La Runa Thurs e la sua collocazione nel mito di Thor. Un esame sintetico dello studio di una Runa


La Runa Thurs

Thurs

Il Glifo di Thurs ricorda esattamente un’ascia, e come per altre rune (Algiz, Ansuz e soprattutto Tyr) la sua connotazione può essere di natura fallica, quindi assurgere a tutta quella gamma di simboli che indicano il movimento e l’azione. Nel caso specifico della Runa la propulsione. Guardare Thurs implica sentire il frastuono della battaglia, del temporale e della forza combattiva. 

Parlare di Rune, al giorno d’oggi, non è certo argomento semplice, soprattutto in riferimento alla mitologia nordica (del resto è improbabile scinderne gli estremi). Ciò è dovuto alla mistificazione che secoli e secoli di cattiva cultura di forte dominazione classica e/o classicheggiante (la Grecia unica e sola culla della Civiltà, Winckelmann e il Neoclassicismo), la Chiesa, la Wiccan e la New Age hanno provocato;  a cui va chiaramente ad aggiungersi, il fatto non poco rilevante, che stiamo parlando di un ordine linguistico con carature religiose e sociali, appartenente ad una cultura (quella norrena o più genericamente del Nord Europa) estinta, alla quale l’uomo moderno attinge con occhio moderno. Questo cosa vuol dire? Che i Runenmeister attuali  tendono a studiare le Rune con la coscienza, la sostanza e le idee di un uomo del 2000, senza tenere assolutamente conto del principio mentale (e quindi culturale) che un tempo le ha generate. Un esponente della perversione conosciuta come New Age potrebbe argomentare rispondendo che percorriamo un lento cammino di evoluzione dello spirito e che pertanto gli strumenti si evolvono con noi. Ognuno può pensare quel che vuole, ma sicuramente non è più di Rune che stiamo trattando. Concretamente questo a cosa porta? Ad un almeno buon  80% di notizie (banalmente reperibili anche sul web) false e all’accostamento del Fhutark a tradizioni inverosimili. Lo spartiacque è chiaramente segnato dagli studi archeologici e linguistici, non scevri da insicurezze dovute alla discontinuità del materiale pervenuto e alla riservatezza delle popolazioni antiche sull’argomento, ma senza perdersi in datazioni storiche, problemi di carattere filologico, e studi relativi alla comparsa delle Rune come alfabeto scrittorio nel panorama europeo (dato che non basterebbe per la trattazione un libro intero), focalizziamo la nostra attenzione sul comparto magico -religioso. A noi basterà ricordare, per una pulizia mentale, che il cosiddetto alfabeto (definizione imprecisa dato che stiamo parlando di geroglifici ma, che a causa della comparazione con il gemello latino e greco, va per la maggiore) si compone, principalmente (la quantità varia a seconda della località esaminata) di 24 segni, è attestato circa dal I-II sec d. C, e interessa tutte le popolazioni germaniche (con le dovute caratterizzazioni).

Puntualizzato ciò, entriamo nel vivo della questione.

Il linguaggio magico si fonda sul principio per cui la parola genera energia. La scrittura blocca la parola, la confina con tutto il suo potenziale all’interno di un corpo materiale, attribuendole un fine specifico. Nell’antichità la parola, il dire, e quindi lo scrivere non erano semplicemente azioni utili per la comunicazione e l’interazione, al contrario, erano un modo unico e segreto per manifestare la propria volontà e tradurla in concreto. Medea nella tradizione greca è chiamata σοφή (saggia) perché possiede il dono della parola e sa quindi argomentare le sue intenzioni. Ma Medea è associata alla Gorgone, ad una primigenia figura di strega, per cui quando Crise le confessa (nella tragedia di Euripide) di aver paura di lei in quanto saggia, possiamo dedurne una doppia natura di significati: saggia in quanto intelligente ma saggia anche nello stesso modo in cui era saggio Odino, ovvero nel saper usare le parole, e direzionarne l’energia per determinati scopi.

In un passo della Edda,  Hávamál, o «Discorso di Hár», in cui a parlare è lo stesso Odino ( Óðinn), detto  Hár, «alto» o «eccelso», databile all’inizio del X secolo, si legge in proposito nella sezione dedicata alla dissertazione sui canti magici (146-163):

149         Þat kann ek it fjórða:

ef mér fyrðar bera

bǫnd að boglimum,

svá ek gel,

at ek ganga má,

sprettr mér af fótum fjǫturr,

en af hǫndum haft.

Questo conosco per quarto:

se uomini impongono

ceppi alle mie membra,

così io canto

che me ne possa andare:

la catena salta via dai piedi

e dalle mani il laccio.

Come si può leggere in questo passo, Odino spiega come liberarsi da ceppi tramite l’uso di canti (e sono davvero pochi a sapere che anche in Omero i canti sono usati con fini alquanto diversi dall’intrattenimento, come ad esempio con l’intento di guarire, cosa che allarga nettamente gli orizzonti sulla morfologia culturale che sta alla base della nascita della civiltà greca). Run o Runo è anche il nome di un componimento, ovvero di un canto e l’associazione con le Rune è verosimile sia perché le Rune secondo tradizione vanno “cantante”, sia perché il passo precedente alla dissertazione qui proposta è il famoso  Rúnatal, ovvero il pezzo in cui Odino racconta di come ha tratto le Rune ed è divenuto “saggio”, cioè’ ha appreso l’arte del  Seidhr, “scrutare” (anche se qui dovremmo aprire una discussione a parte, perché è Freya, la detentrice di tale Arte magica e forse ad Odino si può accostare con più efficacia quella propria del canto e del rituale) e grazie ad esso, può guardare a fondo nelle cose, appeso al famoso frassino sacro  Yggdrasill (anche qui si dovrebbe aprire una nuova pagina di studi per capire cosa c’è dietro all’immagine di Odino impiccato ai rami del sacro albero e al suo occhio destro gettato nella fonte di Mimir). Le fortissime connotazioni sciamaniche sono alquanto evidenti, e si disperdono nella notte dei tempi, ma sicuramente fanno da sostrato alla creazione degli alfabeti e a tutta la tradizione religiosa che sosta alla loro base. Tradizione che val la pena ricordarlo, nasce dalla fusione di una visione animistica della natura e dal ricordo di gesta eroiche di antichi capi-clan. Le Rune risentono particolarmente di tutto ciò, e studiarle implica una valida conoscenza non solo della cultura norrena ma anche dell’ecosistema in cui queste popolazioni hanno vissuto, e soprattutto, della visione che ne hanno tratto. Le Rune sono infatti collegate alla natura, al ciclo del tempo e alla differenziazione tra spazio sacro e non, basso e alto, lontano e vicino in un dare-ricevere continuo, in cui l’energia passa tra cielo e terra, acqua e aria, fuoco e luce, buio e giorno.

La Runa che desidero presentare in questo articolo è Thurs, conosciuta anche come la spina o il gigante e spiegare la sua strana ma possibile relazione con Thor e l’Ascia.

Ancora una volta dovrò però partire dalla tradizione pre-greca e in modo particolare dalle Aristie, ovvero dalle celebrazioni degli eroi omerici e da un passo specifico del II Libro dell’Iliade, in cui Agamennone raduna il Consiglio degli Anziani per raccontare il suo sogno e progettare un nuovo attacco contro Troia. Il pezzo è famoso per via della comparsa di uno “scettro”, un’ascia o bastone, emblema di chi ha potere e possiede “la parola”, ovvero la possibilità di parlare durante un consiglio, possibilità riservata solo all’elite. Ai fini della nostra ricerca, basterà ricordare che durante i consilia gli uomini del nord portavano con se delle asce e che quindi appare verosimile ricollegare l’idea di ascia – Thurs al potere decisionale. Mantenendo a caldo questa prima rete di significati, pensiamo all’altra definizione della Runa:  tuono, che è emblema, come nella cultura greca, del segno della decisione degli dei, in modo particolare di Zeus. Quel lampo che precede il fulmine è il messaggero di tale decisione. Se si prova a sbattere con violenza un’ascia contro un’ incudine, essa genererà delle scintille. Da ciò si deduce che, il segreto di una Runa come Thurs, risiede nel potere decisionale, nella fattispecie divino e nella tipica correlazione di figure in mitologia, dalla scintilla provocata dall’ascia si risale al lampo nel cielo. Del resto, oggigiorno nei tribunali, quando il giudice da la sua sentenza, da un colpo di martello per dichiarare definitiva la sua decisione, e se proprio vogliamo espandere il discorso, uno dei gesti della prossemica che indica che il soggetto desidera sottolineare la sua posizione mentale, è lo sbattere la mano su una superficie.

Però, perché si possa decidere, occorre esistano almeno due strade o due contendenti, ovvero due possibilità di scelta. Qui entra in scena il Mjöllnir di Thor. Esso era l’arma micidiale capace di proteggere Asgardh da qualunque attacco e di tornare indietro quando veniva lanciata, grazie alle Rune incise al di sopra (anche qui, possiamo pensare alla capacità delle parole di essere lanciate e ritornare al mittente). Potremmo quasi dire che se i giganti rappresentano la furia e il kaos (paradigma presente tra l’altro anche in Grecia con Zeus e i titani oltre che i giganti stessi) Mjöllnir potrebbe essere intenso come “giustizia”.

Ma come mai allora Thurs è chiamata anche la spina o il gigante? Perchè l’idea del male e del bene intesi come giustizia divina è sconosciuta agli antichi nel senso cristiano.

La giustizia divina è ciò che mantiene l’equilibrio. Se l’equilibrio del cerchio è rotto, non c’è giustizia e regna il kaos che non permette la vita (cosmo uguale ordine). E se sono assenti concetti come male e bene significa che ogni personaggio mitico può contare su uno spettro più ampio di possibilità.

E in questo caso ecco la doppia associazione con Thor. Thor non è superman. Come non lo era Heracles.

Thor è una sorta di gigante buono preda della rabbia quanto rozzo. La sua forza lo accomuna ai giganti stessi tanto da dare un’immagine di lui come di “gigante buono”. Ma come può essere un gigante “buono”? E cosa intendiamo a questo punto per “buono”? Significa che in Thor vi è una doppia natura. Ovvero una possibilità di scelta. E guarda caso Thor è uno degli dei più vicini al mondo degli uomini.

Ma nel dio alberga il kaos. Quella forza mostruosa che lo caratterizza, che se fosse dotata di mente potrebbe renderlo uno degli dei più forti del pantheon. La sua mente però è debole e facilmente governabile. Ecco in che senso è da intendersi quel buono.

E nonostante Thor sembri scegliere ciò che può fare, combattendo tra le sue due nature, in realtà segue quello che è il suo destino (altra configurazione mentale delle popolazioni nordiche, in cui il Destino è l’insieme e la conseguenza dell’intrecciarsi di varie cause, che portano esclusivamente ad una possibile strada). Ed è in questo modo che si torna alla Runa Thurs, intesa come lampo, come la possibilità di scegliere la propria strada secondo la propria fortuna (in senso latino) o la decisione divina. Ogni volta che il lampo esplode, c’è un percorso nuovo, una meta da raggiungere, una possibilità da concretizzare.  Da qui ci si può riallacciare anche al concetto di Spina, come tratto dal poema irlandese. La spina è qualcosa di fastidioso, che può dare noia sia dall’interno che dall’esterno. E’ utile per difendersi, soprattutto quando non si posseggono doti come zampe o gambe per fuggire (le piante) o zanne e artigli per attaccare (animali). Ma la Spina, associata all’Ascia e al combattimento può anche sottintendere il Monito, come è ricordato nel mito di Thor, che porta dentro la sua testa un frammento, una spina, di uno scontro in cui stava per essere sconfitto. Thor in sostanza porta nel suo stesso corpo il ricordo- spina di quando stava per prendere delle decisioni sbagliate, la dove per decisione occorre intendere percorso, strada, via. Se il gigante come l’uomo ha la sua doppia, tripla, quadrupla natura tra cui deve scegliere il da farsi (senza contare che il destino tessuto dalle Norne sceglie per te) quella spina, quel martelletto nel fianco, fastidioso quanto inopportuno, sta li a ricordare quel che fa male e spostare la decisione su idee migliori rispetto a quelle del passato. Allargando ancora il concetto, Thurs è paragonabile all’esperienza, grazie alla quale si impara in base ai propri errori. Ecco perché ci si può difendere. Perché quando si ha a che fare con qualcosa che già si è affrontato, in base al ricordo si può prendere la decisione migliore.

Ovviamente il discorso è ancora molto lungo e difficilmente esauribile in un articolo. Quel che tengo a precisare in questa sede è che prima di tutto, le considerazioni esposte sono mie e personali, e derivano praticamente dai miei studi come ricercatrice. Comprendo che per decifrare al meglio le mie correlazioni, occorra avere una buona base di studi classici ma spero di aver reso appetibile per chiunque quanto scritto. Va da se, che l’intento principale era fornire un valido processo di esame della Runa singola. Se sono riuscita in questo ho raggiunto il mio scopo. Per ogni domanda, e chiarificazione, sono a disposizione.

Roberta Tibollo

Un’immagine del dio Thor, conosciuto anche come dio del Lampo o del Tuono

Thor

Ringrazio il sito http://bifrost.it/ per la traduzione dell’Hávamál.

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10 pensieri su “La Runa Thurs e la sua collocazione nel mito di Thor. Un esame sintetico dello studio di una Runa

  1. Avvicinarsi a culture oltre confine di solito per noi occidentali è difficile. Come mi dicesti in una discussione di 4-5 anni fa “il nostro problema più grande è che cerchiamo di associare le nuove cose che impariamo con quelle che già conosciamo”. Questo pensiero mi è servito molto e mi ha aiutato a crescere soprattutto nell’ultimo periodo in cui ho iniziato ad interessarmi anche a culti orientali.

    La tua grande capacità in questo articolo, è quella di riuscire a rintracciare dei sincretismi che possono avere una effettiva influenza geografica e renderli comprensibili senza per forza associarli.

    La mia speranza è che a questo articolo seguano altri, perché c’è bisogno di seguire il corso di tutto “l’alfabeto” (come qui lo chiamiamo) per rimettere a posto tutti i tasselli del mosaico. E credo che man mano anche il lettore che non ha familiarità con questo “strumento” possa iniziare a familiarizzarci.

    La natura di Thor è molto affascinante, e lascia spazio a molte riflessioni di vario genere.

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  2. Pingback: La Runa Thurs e la sua collocazione nel mito di Thor. Un esame sintetico dello studio di una Runa | WSF | HyperHouse

  3. Ringrazio prima di tutto tutti coloro che hanno apprezzato il mio articolo e l’intento con cui lo ho scritto. Penso che ne scriverò altri correlati, oltre il vademecum di cui si parlava sul Fb, in modo da dare a tutti l’opportunità di comprendere un po’ meglio ciò di cui si parla all’interno del post. Detto questo, riprendendo il commento di Luca e quello di Reichsgraf Von Soziopathie (sempre sul fb) in cui si fa menzione della cultura occidentale, ebbene, la nostra cultura è essenzialmente “monolitica”, cioè è profondamente ancorata e chiusa in se stessa, e difficilmente accetta l’apporto e la conoscenza di altre culture. Ma soprattutto, definisce il bello e il brutto, il cattivo e il giusto solo ed esclusivamente in base alle proprie dimensioni mentali. A questo occorre aggiungere una cosa molto importante, a cui ho rivolto un breve cenno nell’articolo. I grandi “padri” della letteratura europea ci hanno inculcato che la Grecia (che io amo come se fosse casa mia) è la patria indiscussa del sapere. Nel mondo accademico, sostenere l’esistenza degli Indoeuropei o che la cultura greca non fosse esattamente la “culla del sapere” da molta noia, perchè si dovrebbe allora ammettere che la cultura occidentale nasce da quelle che ama definire “sottoculturure”. Questo ragionamento ovviamente è sbagliato alla radice, dato che non esistono culture di serie A e B ma solo culture differenti per posizione geografica e tempo. Ed è compito dell’archeologo come dell’antropologo rimettere i tasselli al loro posto. La prima cosa che dovrebbero insegnare nelle facoltà di archeologia è che ci si basa sui fatti, non sulle idee o sulle preferenze o sui pregiudizi. Da archeologo inseguo l’evidenza e fino a quando posso dimostrarla posso sentirmi nel giusto. Ma la storia lo insegna, tutto crolla e rinasce. Gli studiosi veri, dovrebbero capire che non si finisce mai di dubitare, anche delle cose più ovvie.

    Grazie a Luca e Sebastiano per aver apprezzato l’articolo.

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  4. Veramente l’ho apprezzato molto anch’io e voglio dirti della presenza di scritte runiche nella basilica dell’Arcangelo Michele, che spero di rivisitare quanto prima. Brava Roberta. Molto!

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  5. Ringrazio anche voi, Enza e Morfea per aver apprezzato il mio articolo. Credo che mi toccherà scriverne uno riassuntivo sulla tesi degli Indoeuropei, Per ora riassumiamola in termini semplici. Alcuni studiosi comparando le civiltà europee pre-elleniche (ossia quelle di cui Omero parla nell’Iliade e nell’Odissea e che mischia tra età del bronzo e del ferro, nella fattispecie i famosi Micenei che lui chiama anche Danai e solo alcune volte Greci) con quelle dell’Europa settentrionale da cui poi discendono Celti e Vichinghi, senza contare i popoli italici da cui poi derivano etruschi e romani (anche se sulla questione etrusca bisogna lasciare un punto interrogativo) e le popolazioni Indiane (dell’India del nord soprattutto, i famosi Arya), hanno notato punti di contatto culturali non indifferenti, che poi si sono sviluppati nelle varie terre in modo differente. A partire dalla lingua stessa e da nomi di divinità e eroi (senza contare il mito stesso) che sembrano rincorrersi l’un l’altro. Tanto da ipotizzare una sorta di ceppo etnico comune che verosimilmente potrebbe aver avuto origine nelle steppe euroasiatiche per poi spingersi durante le grandi migrazioni verso il Mediterraneo fino a toccare l’India stessa. Del resto, a ben pensarci Omero descrive Achille come biondo con riccioli lunghi e occhi azzurri, e non è esattamente la descizione fisica un uomo del mediterraneo. Senza contare che il nome Arya, ricorda molto quello degli Ariani, ovvero della mitica popolazione dalla pelle bianchissima che abitava oltre i confini del mondo (mito appartenente anche ai Greci e legato ad Apollo oltre che al mito dell’antica Thule e che in India passa per signori, la dove questo popolo di conquistatori aveva ancora una volta la pelle bianca e gli occhi azzurri. Del resto anchei Greci ricordano delle importanti migrazioni durante il “Medioevo ellenico” di Ioni e Eoli e solo successivamente Dori. Aggiungi che i norreni e le popolazioni del nord europa erano per lo più famiglie di clan in perenne movimento e il quadro diventa completo. Ovviamente questa è solo la punta dell’icesberg. Sono davveo anni che colleziono studi sugli Indoeuropei e più mi addentro, più mi rendo conto di sapere ancora troppo poco. Anche perchè, va detto, non ci sono prove archeologiche concrete che possano affermare con sicurezza tale connessione. Le prove che abbiano sono di natura comparativa. Vi invito però a leggere e comprare un volume che io ho amato e amo parecchio “Omero nel Baltico” di Felice Vinci. E’ scritto in modo scorrevole e da un’idea più ampia dell’argomento. Alcuni punti sono forse un po’ forzati però Vinci apre la mente dello studioso.

    Grazie mille Enza! Certo che conosco le Rune di San Michele. Sono incisi nel santuario dei nomi di persone che raggiungevano il tempio dell’angelo durante i pellegrinaggi. San Michele, è il solo santo con ali, spada e scudo. Era molto amato perciò anche dalle popolazioni neo cristiane e per sommi capi ancora pagane, perchè ricordava ai popoli del nord (Franchi e via dicendo) cos’era la loro antica religione. Senza contare che per come la vedo io, quel punto del Gargano era un tempio sin dai tempi remoti e forse c’è molto di più di quello che oggi possiamo vedere, Anche se, permettetemi di fare un po’ di pubblicità alla mia terra, inviterei tutti a venire almeno una volta a Monte Sant’Angelo ad ammirare uno dei santuari più antichi dell’Italia (i crociati passavano obbligatoriamente da San Michele per partire verso la terra santa) cristiana… e non solo.

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  6. Studio questa runa da mesi e sinceramente non ho mai trovato un commento così consapevole. Non ci sono affermazioni roboanti che distraggono da un’inerente assenza di contenuti. Qui i contenuti ci sono eccome. E lo stile di trattazione è pacato, preciso, e soprattutto consapevole. Mi ha davvero ampliato la mente.

    Ho tuttavia un dubbio. Nella mia esperienza personale, il Thurs rappresenta il cervello rettile, e non solo. Permettimi di spiegare, giacché questo è un commento voglio essere rapido, ma anche chiaro. Nella mia esperienza, il Thurs rappresenta quell’impianto mentale-spirituale derivante dall’inconscio profondo, che ha un’etica tutta sua, basata principalmente sulla legge della giungla e del non-spreco, paragonabile all’aggressività istintiva dello squalo (o del gatto che gioca col gomitolo, per istinto fisiologico, anche quando quel gomitolo è un topo che rimane squartato dal gioco in sé), e alla complessa ma animalesca bramosia dell’uomo primitivo di conquistare e soggiogare, tanto i nemici quanto la donna. Di conseguenza, questa energia rappresenta un pool basilare di consapevolezza istintiva, che sebbene sappia di non aver nulla da proporre alla civilizzazione (processo alla quale non partecipa), può essere usata come cartina tornasole per analizzare quando una neonata costruzione umana deriva dalla sublimazione di una verità naturale, o quando è avulsa da tale cosmica armonia, e nata esclusivamente da un atteggiamento superstizioso, come l’esistenza di un dio moralista e castigatore, o il convergere -conflagrare?!- di IUS e FAS in un’unica realtà, quasi che trasgredire l’ordine costituito sia uno sgarbo a dio e non solo ai porci che ci governano. In questo senso Thurs rimane avulso dal Mjollnir, e resta puramente il Gigante, e come Spina viene intesa la presenza inestinguibile dei suoi sussurri, che il credente classico percepisce come recrudescenze animalesche, o addirittura come tentazione diabolica. In questo senso, il Thurs è legato alla porzione della psiche che ad un certo punto dice “basta” e demolisce violentemente una situazione datata, tramite una catarsi. Il Thurs, a livello esoterico (che ho capito non starti troppo simpatico ma ha il suo valore), è legato a Loki, e a Surtur. Le due figure chiave del Ragnarokkr, il cui nome originale, Ragnar Rukka, significa letteralmente “Refresh/Reboot del potere divino”. Una catarsi degli archetipi, insomma. E la catarsi finale, non di shift da un paradigma ad un altro, ma un ritorno alla percezione delle proprie tendenze naturali e all’equilibrio intrinseco che esse possiedono (e che bypassano la necessità di una morale creata/imposta dall’uomo e dalla società). In questo senso il Thurs è il pungolo (spina) che ci ricorda che di civiltà ci si può ammalare e anche morire, è la consapevolezza del fatto che tutto col tempo diventa datato e muore.

    Non ultimo, essendo gli Aesir appunto gli “Dèi di Asa”, cioè di una zona (cito testualmente) “a sud-est del danubio”, quindi la mesopotamia, hanno un parallelismo scientificamente accertato con gli dèi dell’India, alla base della civiltà babilonese. Infatti sia in india che nell’europa del nord si parla di cultura indo-europea. Qui, il parallelismo con Shiva è immediato: un dio de caos, creatore, distruttore, e “rinfrescatore” del cosmo tramite piccole e imprevedibili -e pericolose- fuoriuscite di caos. Tra cui i temporali e le creature soprannaturali, oltre che i morti, la magia, e la guerra. Gli stessi attributi di Odino, di cui, nei miti originali, Loki sembra essere non semplicemente il “birbante consigliere”, ma attivamente la metà oscura.

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