La Runa Thurs e la sua collocazione nel mito di Thor. Un esame sintetico dello studio di una Runa


La Runa Thurs

Thurs

Il Glifo di Thurs ricorda esattamente un’ascia, e come per altre rune (Algiz, Ansuz e soprattutto Tyr) la sua connotazione può essere di natura fallica, quindi assurgere a tutta quella gamma di simboli che indicano il movimento e l’azione. Nel caso specifico della Runa la propulsione. Guardare Thurs implica sentire il frastuono della battaglia, del temporale e della forza combattiva. 

Parlare di Rune, al giorno d’oggi, non è certo argomento semplice, soprattutto in riferimento alla mitologia nordica (del resto è improbabile scinderne gli estremi). Ciò è dovuto alla mistificazione che secoli e secoli di cattiva cultura di forte dominazione classica e/o classicheggiante (la Grecia unica e sola culla della Civiltà, Winckelmann e il Neoclassicismo), la Chiesa, la Wiccan e la New Age hanno provocato;  a cui va chiaramente ad aggiungersi, il fatto non poco rilevante, che stiamo parlando di un ordine linguistico con carature religiose e sociali, appartenente ad una cultura (quella norrena o più genericamente del Nord Europa) estinta, alla quale l’uomo moderno attinge con occhio moderno. Questo cosa vuol dire? Che i Runenmeister attuali  tendono a studiare le Rune con la coscienza, la sostanza e le idee di un uomo del 2000, senza tenere assolutamente conto del principio mentale (e quindi culturale) che un tempo le ha generate. Un esponente della perversione conosciuta come New Age potrebbe argomentare rispondendo che percorriamo un lento cammino di evoluzione dello spirito e che pertanto gli strumenti si evolvono con noi. Ognuno può pensare quel che vuole, ma sicuramente non è più di Rune che stiamo trattando. Concretamente questo a cosa porta? Ad un almeno buon  80% di notizie (banalmente reperibili anche sul web) false e all’accostamento del Fhutark a tradizioni inverosimili. Lo spartiacque è chiaramente segnato dagli studi archeologici e linguistici, non scevri da insicurezze dovute alla discontinuità del materiale pervenuto e alla riservatezza delle popolazioni antiche sull’argomento, ma senza perdersi in datazioni storiche, problemi di carattere filologico, e studi relativi alla comparsa delle Rune come alfabeto scrittorio nel panorama europeo (dato che non basterebbe per la trattazione un libro intero), focalizziamo la nostra attenzione sul comparto magico -religioso. A noi basterà ricordare, per una pulizia mentale, che il cosiddetto alfabeto (definizione imprecisa dato che stiamo parlando di geroglifici ma, che a causa della comparazione con il gemello latino e greco, va per la maggiore) si compone, principalmente (la quantità varia a seconda della località esaminata) di 24 segni, è attestato circa dal I-II sec d. C, e interessa tutte le popolazioni germaniche (con le dovute caratterizzazioni).

Puntualizzato ciò, entriamo nel vivo della questione.

Il linguaggio magico si fonda sul principio per cui la parola genera energia. La scrittura blocca la parola, la confina con tutto il suo potenziale all’interno di un corpo materiale, attribuendole un fine specifico. Nell’antichità la parola, il dire, e quindi lo scrivere non erano semplicemente azioni utili per la comunicazione e l’interazione, al contrario, erano un modo unico e segreto per manifestare la propria volontà e tradurla in concreto. Medea nella tradizione greca è chiamata σοφή (saggia) perché possiede il dono della parola e sa quindi argomentare le sue intenzioni. Ma Medea è associata alla Gorgone, ad una primigenia figura di strega, per cui quando Crise le confessa (nella tragedia di Euripide) di aver paura di lei in quanto saggia, possiamo dedurne una doppia natura di significati: saggia in quanto intelligente ma saggia anche nello stesso modo in cui era saggio Odino, ovvero nel saper usare le parole, e direzionarne l’energia per determinati scopi.

In un passo della Edda,  Hávamál, o «Discorso di Hár», in cui a parlare è lo stesso Odino ( Óðinn), detto  Hár, «alto» o «eccelso», databile all’inizio del X secolo, si legge in proposito nella sezione dedicata alla dissertazione sui canti magici (146-163):

149         Þat kann ek it fjórða:

ef mér fyrðar bera

bǫnd að boglimum,

svá ek gel,

at ek ganga má,

sprettr mér af fótum fjǫturr,

en af hǫndum haft.

Questo conosco per quarto:

se uomini impongono

ceppi alle mie membra,

così io canto

che me ne possa andare:

la catena salta via dai piedi

e dalle mani il laccio.

Come si può leggere in questo passo, Odino spiega come liberarsi da ceppi tramite l’uso di canti (e sono davvero pochi a sapere che anche in Omero i canti sono usati con fini alquanto diversi dall’intrattenimento, come ad esempio con l’intento di guarire, cosa che allarga nettamente gli orizzonti sulla morfologia culturale che sta alla base della nascita della civiltà greca). Run o Runo è anche il nome di un componimento, ovvero di un canto e l’associazione con le Rune è verosimile sia perché le Rune secondo tradizione vanno “cantante”, sia perché il passo precedente alla dissertazione qui proposta è il famoso  Rúnatal, ovvero il pezzo in cui Odino racconta di come ha tratto le Rune ed è divenuto “saggio”, cioè’ ha appreso l’arte del  Seidhr, “scrutare” (anche se qui dovremmo aprire una discussione a parte, perché è Freya, la detentrice di tale Arte magica e forse ad Odino si può accostare con più efficacia quella propria del canto e del rituale) e grazie ad esso, può guardare a fondo nelle cose, appeso al famoso frassino sacro  Yggdrasill (anche qui si dovrebbe aprire una nuova pagina di studi per capire cosa c’è dietro all’immagine di Odino impiccato ai rami del sacro albero e al suo occhio destro gettato nella fonte di Mimir). Le fortissime connotazioni sciamaniche sono alquanto evidenti, e si disperdono nella notte dei tempi, ma sicuramente fanno da sostrato alla creazione degli alfabeti e a tutta la tradizione religiosa che sosta alla loro base. Tradizione che val la pena ricordarlo, nasce dalla fusione di una visione animistica della natura e dal ricordo di gesta eroiche di antichi capi-clan. Le Rune risentono particolarmente di tutto ciò, e studiarle implica una valida conoscenza non solo della cultura norrena ma anche dell’ecosistema in cui queste popolazioni hanno vissuto, e soprattutto, della visione che ne hanno tratto. Le Rune sono infatti collegate alla natura, al ciclo del tempo e alla differenziazione tra spazio sacro e non, basso e alto, lontano e vicino in un dare-ricevere continuo, in cui l’energia passa tra cielo e terra, acqua e aria, fuoco e luce, buio e giorno.

La Runa che desidero presentare in questo articolo è Thurs, conosciuta anche come la spina o il gigante e spiegare la sua strana ma possibile relazione con Thor e l’Ascia.

Ancora una volta dovrò però partire dalla tradizione pre-greca e in modo particolare dalle Aristie, ovvero dalle celebrazioni degli eroi omerici e da un passo specifico del II Libro dell’Iliade, in cui Agamennone raduna il Consiglio degli Anziani per raccontare il suo sogno e progettare un nuovo attacco contro Troia. Il pezzo è famoso per via della comparsa di uno “scettro”, un’ascia o bastone, emblema di chi ha potere e possiede “la parola”, ovvero la possibilità di parlare durante un consiglio, possibilità riservata solo all’elite. Ai fini della nostra ricerca, basterà ricordare che durante i consilia gli uomini del nord portavano con se delle asce e che quindi appare verosimile ricollegare l’idea di ascia – Thurs al potere decisionale. Mantenendo a caldo questa prima rete di significati, pensiamo all’altra definizione della Runa:  tuono, che è emblema, come nella cultura greca, del segno della decisione degli dei, in modo particolare di Zeus. Quel lampo che precede il fulmine è il messaggero di tale decisione. Se si prova a sbattere con violenza un’ascia contro un’ incudine, essa genererà delle scintille. Da ciò si deduce che, il segreto di una Runa come Thurs, risiede nel potere decisionale, nella fattispecie divino e nella tipica correlazione di figure in mitologia, dalla scintilla provocata dall’ascia si risale al lampo nel cielo. Del resto, oggigiorno nei tribunali, quando il giudice da la sua sentenza, da un colpo di martello per dichiarare definitiva la sua decisione, e se proprio vogliamo espandere il discorso, uno dei gesti della prossemica che indica che il soggetto desidera sottolineare la sua posizione mentale, è lo sbattere la mano su una superficie.

Però, perché si possa decidere, occorre esistano almeno due strade o due contendenti, ovvero due possibilità di scelta. Qui entra in scena il Mjöllnir di Thor. Esso era l’arma micidiale capace di proteggere Asgardh da qualunque attacco e di tornare indietro quando veniva lanciata, grazie alle Rune incise al di sopra (anche qui, possiamo pensare alla capacità delle parole di essere lanciate e ritornare al mittente). Potremmo quasi dire che se i giganti rappresentano la furia e il kaos (paradigma presente tra l’altro anche in Grecia con Zeus e i titani oltre che i giganti stessi) Mjöllnir potrebbe essere intenso come “giustizia”.

Ma come mai allora Thurs è chiamata anche la spina o il gigante? Perchè l’idea del male e del bene intesi come giustizia divina è sconosciuta agli antichi nel senso cristiano.

La giustizia divina è ciò che mantiene l’equilibrio. Se l’equilibrio del cerchio è rotto, non c’è giustizia e regna il kaos che non permette la vita (cosmo uguale ordine). E se sono assenti concetti come male e bene significa che ogni personaggio mitico può contare su uno spettro più ampio di possibilità.

E in questo caso ecco la doppia associazione con Thor. Thor non è superman. Come non lo era Heracles.

Thor è una sorta di gigante buono preda della rabbia quanto rozzo. La sua forza lo accomuna ai giganti stessi tanto da dare un’immagine di lui come di “gigante buono”. Ma come può essere un gigante “buono”? E cosa intendiamo a questo punto per “buono”? Significa che in Thor vi è una doppia natura. Ovvero una possibilità di scelta. E guarda caso Thor è uno degli dei più vicini al mondo degli uomini.

Ma nel dio alberga il kaos. Quella forza mostruosa che lo caratterizza, che se fosse dotata di mente potrebbe renderlo uno degli dei più forti del pantheon. La sua mente però è debole e facilmente governabile. Ecco in che senso è da intendersi quel buono.

E nonostante Thor sembri scegliere ciò che può fare, combattendo tra le sue due nature, in realtà segue quello che è il suo destino (altra configurazione mentale delle popolazioni nordiche, in cui il Destino è l’insieme e la conseguenza dell’intrecciarsi di varie cause, che portano esclusivamente ad una possibile strada). Ed è in questo modo che si torna alla Runa Thurs, intesa come lampo, come la possibilità di scegliere la propria strada secondo la propria fortuna (in senso latino) o la decisione divina. Ogni volta che il lampo esplode, c’è un percorso nuovo, una meta da raggiungere, una possibilità da concretizzare.  Da qui ci si può riallacciare anche al concetto di Spina, come tratto dal poema irlandese. La spina è qualcosa di fastidioso, che può dare noia sia dall’interno che dall’esterno. E’ utile per difendersi, soprattutto quando non si posseggono doti come zampe o gambe per fuggire (le piante) o zanne e artigli per attaccare (animali). Ma la Spina, associata all’Ascia e al combattimento può anche sottintendere il Monito, come è ricordato nel mito di Thor, che porta dentro la sua testa un frammento, una spina, di uno scontro in cui stava per essere sconfitto. Thor in sostanza porta nel suo stesso corpo il ricordo- spina di quando stava per prendere delle decisioni sbagliate, la dove per decisione occorre intendere percorso, strada, via. Se il gigante come l’uomo ha la sua doppia, tripla, quadrupla natura tra cui deve scegliere il da farsi (senza contare che il destino tessuto dalle Norne sceglie per te) quella spina, quel martelletto nel fianco, fastidioso quanto inopportuno, sta li a ricordare quel che fa male e spostare la decisione su idee migliori rispetto a quelle del passato. Allargando ancora il concetto, Thurs è paragonabile all’esperienza, grazie alla quale si impara in base ai propri errori. Ecco perché ci si può difendere. Perché quando si ha a che fare con qualcosa che già si è affrontato, in base al ricordo si può prendere la decisione migliore.

Ovviamente il discorso è ancora molto lungo e difficilmente esauribile in un articolo. Quel che tengo a precisare in questa sede è che prima di tutto, le considerazioni esposte sono mie e personali, e derivano praticamente dai miei studi come ricercatrice. Comprendo che per decifrare al meglio le mie correlazioni, occorra avere una buona base di studi classici ma spero di aver reso appetibile per chiunque quanto scritto. Va da se, che l’intento principale era fornire un valido processo di esame della Runa singola. Se sono riuscita in questo ho raggiunto il mio scopo. Per ogni domanda, e chiarificazione, sono a disposizione.

Roberta Tibollo

Un’immagine del dio Thor, conosciuto anche come dio del Lampo o del Tuono

Thor

Ringrazio il sito http://bifrost.it/ per la traduzione dell’Hávamál.

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Poesie edite di Grazia Calanna


grazia calanna

Poesie di Grazia Calanna, tratte dal libro Crono Silente (ed. Prova d’Autore)

Imperlato

Col volto ridente
oltrepassi tortuosi pendii
Coi passi lesti dell’amore
imperlato
schernisci superbe salite
zittendone il corso

Lusinga

Menzognere meschine mascherate
mescono bisce
stridenti serpenti/striscianti
veleni assillanti
silenzi invadenti

 

Logorroici Silenzi


L’attesa consuma i giorni
essiccandoli come fiori al sole
disidratata la vita si spegne
tra grigi frastuoni di logorroici silenzi

Parentesi

Il tempo c’incurva
nel corpo
nell’anima
La parola
incompleta carceriera
rimbalza
tra le pareti concave dell’intelletto

Maestria

Veglio vegli vegliardo
signore del tempo
prosegui a rilento
schivi (sornione) la balda pressa

Stupore

Dipartita
riporti in vita
ricordi avviliti dalla vita
gemme di sale in gocce di senso rinvenuto

Lo sfratto

Oggetti zitti
lievitano
pigiano l’uomo
nell’angolo polveroso delle vanità
Oggetti perfetti
esanimi  padroni dell’umana piccolezza
ci sfrattano

Bio Grazia Calanna

 Grazia Calanna è nata a Catania. Laureata in Scienze politiche, indirizzo Politico-Internazionale, dal 1989 esercita attività giornalistica. Direttore Responsabile del periodico culturale l’EstroVerso (www.lestroverso.it), dal 2001 collabora con il quotidiano LA SICILIA. Formatore in “Scrittura professionale, Editing e Comunicazione didattica”, ha insegnato al C.I.S. (Corso Italiano Scritto – Facoltà di Lettere di Catania) e LAB.I.S.  (Laboratorio Italiano Scritto – Università degli Studi di Catania). Ha prefatto i testi poetici: Goccia dopo Goccia di Carmelo Di Mauro e Le curve della Penna di Pasquale Musarra. Presiede l’associazione culturale Estrolab con la quale cura Penne EstroVerse, incontri letterari itineranti, e i “Laboratori dell’Estro”, corsi di formazione in scrittura specialistica e creativa. Ha pubblicato: Crono Silente (edizioni Prova d’Autore 2011, collezione Centovele, prefazione di Savina Dolores Massa); con AA. VV. “Sonetti 1 – 48” di William Shakespeare (edizioni Prova d’Autore 2013, collezione Centovele, prefazione di Daniela Saitta). Sue poesie (edite e inedite) sono pubblicate sulla rivista letteraria Lunarionuovo diretta da Mario Grasso (www.lunarionuovo.it) e sul blog collettivo di letteratura e società “La poesia e lo spirito” (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com). Il blog “Nei dintorni del dire di Grazia Calanna” (http://graziacalanna.blogspot.it/) raccoglie una selezione di recensioni e interviste a poeti e scrittori contemporanei.

Visioni di Davide Scianca


Davide Scianca

Davide Scianca

Carny

Carny

Nella tua biografia dici di quanto il fiabesco sia parte di te, qual è la tua fiaba preferita? La ridisegneresti?

Sin da bambino la fiaba é stata la mia dimensione naturale.
Ascoltando o leggendo storie, potevo spaziare con la fantasia e, da buon figlio unico, mi costruivo mondi immaginari paralleli, abitati da figure fantastiche o creature incredibili e mi ci trovavo meravigliosamente bene.
Delle fiabe più classiche mi ha sempre affascinato, terrorizzandomi, la presenza dell’ oscuro e della fatalità degli eventi; di quel territorio mentale atavico, dominato dalla paura, da ciò che non si conosce, fino ad arrivare alla dimensione del “malvagio”.
Certo, il lieto fine presente in quasi tutte le storie, tendeva ad allentare la tensione e dare un senso al tutto, ma secondo me qualcosa di irrisolto in noi è sempre rimasto.
Per ciascuna delle fiabe ascoltate.
Anche se, chiaramente, le elaborazioni alle quali siamo chiamati da piccoli, sono percorsi educativi che ogni bambino fa spontaneamente, da sempre in me, anche in età adulta, é rimasto quel certo “strascico”, trovando forse il suo giusto sfogo nel lato artistico della mia vita.
In questo senso mi piace rendermi conto, oggi, che la curiosità e la voglia di immaginare che avevo allora, sono aspetti rimasti praticamente intatti nella mia mente; naturalmente perfezionati ed arricchiti dalla conoscenza che il vissuto mi ha sin qui donato.
Potere spaziare liberamente con la fantasia in età matura, alle volte, é forse ancor più stimolante, se non magico.
Tornando nello specifico della tua domanda e pensandoci un pó su, per esempio, posso dirti che rimasi da subito affascinato quando mi trovai davanti al mondo grottesco ed agghiacciante di Pierino Porcospino.
Mi ricordo che i suoi racconti, a tratti addirittura spaventosi, infusero da subito in me quel gusto per le trasformazioni e le deformità descritte nelle sue storie assurde, come nelle illustrazioni di stampo oscuro ed ostile. E poi gli ambienti sporchi e miserabili delle figure cattive, le algide streghe malvagie, gli incantesimi ed i poteri sovraumani; tutto un filone estremamente affascinante anche se agghiacciante.
Le fiabe da bambini comunque, spesso racchiudono al loro interno un certo alto grado di spietatezza nella struttura degli avvenimenti, nel comportamento dei protagonisti che sembra davvero impossibile pensare che possano essere una parte importante per la crescita e la serenità di tutti noi sin dalla tenera età.
Ma parlando prettamente di fiabe preferite, quelle più classiche ed indimenticabili, devo dire che Pinocchio e Hansel e Gretel sono da sempre per me al primo posto. L’indimenticabile burattino poi, abbastanza presente anche nei miei disegni più recenti.
Mi rendo conto che sarebbe bello, un giorno, potermi godere la possibilità di illustrare alla mia maniera fiabe o libri per bimbi o ragazzi . Mai dire mai.

Upload

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Gynaeceum

Gynaeceum

Tu come si senti in quest’Italia un po’ alla deriva? Ti senti influenzato da questo momento nero?

Devo dire che riguardo alla situazione in Italia di oggi, il mio pensiero é parecchio altalenante.
Delle volte mi rendo conto di quanto la situazione preoccupante di crisi sia un totale controsenso per un paese come il nostro, con immense ed incalcolabili ricchezze a disposizione da sempre.
Mi rendo conto che l’Italia potrebbe essere la terra più ricca al mondo e mi dispiace vederla giorno per giorno deperire per tutta una serie di inefficienze, tanto da essere costretto ad ipotizzare periodicamente un eventuale espatrio per poter immaginare un futuro più sereno e ricco di possibilità, soprattutto per le nuove generazioni come quelle di mia figlia.
Altre volte, invece, il sentimento di speranza in un reale cambiamento si fa sentire bello forte ed altrettanta la voglia di rimanere, crederci e contribuire.
Mi sembra che si stia talmente toccando il fondo che, se si trovasse la volontà ed il coraggio di ripartire sul serio, si potrebbe assistere addirittura ad un nuovo boom economico…la storia ed i suoi cicli lo insegnano, ma bisogna davvero fare un grosso sforzo di immaginazione, e temo che ci vorrebbero davvero troppi anni per tornare a livelli di condizione “sana” o apparentemente tale.
Artisticamente penso sia inevitabile che i diversi sentimenti quali l’angoscia, l’incertezza e la paura si riversino in qualche modo nelle opere che si realizzano, magari anche inconsapevolmente per gli autori stessi. Anche se, nel mio caso, data la natura stilistica di ciò che creo, dei temi trattati, assieme alla monocromia predominante dei miei disegni, forse si noterebbe comunque poco il contrario.

Nascosto

Nascosto

Paesaggio Onirico

Paesaggio Onirico

I tuoi disegni, che trovo vicinissimi a Giger (artista che amo), hanno una profondità che risucchia chi li guarda, cosa provi mentre disegni? E cosa ascolti?

Prima di tutto, mi metto gelosamente via il tuo prezioso complimento e ti ringrazio.
Tanto per essere chiari, é palese che anche io adori Mr. Hans Ruedi Giger.
Credo che sia indubbiamente uno dei più grandi artisti contemporanei del surreale e dell’immaginario; grande visionario ed ispiratore per tanti artisti e, nel mio caso, grandissimo mentore…ahimè, dico sempre, a sua insaputa.
Cosa provo mentre disegno? Sicuramente sono molto rilassato.
Provo continui piaceri quando sul foglio bianco, le linee, le ombre e i dettagli prendono via via forma, proprio come in quel preciso momento li sto immaginando.
In quelle ore, giorni o settimane necessarie per la produzione di ogni singolo pezzo, la mia penna a sfera rigorosamente nera, diventa decisamente un prolungamento naturale della mia mano.
Amo disegnare direttamente su carta, senza linee guida o layout, partendo da segni leggerissimi fino ad arrivare mano mano a quelli più decisi e definiti di fine lavoro, quindi é sempre una grande soddisfazione vedere il pezzo finito.
Per me é ogni volta é come una sorta di piccola alchimia e quando decido di mettere la firma, il momento é perfetto.
Mentre modello o scolpisco nel mio box, quasi in eremitaggio, ascolto molta radio e molto rock.
Quando disegno invece, amo decisamente ascoltare musica classica o colonne sonore in genere. Star Wars in primis e, se possibile, rigorosamente in cuffia.

Semen

Semen

Il passaggio dal drawings alle creature prima in 3D e poi a quelle a misura quasi umana? Parlaci del periodo nel settore degli effetti speciali.

Personalmente concepisco il disegno e la scultura come due canali distinti nelle modalità ma univoci nell’approccio.
L’uno é l’estensione dell’altro.
Quasi senza volerlo, nella mia produzione, alla realizzazione di un disegno sembra seguire quasi sempre una scultura.
Con le creazioni tridimensionali ho sempre voluto trasferire “dal vero” tutto ciò che immagino mentre disegno; da qui anche l’idea di racchiudere in cornici entrambe le tipologie di creazioni. Lo spettatore o l’acquirente può così “toccare” la materia oltre che ammirarla in un immagine.
Spesso disegnando, magari partendo da alcuni piccoli particolari, mi vengono nuove idee per delle sculture, e ciò accade sovente anche viceversa.
Le dimensioni accresciute, come anche quelle diminuite, a seconda del pezzo, sono spesso una necessità del soggetto stesso da rappresentare
É la creazione che ordina al creatore.
Il mio periodo nel settore degli effetti speciali, risale agli anni novanta.
Subito dopo avere ultimato gli studi artistici ho avuto la fortuna di lavorare in un laboratorio all’ interno di un grosso centro di produzione per la realizzazione di effetti speciali televisivi e cinematografici, fino ad arrivare anche alla realizzazione di elementi scenografici di rilievo per parchi giochi importanti come Euro Disney di Parigi.
Un momento molto importante nella mia vita, durante il quale ho potuto apprendere tecniche nuove di produzione, perfezionarmi nel modellare sculture e mettere in pratica gli insegnamenti carpiti durante la mia formazione base con materiali come plastilina, lattice, poliuretani e resine.
Preziose conoscenze che tutt’oggi mi sono ancora di grande aiuto per il settore che mi sono scelto e per le lavorazioni personali che metto in pratica.
Rimane il fatto che, come nella vita di tutti i giorni, c’é sempre da imparare.

Piccolo regalo per i lettori di WSF:

People Evolution - Work in progress

People Evolution – Work in progress

Davide Scianca: http://www.sciancacreatura.com/

I Fratelli Marvellini


A Milano c’è una novità irriverente e surreale, ed è quella d’imbattersi in antichi ritratti, “cimeli”, che a prima vista possono essere definiti semplici e cioè lavorare su di una foto antica di parenti e non e con abilità trasformarli in supereroi, i famosi “Marvellini”.

AlpinoLecter

AlpinoLecter

NonnaThor

NonnaThor

A guardarle ti viene in mente di creare degli scambi di battute fra i supereroi.
Tipo quando non si poteva lasciare la tavola, se non previo permesso dei genitori o dopo aver finito di mangiare.Storie di assoluta normalità per famiglie super, ultimi eredi di una dinastia di fotografi milanesi e fratelli, Carlo e Andrea Marvellini, che hanno il motto‘Ritratti per tutti. Anche per coloro che non vogliono essere rappresentati’.

Nonna Gundam

Nonna Gundam

Signora Bane

Signora Bane

Separati alla nascita, uno verso la fotografia, grafica e archiviazione, l’altro in direzionemoda, stile e artigianato, nel 2011 i Marvellini decidono che è arrivato il momento di gettare la maschera e svelare la misteriosa galleria di ritratti fotografici che la loro famiglia si tramanda da decenni.

Goldrake

Goldrake

Signorina Pris

Signorina Pris

Signora Crudelia

Signora Crudelia

Tutto nasce dall’ispirazione dovuta ai baffi della Gioconda di Duchamp e le incursioni nell’Arte di Banksy, associando il ritocco digitale alle fotografie d’epoca (Carlo Marvellini) alla ricerca e il restauro di cornici (Andrea Marvellini), i Marvellini dal 2011 realizzano ritratti senza tempo che ne sintetizza parecchi, dove ogni signora può trasformarsi in supereroi e i supereroi possono benissimo avere o essere nonni.

Signora Ragnetti

Signora Ragnetti

Raja Star

Raja Star

Foto Marvellini: http://www.fotomarvellini.com/

Fuori Menù 10: Portogallo – il gotico, la cucina e l’inquietudine di Pessoa


In Portogallo sul filone dell’arte gotica “flamboyant ” furono inseriti elementi ornamentali di diversa provenienza (anche asiatica) . Tale stile che prende il nome dal re Manuel I ( 1495-1521) influenzò l’edificazione di  molti monumenti portoghesi in particolare nel periodo in cui il paese lusitano fu impegnato nelle scoperte di nuove terre e relativi insediamenti.
Anche se è molto difficile indicare in modo esatto i canoni di tale corrente artistica,  è anche vero che diversi monumenti a Batalha (Santa Maria da Vitoria), a Tomar , a Lisbona ( monastero “dos Jeronimos” e Torre di Belem) ecc. furono costruiti, principalmente sotto i regni di Giovanni II e Giovanni III,  con gusti estetici abbastanza simili.
Lo stile manuelino o tardo gotico portoghese, è lo stile architettonico sontuoso e composito fiorito in Portogallo nel primo decennio del XVI secolo. Esso incorpora elementi marinari come riferimento alle scoperte fatte in quegli anni dai navigatori portoghesi Vasco da Gama e Pedro Álvares Cabral. Lo stile innovativo sintetizza aspetti del tardo gotico con lo stile plateresco spagnolo ed alcuni elementi dell’architettura italiana e fiamminga.

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Mosteiro da Batalha

Funge da elemento di transizione fra il tardo gotico e lo stile rinascimentale. La costruzione di edifici pubblici, chiese e monasteri in stile manuelino venne finanziata dai commerci delle spezie fra Africa e India e l’Europa. Il nome di questo stile venne proposto da Francisco Adolfo de Varnhagen, Visconte di Porto Seguro, nel 1842, descrivendo il Monastero di Jerónimos, nel suo libro Noticia historica e descriptiva do Mosteiro de Belem, com um glossario de varios termos respectivos principalmente a architectura gothica.
Lo stile fu molto influenzato dagli strabilianti successi ottenuti dalla flotta portoghese nell’era delle grandi scoperte, con il raggiungimento delle coste dell’Africa, del Brasile e delle rotte oceaniche verso l’Asia.

Questo stile durò molto poco (dal 1490 al 1520 circa), esso riveste una grande importanza nella storia dell’arte del Portogallo. Celebrando il potere marittimo del paese, esso viene impiegato nella costruzione di chiese, monasteri, palazzi e castelli, ma anche nella scultura, nella pittura, nella lavorazione dei metalli preziosi e nella costruzione di arredamento.

Alcuni importanti artisti che utilizzarono questo stile furono:

Diogo Boitac, Mateus Fernandes, Diogo de Arruda, Francisco de Arruda, João de Castilho, Diogo de Castilho, Diogo de Torralva, Jerome de Rouen, Diogo Pires, Vasco Fernandes, Gaspar Vaz, Jorge Afonso, Cristóvâo de Figueiredo, Garcia Fernandes, Gregório Lopes.

Torre di Belem

Torre di Belem

I seguenti elementi appaiono regolarmente nella lavorazione delle pietre nello stile manuelino:

elementi di derivazione marinara;
elementi marini;
motivi floreali;
simboli del Cristianesimo;
elementi provenienti dalle nuove terre;
colonne scolpite come funi attorcigliate;
archi a volta semicircolare anziché a sesto acuto dello stile gotico;
colonne binate;
mancanza di simmetria;
pinnacoli conici;
superfici con nicchie.

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baccalàwsf

Il Portogallo ha una cucina molto variegata e ricca di sapori mediterranei. Anche se ha ingredienti comuni in tutto il paese la cucina portoghese assume delle caratteristiche e delle sfumature diverse in relazione alle aree del paese. La cucina del Portogallo centrale viene considerata la più variegata; qui si trova il famoso maialetto della regione del Coimbra, mentre la zona di Aveiro è caratterizzata soprattutto dalle zuppe di anguilla. La gastronomia del Portogallo settentrionale è più creativa, qui sono nate la maggior parte delle zuppe, anche i più conosciuti piatti portoghesi a base di pesce. Infine abbiamo la cucina del Portogallo meridionale che si contraddistingue indubbiamente per piatti a base di pesce, soprattutto tonno e sardine.
Come detto la cucina portoghese si caratterizza per piatti a base di pesce, soprattutto di bacalhau che può ben essere considerato come l’alimento simbolo della cucina portoghese. Il baccalà è per i portoghesi un alimento quasi “mistico” preparato in tutte le varianti possibili.
Tra i piatti a base di baccalà più conosciuti segnaliamo:
Bacalhau a Braz: baccalà con patatine fritte alla francese accompagnato da uova e condito con prezzemolo e salsa di cipolla
Bacalhau con Natas: baccalà con cipolle fritto e poi infornato con patate e besciamella
Pasteis de bacalhau: Tortine di baccalà servite fredde come snack o calde come piatto principale
Bacalhau à Gomez de Sà: Baccalà con patate, cipolle e decorazioni di uova e olive
Tra gli altri piatti di mare, impossibile non ricordare:
Açorda de Marisco: Ovvero crostacei e arselle affogati in una densa zuppa di pane, olio, prezemolo e coriandolo
Arroz de marisco: Riso bollito con crostacei, cipolle, pomodori, pepe tipo maleguetta e molto prezzemolo tipo coriandolo
Arroz de Polvo con Vinho tinto: variante del precedente con aggiunto il vino rosso
Caldeirada: zuppa di pesce con le patate
Sardinhas Assadas: sardine arrosto o grigliate servite con pane piccante Nisa

Per quanto concerne i piatti a base di carne tra i più conosciuti ci sono:
Cozido à Portuguesa: Mix di carne affumicata tipo salsiccia, costolette di maiale, prosciutto affumicato, accompagnato da carote, patate e cavoli bolliti
Laitào à Bairrada: una gustosissima polpa di maiale arrosto da servire caldo o freddo
Cabidela: Pollo con riso cucinato nel sangue del pollo stesso con aggiunta di aceto
Carne de porco à Alentajana: piatto misto di mare e di carne da condire con molte erbe
Ensopado de Borrego: stufato di agnello con cipolle, aglio, prezzemolo tipo coriandolo da servire con pane abbrustolito
Tipiche della cucina portoghese sono poi le zuppe, presenti in molte varianti, da consumarsi soprattutto per cena. Tra le zuppe più importanti ricordiamo:
Sopa Caldo Verde: zuppa di patate, cavolo a pezzetti, olio d’oliva da servire con pane rustico e salsiccia affumicata di maiale
Sopa de Galinha: brodo di gallina con riso, uova e interiora
Sopa de Pedra: una sorta di minestrone con l’aggiunta di carne di maiale, manzo, bacon, salsiccia di maiale
Açorda: una zuppa semplice fatta con acqua calda, olio d’oliva e un mix di aglio, sale, prezzemolo e pane abbrustolito

Eccellenti anche i formaggi portoghesi tra i quali ricordiamo il Rabaçal , il Serra, il Saloio e il Azeitào, mentre tra i vini vi consigliamo di assaggiare il Porto, il Moscatel Roxo, il Bical e il Moura solo per ricordarne alcuni.
Infine i dolci, tra i più buoni vi consigliamo di assaggiare :
Pasteis de Nata: tartine alla crema
Queijadas de Sintra: tartine al formaggio e alla cannella
Pastel de Feijào: dolce a base di mandorle
Arroz doce: budino di riso al limone e vaniglia
Torta de Viana: Arrotolato di pan di spagna con ripieno all’uovo
Touchinho do Cèu: dolce a base di mandorle e cannella
Papos de Anjo: tipiche paste portoghesi
Budin Abade de priscos: budino di Porto con spezie e limone

Vi propongo due ricette, la prima del Bacalhau à Brás e l’altra di un dolce, Bolo de Bolacha.

Bacalhau à Brás

Ingredienti per 4 persone:

400 gr di baccalà
3 cucchiai di olio di oliva
1 pacco di patatine stick
6 uova
2 cipolle
1 spicchio d’aglio
prezzemolo
sale
pepe
olio evo
olive nere

Se il baccalà è secco metterlo in ammollo; una volta pronto pulirlo delle pelle e delle spine e sfilacciarlo grossolanamente con le mani.
Tagliare le cipolle a fettine sottilissime. Tritare l’aglio. Metterli a dorare in un tegame capiente a fuoco lento.
A questo punto aggiungere il baccalà sfilacciato e mescolare bene lasciando cuocere per alcuni minuti.
Aggiungere le patatine al baccalà mescolare bene, e col tegame sul fuoco, aggiungere le uova sbattute condite con sale e pepe.
Mescolare fino a che le uova saranno cremose ma cotte. Mettere il baccalà, una volta pronto, in un piatto di portata, spolverizzare con prezzemolo tritato e decorare con olive nere.

Bolo de Bolacha

Ingredienti

4 tuorli d’uovo
125 gr di burro morbido
250 gr di zucchero
biscotti tipo oro Saiwa
un bicchiere di caffè non zuccherato

poi per decorare, a piacere
cocco in polvere, panna, cacao o quello che volete.

Con le frusta sbattere zucchero, tuorli e burro finché diventano una crema immergere i bisotti nel caffè e disporli nello stampo da plum cake precedentemente rivestito con della pellicola trasparente.
Mettere sui biscotti un primo strato di crema, proseguire alternando crema e biscotti fino a finire gli ingredienti.
L’ultimo strato deve essere di crema, poi sopra potete spolverizzare o con cocco in polvere, o con cacao, o con biscotti tritati.
Tenere in frigo per un paio d’ore prima di servire

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Mi son riscoperta metallara, ed oggi accompagnerò questo mio fuori Menù con la musica dei Moonspell, gruppo musicale heavy metal portoghese il cui stile musicale mescola elementi di gothic metal, doom metal, metal estremo e black metal.

La band nasce nell’89 sotto il nome Morbid God da Fernando Ribeiro (voce) e João Pedro (basso), al tempo la band si orientava su sonorità black metal. Continuano a sperimentare, e nel 1993, registrano il demo Anno Satanae. Nel 1994, fanno la loro prima importante , aprendo il concerto dei Cradle of Filth a Lisbona. Poco prima, la band aveva inciso il suo primo mini-album (Under the Moonspell). L’anno successivo i Moonspell firmano con la Century Media incidendo il loro primo album Wolfheart.

È con Irreligious che arriva il successo: il singolo Opium è inserito in diverse compilation ed il video è oggetto di diversi passaggi televisivi. Questa traccia resta una delle più conosciute del gruppo, ed è spesso usata per chiudere i concerti.

Nel 2001, il gruppo che canta quasi esclusivamente in inglese, fa un’eccezione riprendendo un fado dei Madredeus, Os Senhores da Guerra.

Nel 2003, riprende il pezzo jazz I’ll See You In My Dreams per la colonna sonora dell’omonimo film dell’orrore portoghese.Il loro ultimo album, The Antidote è stato all’origine del romanzo omonimo dello scrittore José Luis Peixoto. Nel gennaio 2005, Fernando Ribeiro ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata Le Ferite Essenziali.

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Vi regalo qualche estratto da Il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa

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*

Se un giorno potessi raggiungere con una forza tale di espressione da concentrare tutta l’arte in me, scriverei un’apoteosi del sonno. Non ho mai conosciuto in tutta la mia vita un piacere maggiore di quello di poter dormire. L’annullamento integrale della vita e dell’anima, l’allontanamento totale di tutto quanto è gente ed esseri, la notte senza memoria e senza illusione, il non avere né passato né futuro, il nulla.

*

Ho scoperto che penso sempre e attendo sempre a due cose allo stesso tempo. Presumo che come me siano un pò tutti. Esistono certe impressioni così vaghe che solo più tardi, quando ci ricordiamo di esse, sappiamo di averle avute; da queste impressioni, credo, è formata una parte (la parte interna, forse) di tale duplice attenzione di ogni uomo. Nel mio caso le due realtà a cui attendo hanno uguale importanza. In ciò consiste la mia originalità. In ciò consiste, probabilmente, la mia tragedia – e la sua commedia.

Curvo sul libro nel quale traccio per bilanci la storia inutile di un’oscura azienda, vado scrivendo con diligenza; e al contempo il mio pensiero segue, con uguale attenzione, la rotta di un inesistente transatlantico attraverso paesaggi di un Oriente che non esiste. Entrambe le cose sono ugualmente nitide, ugualmente visibili davanti a me: il foglio sulle cui righe scrivo con cura, i versi dell’epopea commerciale di Vasques&Company; e il ponte sul quale vedo chiaramente, vicino alle connessure calafatate degli interstizi delle tavole, le sdraio allineate e le gambe stese dei passeggeri che riposano.

(Se io fossi investito dalla bicicletta di un bambino, quella bicicletta di bambino diventerebbe parte della mia storia.)

[…]

L’errore era nel debito e non nel credito di Marques (lo vedo, grasso, amabile, pieno di battute, e in un attimo, il transatlantico si dissolve).

*

Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un’idea; avere quell’indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell’utilità della sua conoscenza. (…) Appartenere: ecco la banalità. Fede, ideale, donna o professione: ecco la prigione e le catene. Essere è essere libero. (…) No: niente legami, neppure con noi stessi! Liberi da noi stessi e dagli altri, contemplativi privi di estasi, pensatori privi di conclusioni, vivremo, liberi da Dio, il piccolo intervallo che le distrazioni dei carnefici concedono alla nostra estasi da cortile.
Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. E’ un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell’amore. Nell’amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell’amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un’idea nostra. (…) Perfino l’arte, nella quale si realizza la conoscenza di noi stessi, è una forma di ignoranza. Due persone dicono reciprocamente “ti amo”, o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima. Oggi sono lucido come se non esistessi. Il mio pensiero è evidente come uno scheletro, senza gli stracci carnali dell’illusione di esprimere. E queste considerazioni non sono nate da niente: o almeno da nessuna cosa per lo meno che sieda nella platea della mia coscienza. (…) Vivere è non pensare.
(…) La felicità è fuori dalla felicità. Non c’è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla. Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto.

(…) Diventato una pura attenzione dei sensi, fluttuo senza pensieri e senza emozioni. (…) Come vorrei, lo sento in questo momento, essere una persona capace di vedere tutto questo come se non avesse con esso altro rapporto se non vederlo (…). Non aver imparato fin dalla nascita ad attribuire significati usati a tutte queste cose; poter separare l’immagine che le cose hanno in sé dall’immagine che è stata loro imposta. (…) Smarrisco l’immagine che vedevo. Sono diventato un cieco che vede. (…) Tutto questo non è più la Realtà: è semplicemente la Vita.

Memoria uguale a Identità: I luoghi della memoria di Adriana Pedicini


“La vita può essere paragonata ad una mensa imbandita: piatti prelibati, delizie del palato, profumi esotici, dolcezze morbide e tremolanti come leggere costruzioni di carta velina; ma anche piatti amari, aspri, nauseabondi, pesanti, indigesti.

E le tappe della vita umana hanno un po’ tutti mescolati insieme questi sapori, più o meno raffinati nel piacere, melliflui nella gioia, aciduli nella sofferenza, aspri e amari nel dolore.

Ma il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane è riservato all’infanzia.

Questa poggiava tutta e cresceva intorno ad una pagnotta di pane scuro, con su tanta farina bruciacchiata che, allungando le dita di nascosto, lambivamo come zucchero vanigliato.

Fette di pane asciutto, fette impregnate di vari sapori e altrettanti colori, morbide, tostate, annegate in ciotole di latte spumeggiante ancora caldo di tepore animale, frizzanti per una spruzzata di vino o talvolta di aceto, ricamate a ghirigori di filigrana di biondo olio, intrise degli umori aromatici delle nostre erbe, levigate con sfere succose di pomodori maturi. Puntuale e generoso era sempre lì il pane, nella credenza, unico alimento a portata di bocca. Tutto il resto era di solito tenuto al buio umido della cantina o al fresco asciutto del magazzino.
La maga del sacro rito era la nonna Andreana. Quanta bontà e quanta sicurezza in lei! Non sapeva leggere né scrivere, ma aveva saputo allevare i numerosi figli con sicura dolcezza. A tutti aveva fatto dono della sua affabilità, della sua grazia; a tutti aveva trasmesso un senso profondo della religione, un senso sacro degli affetti domestici, un rispetto istintivo per gli uomini e le cose.[…]”

da Sapore D’Infanzia – I luoghi della memoria

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Nella prefazione del suo libro “I luoghi della memoria”, Ida Verrei dice che suona quasi come una dichiarazione d’amore, la sua parola verso la memoria. Quanto è importante per lei la memoria e quanto lo è ad oggi? Crede che ci sia ancora davvero questo amore?

La memoria è la facoltà umana capace di catalogare i dati dell’esperienza del passato, ma nello stesso tempo essa è capace di ricreare,attraverso una selezione dei dati, la vita trascorsa in una nuova ottica, dal momento che il ricordo, superando gli aspetti dolorosi o negativi, opera una sorta di catarsi che rende il passato amabile e necessario ad interpretare il presente e a prepararsi al futuro. Non so se ci sia ancora amore per la memoria, ma la necessità sì, anche se tanti cercano di disfarsene e i giovani la rifiutano perché legati al presente. Ma il rifiuto della memoria è rifiuto della propria identità e della propria storia.

Paragona i suoi scritti alla Ortese e Serao. Quali sono gli autori/ici che segue e ama particolarmente? Sono ispiratori in certi casi?

Il paragone operato dalla Verrei con la Ortese e la Serao probabilmente deriva dalla comune attenzione per i dettagli, per gli aspetti minimi degli ambienti descritti e della psicologia dei personaggi. A partire dagli Autori greci e latini, fino alla letteratura italiana dalle origini ad oggi, e buona parte della letteratura straniera mi sono nutrita di studi e letture. Mi piace citare anche un testo universitario ,Mitografia del personaggio, di Salvatore Battaglia, una vera miniera e una guida criticamente concepita alla comprensione dei protagonisti delle principali opere letterarie italiane e straniere. Pertanto non vi è un Autore particolare che mi sia stato di ispirazione, ma la mia sensibilità arricchita da un notevole substrato culturale.

La sua scrittura trae da lei l’humus – la partenza per esistere, comunicare con la parola è un lavoro difficile e a volte non tutti traggono i significati giusti, lei cosa pensa di questo bisogno? E’ necessità necessaria per lei la scrittura? Lo insegna anche ai suoi alunni?

Data la mia forma mentis, non amo né la retorica, né l’artificio che utilizza le parole per farne delle creazioni senz’anima. Ritengo che sia doveroso scrivere per un urgente bisogno di comunicare a se stessi e/o agli altri quello che ribolle dentro e insistentemente chiede di venire alla luce. Talvolta il pudore di rimanere muti non è altro che egoismo. Tutte le nostre emozioni attendono di approdare altrove, purché si scriva per “necessità” e non per artificio retorico. Ai miei alunni ho sempre insegnato a possedere onestà intellettuale e il rispetto per ciò che leggono e per ciò che,scrivendo,destinano ad altri.

Adriana Pedicini

Adriana Pedicini

“Svetlana si lasciò cadere sul divano di velluto verde consunto dall‟uso nell‟appartamentino italiano preso in affitto. Di fronte, una cristalliera sormontata da uno specchio ingiallito ricordava le povere ambizioni della vecchia proprietaria. Sul ripiano, ninnoli di ogni specie, ricordi dei viaggi del marito di lei, agente di commercio spesso all‟estero. Animaletti d‟avorio si alternavano a capannine in fango e paglia mentre un bellissimo kaloè imbalsamato pavoneggiava indisturbato tra una serie di matrioske dipinte a rossi fiori. Un narghilé con due lunghe canne di bambù testimoniava un viaggio in India dove aveva avuto modo di introdursi nel mondo dello yoga.

Vide riflessa la sua immagine nel vetro del tavolino basso davanti al divano. Si vide smunta, emaciata, i capelli in disordine per il colore artificiale sbiadito da un po‟; il ventre piatto lasciava sporgere le ossa iliache.

Sospirò, allungò le gambe, incrociò le braccia intorno al capo reclinato sul bracciolo e cercò di frugare nella memoria attimi felici della sua infanzia, quando viveva col vecchio barba Ivan nella casa di campagna alle pendici del Lovcen.

Sentiva il respiro affannoso mentre alzava gli occhi al cielo nello sforzo di riandare al passato; altre volte lo sguardo, rivolta la mente ai tempi ormai lontani, si posava sul suo corpo inerte cogliendosi altro da rovi, sterpi, alberi e gli ambienti rustici della casa dei nonni dove, anche nel silenzio del suo essere e nella solitudine del suo vivere, aveva potuto cogliere intensi attimi di spensierata felicità. Adesso sentiva la precarietà dell‟esistenza nel suo vissuto anonimo e sconosciuto, forse addirittura banale, chiuso in uno spazio e in un tempo anonimi, senza colore.

Desiderava una vita diversa perché ogni lembo del passato non fosse una condanna senza senso o uno sbiadito ricordo di eventi luttuosi. Anzi quel passato voleva in un certo qual modo ricostruirlo, voleva decifrare e cogliere dietro ogni apparenza o fatto il significato possibile, non certo una verità chiara, inequivocabile, tuttavia necessaria. Voleva inventare un nuovo passato sulle orme della trama già ordita da altri. Ma le occorreva un pezzo della sua vita, un pezzo importante. E per questo era qui.[…]”

da Sulle orme del padre – I luoghi della memoria

***

5 poesie di Adriana Pedicini

Biografia:
Adriana Pedicini, vive a Benevento. Già docente di lettere classiche nei Licei, scrive da tempo, ma solo con la quiescenza ha iniziato a dare concretamente visibilità alla sua scrittura. Ha al suo attivo, oltre alla silloge di racconti “I luoghi della memoria” con cui ha vinto il 1° Premio nel Concorso Internazionale di Narrativa “Taormina 2010”, una raccolta poetica dal titolo Noemàatia. È presente con poesie e racconti su varie Antologie sia in cartaceo che on line. Attualmente collabora anche con diversi blog o magazine: Sul Romanzo, Arteinsieme, Lib(e)ro libro, RomaCapitaleMagazine ed altri.

Inediti di Alessandro Manca


alessandro manca

PER IL NETTURBINO DELLE PENTOLE (R.C.)

E allora ho scoperto il tuo volto
(volente o nolente).
Gli scritti marxisti di Giudici.
I sorrisi per prigione
confortevole,
concessioni a tratti
possesso
demoniaco
“il lato oscuro della luna:
il lavoro, nella maggioranza dei casi,
non produce alcuna cultura”.
Questo è per te fratello.
Maglietta bianca
Capezzoli duri e paglietta che viaggia.
Dichiaro benvenuta la tua liberazione.

Notte 28-29 novembre 2010

*
Dondolando un oceano su un bastone

Vorrei arrivare a tutte le voci
E mi sforzo di sentirle.
E più tardi Bowers scrisse: “non mi ero mai figurato un odio tale”.
Dove vivi?
Non ho posto-ovunque-sorriso Chaplinesco.
Povertà, castità, disobbedienza più digiuno.
Grazie per essere qui.
Si cura una persona e quando si ha finito ce n’è già un’altra che chiede aiuto
Molto tempo fa.
Che cosa stiamo facendo al nostro pianeta, Eric?
Che senso ha ricordare la tua matita, ora?
Un viaggio mancato?
La matita, quella rossa, senza culo…

No nel senso che quando hai detto niente…
Ho risposto niente?
Perché non mi sembrava che non ci fossimo detti proprio niente stasera.

Dimenticano le piante selvatiche,
lasciano il tempo dei sogni
e innalzano un muro.

Vada l’augurio
Di essere felice
Di avere tempo per capire le farfalle.

fine aprile-4 maggio 2011

*
Per Parigi
con giacca ancora di lana
in giornata di caldo quasi estivo.
Ancora una volta fare il punto della situazione.
Quali gradini davanti sul sentiero.
Nel frattempo l’Occidente è di nuovo in guerra e
chi lo metterà in pace col suo lucido suicidio
Ahimé non si fa a tempo a tirare il fiato…
Gianni Milano mi aspetta!
Monica si ricorderà ancora di me quando sarà in Spagna?
Questa sera mezzo litro di Borgogna a un prezzo assurdo
Sacro Cuore sarai degno dei tuoi 13mila affiliati?

Tutti vanno a casa a fare l’amore
Braccialetto tribale, riti vudù, mi vuoi sposare?
E un negro mi ha nominato ministro dell’economia
Siamo ancora capaci di non essere turisti?

Shakespeare & Co. non l’ho trovata
e allora l’ho scritto
Et l’or de leur corps
E del Dio che esce dal legno. Ti cerco ovunque

Davanti a Van Gogh c’è un obesa che rumina
negra-vaso-baffi
C’è Gesù che ritorna a camminare sulle acque
Fuori dalla chiesa di Auvers
Parigi 25-27 marzo 2011

*

Fermati tav

a Marianna

Fermati tav,
anche gli scoiattoli hanno il coraggio di vivere,
fermati tav.
qui è tutta roba nostra.
Necessario di parole cariche,
mentre seguo le tue orme
facendo un giro per il campo.
20 anni-tolgo 6
tolgo il pisello
sono io.
Senti che aria di fasci
stasera, stanotte e stasera lo so
gradi di luce dalla tua parte
e gabbiani nel cielo della stanza
mutande non cambiate
forse voglia di piangere.
Bisogna trovare una parola.
Devo farmi ascoltare.

Casatenovo
sera, domenica 18 settembre 2011

*
Finto
CUT-UP – STONEY (2)
[POLLOCKIANA – Torino Poesia]

Stavo per restare, con l’occhio screziato dal nubifragio delle luci
Era come un bosco
e una volta lassù
per certezze intermittenti lampi la semplicità
assoluta della nostra definitiva smentita.
sfociare in passione
paesaggi e autostrade e sensazioni
Il sole si affaccia oltre il cancello
insieme siamo andati lontano
nella bella fine di tutti i giochi
e una volta lassù
guardarsi intorno.
e moltissime parole

la potenziale vita interiore
è il realismo del nostro tempo
di ciò che è fuori dalle città
la luna sulla terra
sono rimasti in alto e senza voli
e amazzonici deserti…
lì rimane, come incisa una sentinella.
Con dei fori, ed entrate potenziali

di un mezzo prescelto
—con l’impressione di uscirvi e entrarvi
pur senza realizzarla completamente
come calibrato sulla luna
Le cose, gelosamente asseverate
Era come una gabbia
Ritira le tue mani
Ingenuo qualsiasi afferrare
qualunque sia lo sguardo.

3 ottobre 2012 Fuerteventura

Nota Bio

Quanto siete bravi? Dimostratelo.
O cosa credete, giovani come siete.
William Carlos Williams

Sono nato a Lecco il 26 maggio. Vivo a Casatenovo e cerco di muovermi felicemente in provincia. Sono figlio di un cuoco e un’infermiera in pensione. Dopo studi di informatica (completamente rimossi) e nell’ambito socio-psico-pedagogico mi sono iscritto alla facoltà di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano.
Il primo ricordo di un sincero interessamento verso un qualche tipo di parola scritta mi riporta ad una domanda un po’ ingenua rivolta dopo una lezione su Leopardi : “ma si sentiva solo?”.

Permettetemi di aggiungere due pensieri, non miei, importanti. Ancora oggi fecondi.

… tornare alla materialità propria del fatto poetico. Si fa poesia per vedere qual è la tenuta d’una parola, il collante tra un’esperienza ed un’altra trasposta in parole.
Valerio Magrelli

Chi è il poeta nella società di oggi? Il poeta, secondo me, io alle volte lo spiego ai miei ragazzi, ai miei amici, è un unicorno. È una persona speciale. È un diverso. Una persona che va in paradisi artificiali e no, che ha un suo paradiso interiore e che lo vorrebbe far vedere agli altri, ma non può. Perché è un paradiso ristretto e anche universale È duro da spiegare ma il paradiso del poeta per me è la solitudine, una grande interiore mistica solitudine in cui lavora e perdona spesso. Perché il perdono è una cosa necessaria alla vita, è una cosa che aiuta a vivere. Alda Merini

Il desiderio di comprendere la poesia nelle sue implicazioni più ampie dura tutt’oggi, come una ricerca di un’alternativa alla posizione dell’ego-poesia dell’immediato presente; una poesia senza inizio né fine, la cui essenza risiede nel «puro attivismo, vita che diventa parola ALLA SUA STESSA SORGENTE» [D.H. Lawrence].
a. Per noi l’arte è un’avventura che ci conduce in un mondo sconosciuto. Soltanto coloro che per libera volontà si assumono tale rischio possono scoprire questo mondo [Adolph GOTTLIEB, Mark ROTHKO, Barnett NEWMAN].
Poesia come voce dell’esperienza.
Ci piacerebbe trascorrere la nostra vita alla ricerca del cosmo vivente, con uno sguardo agli Indiani del Nord America e tra le macerie profonde (evidenti a tutti, spero) della nostra società.
Abbandonare il pensiero, la vita e quindi la poesia di tipo «evolutivo» per una ricerca «rotatoria» che coinvolga anche il pensiero e le immagini. E le loro armonie-melodie.
b. Noi siamo a favore di una semplice espressione del pensiero complesso.
Quel che stiamo cercando di fare, attraverso quanto tento di delineare, non è solo di individuare gli elementi di una misura ma di ricreare una nuova misura o un nuovo metodo di misurazione che sia compatibile con il mondo economico e sociale in cui viviamo in contrapposizione al passato e che richiede una misura diversa. Noi dobbiamo cogliere la nostra opportunità ed accrescere il coacervo di cui altri scopriranno l’utilità. In ciò dobbiamo trovare il nostro orgoglio. Dobbiamo avere l’orgoglio, l’umiltà e l’entusiasmo di questa produzione. (1948, William Carlos Williams).
L’alienazione del linguaggio della Natura è il risultato della caduta dell’uomo.
L’uomo stesso è un animale mammifero (Michael McClure), la cui vera funzione non è il controllo della natura, ma il tentativo di essere una cosa sola con essa.
La creazione poetica diventa una semplice liberazione di queste forze naturali, nelle quali il poeta si sente parte del cosmo.
c. Tra i pittori è diffusa l’opinione che ciò che si dipinge non conti, purché lo si dipinga bene. Questa è pura accademia. Non esiste un buon quadro sul nulla.
Poesia aperta che non precluda elementi chiusi (Robert Duncan).
La poesia non è da farsi. Accade.
(E quindi) Niente è insignificante.
Lingua parlata, o meglio, «udita» (William Carlos Williams).
Lawrence la definisce come «vita che diventa parola alla sua stessa sorgente», Olson come «atto proiettivo del poeta», presentazione diretta (Pound) delle visioni spontanee e originarie (Ginsberg), alcuni «immediatezza presentazionale».
Nel momento in cui ti lasci trasportare da un ragionamento puramente «architettonico» o «letterario» senza tener conto di ciò da cui esso nasce, hai reciso l’arteria vitale e non ne ricavi altro che del marciume (William Carlos Williams).
Come si potrebbe riscrivere una poesia che ti è stata ispirata? (Duncan)
“Spingere il mio universo fisico alla spinta di quella prosodia”.
21.Lotta per disegnare il flusso che già esiste intatto nella mente (Kerouac).
Whitman non ha avuto la superstizione della perfezione, cosa che la vita stessa non ha.
24.Non aver paura o vergogna della dignità della tua esperienza, lingua e conoscenza (Kerouac).
Olson parlava di verso proiettivo che coinvolge l’intera fisicità del poeta, dice Ginsberg.
Se egli è contenuto entro la sua natura come è parte della forza superiore, saprà ascoltare, e il suo sentire attraverso se stesso gli comunicherà segreti che gli oggetti condividono…è in questo senso che l’atto dell’artista nel vasto campo degli oggetti, porta a dimensioni più vaste che superano l’uomo.
Perché il problema di un uomo, nel momento in cui questi lo mette in parole in tutta la sua pienezza, fa sì che la cosa che fa trovi il suo posto a fianco delle cose in natura. La Montagna mi parla.
Sedetevi al tavolino senza programmi e cominciate a stendere parole sul foglio come colori – cercate di scoprire quel che farebbe la natura nelle stesse circostanze – lasciatele andare e (senza pensarci e preoccuparvi) state a guardare dove vi portano. Potreste avere delle sorprese, potreste anche finire per diventare un esperto scrittore.
Conta solo energia e movimento.
5.Qualcosa di quello che senti troverà la sua forma (Kerouac).
Dovete lasciarvi andare, abbandonarvi ad essere quella trascendenza (ma sotto il controllo della tecnica che avete appreso, come la voce di un cantante d’opera), ma all’interno di quel quadro di riferimento dovete abbandonarvi all’atto.
L’universalità del singolare (W.C.W.).
Quanto all’azione egli è diverso dal filosofo. Egli è l’uomo integrale, non colui che spezza ma colui che mette insieme. Egli non traduce la sensualità dei suoi materiali in simboli ma ha direttamente a che fare con essi. Per questo appartiene al suo mondo e al suo tempo, sensualmente, realisticamente (…) non si tratta del passivo «essere» ma dell’attivo «sono» (W.C.W.).
Dipingere è azione di autoscoperta. Ogni buon artista dipinge ciò che è.
L’artista moderno lavora per esprimere un mondo interiore; in altri termini: esprime il movimento, l’energia e altre forze interiori (Jackson POLLOCK).
Svelare cosa? L’interiorità dell’uomo.
E lotta contro il sonno.

L’obiettivo non è la sperimentazione ma l’uomo (W.C.W.).

Sembra molto semplice.
Tutto quel che ti occorre sapere è il significato delle parole, e poi lasciarti andare.
E allora? Quale fu la prima cosa che imparasti?
Che non è così facile lasciarsi andare.
WILLIAM CARLOS WILLIAMS “La tecnica dell’immaginario”

Una poesia vera può creare una calma divina nel mondo.
FERLINGHETTI

Questo breve scritto non sarebbe nato senza “La nuova poetica americana”, 1982 Newton Compton

Le citazioni di Jack Kerouac sono tratte da “Scrivere Bop”.

Ma se tutto è vuoto, dove si poserà la polvere?