impossibile scambiarlo per un bimbominkia. Le autorità cinesi hanno chiuso il suo blog, lo hanno incarcerato per 81 giorni, lo hanno reso vittima di assalti della polizia notturni, libertà vigiliata, condannato a 12 milioni di yuan con revoca della licenza a commercializzare le proprie opere e bloccato in Cina… Ma lui continua, la sua vita, la sua arte, anche su instagram, su twitter, “imprigionandoci” un mistero. “Hey ci sono! Sono vivo! Non mi fermerete: La vita è inevitabile.” Devo dire che è un ottimo motivo per aprire Instagram almeno una volta al giorno. Domenica ha postato delle manette rosa con scritto Ai Weiwei e poi un ricordo di Lou Reed, appena scomparso, mentre faceva Tai Chi. Spesso mi capita di chiedermi, cosa starà facendo Ai? E’ davvero un simpaticone, credetemi, posta le sue pose con assoluta disinvoltura, il suo faccione è bello, scomodo, è fulcro della sua arte e lui lo sa. Ride e deride i suoi antagonisti. Usa qualsiasi canale popolare per raggiungere il suo scopo: arrivare a chiunque, testimoniare, trasformarsi lui stesso nel messaggio di cui si fa portatore, su tutti i canali possibili: si può fare. Si può denunciare. Nascondendosi dietro a un gatto… Si può essere individui e averne il diritto, si può vivere liberamente. Si può essere Arte. Fatelo con lui.

Nessuno snobismo da questo artista architetto cinese, potreste benissimo trovarvi un retweet da parte sua (@aiww)! In rete si trova davvero di tutto: lui che si riprende 24 ore su 24 stile grande fratello per denunciare il governo cinese che lo spia, la canzone con cui denuncia il suo arresto, o addirittura, se ve la ricordate, la parodia del tormentone Gangnam style, vestito di nero con una tshirt rosa, meglio di qualsiasi pop star, muovendo le mani a ritmo di manette… chiaramente subito bloccata dal regime cinese, ma troppo tardi per non essere vista… potete rivederla qui Poco dopo Anish Kapoor diffuse, in supporto al collega cinese, un’altra versione della stessa parodia il “Gangnam of freedom” in suo onore… ovvero quello dei diritti umani, eccolo (Durante la visione, si consiglia di muovere le mani allo stesso modo indicato nel video).

Si può fare arte a qualsiasi costo e riuscirci? Se ti chiami Ai Weiwei, hai un accesso ad internet ed un buon server…sembrerebbe proprio di sì. Nulla sembra in grado di fermarlo.

Insomma seguirlo ne vale davvero la pena, tutte le mattine mi ricorda lo sforzo dell’essere umano, verso qualsiasi essere umano, che si è come semi di girasole in un mare di semi di girasole, inevitabilmente diversi, uguali ed unici.

Ecco alcune foto da Aiww su instagram , seguilo!

Joyce e Nazim, il coraggio della parola


Joyce Lussu

Joyce Lussu

– Traducendo Hikmet, non sentivo affatto il bisogno di mettermi a studiare la lingua turca, la letteratura turca, la storia turca e quella ottomana e arabo-persiana, e di sedermi a tavolino, tra una grammatica e un dizionario, a fare opera di filologia. Sarebbe stato un passo indietro sul complesso colloquio che mi consentiva di partecipare al meccanismo di una costruzione poetica, all’intrecciarsi dei motivi concreti: perché quella parola, perché quella immagine, perché quel concetto, perché quell’atteggiamento mentale o emotivo. La traduzione mi costava così poco sforzo, che ne fui preoccupata, e mi sottoposi all’esame di filologi e di persone di cultura che conoscevano egualmente bene il turco e l’italiano. Mi rassicurarono sulla fedeltà del mio testo, e andai avanti tranquillamente, nonostante le osservazioni che mi venivano da ogni parte. “Traduci Hikmet? Allora conosci il turco”. “Non so una parola di turco”. “Ma allora come puoi pensare di tradurre…” ecc. ecc.-

Questo, raccontato dalla sua stessa voce, è solo un volto di Joyce Lussu e del suo coraggio, mentre racconta la sua determinata volontà,  sfida e slancio, curiosità, infinita pazienza nel decifrare versi a lei sconosciuti perché scritti in una lingua affascinante ma misteriosa. Tradurre il grande Poeta Hikmet, si rivela essere per lei, nella sua totale mancanza di conoscenza della lingua turca, un’avventura emotiva ad ampio spettro e non solo esercizio di lingua e grammatica. Da qui, il merito di averci portato per prima i testi di Hikmet in traduzione italiana, facendoli conoscere all’ampio pubblico. Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, coniugata Belluigi e poi Lussu, più nota con lo pseudonimo di Joyce Lussu (Firenze, 8 maggio 1912 – Roma, 4 novembre 1998) è stata  una scrittrice, traduttrice, poetessa italiana, medaglia d’argento al valor militare, capitano nelle brigate Giustizia e Libertà, sorella di Max Salvadori e seconda moglie del politico e scrittore Emilio Lussu. Ma Joyce era molto più di una donna, molto più di una scrittrice e traduttrice finissima. La sua vita, sempre caratterizzata da una fortissima porzione di coraggio,  attraversò gli anni del nazismo collezionando eventi degni di un romanzo, senza mai lasciar spazio all’indifferenza e alla paura, viaggiando in tutta Europa, dalla Francia alla Spagna, Portogallo, Svizzera, Inghilterra,  teatro di rischiose missioni e passaggi oltre confine, falsificazioni di documenti, corsi di guerriglia durante l’occupazione nazista. Ambasciatrice di pace, giovanissima studiosa di filosofia ad Heidelberg con Karl Jaspers, Promotrice dell’Unione Donne Italiane, militò per qualche tempo nel PSI e nel 1948 fece parte della direzione nazionale del partito, preferendo poi tuttavia tornare ad occuparsi di attività culturali e politiche autonome, insofferente a vincoli e condizionamenti d’apparato. Laureata in Lettere alla Sorbona di Parigi e in Filologia a Lisbona, viaggiò dunque molto nel corso della vita, coronando così il destino della formazione cosmopolita ereditata dalla sua famiglia d’origine. Tradusse molti poeti viventi, spesso provenienti dalla cultura orale: albanesi, curdi, vietnamiti, dell’Angola, del Mozambico, afroamericani, eschimesi, aborigeni australiani, racchiudendo in ogni traduzione la meravigliosa avventura umana e letteraria in cui la comunicazione derivò non dalla conoscenza filologica di grammatiche e sintassi, quasi sempre inesistenti, ma dal rapporto diretto poeta con poeta, dalle lingue di mediazione, dai gesti, dai suoni, dal dolore cupo di sofferenze antiche ed ingiuste. La sua traduzione delle poesie del turco Nazim Hikmet (Salonicco, 20 novembre 1902–Mosca, 3 giugno 1963), a tutt’oggi tra le più lette in Italia, è un esempio eccellente per tutte  (“Hikmet è un poeta molto traducibile. Forse tutti i poeti sono molto traducibili, se si conoscono profondamente”). Lo incontra a Stoccolma al Congresso internazionale per la pace, quando le viene presentato nella pronuncia turca europeizzata in Naasm Hhikhmet con una “a” lunghissima e molte aspirazioni. Ne è affascinata. Nasce tra loro una grande amicizia che permetterà la conoscenza del poeta turco in Italia tramite, in particolare, gli ormai famosissimi versi d’amore come quelli de Il più bello dei mari (Il più bello dei mari/ è quello che non navigammo./ Il più bello dei nostri figli/ non è ancora cresciuto./ I più belli dei nostri giorni/ non li abbiamo ancora vissuti./ E quello/ che vorrei dirti di più bello/ non te l’ho ancora detto). Joyce Lussu tradurrà oltre 7000 versi di questo poeta turco, perseguitato dal governo filo hitleriano, che starà ben 17 anni in carcere. A lei si deve la raccolta italiana, Paesaggi umani.

– In realtà, non ho mai studiato il turco perché non ho mai avuto intenzione di diventare un’esperta di poesia turca. Mi interessava Hikmet, col quale mi intendevo benissimo senza parlare la sua lingua, come m’interessano altri poeti in varie parti del mondo, indipendentemente dalla filologia e dalla storia della letteratura del loro Paese –

Joyce Lussu e Nazim Hikmet

Joyce Lussu e Nazim Hikmet

Di Hikmet, rammenta la sorprendente capacità comunicativa, la bella presenza fisica dall’aria fra il rustico e il principesco. Nel loro incontro a Stoccolma, avvenuto per puro caso e poi fortemente voluto da Joyce stessa, da subito ebbero un rapporto di coinvolgimento emotivo totale. Hikmet, che non parlava bene nessun’altra lingua al di fuori del turco ma comunicava in un francese personalissimo che sembrava ignorare grammatica e sintassi, raccontava e spiegava storie e concetti che arrivavano sempre al punto cruciale in modo chiaro e inequivocabile. Quando non riusciva ad esprimere al meglio qualcosa che voleva dire allora iniziava a gesticolare con le sue belle mani eleganti, o ad utilizzare parole appartenenti ad altri idiomi, fino a che ritrovava la giusta via di comunicazione e Joyce poteva così comprenderlo a fondo. La sua filosofia era quella di adoperare sempre parole semplici, concrete, prese dal quotidiano che anche un analfabeta avrebbe potuto comprendere. Dopo la prima conversazione con lui, “amabile e curioso” lo definì lei, in cui egli le spiegò che viveva a Mosca e aveva un figlio di nove anni mai conosciuto perché trattenuto in ostaggio insieme alla madre dal governo fascista del suo Paese, Joyce si documentò su di lui e sulla sua attività di rivoluzionario e letteraria leggendo diverse traduzioni di sue poesie e commedie in lingue accessibili. E le venne un gran desiderio di tradurlo. Gli disse dunque che amava le sue poesie. In tutta risposta Hikmet esordì con un: “Se ti piacciono, perché non le traduci in italiano? “. Iniziò così l’avventura. Nel salone dell’albergo, Hikmet  estrasse dalla tasca un foglio sgualcito e prese a recitare una sua poesia in turco ma scritta in caratteri latini. Joyce rimase ammaliata dalla dolcezza della lingua turca, ricca di vocali e liquide e dalla forza recitativa del poeta. Ma soprattutto rimase sconcertata dalla facilità con cui ogni parola, ogni idea fluissero senza difficoltà alcuna dalla mente dell’uomo alla sua, non lasciando mai spazi di dubbio sui concetti espressi ed il loro vero significato. Joyce si convinse che per tradurre un poeta non era quindi necessario conoscere la grammatica della lingua in cui si esprimeva ma era invece fondamentale stabilire un’affinità emotiva, possedere interessi in comune che avrebbero fornito la stessa cifra interpretativa della realtà. Entrò così nella vita di Hikmet, nei quartieri di Costantinopoli e Smirne, nei villaggi dell’Anatolia, tra i suoi amici e i suoi nemici. Lui le permise di vedere con chiarezza i paesaggi, sentire i suoni, cogliere i colori, ascoltare le voci. Attraversando le varie lingue parlate da Hikmet, che conosceva in modo alquanto approssimativo e fantasioso il russo, l’arabo e il francese, giunse nel suo mondo orientale e penetrò la lingua turca. Questo le diede la possibilità di sentirsi un tutt’uno con lui,  che si sottoponeva di buon grado e graziosamente ai suoi interrogatori. Fortemente legato alla sua terra ma allo stesso tempo cittadino del mondo, in ogni angolo della Terra vi fosse stato un essere umano che lottasse per conquistare la sua dignità, Hikmet era presente, in spirito, entusiasmo, coraggio, dimenticando chi fosse, da dove venisse, le sue origini per immedesimarsi nei bisogni, nelle lotte altrui.

“Penso” diceva Hikmet “che la Poesia debba essere innanzi tutto utile, utile a tutta l’umanità, utile a una classe, a un popolo, a una sola persona; utile a una causa, utile all’orecchio. Voglio essere capito e letto dal maggior numero possibile di persone, ai più vari livelli di cultura, nei più diversi stati d’animo, dalle prossime generazioni. Voglio essere traducibile per le nazioni più diverse”.

Joyce Lussu e Hikmet a Stoccolma nel 1958

Joyce Lussu e Hikmet a Stoccolma nel 1958

Hikmet amava molto l’Italia che visitò più volte e Joyce Lussu lo invitò a Roma, per proseguire il lavoro di traduzione. La loro amicizia, fra una traduzione e l’altra, fu messa alla prova spesso dal temperamento irrequieto e singolare del poeta. Infatti, quando Joyce ritenne non solo opportuno ma doveroso mostrargli le bellezze architettoniche e artistiche romane facendogli da guida, egli le rimproverò di avergli rovinato tutto spiegando con dovizia di particolari la città di Roma, come una sterile guida turistica avrebbe fatto. Alla replica stizzita di Joyce, egli affermò con convinzione che del Rinascimento e degli antichi romani non gli importava nulla, che era un “barbaro” venuto dall’Asia e che del mondo classico di cui sono nutriti gli occidentali non sapeva che farsene. Non avrebbe più potuto guardare Roma con occhi diversi da quelli che gli aveva prestato Joyce, infarciti di date e spiegazioni. Joyce, nonostante il senso di colpa e la preoccupazione per averlo tanto turbato, continuò a stargli accanto durante il suo soggiorno promettendogli solennemente che mai più una sola data o nome sarebbero usciti dalle sue labbra. A tavola, davanti ad un piatto di melanzane in un ristorantino romano, continuarono le ostilità che non sfociarono però in litigio vero e proprio, in particolare quando Hikmet la provocò fortemente paragonando le melanzane d’Anatolia con quelle degli orti romani a mortificazione di queste ultime. Tuttavia Joyce fece molto più che sopportare le isterie e i capricci di Hikmet. Aiutò la moglie ed il figlio a lasciare la Turchia, in una rocambolesca fuga verso Varsavia, cosa di cui Hikmet le fu eternamente grato. Si incontrarono l’ultima volta a Parigi, e al solito litigarono per questo e per quello. Ma erano litigi ormai diventati familiari, l’affetto fra i due era tale che niente li avrebbe separati se non la morte del poeta che sopraggiunse per un infarto folgorante a Mosca, al numero 6 della via Pesciànaya, il 3 giugno del ’63, verso le nove del mattino.

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Federica Galetto

 Citazioni tratte da Tradurre poesia (ed. Robin, 1998)

Lou Reed: il poeta rock


“Just a perfect day
drink Sangria in the park
And then later
when it gets dark, we go home…”

loureed

Shock e dolore.
Perchè quando arrivano notizie del genere stenti a crederci.
Perchè senti che resterà sempre immortale.
Restiamo orfani di un grande artista ma anche e soprattutto del grande uomo che fu e traspare dai suoi stessi testi e citando un amico: “Era scritto, potevi lasciarci solo in una Sunday morning.”

Il purgatorio agrodolce della vita


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“Vita agrodolce”:
Basterebbe il titolo per riassumere la 6° fatica registica di Kim Ji-Woon, presentata fuori concorso alla 58° mostra del Cinema di Cannes.
Bittersweet life é una pellicola che riporta in auge il tema della vendetta espressa nella sua forma più originale attraverso un percorso che assurge ad una sorta di elevazione filosofica tra le mere pieghe dell’estetica. Gli omaggi al cinema di genere sono evidenti: si passa con scioltezza dalla trilogia della vendetta di Wook alla Nouvelle Vogue del cinema di Honk Hong. Ma la parte più significativa della pellicola non é da ricercarsi in una fotografia splendida ed in una regia elegantissima, quanto piuttosto in “un’idea”. Quella che i rapporti umani possano modificare o distruggere il mondo che ognuno di noi si crea o in cui si trova costretto a vivere. Per necessità o mestiere, poco importa.
La trama é lineare nel suo incedere.
Sun-Woo é direttore di un lussuoso albergo situato nel centro di una Seoul da cartolina, incorniciata da luci al neon e pioggia. Il ruolo del protagonista altro non è che la copertura alla sua seconda vita: essere l’uomo di fiducia del boss Kang.
Un giorno, Sun viene incaricato di sorvegliare He-Soo, la giovane fidanza del boss ed eliminarla nel caso in cui quest’ultima intrattenesse rapporti con altri uomini.
La giovane non riesce a seguire le rigide regole del clan ed instaura una relazione sentimentale. Pur avendo ricevuto ordini precisi Sun-Woo non riesce ad eseguire la sentenza di morte, così il boss venuto a conoscenza del tradimento decide di mettere sulle sue tracce una squadra per eliminarlo. Riuscito a scappare, l’uomo non tarderà a vendicarsi.

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La storia si snoda in modo piuttosto prevedibile fino alla sua naturale conclusione. Le scene più interessanti del film però sono quelle che rimangono nell’ombra. Ovvero il sottile rapporto che i personaggi instaurano. Due vite differenti inavvicinabili se non per mera scelta del caso o del dovere.
Tutto si muove in quello spazio grigio che divide la materia dal desiderio, la razionalità dalla follia che s’incanala come schegge di luce verso un sentimento amoroso non dissimile da quello che intercorre tra Romeo e Giulietta. Un amore altresì privo di quell’irragionevolezza adolescenziale che invece lega i due personaggi dell’opera shakesperiana.
Un rapporto puramente casto che riporta alla memoria la filosofia del samurai. Nella consegna dell’armatura alla donna amata, spesso ignara di essere stata oggetto di quel sentimento.
Succede così che il freddo burocrate Woo, si abbandona alla speranza di un nuovo inizio. Ma é nella crudeltà poetica della pioggia di foglie cadenti che il film si chiude.
Mentre la memoria torna ai tempi felici, in cui era la musica e non il fuoco delle armi a riempire lo spazio. Perché è nel sogno che il cuore di pietra dell’uomo può diventare foglia ed é proprio lì, dietro alle ciglia chiuse che ogni nostro desiderio può diventare realtà. Ma, dopotutto, non tutti i sogni si possono realizzare e forse proprio per questo sono così belli.

Christian Humouda

Ti stringo la mano mentre dormi – Elena Buia Rutt – Recensione di Filippo Davòli


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“Poeticamente abita l’uomo”, scrive Heidegger in uno dei suoi saggi più conosciuti. E’ così. Entrando ancor più nello specifico della poesia, potremmo aggiungere che la poesia raccorda l’universale con l’umano, dà una vestibilità, una vivibilità alle cose. Innanzitutto le chiama per nome: svolge, in questo, un ruolo che è stato affidato all’uomo da Dio stesso. Si tratta, anzi, di uno degli elementi di maggior prossimità al divino: dare un nome è dare un destino, imprimere una traccia di storia, cooperare nel grande piccolo di ogni vita umana al grande tutto del disegno di Dio. E soprattutto percepire, nel disvelamento del minuscolo, il raccordo compiuto con l’intreccio dell’arazzo.

A proposito della scrittura di Elena Buia Rutt (romana, nata nel 1971), Antonio Spadaro parla di una “piccola teologia poetica della grazia”, e tuttavia, contemporaneamente (e vorrei dire anche ineluttabilmente), “una ostinazione invincibile a trovare il nocciolo delle questioni, il granito dell’essere, il fondamento delle cose. (…) E’ come se non ne potesse più di visioni fragili ed effimere perché ideologiche. Punta all’essenziale. E per lei l’esperienza dell’essenziale coincide con l’intuizione della meraviglia”.

La poesia è un dono. Che va coltivato, educato. Ma che rimane comunque un dono. E nemmeno così tanto diffuso come parrebbe. Un dono da non confondere con l’esercizio letterario, e nemmeno con l’artigianato (più o meno) artistico a cui vorrebbero convincerci gli infiniti replicanti di un vezzo diventato incubo nella nostra contemporaneità.

Nessuno di noi è confermato in grazia. E parimenti, nessuno di chi scrive è confermato nel dono ricevuto: “si scrive per non morire e per poter morire”, diceva Blanchot. Lo si fa nel tratto di percorso in cui si è chiamati a farlo. E’ bene farlo con l’umiltà e la dedizione che è propria di chi si sa strumento e non possessore in assoluto di una voc-azione. E’ bene, cioè, affinarsi, studiare, lasciarsi prendere per mano e camminare nella propria maturazione sapendone la responsabilità di un servizio da rendere; e da rendere la volta – volta volta, o forse una volta soltanto – che si è chiamati a renderlo.

Elena Buia Rutt è felicemente in questa linea: di giusto un anno fa è il suo “Ti stringo la mano mentre dormi”. Elena mette al mondo le parole con la stessa passione con cui si sorprende del dono di essere madre: un dono partecipato dalla sua femminilità esigente e innamorata, e contemporaneamente una continua sorpresa, un’apertura sapiente a un perennemente rinnovato stupore.

Sì: questa semplice difficilissima incarnazione della quotidianità solo apparentemente spiccia, provvisoria, inanimata, è il terreno fertile per ogni poesia autentica. Scevrata dai voleri di dire, dalle sovrastrutture ideologiche e teoriche, senza per questo cedere ai minimalismi fini a sé stessi tanto di moda ai nostri giorni (è come se la parola si ingarbugliasse in superficie, non fosse capace di andare oltre il suo suono…), la parola poetica di Elena Buia è un altro fecondo tassello del nostro presente letterario. Merita attenzione. E se continuerà ad essere vocata – e a rispondere così – ne meriterà ancora di più.

LO SPAZIO DI DIO

In questa casa
ultimamente
nessuno più parla di Dio.
Eppure a volte all’improvviso
spingendo da puledri
la macina dei giorni
si apre nel silenzio
uno spazio d’aria
che quando
lo attraversi
sorridi piano
come nevicasse.

TI STRINGO LA MANO MENTRE DORMI

Ti stringo la mano mentre dormi
come per dirci addio.

Non sembri riposare
in questo sonno bianco
dove la fatica del giorno
ti stringe ancora come morsa.

Ma al risveglio del mattino
una forza indissolubile
ci unisce
e ci sbilancia
in avanti e in alto
acrobati-operai
sulla maestosa impalcatura
di una bellezza
inspiegabile a noi stessi.

I FIORI COL GAMBO CORTO

Ai fiori con il gambo corto
piace stare vicino alla terra
da cui sono nati
e quando vengono raccolti
rimangono abbracciati
stretti stretti
in un vasetto basso
sulla soglia della finestra di cucina
o sulla scrivania
di una ragazza.

Sanno che
quando verrà il momento
una mano premurosa
– come al compiersi di una profezia –
li toglierà dall’acqua,
tutti insieme
per il tuffo
dove il loro appassire
docilmente
rifiorisce.

I TEMPLI DI PAESTUM

I templi di Paestum
tagliano l’aria
in viali azzurri
nobili e imponenti
mentre mia figlia
al centro di un capitello
atterrato
fruga gusci di pinoli
nelle porosità del tufo.

Lei forse sa
di appartenere
a quella parte della storia
dove le macchie di mandarino
sul suo gilet di lana bianca
la strappano a quei ruderi perfetti
e la catapultano – salva –
nel tempio
di un amore
senza geometrie.

PER MIRIAM E THOMAS

Io non vi vedrò invecchiare.

Non vi potrò sorreggere
quando le vostre gambe
tremeranno
per la stanchezza
o la paura di morire.

Ma forse, se per caso allora anche ci fossi,
niente chiedereste a me
che mi consumo ora
ad addomesticare il vento
che vi sferza la schiena
mentre andate a scuola.

E così mi chiedo
che cosa rimarrà
di questo amore selvaggio
di questo amore con gli artigli
conficcati
fino all’ultimo respiro
nella parola
figli.
Libro acquistabile: http://www.fuorilinea.it/ti%20stringo%20le%20mani%20mentre%20dormi.htm