Azioni frustrate, gesti futili. Ogni realtà è un inganno.


Frustrated Actions and Futile Gestures, Bill Viola

Ogni giorno si compiono migliaia di scelte, la somma di tutte queste con  la resistenza che la nostra mente gli pone, forma la realtà, una finzione indiscutibile e involontaria come l’aria. La domanda intrinseca in questo articolo, in cui mettiamo in evidenza alcuni artisti dal cinema al teatro, dalla videoarte alla poesia, è la seguente. Siamo tutte queste azioni tanto utili e futili allo stesso tempo? O è nel peso di questa fragilità che fuoriesce il sentimento inteso come tutti i sentimenti e il loro contrario? Insomma nell’era digitale, in cui abbiamo prova continuamente di quanto si possa creare dall’inesistenza e di quanto si possa attingere dall’esperienza non materiale e non spirituale, ha ancora senso porsi queste domande? E in che modo dovrebbero essere sviluppate per diventare arte? Questo percorso si muove dalla videoarte di Bill Viola, dove si mette sott’acqua proprio questa fragilità, passando per il teatro di Pirandello che diventa il mondo dove tutto si svolge, guardando con gli occhi innamorati di Cortazar, fino alla voce soffusa di un narratore che si chiama Realtà nel film di Godard, per terminare con la bellissima scena “Dia ancora qualche minuto agli uomini” del film di Kubrick.

Ancora qualche minuto Signore!

(tempo medio per fruire del seguente articolo, silenzi compresi, <10min)

Bill Viola, Frustrated Actions and Futile Gestures

“Conosco Tizio. Secondo la conoscenza che ne ho, gli do una realtà: per me. Ma Tizio lo conoscete anche voi, e certo quello che conoscete voi non è quello stesso che conosco io perché ciascuno di noi lo conosce a suo modo e gli dà a suo modo una realtà. Ora anche per se stesso Tizio ha tante realtà per quanti di noi conosce, perché in un modo si conosce con me e in un altro con voi e con un terzo, con un quarto e via dicendo. Il che vuol dire che Tizio è realmente uno con me, uno con voi, un altro con un terzo, un altro con un quarto e via dicendo, pur avendo l’illusione anche lui, anzi lui specialmente, d’esser uno per tutti. Il guajo è questo; o lo scherzo, se vi piace meglio chiamarlo cosí. Compiamo un atto. Crediamo in buona fede d’esser tutti in quell’atto. Ci accorgiamo purtroppo che non è cosí, e che l’atto è invece sempre e solamente dell’uno dei tanti che siamo o che possiamo essere, quando, per un caso sciaguratissimo, all’improvviso vi restiamo come agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in quell’atto, e che dunque un’atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi a esso, alla gogna, per un’intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quell’atto solo.
«Ma io sono anche questo, e quest’altro, e poi quest’altro!» ci mettiamo a gridare.
Tanti, eh già; tanti ch’erano fuori dell’atto di quell’uno, e che non avevano nulla o ben poco da vedere con esso. Non solo; ma quell’uno stesso, cioè quella realtà che in un momento ci siamo data e che in quel momento ha compiuto l’atto, spesso poco dopo è sparito del tutto; tanto vero che il ricordo dell’atto resta in noi, se pure resta, come un sogno angoscioso, inesplicabile. Un altro, dieci altri, tutti quegli altri che noi siamo o possiamo essere, sorgono a uno a uno in noi a domandarci come abbiamo potuto far questo; e non ce lo sappiamo piú spiegare.
Realtà passate.
Se i fatti non son tanto gravi, queste realtà passate le chiamiamo inganni. Sí, va bene; perché veramente ogni realtà è un inganno. Proprio quell’inganno per cui ora dico a voi che n’avete un altro davanti.”

Uno nessuno e centomila, Pirandello.

IL FUTURO,

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menu,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

Julio Cortazar

Godard, Due o tre cose che so di lei

“Dia ancora qualche minuto agli uomini”

Stanley Kubrick, Orizzonti di Gloria

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2 pensieri su “Azioni frustrate, gesti futili. Ogni realtà è un inganno.

  1. Caro Andrea, ho una mia personale visione rispetto agli interrogativi da cui parte i post. Parto dal presupposto che il mondo, inteso grossolanamente come totalità di individui, non solo è fragile, ma anche fondamentalmente ingenuo. Forse si dovrebbe cominciare a smettere di cercare la salvezza e l’eternità nel fare arte e letteratura, poichè infatti se considerate interconnesse alla vita , altro non sono che circoscrizioni spaziali e temporali dell’attimo che fugge. La vita è come accendere o spegnere la luce, la vita è un ” mozzico “. Le cosidette azioni fustrate e i gesti futili non possono essere concepiti tali se nel produrre o ideare qualcosa si considera lo spirito tautologico tempo-materia, se si concepisce l’arte o la letteratura come prodotto scientifico del linguaggio o del pensiero ma anche della sensibilità, ovvero come indicatore di quanto aderiamo al nostro tempo o di quanto ne siamo respinti. In questo senso cioè tralasciando i sogni di gloria e di promesse di salvezza ( tanto Dio non esiste, è accertato), ponendosi in un’ottica più esistenzialista di libertà, compresa anche quella di maledirci da soli , e calandosi nei panni e nel linguaggio artistico altrui senza esercitare quell’inconsapevole manipolazione secondo i notri schemi o quelli autoindotti dalla cultura personale e dalla religione , non solo ci apriamo al mondo esterno, ma esercitiamo il nostro libero arbitrio di dire sì o no, che da quella frustrazione e futilità ci tiene distanti.

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  2. Ho dovuto faticare un po’ per entrare nell’espressione dei termini da cui prende le mosse la domanda (il confine era labilissimo e Marzullo mi sorrideva, minaccioso e beffardo, dall’altro lato 😳) ma poi, e scherzi a parte, ho provato a trarne profitto riflessivo.
    Personalmente, credo che proprio l’eccesso di ‘interrogativo al quale dar risposta’ abbia contribuito, e in maniera determinante, a svuotare di valore le produzioni artistiche e a preconfezionarle con tanto di bugiardino e clientela in fila alla porta.
    Il popolo (il famigerato ‘popolino’) ha iniziato a nutrire pretese commerciali, dalla richiesta di ‘scandalo low cost’ (ringrazio il mio amichetto, per questa fantastica definizione) a quella di ‘espressione di sensiBBilità indiscriminata’ a quella, ancora, di ‘veicolo di sessualità malamente e immotivatamente repressa’ e, ahinoi, gli artisti votati alla ‘pubblicazione/premio a tutti i costi’ hanno iniziato ad assecondare talirichieste.
    Il tragico epilogo è sotto gli occhi di tutti: artisti in vendita, pubblico di quart’ordine, interpretazioni che farebbero rivoltare Freud&Company nelle rispettive tombe, intellettualoidi blateranti ‘nonsicapiscecosa’ e via dicendo.
    L’Arte dovrebbe avere dei sudditi e, invece, si trova a gestire svariati ambulatori!
    È triste, è patetico, è fallimentare!
    È come guardare Goya che affresca il bancone di Striscia La Notizia!

    In realtà, in questo articolo, tu prendi dei prodotti artistici e ne fai uso interpretativo e mediante! Ed è soltanto in questo modo, che dovrebbe delinearsi e definirsi il rapporto fra l’uomo e l’Arte e fra l’Arte e l’artista. In misura libera, affrancata; con un incontro che sia soltanto eventualità e mai bisogno o, peggio ancora, prescrizione medica.

    Questa stessa libertà potrebbe, poi, accompagnare l’individuo nel suo percorso di vita! Sganciarsi dall’esigenza di definizione definitiva, rivalutare in negativo il concetto di ‘coerenza’, accogliere il cambiamento, genetico o indotto, come sola ed unica possibilità di respiro. Guardare e guardare e guardare, e, ad ogni sguardo, approfondire il pensiero, mutarlo, deviarlo, rifondarlo. Questa sarebbe, per me, gestione dell’io ed evitata soccombenza.

    E sarebbe, forse, la maniera più sana ed equilibrata di rintracciare quelle cellule immodificabili, uniche e poche, del nostro funzionamento intellettivo ed emozionale e di renderle cardini di uno straordinario e preponderante divenire.

    Articolo stimolante, infine! Grazie!

    [ Su ‘tanto Dio non esiste, è accertato’ non ho ancora finito di rotolarmi! Ahahahahahahahahahahah 💚]

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