Presa Visone: Recensione di Solo dio perdona di Christian Humouda


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Solo Dio perdona? Questo é il problema.

“Solo Dio perdona” arriva due anni dopo il grande successo di “Drive”. Film che ha fatto urlare al capolavoro gli amanti del genere.
Le immagini, i silenzi, la musica ci accompagnano con la stessa miscela esplosiva di talento alla conclusione della tetralogia iniziata con “Bronson”.
La storia é ambientata in Thailandia. Terra lontana e conosciuta da tutti per le bellezze ed i limiti: prostituzione a basso costo, droga, Muay thai.
La trama é semplice, quasi basilare. Due fratelli Billy e Julian, gestiscono una palestra di boxe thailandese, usata come copertura per lo spaccio di droga.
Una sera Billy, fratello maggiore di Julian, viene ucciso dopo aver abusato di una ragazza minorenne. L’arrivo di Jenna madre di Julian, darà il via ad una spirale di vendetta e sangue senza ritorno. Refn in questo film opta per una messa in scena quasi teatrale. Pare di assistere all’ Amleto shakespeariano, tanto i tempi sono dilatati seppur, mai eccessivi. Le idee alla base della storia altro non sono che, frammenti di personaggi già presenti nei classici moderni del cinema orientale, da “Old Boy” di Park Chan-wook a “Ichi The killer” del maestro Takashi Miike.

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E’ proprio da questo film che sbocciano concettualmente le più significative similitudini, delineandosi nettamente due forme di personalità stridenti opposte ed estreme: Ichi, killer psicopatico (il sadico perfetto) e Kakihara (lo yakuza masochista).
Anche Julian è un masochista perfetto, l’eterno secondo, vittima di una madre dominante ed incestuosa. Un bambino ancorato all’utero materno con un complesso edipico insuperato che travalica nel patologico.
Il caleidoscopio di colori caldi e freddi del settore luci, riprende a piene mani, Bronson, Valhalla Rising cortocircuitandolo in un “Enter the void” con simbolismi alla El Topo.
E’ il colore insieme alle mani ad essere il vero protagonista del film. Un rosso rabbioso, sporco, infetto che si contrappone ad un liberatorio color indaco .
Gli arti toccano, accarezzano, penetrano la coltre buia del ricordo, senza però riuscire a colmare i sensi di colpa. Il fallimento perpetuo si tramuta in una furia crescente quanto improvvisa ed autodistruttiva.
La battaglia tra Chang e Julian altro non é che, il momento purificatore. La rappresentazione del perenne fallimento dell’uomo contro un Dio troppo grande, troppo forte ed assolutamente incorporeo.
Tutto il resto è silenzio.

Christian Humouda

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8 pensieri su “Presa Visone: Recensione di Solo dio perdona di Christian Humouda

  1. Mi piacciono molto le sfumature che hai colto e concordo. Daltronde comunque chi conosce Refn non poteva che aspettarsi sfumature per così dire ” cristologiche ” . Un film ipnotico e onirico dove il significato viene appunto marcato da quel cromatismo blu-rosso e dall’azione dei personaggi più che dai loro dialoghi. Mi sono ritrovata questa volta a fare litigate assurde nel forum di Mymovies dove molti hanno parlato di un film sostanzialmente vuoto ed insipido, ma la realtà non è questa : il film è molto complesso ed il silenzio del protagonista Gosling ne è la testimonianza. Se mentre uno dei due fratelli , dal ” cazzo enorme ” ( ci informa nel film la mistress-madre Kristin Scott Thomas) incarna la follia e la perversione del male come risposta al disagio, all’educazione ricevuta ed alla patologia, l’altro incarna in un certo senso il conflitto con la propria radice nera e l’indole personale che si mostra essere intrisa di umana pietà e profondamente sofferente per carenza d’amore e comprensione. Un uomo che non riesce ad instaurare un rapporto naturale ed equilibrato con le donne , un uomo profondamente frustrato causa personalità dominante della madre. Alla luce di tutto questo incontriamo un dio artefatto, un poliziotto in pensione esaltato, che infligge la punizione ai peccatori con un’efferatezza altrettanto perversa e sanguinaria. Ed ecco che emerge da tutto il film il significato sulla personificazione distorta di Dio , ma richiama indirettamente anche a quella vera , ovvero quella di Gosling nella sofferenza e sacrificio. Per me un film magnifico, accompagnato dal sottofondo dei pezzi magici di Cliff Martinez.

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  2. Che poi ecco, quello che mi ha irritato in chi ha parlato di film vuoto con una Kristin Scott Thomas che dovrebbe pagare i diritti d’autore a Donatella Versace, è proprio il focalizzarsi su queste stupidaggini senza pensare alla metafora artistico-simbolico- religiosa del fim. Ma come si fa?? Ho sempre pensato che il cinema non è per tutti , e qui vorrei ricordare che in questo filone d’arte è utile distinguere il regista-autore e artista vero, dal montapellicole nazional-popolare che produce film commerciali per trogloditi.

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  3. Non ho visto il film. Un articolo ben scritto, d’effetto…E’ il colore insieme alle mani ad essere il vero protagonista del film. Un rosso rabbioso, sporco, infetto che si contrappone ad un liberatorio color indaco…con tocchi di poesia, complimenti!

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  4. il trailer attira la mia attenzione proprio per la predominanza del rosso e del blu, poi ehm gosling fa la sua porca figura:D

    comunque forse per me è troppo lento come film.
    ma ringrazio christian per l’attenta recensione.

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  5. Il film l’ho visto. Non sono d’accordo con chi lo definisce un capolavoro ma è intrigante, affascinante, interessante. Credo sia da rivedere più volte.
    Ottima recensione comunque

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