Stoker. La famiglia disfunzionale secondo Park Chan Wook


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Dalla trilogia della vendetta alla famiglia disfunzionale il passo è breve.

Park Chan Wook dopo i successi delle trilogia della vendetta e lo sperimentale Thirst dirige la sua prima pellicola in lingua inglese su sceneggiatura di Wentworth Miller (Prison break).

La trama é lineare, ma la sua forza non si riduce in una sceneggiatura solida, ma di matrice hitchcockiana, quanto in una regia che elabora il valore nichilistico del volto bergmaniano.

Gli Stoker sono una ricca famiglia borghese. La morte del padre Richard in un incidente d’auto non fa che accentuare quell’anorgasmia emozionale che lega tutti i personaggi del film.

Evelyn, madre matrigna, interpretata da una ritrovata Nicole Kidman, é una figura ambigua. Vedova tutt’altro che inconsolabile, vive una competizione-repulsione verso una figlia così lontana e glaciale.

L’apparizione di Charlie, fratello minore di Richard dà il via ad una serie di sciagurati eventi.

stoker

India la protagonista del film é una ragazza introversa e schiva, una vergine eterna ed immobile, vestita di passato. La sua natura inquieta é già visibile nelle prime inquadrature, quando assistiamo ad un monologo lungo il ciglio di una strada. Una Cenerentola oscura dunque. Un personaggio che vive in un limbo fatto di battute di caccia con il padre, di sogni ricorrenti che nella rappresentazione dell’opposto celano un desiderio latente e un complesso di Elettra che cade nell’incesto patologico.

Stoker é un film costruito sui dettagli, dove a risaltare sono le crepe di quella maschera falso borghese che si consuma come il ritratto di Dorian Gray lasciando i suoi personaggi eternamente giovani. Le scelte cromatiche sono appositamente studiate per coniugare colori ed ambienti ad altrettanti simbolismi nascosti.Il color porpora, che appare più volte: dapprima nella voglia, impressa sulla pelle della ragazza e nel rosso di un ottimo vino d’annata, protagonista inconsapevole dell’ultima cena.

Altro elemento fondamentale sono le scarpe, che come un filo rosso tracciano il percorso di un destino già scritto. Quelle calzature che annualmente si ripresentano, come una coazione a ripetere, nella grande scatola dal fiocco rosso al compimento di ogni compleanno.

Non solo Hitckcok dunque, ma anche Cenerentola. La scarpetta, simbolo della perdita della verginità non avviene in modo esplicito, ma attraverso un duetto al pianoforte. Un menarca ideale che segna il passaggio tra l’innocenza adolescenziale all’età adulta.
Un volto dell’anima” dunque, per una famiglia che porta nel cognome l’immortalità dell’essere.

Christian Humouda.

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Genova 20-21 Luglio 2001 – 12 anni dopo


“Il 21 luglio del 2011 siamo andati tutti a Genova. Ci siamo arrivati attraverso montagne e gallerie, e approdati sul lungomare il vento salmastro ci ha accolto, trionfante di sale e di secoli passati a far la guardia al Porto Antico e alla Lanterna. La luce obliqua dei pomeriggi di luglio ha accompagnato per un po’ il corteo della memoria, mentre veniva giù il tramonto, oltre le colline.
La manifestazione all’inizio sembrava timida di passi rispettosi su via XX Settembre, poi qualcuno ha fatto partire il coro, sgolandosi: «Genova libera!» e noi, tutti quanti, dietro. C’eravamo tutti, a Genova, a srotolare nomi di vie, strade, piazze, una toponomastica familiare alle nostre orecchie, quanto quella in cui siamo cresciuti e diventati grandi. Piazza Caricamento, piazzale Kennedy. Corso Gastaldi, via Casaregis. Piazza Paolo Da Novi, piazza De Ferraris, piazza Manin. Via Caffa. Via Tolemaide. Piazza Alimonda.
C’eravamo tutti, in piazza Alimonda, a deporre fiori sull’aiuola, con una candela in mano. Abbiamo scritto, ancora una volta, con un pennarello nero “Carlo Giuliani, ragazzo” sopra l’insegna stradale. Abbiamo cantato Bella ciao. Ci siamo stretti negli abbracci gonfi di lacrime.
Abbiamo risalito la collina fino ad arrivare davanti alle scuole Diaz/Pascoli/Pertini. Abbiamo ascoltato, abbiamo ricordato. Ci siamo riconosciuti nei nostri sorrisi.
Poi abbiamo ballato, dentro i soffi ventosi di schiuma che arrivavano dal mare, attraverso la notte.
C’eravamo tutti, anche quelli che sono rimasti a casa, davanti alla radio o alla Tv. Anche quelli che non hanno mai messo piede a Genova, anche quelli che erano già partiti per una qualche vacanza. I reduci di Bolzaneto e quelli che nel 2001 erano troppo piccoli per camminare. Le madri, i padri, i figli e i fratelli.
Perché l’unica battaglia persa è quella che si abbandona.
Ma noi eravamo tutti a Genova, nel 2001. Nel 2011. Sempre.”

dalla rete

carlovive

carlo

“So bene che nulla di quel che sto per dire avrà qualche valore, nè mi servirà a fuggire da quella triste morte, che mi sta lì ad aspettare e altro non attende ch’io finisca di parlare. Eppur forte, dentro me, sento la necessità di raccontare a tutti voi quel che avvenne in realtà: agii consapevole di quel che accadeva, quel giorno, ricordo, pioveva. Non sono qui per chiedervi nè vita nè perdono, ma per mostrare a tutti chi veramente sono: Non un assassino, un ladro, o un traditore. Ma un essere qualunque, con una testa ed un cuore.” Carlo Giuliani. Natale 1995.

no justice no peace

ANTONELLA TARAVELLA
Zena ricorda la nerapece dalla voce alta – che sotterra catastrofi
lo scavare nella sabbia per nascondere l’inchiostro – sangue
sotto tonfi d’aria e pugnali spianati nelle schiene da spezzare
questo sconsacrare carruggi e memorie di passi gridati
il sangue sale sui muri e sulle pietre mascherate ad arte
mentre sui marciapiedi fioriscono lacrimogeni come gramigne
rimbomba il boom circoscritto alle madonne che urlano
come quella madre che p i a n g e un figlio ucciso
sparso su questo cielo che nutre i gabbiani
di figli sociali che non hanno paura

genova

VERA BONACCINI
NON E’ SUCCESSO NIENTE
hanno messo in gabbia l’università quell’anno.
i documenti sempre pronti da mostrare agli sbirri sennò, in facoltà, col cazzo che c’entravi.
e prima di andare a lezione li guardavamo saldare, stupiti, quegli enormi cancelli ai bordi delle nostre sigarette.
gli esami preparati a cazzo, tanto per fare, che tanto gli appelli li avevano mozzati, e i rumori del porto che arrivavano invece dal lato sbagliato delle scale.
per comprare qualsiasi cosa dovevi uscire, documenti alla mano e sguardo basso, tra i pullman di infiltrati vestiti male che si disperdevano per i vicoli, nel caldo.
documenti, tesserino e libretto per registrare un solo voto in zona rossa.
– mi hai già controllato ieri, te lo ricordi? che perdo il treno dai, lasciami andare –
e i carabinieri che ci guardavano passare mentre uscivamo dalla sotterranea e a me sembrava di vivere in quel Cile di cui mi raccontavi da bambina, e quegli stupidi commenti sempre uguali sul fatto che non gli piacevano i miei piercing e a me sembrava equo, devo dire. in fondo, a me, non piacevano loro.
il luglio più strano di sempre, eravamo già in guerra ma senza saperlo.
ma a genova non è successo niente. il 2001 un anno come un altro.
questo paese è una spugna al contrario, non riesce nemmeno a trattenere il sangue.

***
GeNOva 2001-2011
questa città – se mai mi è appartenuta –
certo ora non mi appartiene più.
adagio gli occhi sui nostri luoghi
che hanno assunto – ormai –
la forma di sacrari e – nel silenzio –
i miei passi lenti paiono attraversare
un surreale cimitero
ed ogni insegna – ogni angolo – ogni strada
porta incisa – urlante – la scritta di PERICOLO.
c’era un mondo integro – prima –
dove ora giacciono – soltanto –
frammenti insanguinati.

acarlo

VALERIA RAIMONDI
Genova (per Voi)

Cantava la città sotto il cielo di luglio
nel primo anno del nuovo millennio,
danzava, rideva nel sole, e ancora
là in fondo brillava, ignaro, il suo mare.
Al telegiornale dell’una
un bambino eccitato tra la folla cercava
il berretto operaio del padre,
operaio in mezzo a studenti
ragazzi, precari, credenti
e ogni fede e speranza
si intrecciava a intrecciate bandiere.
Un mondo che nuovo si affacciava sul mondo.

Poi accadde qualcosa,
la città esplose coi fiori
e quel sole di luglio, il primo anno
del nuovo millennio
fu solo l’alba di un’età ancor più buia,
una storia già scritta,
di quando i canti si gelano in gola,
di quando il mare se ne fugge lontano.
-Bisognava però difendere la piazza,
quei fiori, proteggerli,
far loro da scudo! – si disse.
Ma chi poteva allora saperlo
che globalizzare pace, giustizia, lavoro
sarebbe stato allestire per bene la scena,
la vergognosa prova generale
di legale macelleria sociale.
REPRIMERE, CARICARE, CONFONDERE!
ORDINE, POLIZIA, SICUREZZA!
(Soffocare ogni fuoco di rivolta
e l’ imbuto capovolto che urla ragioni,
trasformare nel lutto, la lotta).

Perché ai suoi funerali la democrazia non viene invitata!
Perché i buoni e i cattivi furono divisi, schedati,
se non che i cattivi erano i buoni di prima
se non che qualcuno masticava preghiere,
qualcuno fuggiva laggiù verso il mare.
Qualche altro pisciava su quei marciapiedi,
non credeva ai suoi occhi, non credeva a quel fumo
ai calzoni e magliette bruciate, ai bastoni,
non credeva al sangue di lì a poco versato.
Scendevano lacrime inaspettate dagli occhi
quando si vide risorgere la Bestia
con il nome di sempre: POTERE.
Il potere che mangia la vita,
fioritura di sangue, carnivora bestia.

Così anche un ragazzo sbocciò
come un fiore, un acerbo diamante,
sbocciò come fosse stagione.

Il telegiornale alle 3 registrava ora solo
un’impronta, l’ ombra scura del sole.
Della folla il riso si spense in moviola
e scesero oscure sporche parole:
ai cronisti tremava la voce.
Una madre distraeva il bambino eccitato
che osservava quella festa un po’ strana:
– Cos’è tutto quel fumo e perché quelle urla
non mi sembrano, mamma, canzoni –

Ci si prese tra le mani la testa.
– Non è vero, non può essere vero! –
Fu spezzato un bel sogno
e sprecata una grande occasione.
Il silenzio di colpo calò,
come sempre restarono colpe
e nessuno che avrebbe pagato.
Si passò come sempre dalla parte del torto,
si tornò a coltivare il proprio giardino
seppellendoci dentro sogni, ossa e badili.

E davvero quella volta fu chiaro
che niente, più niente
sarebbe stato mai più come prima.

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“Estate, caldo, pomeriggi pigri e vuoti. Ti chiamavi Rio e tutti i giorni attraversavi il “fiume d’asfalto” di Corso Cavour per raggiungere il bar per fare due chiacchiere con i clienti abituali e assistere all’arrivo delle tappe del Giro o del Tour. Prendevamo un caffè insieme commentando le prodezze dei ciclisti negli arrivi in salita o nelle volate. Vecchio operaio d’altri tempi di quando il lavoro era sudore, così riempivi le tue giornate, da quando eri rimasto solo. Poi le immagini in diretta di una Genova sulle barricate, gli avventori che sfottevano la marea dei giovani che manifestava, dicendo “ma andate a lavorare” e tu mi guardavi facendomi capire che non eri affatto d’accordo. Le tue parole ancora me le ricordo , difronte alla protervia delle forze dell’ordine, schierate e nervosamente in attesa di uno scontro programmato: “che te pare non ce fanne scappà il morto ammazzato!”. Il 20 luglio, eri rimasto più dell’orario solito perché le notizie rimbalzavano senza avere una conferma certa, ci guardammo scuotendo entrambi la testa senza avere il coraggio di dire una parola. Te ne sei andato dopo pochi giorni, in silenzio.” — Carlo e Rio, un piccolo spaccato di memoria materna su Genova 2001

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“…è crollato tutto quanto in un istante, come crollerebbe un corpo senza gambe, un fuoco senza fiamme, il mondo senza donne, come un ventunenne che difende solo l’uniforme in cui non crede neanche.

l’aria era pesante, lacrimogeni e pistole, fuochi e sassaiole su tutto il lungomare, stoffe bagnate sugli occhi per nascondere l’orrore, e poi quel mare, quel sole, quella città irreale sembrava un ospedale a cielo aperto, senza pavimento, come un buco che collega il paradiso con l’inferno…”

Carlotta Nobile: angelo del violino.


Le nostre strade si erano incrociate su Splinder, bellissima piattaforma e prequel del social network più conosciuto, FaceBook.
Ci legava l’amore per la scrittura, la letteratura e soprattutto la musica.
Non ho mai avuto il piacere e l’onore d’incontrarla ed è qualcosa che stringe ancor di più il cuore, soprattutto per le tante parole che ci siamo dette negli anni da blogger.
Sapere della sua morte prematura e a soli 24 anni, nonostante la sua feroce lotta, per me e per chi l’amava, è stato un fulmine a ciel sereno, Lei era ed è davvero un angelo del violino.

Ciao Carlotta.

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Carlotta Nobile è nata il 20/12/1988.
Violinista e laureata in storia dell’arte con 110 e lode, divide i suoi 24 anni fra attività concertistica in varie formazioni da camera e orchestrali e studi universitari storico-artistici arricchiti da esperienze di studio anche all’estero.
Ha cominciato giovanissima gli studi musicali e ha conseguito a 17 anni il Diploma di Violino in Conservatorio con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore, sotto la guida del Maestro Massimo Bacci.
Ha frequentato i Corsi di Alto Perfezionamento in Violino presso l’Accademia Internazionale di Portogruaro tenuti dai Maestri Pavel Vernikov, Igor Volochine ed Olexandr Semchuk, organizzate dalla Fondazione Musicale “Santa Cecilia”, ed i Corsi di Perfezionamento in Violino del Maestro Vernikov presso la Scuola di Musica di Fiesole. Ha studiato anche a Londra con il Maestro Eugene Sarbu. Nell’estate 2011 ha frequentato il Corso di Perfezionamento in Violino del Maestro Pierre Amoyal presso l’Universität Mozarteum di Salisburgo.

È risultata vincitrice del Primo Premio assoluto in numerosi Concorsi Nazionali. È stata vincitrice assoluta del Premio Violinistico “F. Kreisler” di Matera (edizione 2006), il Diploma di “Distinguished Musician” all’International Ibla Grand Prize 2007 e la “Ernest Bloch Special Mention” all’International Ibla Grand Prize 2008. Nel maggio dello stesso anno ha ottenuto il Primo Premio assoluto al Concorso Nazionale “Città di Viterbo”, dove è stata premiata dal M° Beatrice Antonioni.

Per l’Accademia di Santa Cecilia e per l’Università “La Sapienza” di Roma ha eseguito in prima assoluta moderna presso il “MUSA” all’Auditorium Parco della Musica opere inedite per violino solo e per violino e pianoforte di compositori romani della scuola di Franz Liszt (E. Pinelli, L. Mancinelli), in duo con la pianista Cinzia Merlin. Ha poi eseguito i medesimi pezzi anche presso l’Istituto Franz Liszt di Bologna.

Ha partecipato in qualità di violino solo alla tournée nazionale dello spettacolo musico-teatrale “Carissimo Orco – omaggio a Giosuè Carducci”, organizzata dalla Titania Produzioni in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali, esibendosi in numerose città italiane (Roma, Milano, Sanremo, Napoli, Salerno, Avellino, Cosenza, Potenza, Bari, Agrigento, Palermo) ed eseguendo brani tratti dal repertorio per violino solo di Bach, Bloch, Paganini, Ysaye.
Sempre per la Titania Produzioni e nell’ambito dell’XI Settimana della Cultura organizzata dal MIBAC, nel 2009 ha partecipato in qualità di violino solo alla tournée dello spettacolo musico-teatrale “Estate a Donnafugata”, ispirato a “Il Gattopardo”, capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, eseguendo musiche di Paganini, Bloch, Biber ed esibendosi nella prima esecuzione assoluta della “Fantasia Onirica” per violino solo del compositore Emanuele Cintura Torrente. Nei mesi di marzo/giugno 2010 ha infine partecipato, sempre per il MIBAC e la Titania Produzioni, alla tournée musico-teatrale dello spettacolo “Interviste Impossibili – Omaggio a Cavour”, in occasione del bicentenario della nascita, per la regia di Marta Bifano.

Sin da giovanissima ha suonato in varie formazioni da camera, esibendosi presso importanti istituzioni nazionali ed internazionali, fra cui: Universitāt Mozarteum di Salisburgo, Auditorium Parco della Musica di Roma, Istituto Storico Germanico di Roma, Istituto Franz Liszt di Bologna, Teatro Unione di Viterbo, Villa Nobel di Sanremo, Reggia di Caserta, Biblioteca di Via Senato a Milano, Palazzo Reale di Napoli, ecc.

Nel maggio 2010 è stata invitata ad esibirsi, in qualità di violino solo, nella performance artistica in occasione del vernissage della mostra d’arte contemporanea dal titolo Mutiny seemed a Probability, a cura di Adrienne Drake presso la Fondazione Giuliani di Roma.
È stata invitata come protagonista alla trasmissione “Alta Fedeltà” sul canale Sat 2000, eseguendo dal vivo “Les Furies” dalla II Sonata per Violino solo di E. Ysaye e per lo stesso canale ha registrato anche in duo con la pianista Kelly Lidiane Gallo. Da ottobre 2010 collabora con l’Associazione Massimo Freccia di Ladispoli (RM), esibendosi in numerosi concerti sia con l’orchestra da camera Medi@ensemble (spesso anche in qualità di violino solista) sia in varie formazioni da camera. E’ inoltre Maestro Tutor dell’Orchestra giovanile Massimo Freccia (OgMF).

Nell’ottobre 2012 è stato presentato il CD “Il pentagramma della memoria“, un progetto promosso dal Rotary Club e dalla Fondazione Carlo Levi di Roma, dedicato alla riscoperta di musiche ebraiche, nell’ambito del quale ha inciso con il pianista Marco Scolastra il Baal Shem (Vidui – Nigun – Simchas Torah) per violino e pianoforte di Ernest Bloch.

In seguito alla Laurea Triennale in Studi Storico-artistici, conseguita con il massimo dei voti e la lode, con una tesi in arte contemporanea sulla presenza di elementi e temi musicali nelle opere dell’artista proto-surrealista italiano Alberto Martini (Relatore: Prof.ssa Antonella Sbrilli), prosegue gli studi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, dove frequenta brillantemente il corso di Laurea Magistrale in Studi Storico-artistici.

Nel marzo 2011 è stata invitata presso la Pinacoteca Civica Alberto Martini di Oderzo (TV) come unica relatrice alla Conferenza La Musica in Alberto Martini: Viaggio attraverso colori e suoni, durante la quale, dopo aver eseguito alcuni brani tratti dal repertorio per Violino solo di J. S. Bach e E. Ysaye, ha illustrato gli esiti delle sue ricerche su tele martiniane mai precedentemente studiate, risalenti soprattutto alla fase proto-surrealista ed al soggiorno parigino dell’artista.

Nel 2009 ha frequentato gli Art History International Summer Courses presso la University of Cambridge, ottenendo il massimo dei voti (A) nella tesi finale dal titolo “From genre studies to royal portraits: realism and illusion in Velazquez’s art”, nell’ambito del corso “Spanish art: passion in life, passion in death” diretto dalla Professoressa Gail Turner. Nel 2010 ha frequentato il “Contemporary Art” Course presso il Sotheby’s Institute of Art di New York.

Nel 2011/12 ha frequentato il LUISS Master of Art, corso di alta formazione postlaurea di durata annuale organizzato all’interno del LUISS Creative Business Center diretto da Roberto Cotroneo, con la supervisione scientifica di Achille Bonito Oliva. Il Master si è concluso nel novembre 2012 con la mostra “CATARIFRANGENZE – Artisti a confronto“, (5 -28 novembre 2012 presso gli spazi del MACRO Testaccio, La Pelanda, Roma), curata dagli studenti del LMA in qualità di “curatore collettivo” in tutte le funzioni progettuali, culturali e organizzative: dal concept alla scelta di artisti e opere, l’allestimento, la comunicazione, sino alla preparazione del catalogo.

Ha frequentato il Corso FAD “Curatore Mostre” organizzato da ArteData, elaborando, come prova finale, un progetto di mostra sull’artista Silvana Maglione. Ha seguito due moduli della prima edizione del programma educational “The Next Stop – Management dell’Arte Contemporanea” e ha frequentato l’intera seconda edizione (da ottobre a dicembre 2010 al Palazzo delle Esposizioni di Roma).

Parallelamente agli impegni musicali ed universitari coltiva una grande passione per la scrittura e ha curato personalmente per due anni la rubrica musicale “Righe Sonore” sul portale multimediale interattivo http://www.ilquaderno.it . Scrive attualmente in maniera stabile sul quindicinale cartaceo Realtà Sannita e occasionalmente su alcune riviste d’arte online come ArteLab.com. Inoltre da maggio 2012 insieme ad alcune sue colleghe conosciute durante il LUISS Master of Art ha dato vita alla piattaforma Almost Curators, uno spazio dedicato all’arte contemporanea ed alle sue molteplici contaminazioni con la musica, il cinema, la moda, la fotografia, etc, nell’ambito del quale scrive periodicamente di svariate tematiche e cura personalmente la rubrica di approfondimento artistico-musicale dal titolo “Tutta un’altra musica”. Alcune sue poesie sono state pubblicate dalle case editrici “Aletti” e “Giulio Perrone” e nel dicembre 2008 è uscito il suo primo libro Il silenzio delle parole nascoste, edito da Aletti Editore. Il suo secondo libro, dal titolo Oxymoron, è stato pubblicato dall’Aracne Editrice a settembre 2012.

Parla perfettamente l’inglese e ha una buona conoscenza del francese.

Dal settembre 2010 è Direttore artistico dell’Orchestra da camera Accademia di Santa Sofia, per la programmazione concertistica triennale 2010-2013.

***

quello che resta è un velo di luce
un’orma lasciata fra l’acerbo annuvolarsi del tempo
l’amore appeso alle dita nell’imperversare della pioggia
questo esserci stati nella breve forma della carne

trascinare ora – la penna
muovendo passi nelle belle cose e schiette
larghi abbracci contaminanti
come un guscio immortale
nel suono rovescio
dell’imbrunire

lievi si dissolvono i passi
traditi dal tempo
lasciando orme di luce
intrecciate all´eco della tua voce

al tramonto del dolore
sorge una nuova alba
e le corde risuonano
mosse dal vento

Antonella Taravella & Mariagrazia Patania

un omaggio. piccolo. come un fiore. da due amiche.


Quando l’erotismo ha davvero bisogno di un restyling sintattico-grammaticale


La copertina del libro

Esasperazione. “Io, però…” (Arduino Sacco Editore)  riduce l’eros a questo, in una prova decisamente mal riuscita per  Rosa Santoro, che si confronta con le perversioni di Margherita, la sua “femme fatale”, la milf protagonista di questa “piccola” storia. Un libro noioso, difficile da leggere in cui lo stesso personaggio principale (sul quale s’ innerva l’intera vicenda), alle prese con le sue fantasmagoriche  voglie erotiche, finisce con lo spersonalizzarsi e perdere completamente ogni aggancio con la realtà (oltre che possibile connessione con il lettore), fino a riempirsi di una vuotezza assurda, paralizzante. Il problema è la cattiva scrittura, troppo pesante e pericolosamente fuorviante. Scorrendo le pagine, le parole sembrano accostate tra loro in modo quasi  casuale alle volte, tanto sono gonfie ed elusive. Danno l’impressione che l’autrice le abbia collocate più che altro “per fare scena”, in un’idea di letteratura in cui la tensione poetica è sostanzialmente nulla, barocca. E questa è una grave pecca, soprattutto per un romanzo erotico in cui il lettore vuole sentirsi al centro della scena. Margherita invece è impenetrabile. Ci racconta di lei per oltre 100 pagine, ma la cattiva gestione del lessico e dell’impianto scenico non ci permettono di andare oltre il raccontino osceno. Più volte bisogna, infatti, rileggere alcuni passaggi (tra risatine sommesse  per le scenette improbabili) per tracciare una linea contingua fra gli eventi. “Io, però…” è un pacchetto “tutto compreso” di moderna banalità letteraria, nel quale si nota, in una sorta di deja vu, la scia di lavori commerciali d’ oltreoceano (la sola differenza sta nella pubblicità compulsiva delle grandi case editrici), il tutto rivestito e condito da un alone di misteriosa “ars poetica del contrasto”, talmente ermetica da rivelarsi aria. La trama come da copione, prevede una bella, famelica donna e tanti uomini che le girano intorno, e le descrizioni dei loro rapporti sessuali. Chiunque abbia letto de Sade o Marguerite Duras, sa che quando si scrive di erotismo lo si può fare sostanzialmente in due modi: o con brutale efficienza o con nostalgico “non detto”. Qualunque strada si scelga, occorre imbastire con naturale talento, un progetto comunicativo che sappia destare la curiosità, il sentimentalismo o l’eros stesso del lettore; cosa che purtroppo nel lavoro della Santoro non avviene perché la sua milf non comunica. Margherita beve sesso fino alla noia, senza alcun tipo di obiezione, tratta la sua “figa” come un alcolizzato tratta la sua bottiglia di birra. Bando ai moralismi, l’idea poteva anche funzionare, ma purtroppo la difficile scrittura non permette neanche di raccogliere brandelli di umana realtà in questo personaggio, che gioca a fare la Salomè di un universo poetico inesistente.  Pornografia usa e getta, a consumo personale, fino a giungere all’escalation delle ultime pagine, quando all’improvviso le cose sembrano mutare e rivelarci un personaggio “nuovo”.  Al che, sorge spontanea una domanda: “che cosa Rosa Santoro desiderava trasmettere con il suo libro?”, sempre che qualcosa si desiderasse trasmettere. Purtroppo il quesito rimane senza alcuna risposta e la nostra Margherita non può fare altro che guardarci al di la di un vetro di plexiglass, dietro cui la sua creatrice, involontariamente, la ha confinata, in un labirinto improbabile.

Scatto dell'autrice

Scatto dell’autrice

“Non amo descrivermi, mi schifo dentro”

L’abitudine alla vita. Le Confidenze Confidenziali di Natalia Bondarenko.


… sulla malinconia accusata

del vento dell’Est, spietato tagliapelle

troppo penetrante per i tuoi gusti,

poco accogliente

nel suo gioco inutile del nascondiglio

libro Poemetto

E’ nel titolo che si presenta il leitmotiv che porta in vita il libro di Natalia Bondarenko, l’impulso autobiografico, quel necessario confidarsi per non lasciare che la propria esistenza passi senza rivelarsi agli altri; e gli altri sono quei confidenti distratti da conquistare con la propria “mappa dei punti sensibili”, esponendosi pura e trasparente,  nella radicale convinzione che “non è facile esprimersi con due parole sole”, e in se la traslazione di un’esperienza femminile dove “festeggiare la gloria del nulla” è già comunque esistere.

Dentro un labor limae esistenziale, che sceglie la  sequenza, con una vera e propria trama temporale e spaziale, resa  in liriche di libera metrica, anzi di “non” metrica, assolutamente libere di raccontare in presa diretta, non prosa ma verso lungo, vers libre. Luoghi e personaggi, preposizioni semplici ed articolate  e  presente  indicativo: io sono,/io ho/ io non so/ io amo/ per il conto degli anni e delle confidenze e infiniti semplici per coniugare i desideri “Stare nel mio cortile, \volare sempre basso,\ ingrassare per bene \per essere cucinata nel giorno del (suo) ringraziamento. Volevo essere anch’io tutta sua\con un anello sulla zampa\ pieno di dediche\per sempre“. E il territorio è la nostalgia che si muove fra la parte russa che occupa la geografia dell’anima e quella italiana che è la parte nomade più che esule. “E le finestre ad Est, chi sa perché\terrò sempre aperte” l’autrice è segnata dalla nostalgia della Russia e la stende in tutto il racconto in versi. Ma in relazione a quest’ultimo elemento, dobbiamo  svelare il tranello dell’esergo e dei riferimenti alla sua autrice “mito”: la poetessa Marina Cvetaeva così citata non è da mettere in relazione affatto (appunto se non per amore e per esergo e citazioni), il vere libre della Bondarenko con la Cvetaeva dai lunghi respiri intarsiati di spirito e terra, ma tanto più calzante è il continuo racconto in prima persona, dividendo in frammenti ogni ricordo, cercando dialoghi involontari ma necessari con  Dio, svelando  l’esilio imposto dalla maternità, che avvicina questa raccolta alle inquietudini della scrittura di Elena Švarc,  in una linea continua dove le confidenze sono necessarie “non per placare la mia sete\ ma per soddisfare la mia anima”(E. Švarc)

confidenze confidenziali I

Nel conto degli anni di Confidenze Confidenziali c’è la ricerca dell’amore. Amore materno per la bambina dalla madre sola e del padre a bere, amore filiare per quel “povero cristo di mio figlio \ mai nato da un grembo poco accogliente” e di tutti gli uomini in cui ci si possa specchiarsi per ritrovarsi amata, perché l’amore è “la matematica elementare” per sommare la vita con la felicità. Bello, bello davvero, davvero vero. E tutto arriva e si perde quotidianamente. La Russia è nella cipolla continuamente mangiata e nell’eredità di un vecchio impermeabile della nonna,  l’Italia è nella solitudine delle case troppo vuote (ma da quando sono diventate così vuote le nostre case? la domanda è della redattrice non della poetessa) o nella maleducazione del leghista imbolsito nel verde della sua cravatta. E nella tenacia della resistenza è la forza vitale che la poesia traduce con improvvisi spruzzi di ironia che fanno sobbalzare e sorridere dopo il caos del dolore. Tenacia femminile che non concede nulla a nessuno, visto che il primo bisturi ha tranciato le illusioni e dato alla vita secolare la carne nuda. Ed anche altro “lasciamo stare i soliti discorsi da saccenti\ che non sono le coccarde a farci meritevoli“: qui versifica l’erede del Club delle Estranee di Virgina Woolf e allora, quando racconta “Credo, per fare una specie di conta\ degli anni non vissuti insieme\ dei figli non concepiti\del mucchio di chissà cosa\ però sai, di questo “chissà cosa”\ penserò al ritorno” la confidenza ormai si è instaurata e il tono è davvero amichevole quando il lettore passerà oltre la pagina e chiederà confidenzialmente all’autrice : “Ma alla fine, l’hai trovato o no l’amore?”.

natalia bordarenko

Natalia Bondarenko, nata 31 maggio 1961 a Kiev, Ucraina (ex Unione Sovietica).
Nel 1990 si trasferisce in Italia. Attualmente Natalia Bondarenko vive e lavora come artista in Friuli, dove partecipa a numerose mostre personali, collettive e manifestazioni fieristiche nazionali ed internazionali.
Scrive da sempre nella sua lingua madre, in particolare ha scritto sceneggiature per spettacoli universitari, poesie e racconti. Ha tradotto in italiano opere poetiche e narrative di autori russi e ucraini. Direttamente in lingua italiana scrive solo da pochi anni riscuotendo un notevole successo.

da Confidenze Confidenziali

***

Ed era l’inizio della fine. La fine aveva il suo inizio.

Il dollaro maestosamente scalava la vetta

(uno per cinque

uno per dieci

uno per venti)

Il dollaro si prendeva con comodo la sua vittoria netta.

Celentano non usciva fuori dai suoi 33 giri,

i polacchi trafficavano con i jeans e la valuta,

la mia amica andò in galera

per aver rivenduto un paio di orecchini di plastica,

i primi ricchi facevano più poveri gli altri.

Ed era l’inizio della fine. La fine aveva il suo inizio.

Le campane hanno ripreso a suonare.

***

Senza amore

boccheggio come un pesce fuor d’acqua

sbatto la coda sul tagliere per protesta

con l’occhio ben lucido, ancora per poco

che finisce

per chiedere pietà ad un coltello appeso al muro.

Avessi i piedi – andrei a cercarlo.

(l’amore … intendo)

anche sui carboni ardenti della griglia pronta

che più degli altri mi capisce.

***

Mi spingi senza volerlo

verso il confine senza sbarramenti

sulla strada dove i sensi di marcia

prendono la forma del nodo di Windsor,

verso l’uscio della casa con il campanello rotto,

verso la pronuncia giusta del soggiorno

con i mobili e i cuscini di una vecchia tristezza,

verso la parola “pettinata” e

il rumoreggiare del petto nel silenzio

sempre, senza volerlo

mi insegni a parlare poco, ad amare meno,

a leggere fra le righe la cronaca peggiore della vita,

a fare i conti con l’incoscienza del giorno,

ad aprire il cuore, a sbattere la porta,

a stringere coi denti le lenzuola e

a spezzare l’ordine di posizionamento dei corpi,

a contare le pecore, le voci dei gatti, i polsi,

insomma, mi insegni la matematica elementare

fino all’alba.

Daguerre: dalla realtà alla quintessenza di Fosca Massucco e Maria Grazia Di Biagio


Il Daguerrotipo (1840) – Operazioni di creazione

“La prima consiste nel nettare e pulimentare la lamina
e renderla propria a ricevere lo strato sensibile”

daguerre1

Il baccano della quiete di collina
è un intrico di chiame in sottofondo.
Posando lento il suono, il sole
turba l’aria di acacie e cinciarelle

poi il colpo di fucile

spezza il baccano – rimbalza – muore.
Latrati e cani saltellano stanando
il fagiano in caccia di ranocchie.

“La seconda, nell’applicazione di questo strato.”

daguerre2

D’inverno i gelsi del canale sono pugni
tesi al cielo – ma al tempo di trattura
i bachi divorano le dita aperte
scuotendo teste a otto, salendo al bosco –
bollente la vendetta delle filerine!

“La terza, a sottomettere nella camera oscura la lamina preparata a ricevere
l’azione della luce affine di ricevervi l’immagine della natura.”

Infine sarò fiore di tarassaco –
nel Campo di Marte non mi risolvi
con lo sguardo – pappo piumato.
Mi disperderò silenzioso nell’aria
– tu ancora cerchi.

daguerre3

 
“La quarta, nel fare apparire questa immagine
che non è visibile al suo uscire dalla camera oscura.”

Posano dietro le gelosie,
sono tornati i pipistrelli e le vespe
che moleste cercan le fessure.
La luce abbacina a lungo
il sole splende altrove.

Rincasa il ragno ballerino –
atto incosciente,
si rassegna alla gloria pervicace.

“La quinta finalmente ha per iscopo di togliere lo strato sensibile che
continuerebbe ad essere modificato dalla luce
e tenderebbe necessariamente a distruggere interamente la prova.”

daguerre4

Riconsegno il senso alle cose –
autentica percezione di forma.
La mia ricerca è sempre controluce,
il rospo nella luna. Perturbo
miserevoli condizioni al contorno –
levigata dalla vita, mai vinta.

daguerre5

Nota di Maria Grazia Di Biagio

Quest’ultima fatica poetica di Fosca Massucco ne conferma e, se possibile, perfeziona lo stile rigoroso per nitore delle immagini e precisione formale.
La poetessa si pone, qui, di fronte alla realtà circostante da un punto di vista oggettivo e del tutto originale: si fa lastra di rame nel processo di dagherrotipia, pronta a lasciarsi “impressionare” dalle immagini che osserva.
Nei versi risuona più che mai la rivelazione di Novalis: (“In der Nähe des Dichters bricht die Poesie überall aus”) “Accanto al poeta la poesia erompe dappertutto”.
È così, la poesia erompe nel primo componimento, descrivendo un moto parabolico, dal fulgido ossimoro del primo verso al “colpo di fucile”, passando per sinestesie di grande efficacia plurisensoriale, fino a ricadere sulla morte del “fagiano in caccia di ranocchie” a sua volta cacciato, che chiude il cerchio della legge naturale cui soggiace ogni vita.
Ad acuire il senso tragico sotteso al discorso poetico, sulla seconda scena cala il silenzio delle vendette inconsapevoli. Cinque versi vergati con perizia e splendide metafore, ci consegnano immagini vivide di gelsi e bachi. Verità bollenti come l’acqua che ucciderà i filugelli, per estrarre intatta di seta preziosa dei bozzoli, ci rimandano al Postulato fondamentale di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e Fosca lo sa. Sa che la morte è un passaggio, un mutamento di stato, come per il “fiore di tarassaco” che si trasforma in soffione per poi disperdersi “silenzioso nell’aria”.
Forte di tale consapevolezza, la poetessa non si arrende alla propria caducità, vive appieno la sua esistenza godendo della “gloria pervicace” della luce, indispensabile al processo vitale di ogni creatura, anche di quelle che per istinto la rifuggono.
Certo, non è indolore osservare le cose “controluce”, ma solo così si può vedere “il rospo nella luna” riflessa nello stagno, accolto a sua insaputa nella sfera eterna e incorruttibile dei corpi celesti.
Alla poetessa non è dato; non qui, non ora. Può solo constatare, non senza angoscia, la propria condizione di elemento minimo, quasi irrilevante ai bordi del sistema fisico che governa la realtà circostante.
La lastra “impressionata”, “levigata dalla vita, mai vinta”, lascia cadere lo strato sensibile per riconsegnare “il senso alle cose” fissate nella loro forma quintessenziale: il dagherrotipo dell’anima del mondo.

Poesie di Fosca Massucco.
Le fotografie sono di Daguerre, reperite in rete già manipolate.