Memoria uguale a Identità: I luoghi della memoria di Adriana Pedicini


“La vita può essere paragonata ad una mensa imbandita: piatti prelibati, delizie del palato, profumi esotici, dolcezze morbide e tremolanti come leggere costruzioni di carta velina; ma anche piatti amari, aspri, nauseabondi, pesanti, indigesti.

E le tappe della vita umana hanno un po’ tutti mescolati insieme questi sapori, più o meno raffinati nel piacere, melliflui nella gioia, aciduli nella sofferenza, aspri e amari nel dolore.

Ma il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane è riservato all’infanzia.

Questa poggiava tutta e cresceva intorno ad una pagnotta di pane scuro, con su tanta farina bruciacchiata che, allungando le dita di nascosto, lambivamo come zucchero vanigliato.

Fette di pane asciutto, fette impregnate di vari sapori e altrettanti colori, morbide, tostate, annegate in ciotole di latte spumeggiante ancora caldo di tepore animale, frizzanti per una spruzzata di vino o talvolta di aceto, ricamate a ghirigori di filigrana di biondo olio, intrise degli umori aromatici delle nostre erbe, levigate con sfere succose di pomodori maturi. Puntuale e generoso era sempre lì il pane, nella credenza, unico alimento a portata di bocca. Tutto il resto era di solito tenuto al buio umido della cantina o al fresco asciutto del magazzino.
La maga del sacro rito era la nonna Andreana. Quanta bontà e quanta sicurezza in lei! Non sapeva leggere né scrivere, ma aveva saputo allevare i numerosi figli con sicura dolcezza. A tutti aveva fatto dono della sua affabilità, della sua grazia; a tutti aveva trasmesso un senso profondo della religione, un senso sacro degli affetti domestici, un rispetto istintivo per gli uomini e le cose.[…]”

da Sapore D’Infanzia – I luoghi della memoria

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Nella prefazione del suo libro “I luoghi della memoria”, Ida Verrei dice che suona quasi come una dichiarazione d’amore, la sua parola verso la memoria. Quanto è importante per lei la memoria e quanto lo è ad oggi? Crede che ci sia ancora davvero questo amore?

La memoria è la facoltà umana capace di catalogare i dati dell’esperienza del passato, ma nello stesso tempo essa è capace di ricreare,attraverso una selezione dei dati, la vita trascorsa in una nuova ottica, dal momento che il ricordo, superando gli aspetti dolorosi o negativi, opera una sorta di catarsi che rende il passato amabile e necessario ad interpretare il presente e a prepararsi al futuro. Non so se ci sia ancora amore per la memoria, ma la necessità sì, anche se tanti cercano di disfarsene e i giovani la rifiutano perché legati al presente. Ma il rifiuto della memoria è rifiuto della propria identità e della propria storia.

Paragona i suoi scritti alla Ortese e Serao. Quali sono gli autori/ici che segue e ama particolarmente? Sono ispiratori in certi casi?

Il paragone operato dalla Verrei con la Ortese e la Serao probabilmente deriva dalla comune attenzione per i dettagli, per gli aspetti minimi degli ambienti descritti e della psicologia dei personaggi. A partire dagli Autori greci e latini, fino alla letteratura italiana dalle origini ad oggi, e buona parte della letteratura straniera mi sono nutrita di studi e letture. Mi piace citare anche un testo universitario ,Mitografia del personaggio, di Salvatore Battaglia, una vera miniera e una guida criticamente concepita alla comprensione dei protagonisti delle principali opere letterarie italiane e straniere. Pertanto non vi è un Autore particolare che mi sia stato di ispirazione, ma la mia sensibilità arricchita da un notevole substrato culturale.

La sua scrittura trae da lei l’humus – la partenza per esistere, comunicare con la parola è un lavoro difficile e a volte non tutti traggono i significati giusti, lei cosa pensa di questo bisogno? E’ necessità necessaria per lei la scrittura? Lo insegna anche ai suoi alunni?

Data la mia forma mentis, non amo né la retorica, né l’artificio che utilizza le parole per farne delle creazioni senz’anima. Ritengo che sia doveroso scrivere per un urgente bisogno di comunicare a se stessi e/o agli altri quello che ribolle dentro e insistentemente chiede di venire alla luce. Talvolta il pudore di rimanere muti non è altro che egoismo. Tutte le nostre emozioni attendono di approdare altrove, purché si scriva per “necessità” e non per artificio retorico. Ai miei alunni ho sempre insegnato a possedere onestà intellettuale e il rispetto per ciò che leggono e per ciò che,scrivendo,destinano ad altri.

Adriana Pedicini

Adriana Pedicini

“Svetlana si lasciò cadere sul divano di velluto verde consunto dall‟uso nell‟appartamentino italiano preso in affitto. Di fronte, una cristalliera sormontata da uno specchio ingiallito ricordava le povere ambizioni della vecchia proprietaria. Sul ripiano, ninnoli di ogni specie, ricordi dei viaggi del marito di lei, agente di commercio spesso all‟estero. Animaletti d‟avorio si alternavano a capannine in fango e paglia mentre un bellissimo kaloè imbalsamato pavoneggiava indisturbato tra una serie di matrioske dipinte a rossi fiori. Un narghilé con due lunghe canne di bambù testimoniava un viaggio in India dove aveva avuto modo di introdursi nel mondo dello yoga.

Vide riflessa la sua immagine nel vetro del tavolino basso davanti al divano. Si vide smunta, emaciata, i capelli in disordine per il colore artificiale sbiadito da un po‟; il ventre piatto lasciava sporgere le ossa iliache.

Sospirò, allungò le gambe, incrociò le braccia intorno al capo reclinato sul bracciolo e cercò di frugare nella memoria attimi felici della sua infanzia, quando viveva col vecchio barba Ivan nella casa di campagna alle pendici del Lovcen.

Sentiva il respiro affannoso mentre alzava gli occhi al cielo nello sforzo di riandare al passato; altre volte lo sguardo, rivolta la mente ai tempi ormai lontani, si posava sul suo corpo inerte cogliendosi altro da rovi, sterpi, alberi e gli ambienti rustici della casa dei nonni dove, anche nel silenzio del suo essere e nella solitudine del suo vivere, aveva potuto cogliere intensi attimi di spensierata felicità. Adesso sentiva la precarietà dell‟esistenza nel suo vissuto anonimo e sconosciuto, forse addirittura banale, chiuso in uno spazio e in un tempo anonimi, senza colore.

Desiderava una vita diversa perché ogni lembo del passato non fosse una condanna senza senso o uno sbiadito ricordo di eventi luttuosi. Anzi quel passato voleva in un certo qual modo ricostruirlo, voleva decifrare e cogliere dietro ogni apparenza o fatto il significato possibile, non certo una verità chiara, inequivocabile, tuttavia necessaria. Voleva inventare un nuovo passato sulle orme della trama già ordita da altri. Ma le occorreva un pezzo della sua vita, un pezzo importante. E per questo era qui.[…]”

da Sulle orme del padre – I luoghi della memoria

***

5 poesie di Adriana Pedicini

Biografia:
Adriana Pedicini, vive a Benevento. Già docente di lettere classiche nei Licei, scrive da tempo, ma solo con la quiescenza ha iniziato a dare concretamente visibilità alla sua scrittura. Ha al suo attivo, oltre alla silloge di racconti “I luoghi della memoria” con cui ha vinto il 1° Premio nel Concorso Internazionale di Narrativa “Taormina 2010”, una raccolta poetica dal titolo Noemàatia. È presente con poesie e racconti su varie Antologie sia in cartaceo che on line. Attualmente collabora anche con diversi blog o magazine: Sul Romanzo, Arteinsieme, Lib(e)ro libro, RomaCapitaleMagazine ed altri.

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13 pensieri su “Memoria uguale a Identità: I luoghi della memoria di Adriana Pedicini

  1. Non so se i passi riportati abbiano la colpa di essere i meno adatti a stimolare curiosità nel lettore, ma… non comprerei questo libro nemmeno se l’unica alternativa possibile fosse l’ultima biografia della RipaDiMeana! 😞
    È tutto troppo trito, poco spigoloso, eccessivamente odoroso.
    Ho letto anche l’intervista e, infatti, non mi ritrovo assolutamente nell’idea che questa autrice ha della ‘necessità’ di scrivere.
    Anche secondo me, l’Arte è necessità dell’anima e dell’intelletto, ma non nel senso inteso dalla Pedicini. L’Arte stessa, infatti e secondo me, deve fungere anche da mediatrice, affinché il necessario che ci spinge sulla bocca non venga fuori nella maniera più banale e consueta possibile.

  2. … … …

    “Restai insaziata tutti i miei anni.
    Arrivato il pomeriggio, tremante
    avvicinai il tavolo per mangiare
    e assaggiai un vino strano,

    quello che avevo visto sulle tavole
    quando affamata – tornando a casa –
    guardavo attraverso i vetri la ricchezza
    che non speravo di possedere mai.

    Non conobbi l’abbondanza del pane –
    era diversa la briciola
    che avevo divisa con gli uccelli
    nella sala da pranzo della natura.

    Il troppo mi urta – è così insolito.
    Mi sentivo a disagio, spaesata –
    come una bacca ai fratta montana
    trapiantata sulla strada.

    E non avevo fame. Allora capii
    che la fame è un istinto
    di chi guarda le vetrine dal di fuori.
    L’entrare, la disperde.”

    Emily Dickinson

    … … …

    M’era più dolce starmene in cucina
    tra le stoviglie a vividi colori
    tu tacevi, tacevo Signorina
    godevo quel silenzio e quegli odori
    tanto tanto per me consolatori
    di basilico, d’aglio, di cedrina.

    (Guido Gozzano)

    … … …

    Dentro le bottiglie cantava una sera l’anima del vino:
    “Uomo, caro diseredato, eccoti un canto pieno
    di luce e di fraternità da questa prigione
    di vetro e da sotto le vermiglie ceralacche!

    So quanta pena, quanto sudore e quanto sole
    cocente servono, sulla collina ardente,
    per mettermi al mondo e donarmi l’anima;
    ma non sarò ingrato né malefico,

    perché sento una gioia immensa quando scendo
    giù per la gola d’un uomo affranto di fatica,
    e il suo caldo petto è una dolce tomba
    dove sto meglio che nelle mie fredde cantine.

    Senti come echeggiano i ritornelli delle domeniche?
    Senti come bisbiglia la speranza nel mio seno palpitante?
    Vedrai come mi esalterai e sarai contento
    coi gomiti sul tavolo e le maniche rimboccate!

    Come accenderò lo sguardo della tua donna rapita!
    Come ridarò a tuo figlio la sua forza e i suoi colori!
    Come sarò per quell’esile atleta della vita
    l’olio che tempra i muscoli dei lottatori!

    Cadrò in te, ambrosia vegetale,
    prezioso grano sparso dal Seminatore eterno,
    perché dal nostro amore nasca la poesia
    che come un raro fiore s’alzerà verso Dio!”

    (Charles Boudelaire)

    … … …

    Tempo verrà
    in cui, con esultanza,
    saluterai te stesso arrivato
    alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
    e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

    e dirà: Siedi qui. Mangia.
    Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
    Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
    a se stesso, allo straniero che ti ha amato

    per tutta la vita, che hai ignorato
    per un altro e che ti sa a memoria.
    Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

    le fotografie, le note disperate,
    sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
    Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

    (DEREK WALCOTT)

    … … …

    Se di cenare in casa malinconico
    ti stringe il cuore,
    vieni da me, Toranio.
    La cena, chi lo nega, è povera,
    ma il giovane Condielo,
    né troppo sacre, né troppo profane
    ariette eseguirà sopra il suo flauto…

    (Marziale)

    … … …

    Le gioie di quel recipiente tondo e piatto chiamato «pietanziera» consistono innanzitutto nell’essere svitabile. Già il movimento di svitare il coperchio richiama l’acquolina in bocca, specie se uno non sa ancora quello che c’è dentro, perché ad esempio è sua moglie che gli prepara la pietanziera ogni mattina. Scoperchiata la pietanziera, si vede il mangiare lì pigiato: salamini e lenticchie, o uova sode e barbabietole, oppure polenta e stoccafisso, tutto ben assestato in quell’area di circonferenza come i continenti e i mari nelle carte del globo, e anche se è poca roba fa l’effetto di qualcosa di sostanzioso e di compatto. Il coperchio, una volta svitato, fa da piatto, e così si hanno due recipienti e si può cominciare a smistare il contenuto.
    Il manovale Marcovaldo, svitata la pietanziera e aspirato velocemente il profumo, dà mano alle posate che si porta sempre dietro, in tasca, involte in un fagotto, da quando a mezzogiorno mangia con la pietanziera anziché tornare a casa. I primi colpi di forchetta servono a svegliare un po’ quelle vivande intorpidite, a dare il rilievo e l’attrattiva d’un piatto appena servito in tavola a quei cibi che se ne sono stati lì rannicchiati già tante ore. Allora si comincia a vedere che la roba è poca, e si pensa: «Conviene mangiarla lentamente», ma già si sono portate alla bocca, velocissime e fameliche, le prime
    forchettate.
    Per primo gusto si sente la tristezza del mangiare freddo, ma subito ricominciano le gioie, ritrovando i sapori del desco familiare, trasportati su uno scenario inconsueto. Marcovaldo adesso ha preso a masticare lentamente: è seduto sulla panchina d’un viale, vicino al posto dove lui lavora; siccome casa sua è lontana e ad andarci a mezzogiorno perde tempo e buchi nei biglietti tramviari, lui si porta il desinare nella pietanziera, comperata apposta, e mangia all’aperto, guardando passare la gente, e poi beve a una fontana. Se è d’autunno e c’è sole, sceglie i posti dove arriva qualche raggio; le foglie
    rosse e lucide che cadono dagli alberi gli fanno da salvietta; le bucce di salame vanno a cani randagi che non tardano a divenirgli amici; e le briciole di pane le raccoglieranno i passeri, un momento che nel viale non passi nessuno.
    Mangiando pensa: «Perché il sapore della cucina di mia moglie mi fa piacere ritrovarlo qui, e invece a casa tra le liti, i pianti, i debiti che saltano fuori a ogni discorso, non mi riesce di gustarlo?» E poi pensa: «Ora mi ricordo, questi sono gli avanzi della cena d’ieri». E lo riprende già la scontentezza, forse perché gli tocca di mangiare gli avanzi, freddi e un po’ irranciditi, forse perché l’alluminio della pietanziera comunica un sapore metallico ai cibi, ma il pensiero che gli gira in capo è: «Ecco che l’idea di Domitilla riesce a guastarmi anche i desinari lontano da lei».
    In quella, s’accorge che è giunto quasi alla fine, e di nuovo gli sembra che quel piatto sia qualcosa di molto ghiotto e raro, e mangia con entusiasmo e devozione gli ultimi resti sul fondo della pietanziera, quelli che più sanno di metallo. Poi, contemplando il recipiente vuoto e unto, lo riprende di nuovo la tristezza.
    Allora involge e intasca tutto, s’alza, è ancora presto per tornare al lavoro, nelle grosse tasche del giaccone le posate suonano il tamburo contro la pietanziera vuota. Marcovaldo va a una bottiglieria e si fa versare un bicchiere raso all’orlo; oppure in un caffè e sorbisce una tazzina; poi guarda le paste nella bacheca di vetro, le scatole di caramelle e di torrone, si persuade che non è vero che ne ha voglia, che proprio non ha voglia di nulla, guarda un momento il calcio–balilla per convincersi che vuole ingannare il tempo, non l’appetito. Ritorna in strada. I tram sono di nuovo affollati, s’avvicina l’ora di tornare al lavoro; e lui s’avvia.
    Accadde che la moglie Domitilla, per ragioni sue, comprò una grande quantità di salciccia. E per tre sere di seguito a cena Marcovaldo trovò salciccia e rape. Ora, quella salciccia doveva essere di cane; solo l’odore bastava a fargli scappare l’appetito. Quanto alle rape, quest’ortaggio pallido e sfuggente era il solo vegetale che Marcovaldo non avesse mai potuto soffrire.
    A mezzogiorno, di nuovo: la sua salciccia e rape fredda e grassa lì nella pietanziera. Smemorato com’era, svitava sempre il coperchio con curiosità e ghiottoneria, senza ricordarsi quel che aveva mangiato ieri a cena, e ogni giorno era la stessa delusione. Il quarto giorno, ci ficcò dentro la forchetta, annusò ancora una volta, s’alzò dalla panchina, e reggendo in mano la pietanziera aperta s’avviò distrattamente per il viale. I passanti vedevano quest’uomo che passeggiava con in una mano una forchetta e nell’altra un recipiente di salciccia, e sembrava non si decidesse a portare alla bocca la prima forchettata.
    Da una finestra un bambino disse: – Ehi, tu, uomo!
    Marcovaldo alzò gli occhi. Dal piano rialzato di una ricca villa, un bambino stava con i gomiti puntati al davanzale, su cui era posato un piatto.
    – Ehi, tu, uomo! Cosa mangi?
    – Salciccia e rape!
    – Beato te! – disse il bambino.
    – Eh… – fece Marcovaldo, vagamente.
    – Pensa che io dovrei mangiare fritto di cervella…
    Marcovaldo guardò il piatto sul davanzale. C’era una frittura di cervella morbida e riccioluta come un cumulo di nuvole. Le narici gli vibrarono.
    – Perché: a te non piace, il cervello?… – chiese al bambino.
    – No, m’hanno chiuso qui in castigo perché non voglio mangiarlo. Ma io lo butto dalla finestra.
    – E la salciccia ti piace?…
    – Oh, sì, sembra una biscia… A casa nostra non ne mangiamo mai…
    – Allora tu dammi il tuo piatto e io ti do il mio.
    – Evviva! – II bambino era tutto contento. Porse all’uomo il suo piatto di maiolica con una forchetta d’argento tutta ornata, e l’uomo gli diede la pietan–ziera colla forchetta di stagno. Così si misero a mangiare tutti e due: il bambino al davanzale e Marcovaldo seduto su una panchina lì di fronte, tutti e due leccandosi le labbra e dicendosi che non avevano assaggiato mai un cibo così buono.
    Quand’ecco, alle spalle del bambino compare una governante colle mani sulle anche.
    – Signorino! Dio mio! Che cosa mangia?
    – Salciccia! – fa il bambino.
    – E chi gliel’ha data?
    – Quel signore lì, – e indicò Marcovaldo che ifiterruppe il suo lento e diligente mastichio d’un boccone di cervello.
    – Butti via! Cosa sento! Butti via!
    – Ma è buona…
    – E il suo piatto? La forchetta?
    – Ce l’ha il signore… – e indicò di nuovo Marcovaldo che teneva la forchetta in aria con infilzato un pezzo di cervello morsicato.
    Quella si mise a gridare: – Al ladro! Al ladro! Le posate!
    Marcovaldo s’alzò, guardò ancora un momento la frittura lasciata a metà, s’avvicinò alla finestra, posò sul davanzale piatto e forchetta, fissò la governante con disdegno, e si ritrasse. Sentì la pietanzie–ra rotolare sul marciapiede, il pianto del bambino, lo sbattere della finestra che veniva richiusa con mal garbo. Si chinò a raccogliere pietanziera e coperchio. S’erano un po’ ammaccati; il coperchio non avvitava più bene. Cacciò tutto in tasca e andò al lavoro.

    (Italo Calvino)

    … … …

    Oggi la primavera
    è un vino effervescente.
    Spumeggia il primo verde
    sui grandi olmi fioriti a ciuffi
    dove il germe già cade
    come diffusa pioggia.
    Ebbra la primavera
    corre nel sangue.

    (Vincenzo Cardarelli)

    … … …

    Un’arancia sulla tavola
    Il tuo vestito sul tappeto
    E nel mio letto tu
    Dolce presente del presente
    Freschezza della notte
    Calore della mia vita.

    (Jacques Prévert)

  3. ciao Anna, davvero lusingata dell’accostamento ai grandi di cui riporti passi e poesie! Ma dai,! non è lecito componere parva cum magnis! Ti ringrazio comunque della rilettura che mi hai dato l’opportunità di fare. Sì, hai ragione: i due passi citati non danno il senso pieno del libro, che è nato dalla mia “necessità” di eleborare un grave lutto quando solo la scrittura mi dava l’illusione di trattenere ciò che era volato via per sempre, almeno fisicamente. Diciamo che sono racconti giovanili acui pure sono molto legata, ora, alla mia età, età in cui molti da Ermanno Olmi ad Alessandro Piperno (premio Strega) , come tanti prima di loro, avvertono la necessità del raccontarse per sè e per gli altri, per quanti sono capaci di riscontrare nei segni altrui il proprio vissuto. Sai talvolta la normalità, da alcuni ritenuta banalità, è il miracolo più straordinario, normalità fatta di vita, di morte, di sentimenti. Mi auguro che un giorno possa leggere per intero il mio libro, in un momento di vero otium literarium. Potremo riparlarne con maggior cognizione di causa. Sempre sia salvo comunque il gusto personale, cosa quanto mai necessaria per quanto riguarda la narrativa. Non leggerei mai un giallo o un libro di fantasy di quelli in voga oggi.

  4. mi giustifico dicendo che i pezzi citati a me hanno lasciato un bel po’.
    io vivo l’assenza. mia madre mi ha lasciato quasi 5 anni fa.
    ed io vivo nella ripetizione di certi gesti. cose. parole.

  5. Nosside (che ritengo di poter identificare con Adriana 😌), grazie per il confronto intelligente e motivato, che ti rende merito innanzitutto come persona.
    Resto, ovviamente, del mio parere e, nel leggere le tue parole, mi convinco ulteriormente che il punto di divergenza sia proprio lì, in quell’intendere la ‘necessità’ di scrivere.
    E, invero, anche su un altro aspetto non convergo, ossia quello di esprimere il gusto per un ‘genere’ a prescindere, perché, personalmente, non è mai al genere che rivolgo la mia attenzione ma alla maniera di scrivere.
    Insomma, io sono un’appassionata di Libri Gialli (per combinazione, proprio il genere da te citato) ma prenderei a badilate (uno per tutti) Dan Brown e chiunque lo abbia convinto di essere uno ‘scrittore’.
    Non è questione di genere, è questione di potenza e, per me, ‘una scrittura deve essere potente e non banale’ per poter ambire a determinati ruoli artistici.
    Poi, certo, chiunque è padrone di scrivere e chiunque è padrone di leggere ciò che vuole; io non sono fra coloro che possono amare ed apprezzare, al contempo, la Dickinson e Lara Cardella e sento di dovere una profonda sincerità , in questo senso, tanto alla mia anima quanto alla mia intelligenza.

    Grazie, in ogni caso e soprattutto, per questa occasione di confronto.
    😌

    • Per Morfea.
      Ti invierò qualcosa in tema privatamente.
      Per Anna.
      Scusa Anna, ma sei su fb? Ti ho chiesto l’amicizia.
      Hai ragione sui gialli e anche sul fantasy: implicitamente mi riferivo alla scrittura deteriore, di cui tu stessa citi qualche nome. I grandi scrittori sono amati anche da me, anche se ripeto il genere letterario (Ahimè, bisogna parlare di generi letterari) non è proprio nelle mie corde.
      Se posso dirti, ma non perché ceda alle lusinghe come agli immotivati attacchi (amo la critica seria invece) cerca qualche recensione su google al mio libro. Anche persone sconosciute, come qualche critico noto mi ha ritenuto degna delle sue note (positive). Ma ripeto, poiché volevo “fermare il tempo” , a prescindere se parlassi o scrivessi bene, il mio libro è per me tutto insieme un ricordo a cui tengo, nonostante tutto.
      Un caro saluto
      Adriana

  6. Aggiungo una cosa (a costo di sentirmi chiedere ‘perché abbia impiegato più di un commento per esprimere il mio parere 😳😌), che, a mio avviso, è uno degli anelli più fragili di tutta la conversazione e di ogni confronto sull’arte.
    Secondo me, l’arte DEVE essere affrontata (ed adopero il termine in tutta la sua fierezza e in tutta la sua ostilità) solo dai grandi, e non essere bazzicata da chiunque ritenga di aver qualcosa da dire o, peggio, emozioni varie da sfogare.
    Mi dispiace (ma solo un pochino e solo per l’infinita educazione con la quale mi hai ritenuto meritevole di una risposta, nonostante la mia assenza di mediazioni nell’esprimere un parere 😌) ma, personalmente, ritengo che sia stato proprio questo proliferare di opere senza pretesa, senza studio, senza graffio, senza genialità ad aver mutilato, pesantemente, il corpo artistico e ad averne appiattito il valore in dimensioni di scarsissima riconoscibilità.
    Espressioni come “ecco le mie poesie senza pretese”, ” ecco i miei modesti dipinti”, ” ecco i miei versi spontanei e dettati dal cuore” non si possono più sentire. Basta!
    Se si vuole far parte di questa espressività, bisogna ‘guardare alle stelle’ e rischiare il tutto per tutto, anche l’implosione.
    Anche perché, e sempre per mio personalissimo parere, chiunque abbia il coraggio di mettersi in pubblico lo fa in virtù di una percezione del sé di un certo tipo e proprio tale percezione deve essere affermata con forza e convinzione, lasciando che sia il ‘pubblico’ a rispedirti a casa con una sonora pernacchia. Quel ‘mettere le mani avanti’ è, insomma, compassionevole e scarsamente ‘artistico’ già di per sé!
    I grandi non sono mai stai umili e mai lo saranno (e chi afferma il contrario lo fa, a mio avviso, con intenzione altra ed ulteriore).
    In ogni caso, la responsabilità resta, secondo me, sempre divisa a metà fra chi propone e chi accoglie, soprattutto allorché il divario artistico fra chi propone e chi accoglie sia assolutamente evidente e appurato.

    Questo, secondo me, è un punto importantissimo e meriterebbe discettazioni assai più frequenti e depurate.
    Grazie ancora.
    😌

  7. è scomparsa la risposta al commento di prima. Perdonami, Anna, devo accudire al mia nipotina di due anni, risponderò nel pomeriggio anche a questa ultima tua nota.

  8. Sì, Adriana, sono su fb ma, e spero tu non la ritenga una scortesia, ho pochissimi contatti e sono quelli con i quali interagisco anche nella vita privata! 🙂

    Quanto al discorso sulle recensioni e sui ‘critici noti’… è proprio questo, il problema che (ripeto: per mio personalissimo e sindacabile parere) affligge l’arte, appunto.

    In ogni caso, ti rinnovo il sorriso per la maniera educata e pacata nella quale mi hai voluto rispondere e ti/mi auguro che non siano il mio gusto e la mia idea di ‘arte’ a determinare le sorti del tuo scrivere, al quale auguro, al contempo, di ambire ad un ruolo più adeguato del mero, e non artistico, ‘fermare il tempo’.

    Ciao, Adriana.
    Anna.

  9. Mah, non che mi vengano moltissime parole per la verità . È un tipo di scrittura edulcorata ed obsoleta molto più vicina a certe facili sceneggiature per spot pubblicitari che alla letteratura ( alta , bassa o trasversale che sia ) . Capisco l’ingombro delle assenze , la loro infinita immanenza nelle nostre vite , ma penso anche che il carosello lezioso di aggettivi e i periodi infiocchettati ne depotenzino le possibilità artistiche anziché avvolorarne l’estero perturbante . Sarà che trovo la Yourcenar e la Duras inarrivabili nell’affrontare certi fantasmi, ma ciò che ho letto mi ha lasciato completamente indifferente.

  10. grazie Anna, ringrazio io te per tanti spunti di riflessione che mi hai fornito. Mi dispiace non poterti essere “amica” su fb, ma ti comprendo. Un caro saluto

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