Quando l’erotismo ha davvero bisogno di un restyling sintattico-grammaticale


La copertina del libro

Esasperazione. “Io, però…” (Arduino Sacco Editore)  riduce l’eros a questo, in una prova decisamente mal riuscita per  Rosa Santoro, che si confronta con le perversioni di Margherita, la sua “femme fatale”, la milf protagonista di questa “piccola” storia. Un libro noioso, difficile da leggere in cui lo stesso personaggio principale (sul quale s’ innerva l’intera vicenda), alle prese con le sue fantasmagoriche  voglie erotiche, finisce con lo spersonalizzarsi e perdere completamente ogni aggancio con la realtà (oltre che possibile connessione con il lettore), fino a riempirsi di una vuotezza assurda, paralizzante. Il problema è la cattiva scrittura, troppo pesante e pericolosamente fuorviante. Scorrendo le pagine, le parole sembrano accostate tra loro in modo quasi  casuale alle volte, tanto sono gonfie ed elusive. Danno l’impressione che l’autrice le abbia collocate più che altro “per fare scena”, in un’idea di letteratura in cui la tensione poetica è sostanzialmente nulla, barocca. E questa è una grave pecca, soprattutto per un romanzo erotico in cui il lettore vuole sentirsi al centro della scena. Margherita invece è impenetrabile. Ci racconta di lei per oltre 100 pagine, ma la cattiva gestione del lessico e dell’impianto scenico non ci permettono di andare oltre il raccontino osceno. Più volte bisogna, infatti, rileggere alcuni passaggi (tra risatine sommesse  per le scenette improbabili) per tracciare una linea contingua fra gli eventi. “Io, però…” è un pacchetto “tutto compreso” di moderna banalità letteraria, nel quale si nota, in una sorta di deja vu, la scia di lavori commerciali d’ oltreoceano (la sola differenza sta nella pubblicità compulsiva delle grandi case editrici), il tutto rivestito e condito da un alone di misteriosa “ars poetica del contrasto”, talmente ermetica da rivelarsi aria. La trama come da copione, prevede una bella, famelica donna e tanti uomini che le girano intorno, e le descrizioni dei loro rapporti sessuali. Chiunque abbia letto de Sade o Marguerite Duras, sa che quando si scrive di erotismo lo si può fare sostanzialmente in due modi: o con brutale efficienza o con nostalgico “non detto”. Qualunque strada si scelga, occorre imbastire con naturale talento, un progetto comunicativo che sappia destare la curiosità, il sentimentalismo o l’eros stesso del lettore; cosa che purtroppo nel lavoro della Santoro non avviene perché la sua milf non comunica. Margherita beve sesso fino alla noia, senza alcun tipo di obiezione, tratta la sua “figa” come un alcolizzato tratta la sua bottiglia di birra. Bando ai moralismi, l’idea poteva anche funzionare, ma purtroppo la difficile scrittura non permette neanche di raccogliere brandelli di umana realtà in questo personaggio, che gioca a fare la Salomè di un universo poetico inesistente.  Pornografia usa e getta, a consumo personale, fino a giungere all’escalation delle ultime pagine, quando all’improvviso le cose sembrano mutare e rivelarci un personaggio “nuovo”.  Al che, sorge spontanea una domanda: “che cosa Rosa Santoro desiderava trasmettere con il suo libro?”, sempre che qualcosa si desiderasse trasmettere. Purtroppo il quesito rimane senza alcuna risposta e la nostra Margherita non può fare altro che guardarci al di la di un vetro di plexiglass, dietro cui la sua creatrice, involontariamente, la ha confinata, in un labirinto improbabile.

Scatto dell'autrice

Scatto dell’autrice

“Non amo descrivermi, mi schifo dentro”

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12 pensieri su “Quando l’erotismo ha davvero bisogno di un restyling sintattico-grammaticale

  1. Un libro deve procurare le ferite, deve allargarle. Un libro deve essere pericoloso, diceva Gibran.
    Vale per tutti i libri, almeno per quelli dell’età adulta, l’Eros è una questione per pochi addetti ai lavori, o lo sai scrivere o ne scrivi una brutta copia.
    Parlo da direttrice di una neonata Collana Editoriale di una casa editrice, “Orme Rosse”, incentrata proprio sull’eros e le sue molteplici sfaccettature.
    Grazie a Roberta per la diretta e sincera recensione.

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  2. Una recensione decisamente autentica e vivaddio meno male, dico io. A prescindere dal tema sviscerato in un testo, a prescindere da tutto, ma proprio da tutto fin ad arrivare all’osso ciò che importa è il valore intrinseco della scrittura e del messaggio che comunica. Qui pare il messaggio non ci sia affatto e, cosa molto più grave nel contesto che stiamo esaminando, la scrittura non regge neppure un elementare standard di qualità fruibile e disponibile al lettore. Se il lettore “medio” si incanala in quello che viene chiamato “filone erotico” incontrando un libro come questo, mi domando allora che fine abbia fatto la tradizione eccelsa degli autori noti che l’hanno affrontato prima con ben altri parametri e capacità. Vero è che non si può pretendere una ripetizione del meglio in assoluto, nè per concezione idealistica nè per effettiva presenza sul mercato di certe caratteristiche qualitative ma quando si sceglie di pubblicare un libro qualsiasi, di qualunque genere, ciò che mi viene in mente è la domanda: perchè pubblicarlo? Secondo quanto letto nella recensione si evince chiaramente che il libro in questione fa parte di quei tanti libri pubblicati per tentare la sorte e un guadagno facile, lasciando sulla testa dei lettori che lo compreranno un marchio di solida iniquità e mancanza di cognizione di causa nel’acquisto. Insomma, qui a perderci è il lettore e basta, chi crede di trovare buono un libro senza nessuna anima, un libro improbabile fra gli altri improbabili che esistono sul mercato. Aprire gli occhi e abituarsi a letture di spessore e con caratteristiche qualitative di livello non è facile per chi si approccia al mondo della lettura di genere e non, e gli editori dovrebbero essere i fautori primi dell’educazione letteraria dei lettori considerati “medi”. Per dire che c’è un mercato per tutto, ma risparmiateci certe ciofeche illegibili e non insultate l’intelligenza di nessuno.

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  3. Scrivendo la recensione di questo libro mi sono trovata davanti alla grossa difficoltà di dover essere brutalmente sincera. Non è mai divertente essere troppo duri con qualcuno, perchè il più delle volte la gente finisce col credere di essere semplicemente attaccata, invece di rendersi conto che le critiche sono una delle cose più utili ad un autore. Però, quando ti trovi davanti ad un libro in cui la scrittura addirittura non ti permette neanche di seguire la storia con semplicità, non puoi fare altrimenti.

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  4. personalmente sono per quel “nostalgico non detto”, non mi piace l’espicito e, pur non volendolo ritenere volgare, in pochi casi, credo sempre che tratti al limite del pornografico. Amo il racconto “pericoloso” come detto da Morfea citando Gibran, ma camminare con un piede sull’orlo del precipizio, lo ritengo spavaldo. Non comprerei quel libro già vedendo la copertina!!!

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  5. “il più delle volte la gente finisce col credere di essere semplicemente attaccata”
    Hai centrato uno dei punti più fragili dell’intelletto umano, tanto più fragile quanto più uno si professi, in qualche modo, ‘artista’.
    E non è la sola tara del confronto, purtroppo!
    La verità è che il mondo artistico è, allo stato, in mano ai mediocri (e parlo, senza mezzi termini, di mediocrità intellettiva): mediocri gli ‘artisti’, mediocre il pubblico, mediocri i produttori, mediocri i mediatori!
    L’interesse al dibattito artistico nudo e crudo è stato sostituito, in misura impietosa e irrimediabile, dall’interesse alla dinamica personale, al battibecco da salotto, alle stupide ripicche di inesistente valore, in una parola al ‘niente’! E questo perché il ventaglio degli interlocutori si è imbastardito, con la presenza di ‘chiunque e comunque’ e anche gran parte degli intelletti sui quali si sarebbe potuto contare hanno, purtroppo, finito per abbracciare la causa sbagliata,piuttosto che scegliere di dire, con gran coraggio: “Spiacente, ciccio, ma tu devi sceglierti un altro mestiere”!
    Perché possiamo continuare a raccontarci tutte le idiozie che vogliamo, sul gusto personale e sulla soggettività, ma esiste un limite assolutamente oggettivo che non dovrebbe essere travalicato da chi si professa artista o esperto di essa e oltre il quale si incontra la ‘ciofeca’!

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  6. Pingback: Io, però… - Rosa Santoro | Voci letterarie e non solo

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