Stoker. La famiglia disfunzionale secondo Park Chan Wook


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Dalla trilogia della vendetta alla famiglia disfunzionale il passo è breve.

Park Chan Wook dopo i successi delle trilogia della vendetta e lo sperimentale Thirst dirige la sua prima pellicola in lingua inglese su sceneggiatura di Wentworth Miller (Prison break).

La trama é lineare, ma la sua forza non si riduce in una sceneggiatura solida, ma di matrice hitchcockiana, quanto in una regia che elabora il valore nichilistico del volto bergmaniano.

Gli Stoker sono una ricca famiglia borghese. La morte del padre Richard in un incidente d’auto non fa che accentuare quell’anorgasmia emozionale che lega tutti i personaggi del film.

Evelyn, madre matrigna, interpretata da una ritrovata Nicole Kidman, é una figura ambigua. Vedova tutt’altro che inconsolabile, vive una competizione-repulsione verso una figlia così lontana e glaciale.

L’apparizione di Charlie, fratello minore di Richard dà il via ad una serie di sciagurati eventi.

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India la protagonista del film é una ragazza introversa e schiva, una vergine eterna ed immobile, vestita di passato. La sua natura inquieta é già visibile nelle prime inquadrature, quando assistiamo ad un monologo lungo il ciglio di una strada. Una Cenerentola oscura dunque. Un personaggio che vive in un limbo fatto di battute di caccia con il padre, di sogni ricorrenti che nella rappresentazione dell’opposto celano un desiderio latente e un complesso di Elettra che cade nell’incesto patologico.

Stoker é un film costruito sui dettagli, dove a risaltare sono le crepe di quella maschera falso borghese che si consuma come il ritratto di Dorian Gray lasciando i suoi personaggi eternamente giovani. Le scelte cromatiche sono appositamente studiate per coniugare colori ed ambienti ad altrettanti simbolismi nascosti.Il color porpora, che appare più volte: dapprima nella voglia, impressa sulla pelle della ragazza e nel rosso di un ottimo vino d’annata, protagonista inconsapevole dell’ultima cena.

Altro elemento fondamentale sono le scarpe, che come un filo rosso tracciano il percorso di un destino già scritto. Quelle calzature che annualmente si ripresentano, come una coazione a ripetere, nella grande scatola dal fiocco rosso al compimento di ogni compleanno.

Non solo Hitckcok dunque, ma anche Cenerentola. La scarpetta, simbolo della perdita della verginità non avviene in modo esplicito, ma attraverso un duetto al pianoforte. Un menarca ideale che segna il passaggio tra l’innocenza adolescenziale all’età adulta.
Un volto dell’anima” dunque, per una famiglia che porta nel cognome l’immortalità dell’essere.

Christian Humouda.

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5 pensieri su “Stoker. La famiglia disfunzionale secondo Park Chan Wook

  1. pare che il rosso sia una calamita per wook.
    ottima recensione.
    ed era già in lista visione questo film.
    per questa strana atmosfera che solo sapendo del regista ho compreso appieno.

    benvenuto a bordo chris!

    Rispondi
  2. Un film claustrofobico e malato che s’allarga al malessere, alla solitudine , ad una patotolgica coscienza. La trama lineare sì, ma ciò che rende un film una pellicola d’autore è la ripresa, la fotografia , la cura dei dettagli che sfociano nel simbolico e nell’inedito . Wook è un regista che seguo da tempo con interesse ed entusiasmo. Bella la recensione , individua perfettamente le personalità in gioco in una dannazione senza uscita.

    Rispondi
  3. Pingback: Stoker. La famiglia disfunzionale secondo Park Chan Wook | Christian Humouda

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