Daguerre: dalla realtà alla quintessenza di Fosca Massucco e Maria Grazia Di Biagio


Il Daguerrotipo (1840) – Operazioni di creazione

“La prima consiste nel nettare e pulimentare la lamina
e renderla propria a ricevere lo strato sensibile”

daguerre1

Il baccano della quiete di collina
è un intrico di chiame in sottofondo.
Posando lento il suono, il sole
turba l’aria di acacie e cinciarelle

poi il colpo di fucile

spezza il baccano – rimbalza – muore.
Latrati e cani saltellano stanando
il fagiano in caccia di ranocchie.

“La seconda, nell’applicazione di questo strato.”

daguerre2

D’inverno i gelsi del canale sono pugni
tesi al cielo – ma al tempo di trattura
i bachi divorano le dita aperte
scuotendo teste a otto, salendo al bosco –
bollente la vendetta delle filerine!

“La terza, a sottomettere nella camera oscura la lamina preparata a ricevere
l’azione della luce affine di ricevervi l’immagine della natura.”

Infine sarò fiore di tarassaco –
nel Campo di Marte non mi risolvi
con lo sguardo – pappo piumato.
Mi disperderò silenzioso nell’aria
– tu ancora cerchi.

daguerre3

 
“La quarta, nel fare apparire questa immagine
che non è visibile al suo uscire dalla camera oscura.”

Posano dietro le gelosie,
sono tornati i pipistrelli e le vespe
che moleste cercan le fessure.
La luce abbacina a lungo
il sole splende altrove.

Rincasa il ragno ballerino –
atto incosciente,
si rassegna alla gloria pervicace.

“La quinta finalmente ha per iscopo di togliere lo strato sensibile che
continuerebbe ad essere modificato dalla luce
e tenderebbe necessariamente a distruggere interamente la prova.”

daguerre4

Riconsegno il senso alle cose –
autentica percezione di forma.
La mia ricerca è sempre controluce,
il rospo nella luna. Perturbo
miserevoli condizioni al contorno –
levigata dalla vita, mai vinta.

daguerre5

Nota di Maria Grazia Di Biagio

Quest’ultima fatica poetica di Fosca Massucco ne conferma e, se possibile, perfeziona lo stile rigoroso per nitore delle immagini e precisione formale.
La poetessa si pone, qui, di fronte alla realtà circostante da un punto di vista oggettivo e del tutto originale: si fa lastra di rame nel processo di dagherrotipia, pronta a lasciarsi “impressionare” dalle immagini che osserva.
Nei versi risuona più che mai la rivelazione di Novalis: (“In der Nähe des Dichters bricht die Poesie überall aus”) “Accanto al poeta la poesia erompe dappertutto”.
È così, la poesia erompe nel primo componimento, descrivendo un moto parabolico, dal fulgido ossimoro del primo verso al “colpo di fucile”, passando per sinestesie di grande efficacia plurisensoriale, fino a ricadere sulla morte del “fagiano in caccia di ranocchie” a sua volta cacciato, che chiude il cerchio della legge naturale cui soggiace ogni vita.
Ad acuire il senso tragico sotteso al discorso poetico, sulla seconda scena cala il silenzio delle vendette inconsapevoli. Cinque versi vergati con perizia e splendide metafore, ci consegnano immagini vivide di gelsi e bachi. Verità bollenti come l’acqua che ucciderà i filugelli, per estrarre intatta di seta preziosa dei bozzoli, ci rimandano al Postulato fondamentale di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e Fosca lo sa. Sa che la morte è un passaggio, un mutamento di stato, come per il “fiore di tarassaco” che si trasforma in soffione per poi disperdersi “silenzioso nell’aria”.
Forte di tale consapevolezza, la poetessa non si arrende alla propria caducità, vive appieno la sua esistenza godendo della “gloria pervicace” della luce, indispensabile al processo vitale di ogni creatura, anche di quelle che per istinto la rifuggono.
Certo, non è indolore osservare le cose “controluce”, ma solo così si può vedere “il rospo nella luna” riflessa nello stagno, accolto a sua insaputa nella sfera eterna e incorruttibile dei corpi celesti.
Alla poetessa non è dato; non qui, non ora. Può solo constatare, non senza angoscia, la propria condizione di elemento minimo, quasi irrilevante ai bordi del sistema fisico che governa la realtà circostante.
La lastra “impressionata”, “levigata dalla vita, mai vinta”, lascia cadere lo strato sensibile per riconsegnare “il senso alle cose” fissate nella loro forma quintessenziale: il dagherrotipo dell’anima del mondo.

Poesie di Fosca Massucco.
Le fotografie sono di Daguerre, reperite in rete già manipolate.

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8 pensieri su “Daguerre: dalla realtà alla quintessenza di Fosca Massucco e Maria Grazia Di Biagio

  1. grazie a tutti per i commenti qui e la condivisione on line.
    un grazie speciale a Antonella Taravella che accoglie sempre con così tanto entusiasmo i miei scritti (e li pubblica qui) e a Maria Grazia Di Biagio perchè capisce di me cose che mi sfuggono (e me le spiega con parole trasparenti).
    Fosca

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  2. Una meraviglia. Sono sempre più orgoglioso di essere stato tra i primi, fortunatissimi, a leggerti e vederti cercare la strada, uno tra gli eletti che hanno potuto seguire la tua ricerca da molto presto.
    Ed è una meraviglia davvero aprire questo scrigno così garbatamente, sobriamente confezionato e scoprirci dentro poesia, e rimandi letterari, e musicalità e cinematografia.
    Tanto di cappello.
    E tanto di cappello a Maria Grazia che ha commentato con straordinaria capacità, permettendoci di vedere tutta la ricchezza che queste poesie contengono – la quale si intravede eccome, a dispetto dell’elegante ritrosia.
    Che brave siete, che ammirazione, quanta stima!

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  3. Con il mio solito tempismo imperfetto ringrazio gli amici che hanno apprezzato la mia lettura dei testi, la redazione di WSF che mi onora della sua squisita ospitalità e soprattutto Fosca Massucco per la stima che mi dimostra. Leggere le sue poesia è sempre un’esperienza multipla. Come le dissi quando fui sua ospite nella sua splendida dimora, le sue liriche sono “multistrato”, hanno spessori sovrapposti che si sfogliano uno ad uno agli occhi e all’intelletto.

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