Genova 20-21 Luglio 2001 – 12 anni dopo


“Il 21 luglio del 2011 siamo andati tutti a Genova. Ci siamo arrivati attraverso montagne e gallerie, e approdati sul lungomare il vento salmastro ci ha accolto, trionfante di sale e di secoli passati a far la guardia al Porto Antico e alla Lanterna. La luce obliqua dei pomeriggi di luglio ha accompagnato per un po’ il corteo della memoria, mentre veniva giù il tramonto, oltre le colline.
La manifestazione all’inizio sembrava timida di passi rispettosi su via XX Settembre, poi qualcuno ha fatto partire il coro, sgolandosi: «Genova libera!» e noi, tutti quanti, dietro. C’eravamo tutti, a Genova, a srotolare nomi di vie, strade, piazze, una toponomastica familiare alle nostre orecchie, quanto quella in cui siamo cresciuti e diventati grandi. Piazza Caricamento, piazzale Kennedy. Corso Gastaldi, via Casaregis. Piazza Paolo Da Novi, piazza De Ferraris, piazza Manin. Via Caffa. Via Tolemaide. Piazza Alimonda.
C’eravamo tutti, in piazza Alimonda, a deporre fiori sull’aiuola, con una candela in mano. Abbiamo scritto, ancora una volta, con un pennarello nero “Carlo Giuliani, ragazzo” sopra l’insegna stradale. Abbiamo cantato Bella ciao. Ci siamo stretti negli abbracci gonfi di lacrime.
Abbiamo risalito la collina fino ad arrivare davanti alle scuole Diaz/Pascoli/Pertini. Abbiamo ascoltato, abbiamo ricordato. Ci siamo riconosciuti nei nostri sorrisi.
Poi abbiamo ballato, dentro i soffi ventosi di schiuma che arrivavano dal mare, attraverso la notte.
C’eravamo tutti, anche quelli che sono rimasti a casa, davanti alla radio o alla Tv. Anche quelli che non hanno mai messo piede a Genova, anche quelli che erano già partiti per una qualche vacanza. I reduci di Bolzaneto e quelli che nel 2001 erano troppo piccoli per camminare. Le madri, i padri, i figli e i fratelli.
Perché l’unica battaglia persa è quella che si abbandona.
Ma noi eravamo tutti a Genova, nel 2001. Nel 2011. Sempre.”

dalla rete

carlovive

carlo

“So bene che nulla di quel che sto per dire avrà qualche valore, nè mi servirà a fuggire da quella triste morte, che mi sta lì ad aspettare e altro non attende ch’io finisca di parlare. Eppur forte, dentro me, sento la necessità di raccontare a tutti voi quel che avvenne in realtà: agii consapevole di quel che accadeva, quel giorno, ricordo, pioveva. Non sono qui per chiedervi nè vita nè perdono, ma per mostrare a tutti chi veramente sono: Non un assassino, un ladro, o un traditore. Ma un essere qualunque, con una testa ed un cuore.” Carlo Giuliani. Natale 1995.

no justice no peace

ANTONELLA TARAVELLA
Zena ricorda la nerapece dalla voce alta – che sotterra catastrofi
lo scavare nella sabbia per nascondere l’inchiostro – sangue
sotto tonfi d’aria e pugnali spianati nelle schiene da spezzare
questo sconsacrare carruggi e memorie di passi gridati
il sangue sale sui muri e sulle pietre mascherate ad arte
mentre sui marciapiedi fioriscono lacrimogeni come gramigne
rimbomba il boom circoscritto alle madonne che urlano
come quella madre che p i a n g e un figlio ucciso
sparso su questo cielo che nutre i gabbiani
di figli sociali che non hanno paura

genova

VERA BONACCINI
NON E’ SUCCESSO NIENTE
hanno messo in gabbia l’università quell’anno.
i documenti sempre pronti da mostrare agli sbirri sennò, in facoltà, col cazzo che c’entravi.
e prima di andare a lezione li guardavamo saldare, stupiti, quegli enormi cancelli ai bordi delle nostre sigarette.
gli esami preparati a cazzo, tanto per fare, che tanto gli appelli li avevano mozzati, e i rumori del porto che arrivavano invece dal lato sbagliato delle scale.
per comprare qualsiasi cosa dovevi uscire, documenti alla mano e sguardo basso, tra i pullman di infiltrati vestiti male che si disperdevano per i vicoli, nel caldo.
documenti, tesserino e libretto per registrare un solo voto in zona rossa.
– mi hai già controllato ieri, te lo ricordi? che perdo il treno dai, lasciami andare –
e i carabinieri che ci guardavano passare mentre uscivamo dalla sotterranea e a me sembrava di vivere in quel Cile di cui mi raccontavi da bambina, e quegli stupidi commenti sempre uguali sul fatto che non gli piacevano i miei piercing e a me sembrava equo, devo dire. in fondo, a me, non piacevano loro.
il luglio più strano di sempre, eravamo già in guerra ma senza saperlo.
ma a genova non è successo niente. il 2001 un anno come un altro.
questo paese è una spugna al contrario, non riesce nemmeno a trattenere il sangue.

***
GeNOva 2001-2011
questa città – se mai mi è appartenuta –
certo ora non mi appartiene più.
adagio gli occhi sui nostri luoghi
che hanno assunto – ormai –
la forma di sacrari e – nel silenzio –
i miei passi lenti paiono attraversare
un surreale cimitero
ed ogni insegna – ogni angolo – ogni strada
porta incisa – urlante – la scritta di PERICOLO.
c’era un mondo integro – prima –
dove ora giacciono – soltanto –
frammenti insanguinati.

acarlo

VALERIA RAIMONDI
Genova (per Voi)

Cantava la città sotto il cielo di luglio
nel primo anno del nuovo millennio,
danzava, rideva nel sole, e ancora
là in fondo brillava, ignaro, il suo mare.
Al telegiornale dell’una
un bambino eccitato tra la folla cercava
il berretto operaio del padre,
operaio in mezzo a studenti
ragazzi, precari, credenti
e ogni fede e speranza
si intrecciava a intrecciate bandiere.
Un mondo che nuovo si affacciava sul mondo.

Poi accadde qualcosa,
la città esplose coi fiori
e quel sole di luglio, il primo anno
del nuovo millennio
fu solo l’alba di un’età ancor più buia,
una storia già scritta,
di quando i canti si gelano in gola,
di quando il mare se ne fugge lontano.
-Bisognava però difendere la piazza,
quei fiori, proteggerli,
far loro da scudo! – si disse.
Ma chi poteva allora saperlo
che globalizzare pace, giustizia, lavoro
sarebbe stato allestire per bene la scena,
la vergognosa prova generale
di legale macelleria sociale.
REPRIMERE, CARICARE, CONFONDERE!
ORDINE, POLIZIA, SICUREZZA!
(Soffocare ogni fuoco di rivolta
e l’ imbuto capovolto che urla ragioni,
trasformare nel lutto, la lotta).

Perché ai suoi funerali la democrazia non viene invitata!
Perché i buoni e i cattivi furono divisi, schedati,
se non che i cattivi erano i buoni di prima
se non che qualcuno masticava preghiere,
qualcuno fuggiva laggiù verso il mare.
Qualche altro pisciava su quei marciapiedi,
non credeva ai suoi occhi, non credeva a quel fumo
ai calzoni e magliette bruciate, ai bastoni,
non credeva al sangue di lì a poco versato.
Scendevano lacrime inaspettate dagli occhi
quando si vide risorgere la Bestia
con il nome di sempre: POTERE.
Il potere che mangia la vita,
fioritura di sangue, carnivora bestia.

Così anche un ragazzo sbocciò
come un fiore, un acerbo diamante,
sbocciò come fosse stagione.

Il telegiornale alle 3 registrava ora solo
un’impronta, l’ ombra scura del sole.
Della folla il riso si spense in moviola
e scesero oscure sporche parole:
ai cronisti tremava la voce.
Una madre distraeva il bambino eccitato
che osservava quella festa un po’ strana:
– Cos’è tutto quel fumo e perché quelle urla
non mi sembrano, mamma, canzoni –

Ci si prese tra le mani la testa.
– Non è vero, non può essere vero! –
Fu spezzato un bel sogno
e sprecata una grande occasione.
Il silenzio di colpo calò,
come sempre restarono colpe
e nessuno che avrebbe pagato.
Si passò come sempre dalla parte del torto,
si tornò a coltivare il proprio giardino
seppellendoci dentro sogni, ossa e badili.

E davvero quella volta fu chiaro
che niente, più niente
sarebbe stato mai più come prima.

308376

“Estate, caldo, pomeriggi pigri e vuoti. Ti chiamavi Rio e tutti i giorni attraversavi il “fiume d’asfalto” di Corso Cavour per raggiungere il bar per fare due chiacchiere con i clienti abituali e assistere all’arrivo delle tappe del Giro o del Tour. Prendevamo un caffè insieme commentando le prodezze dei ciclisti negli arrivi in salita o nelle volate. Vecchio operaio d’altri tempi di quando il lavoro era sudore, così riempivi le tue giornate, da quando eri rimasto solo. Poi le immagini in diretta di una Genova sulle barricate, gli avventori che sfottevano la marea dei giovani che manifestava, dicendo “ma andate a lavorare” e tu mi guardavi facendomi capire che non eri affatto d’accordo. Le tue parole ancora me le ricordo , difronte alla protervia delle forze dell’ordine, schierate e nervosamente in attesa di uno scontro programmato: “che te pare non ce fanne scappà il morto ammazzato!”. Il 20 luglio, eri rimasto più dell’orario solito perché le notizie rimbalzavano senza avere una conferma certa, ci guardammo scuotendo entrambi la testa senza avere il coraggio di dire una parola. Te ne sei andato dopo pochi giorni, in silenzio.” — Carlo e Rio, un piccolo spaccato di memoria materna su Genova 2001

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“…è crollato tutto quanto in un istante, come crollerebbe un corpo senza gambe, un fuoco senza fiamme, il mondo senza donne, come un ventunenne che difende solo l’uniforme in cui non crede neanche.

l’aria era pesante, lacrimogeni e pistole, fuochi e sassaiole su tutto il lungomare, stoffe bagnate sugli occhi per nascondere l’orrore, e poi quel mare, quel sole, quella città irreale sembrava un ospedale a cielo aperto, senza pavimento, come un buco che collega il paradiso con l’inferno…”

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