Appunti su “Geografie di un orlo” di Emilia Barbato – CSA Editrice 2011


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L’opera di Emilia Barbato ci parla attraverso gli occhi di una madre che si offre “senza più geografie”, all’amore forte per una figlia.
E’ questa l’introduzione che ci accoglie, ci fa accomodare, una sorta di comunicazione, calda – amorevole, una voce guida.

Il libro è suddiviso in tre parti:

Frattali
Geografie
Paesaggi

La prima parte ha in se la voglia di lasciarsi l’oscuro dietro le spalle, qualcosa da smettere non solo come se fosse un abito, ma anche e soprattutto come pelle, una sorta di desiderio che attraversa e che alla fine dopo tutto il dolore ci sia il silenzio come una salvezza.

Mi ritorni.
Entri senza bussare,
come un’aria cupa in un vicolo stretto.

Sparpagli fogli, con mani di trasparenza e gelo.
Ti guardo nella fragilità della carta,
alla compostezza delle mie paure.

Mi assiepo alle tante altre,
quasi fossimo un prato di cadaveri,
senza scopi.

Ti fai monito e presentimento,
inutilmente cerco di strapparti dalla mente
e accartocciarti,
eppure vorrei che fossi diverso,
che ti prendessi cura delle mie tenaci viole.

Geografie, ha il sapore di una primavera che sta covando sole da una pagina all’altra, fiorisce con il caldo che alla sera a volte è ancora più forte di un caliente sole allo zenit.
Ogni verso profuma e si appresta ad una felicità in fasce.

Me lo ripeto spesso,
la felicità è una domenica
nelle ore pigre,
lontane dal meriggio.

L’incontro dei pensieri
al tepore di una coperta,
lo stare familiare fra le cose
e quel raggio bruno.

L’abbraccio dei pensieri
che si concedono alla vista,
le sfumature delle foglie,
e i miei sentieri quando s’inerpicano.

E’ quel cielo incerto,
quando sorride,
o le manine serene che cercano conferme.
Ha un carattere semplice la gioia.

L’ultima, Paesaggi, vuole dare l’orma per ciò che verrà dopo, il lasciare libero il passaggio e paesaggio dalla pesantezza della neve, che può essere simile ad una parola, chiusa nel buio di un gesto.

Nei gesti abituali,
talvolta si addensa la commozione,
come lo staccarsi delle pagine di poesia,
oppure cercare, negli occhi puliti, la notte.
Tremare della sua limpidezza,
nell’aria tersa di neve.
E’ come se il consueto scivolasse tra pieghe nascoste,
seguendo la lentezza e la cura di un rituale.

Credo nella crescita della Barbato ed attendo con amorevole attenzione le sue prossime parole in carta.

Mare: navigazione a parole


Se vuoi costruire una nave,
non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti ma,
insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito.
(A. de Saint Exupery)

Dennys Hess

Dennys Hess

Febbre del mare di John Mansfield

Devo tornare sul mare, solitario sotto il cielo,
e chiedo solo un’alta nave e una stella per guidarla,
colpi di timone, canti del vento,
sbuffi della vela bianca,
e bigia foschìa sul volto del mare
e un bigio romper dell’alba.

Devo tornare sul mare, ché la chiamata
della marea irruente è una chiara
selvaggia chiamata imperiosa;
e io chiedo soltanto un giorno di vento
con volanti nuvole bianche,
pien di spruzzi e di spuma e di strillanti gabbiani.

Devo tornare sul mare, alla vita
di zingaro vagabondo; alla via
delle balene e degli uccelli marini,
dove il vento è una lama tagliente;
e io chiedo solo un’allegra canzone
da un compagno ridente e un buon sonno
e un bel sogno
quando la lunga giocata è finita.

CREPUSCOLO di Heinrich Heine

Sulla pallida spiaggia giacevo,
solitario dai tristi pensieri.
Declinava al tramonto nel mare
il sole, gettando sull’acqua
vivi sprazzi di porpora ardente;
ed i candidi flutti lontani,
sospinti dall’alta marea,
venivan spumando frusciando
più presso, più presso…
Uno strano gridare, un brusìo
e sibili e murmuri e risa,
un sospirare, un ronzare:
e, frammezzo, un sommesso cantare
di cune dondoleggiate.
Riudir mi parea le obliate
leggende, le fiabe soavi
di tempi remoti, che bimbo
mi seppi dai bimbi d’accanto,
allor che nei vesperi estivi
ci acquattavam sui gradini
dinanzi alla porta di casa
per cinguettarci sommessi
le storie, coi piccoli cuori
protesi in ascolto, con gli occhi
astuti di curiosità,
mentre le bimbe più grandi,
dalle finestre di fronte,
tra vasi olezzanti di fiori
sporgevano i volti di rosa
ridenti alla luce lunare.

Il mare di Antonio Machado

Lo scafo consunto e verdiccio
della vecchia feluca
riposa sul lido…
sembra la vela mozzata
che sogni ancora nel sole e nel mare.
Il mare ribolle e canta…
Il mare è un sogno sonoro
sotto il sole d’aprile.
Il mare ribolle e ride
con le onde turchine e spume di latte e argento,
il mare ribolle e ride
sotto il cielo turchino.
Il mare lattescente,
il mare rutilante,
che risa azzurre ride sulle sue cetre d’argento…
Ribolle e ride il mare!…
L’aria pare che dorma incantata
nella fulgida nebbia del sole bianchiccio.
Palpita il gabbiano nell’aria assopita , e al tardo
sonnolento volare, si spicca e si perde nella foschia del sole.
*

di José Saramago

Là nel cuore del mare, là ai confini
dove nascono i venti, dove il sole
sulle acque dorate si sofferma;
là nello spazio di fonti e di verzura,
d’animali mansueti e terra vergine,
dove cantano uccelli naturali:
amor mio, mia isola scoperta,
da lontano, dalla vita naufragata,
riposo sulle spiagge del tuo ventre,
mentre pian piano le mani del vento,
passando sopra il seno e le colline,
alzano onde di fuoco in movimento.

Ad Vivum – In anteprima per WSF, Giuseppe Lo Schiavo


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Ho immaginato questa serie fotografica come un viaggio temporale, un ponte tra i ritrattisti fiamminghi come Vermeer, Jan van Eyck, Robert Campin e la fotografia digitale. La contaminazione di un mezzo espressivo contemporaneo con un’estetica classica. Ritratti senza espliciti riferimenti temporali, cronologicamente incerti. Ho chiesto ai soggetti di imprigionare un emozione, ma di non rivelarla chiaramente, di essere emotivamente sfuggenti. Soggetti con un’identità da scoprire scrutando tra 3 filtri emotivi, l’espressività del soggetto, la reazione emotiva dell’artista che indirizza la visione e la riflessione dell’osservatore che cerca di individuare cosa del soggetto si voleva cogliere. Nelle immagini convivono luci calde e fredde diffuse e distribuite sui soggetti come nei ritratti fiamminghi. Sculture di ombre dolci, soggetti immobili, duri e lisci come il marmo. Il nome “ad vivum”viene dal latino ed è ripreso dalle incisioni che alcuni pittori inserivano sotto al ritratto per identificare che era stato dipinto dal vivo.

Giuseppe Lo Schiavo, nato nel 1986, fotografo. Una sua opera, Levitation, è attualmente esposta al secondo piano della Saatchi Gallery di Londra. Vanta numerosi premi fotografici ed esposizioni.

Andrea: – Ritratti. Giuseppe, la scorsa estate abbiamo presentato la tua serie “I stay here”, vincitrice della mostra Young at Art, brillante e diciamolo… con i piedi ben piantati a terra. Oggi siamo qui con Ad Vivum, un ritratto completamente diverso, sospeso e metafisico, che vive un tempo improvviso e sconvolto… non una mera sperimentazione, bensì il risultato di un’esperienza coinvolgente. La sensazione esterna è che qualcosa nell’artista si sia sradicato e purificato, verso la costruzione di una fotografia piena, scivolosa e con un linguaggio ruvido. Puoi confermarcelo? Cosa ha influenzato o come hai direzionato il tuo percorso artistico in quest’ultimo anno? –

Giuseppe: – In realtà io sono lo stesso di “I stay here” sempre con i piedi per terra, ma la testa sganciata dal corpo. Il mio percorso artistico non segue una via rettilinea, ma caotica e imprevedibile, cambio spesso, ma non so se si possa parlare sempre di evoluzione. Sicuramente nei primi lavori, come hai detto tu per “I Stay here”, avevo la necessità di una fotografia molto più diretta, univoca, con un messaggio chiaro e provocatorio. Ad Vivum ha un approccio più intimo, era un’idea che curavo da tempo dentro di me, era partita diversa, malata di confusione. Quindi ho aspettato, piano piano il tempo la curava, la rendeva snella e ad un certo punto me l’ha presentata pronta per essere sviluppata. Tecnicamente non è stato semplice anche se l’atto finale di fotografare è stato quello più veloce, solitamente quando arrivo al momento di scattare in mente io già sto scegliendo la texture della carta. –

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Andrea: – Quindi vuoi dirmi che anche nella fotografia digitale lo scattare la foto è solo l’inizio del processo creativo, che poi continua la sua trasformazione fino alla materia, diventando oggetto scolpito, reale e tangibile che deve soddisfare l’aspettativa di qualcuno…

Giuseppe: Nel mio caso si, inizia il processo che io definisco “pittorico” perché in base al carattere della fotografia scelgo la tecnica di stampa che più mi soddisfa, dalla stampa Giclèe a quella Lambda il gioco è scegliere l’inchiostro che segnerà la carta. È una fase che amo, perchè è l’unico momento dove puoi avere un confronto tangibile con quello che hai creato. Poi scelto il numero di esemplari da stampare della stessa foto, la tanto decantata edizione, si passa dal corniciaio. Mi sento come mastro Geppetto, ogni stampa finita è un oggetto con una sua vita propria e una sua personalità. Due settimane fa ho spedito una stampa compresa di cornice ad Istanbul alla galleria MixerArt, erano i giorni peggiori per gli scontri a Piazza Taksim, ho voluto renderla partecipe di quel momento storico scrivendo dopo la mia firma uno dei simboli che hanno aiutato la diffusione della protesta #OccupyGezi. La foto è arrivata in galleria completamente distrutta, sarà di sicuro un caso, ma mi piace pensare che sia stata vittima anche lei di quei giorni di attentati alla democrazia.

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Andrea: – Ti sembrerà assurdo, ma guardando le tue foto, la cosa che frastorna di più, è questo silenzio scolpito, che sembrano emanare, quasi muto, raffermo… inonda tutti i contorni. Ho provato un senso di pietà, assolutamente neutro, ma umano ed intimo. Come ci sei riuscito? –

Giuseppe: – La parte più delicata era proprio comunicare attraverso altre persone, sono stato più regista che fotografo, non era facile far capire gli stati d’animo che volevo cogliere. Avevo bisogno di sguardi vivi, intimi e sfuggenti e di lasciare molte finestre aperte a chi si confronta con questi ritratti. Ho mescolato le radici del ritratto con la tecnica della fotografia digitale intraprendendo un dialogo muto con il tempo. Volevo dei ritratti duri come il marmo, vivi e fragili come il legno e senza tempo come il rame. –

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Andrea: – Cosa ti ha portato a scegliere proprio i ritratti fiamminghi per contaminare i tuoi ritratti? Ho l’impressione che la scelta delle “Ragazze con l’orecchino di perla” non sia stata facile –

Giuseppe: – I ritratti fiamminghi hanno rivoluzionato l’arte del ritratto non soltanto perché hanno inserito nuovi modelli estetici, poi diventati canoni per quasi tutti i momenti artistici successivi, ma perché hanno portato l’arte del ritratto a tutti gli strati sociali, diventano laici, liberi ed estremamente espressivi. I ritrattisti fiamminghi sono stati i primi fotografi senza macchina fotografica, utilizzavano la camera oscura, basta guardare alcune opere di Vermeer dove è presente la profondità di campo con curiose sfocature tipiche del mezzo fotografico. La selezione delle ragazze è stata lunga, l’ho curata con la mia assistente e stylist Danizza della Vecchia e con l’aiuto di Giovambattista Scuticchio Foderaro, che ha creduto nel progetto e mi ha dato carta bianca sulla scelta delle ragazze nella sua agenzia. Ragazze diverse, dalla fiamminga vera alla ragazza albina di origini africane. –

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Andrea: – Una domanda che avresti voluto che io ti facessi? –

Giuseppe: – Cosa ci fai ancora in Italia se la maggior parte dei riconoscimenti li hai ricevuti all’estero? –

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L’intera serie fotografica si trova qui: http://www.giuseppeloschiavo.com/portfolio/uncategorized/advivum/

OBLOM POESIA – Festival Multidisciplinare di Poesia in San Salvario: Letteratura, Arte, Performance, Critica, Editoria


Guglielmina Otter - Ritratto di Dino Campana "Fisionomie della parola"

Guglielmina Otter – Ritratto di Dino Campana “Fisionomie della parola”

Compito di chi opera nella realtà contemporanea è il ricollocamento di ancestrali qualità della poetica in produzioni che sappiano amalgamarne, dialetticamente, forma e sostanza. In questo modo, attraverso una conseguente visione interdisciplinare, la poesia potrà reincarnare – secondo l’accezione originaria di creazione universale – il concetto primordiale di estetica: relazione attiva nei confronti di tutti i campi della percezione

Architettura dell’immaginario, realtà artificiale, simulazione grafica, interazione sonoro-musicale: la poesia ha rappresentato, nel corso dei tempi, tutte queste cose. A partire dalla propria etimologia, ha sempre convogliato le forze della creatività verso l’illimitata produzione di mondi conclusi in se stessi, assoluti: edifici inediti, biblioteche fittizie, cataloghi di innovazioni, strutture mimetiche. Autenticità e originalità sono state tradotte in linguaggi depurati o contaminati, in cui l’artificio dell’espressione potesse perdere ogni suo aspetto di utilità, di sviluppo efficace, di convenienza.
Casualità e progetto si sono scontrati ed alleati, abbandonati definitivamente in processi di automazione o di rigenerazione stilistica. Nella propria natura di materia cristallizzata, di testimonianza scritta, la poesia si è scoperta portatrice di segni immacolati, lievi e sospesi, decorativamente – e perturbabilmente – fruibili soltanto nella grafìa che li contraddistingue. Come scissione tra oralità e scrittura, ha scavato tra sé e l’esistenza un immenso cratere, che continua a secernere preziosi tesori: getto continuo d’ispirazione.
Compito di chi opera nella realtà contemporanea è il ricollocamento di queste ancestrali qualità della poetica in produzioni che sappiano amalgamarne, problematicamente, forma e sostanza. La ritrovata sensibilità nei confronti della parola andrà incanalata nelle sue variabili declinazioni: testimoniali, timbriche, seriali, riproduttive, grafiche, artistiche, performative, critiche, teatrali. Soltanto in questo modo, e attraverso una conseguente visione interdisciplinare, la poesia potrà reincarnare – secondo l’accezione originaria di creazione universale – il concetto primordiale di estetica: relazione attiva nei confronti di tutti i campi della percezione.

Ivan Fassio

Programma:

Mercoledì 26 giugno

18,00 Galleria Oblom: Presentazione del Festival, con Fabrizio Bonci, Ivan Fassio, Alan Jones, Salvatore Sblando. Presentazione del testo di Gian Ruggero Manzoni dedicato al Festival.

18,45 Galleria Oblom: Le macchine poetiche di Ennio Bertrand. A cura di Fabrizio Bonci e Ivan Fassio.

19,15 Galleria Oblom: Extreme Oath. La video arte di Valter Luca Signorile. A cura di Fabrizio Bonci e Ivan Fassio.

19,45 Galleria Oblom :Tre video su tre elementi. Video poetici e fotopoesie di Carlo Molinaro.

20,30 Galleria Oblom: Poesia e preghiera: l’invisibile confine. Patrizio Righero con la partecipazione dei videomaker Francesco Calabrò e Simone Mensa.

21,15 Galleria Oblom: Reading, con le poetesse Eliana D. Langiu e Milena Prisco.

22,00 Galleria Oblom: Presentazione del progetto fotografico di Gepe Cavallero: “La poesia come oralità, come musica della parola, come alle origini. Ritratti di poeti colti nell’atto di dar voce ai propri testi”.

22,30 Galleria Oblom: La notte di Dino Edison. Ivo De Palma legge Campana. Video installazione di fannidada.

Giovedì 27 giugno

17,30 Libreria Trebisonda: Reading con i poeti Silvia Rosa, Max Ponte, Francesco Deiana, Salvatore Sblando, Antonella Taravella.

19,30 Galleria Oblom: Live Painting di Andrea Chidichimo.

20 Galleria Oblom: Reading con i poeti Paola Lovisolo, Ada Gomez Serito e Marco Bellini in dialogo con Diana Battaggia.

21,30 Galleria Oblom: Presentazione del progetto editoriale “La vita Felice”. Con Diana Battaggia.

22,00 Galleria Oblom: La lingua batte… dove il verso vuole. Reading performativo di Riccardo Lanfranchi, in dialogo con Diana Battaggia. Alla chitarra Riccardo Lanfranchi e Guglielmo Marino.

Venerdi 28 giugno

17,30 bin11: La Mattanza e Clandestini. La video arte di Riccarda Montenero. A cura di Ivan Fassio.

18,30 Libreria Trebisonda: Reading, con i poeti Valentina Diana, Paolo Agrati, Ivan Fassio, Ennio Onnis, Roberta Toscano e Berte Bakary,

20,00 Libreria Trebisonda: Presentazione della collana “Disegno diverso” diretta da Paola Gribaudo e di Genesi Cosmiche di Davide Binello. A cura di Ivan Fassio.

20,30 Galleria Oblom: Incontro con la videoartista Friederike Schaefer. A cura di Fabrizio Bonci.

21,00 Galleria Oblom: Poetry above All. Incontro con il critico d’arte Alan Jones. A cura di Fabrizio Bonci e Ivan Fassio

22,00 Galleria Oblom: Memento e altre poesie di Iginio Ugo Tarchetti. Alle parole Laura Bombonato, al violoncello Eugenio Solinas.

22,30 Galleria Oblom: Dickinsong. Testo di Daniela Fargione e installazioni di Matilde Domestico. Fotografie di Tommaso Mattina e Gianpiero Trivisano. Musica e testi di Malecorde, con la partecipazione straordinaria di Bartolomeo Angelillo al violino.

Sabato 29 giugno

15,00 Galleria Oblom: Progetto Detenzioni di Roberta Toscano e Voci da dentro, poesie dalla Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino, in collaborazione con il blog “Dentro/Fuori”.

16,00 Bhuman Shah Art&Meditation Centre: Laboratorio di poesia con Valentina Diana e Silvia Reichenbach (prenotazione necessaria).

18,00 Bhuman Shah Art&Meditation Centre: Reading di Valentina Diana.

19 Galleria Oblom: Il rumore dell’acqua. Reading e Live Painting di Marco Memeo.

19,30 Galleria Oblom: PRINP Editoria d’Arte 2.0. Incontro con Dario Salani.

20,00 Galleria Oblom: Write me. Performance di Erika Fortunato, con un’opera di Daniela Giustat.

20,45 Galleria Oblom: Pondus, il peso delle parole nel corpo. Azione performativa di Donatella Lessio, testi di SIlvia Rosa. Proiezione di foto di Enrico Carpegna.

21,30 Galleria Oblom: Reading, con i poeti Alessio Moitre, Salvatore Sblando. Reuben Crowe

22,30 Galleria Oblom: Poesie in chiave di basso e Live Painting. Con Davide Bava, Marzio Zorio, Anna Ippolito.

Domenica 30 giugno

17,00 bin 11: Reading con i poeti Cecilia De Angelis, Ennio Onnis, Fabrizio Bonci, Ivan Fassio. Interventi musicali di Fabio Saba.

18,00 Galleria Oblom: Live Painting di Jean Paul Charles.

18,15 Galleria Oblom: Reading di Luca Ragagnin

19,00 Galleria Oblom: Reading, con i poeti Cecilia De Angelis, Antonella Facchinelli e Stefano Pini. Interventi musicali di Fabio Saba.

20,00 Galleria Oblom: Le Voyage de Jean-Paul Charles e Marathon, a cura di Ivan Fassio.

20,45 Galleria Oblom: Reading di Gabriella Montanari. Interventi musicali di Fabio Saba

21,30 Galleria Oblom: Mystic Oblom Show di Ivan Fassio e Diego Razza.

Dove:

OBLOM POESIA – dal 26 al 30 Giugno 2013
Galleria Oblom
Via Baretti, 28
Torino
http://www.galleriaoblom.it/
In collaborazione con Salvatore Sblando
Con la partecipazione di Art10100, bin11, Bhuman Shah Art&Meditation Centre, Cooperativa Letteraria

http://oblompoesia.wordpress.com/

Shakespeare: lo specchio della vita di Angelica D’Alessandri


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“Sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo quello che potremmo essere”.
— Ofelia, Amleto Atto 5, scena 4

Così parla la follia di Ofelia. Ci troviamo in un castello, ad Elsinore. Una donna impazzisce, e si riflette sul nulla. Una realtà marcia, come lo stato di Danimarca. Ed è proprio in faccia a Claudius che dice questa frase, quasi a volerlo sfidare. Canta della morte del padre e dell’amore infranto con Amleto. Come un’immagine speculare, Ofelia ha subìto la sua stessa perdita, e da questo sgretolamento di se stessa, si mostra per ciò che è. E’ diventata lo spettro che teneva nascosto.
Questa frase è la descrizione dell’umanità.
Non sappiamo chi potremmo essere, né conosciamo le azioni che le circostanze ci porteranno a compiere; è in questo modo che il principe di Danimarca si trova smarrito, vittima del suo destino.

Amleto. Si guarda allo specchio e cerca di capire chi è. Questo è il più grande dei quesiti: “Chi o COSA siamo?”
Ecco una delle tante domande a cui Shakespeare ci sottopone, le stesse che dobbiamo risolvere quando ci immergiamo nelle sue opere.

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E’ proprio di questo specchio che voglio parlare, di un riflesso. I personaggi di Shakespeare siamo noi, protagonisti della nostra vita.
Un rapporto tra padre e figlia, la vendetta, l’incertezza, la scoperta, la gelosia, la perdita e il tradimento diventano un’esperienza personale. Sanno di realtà.
Anche se i personaggi si trovano in un’epoca diversa, è come se il tempo non ci fosse, e li sentiamo qui, vicini, come una porta che collega due mondi.
Le opere di Shakespeare non sono soltanto un’espressione artistica, ma vere e proprie proiezioni di quello che siamo e che potremmo essere.

Amleto è incerto, titubante. Un riflesso di luce scruta al suo interno nel momento in cui si pone delle domande. Cos’è lui davvero? E’ disposto ad andare contro la sua natura e seguire il volere di uno spettro? si ferma, e pensa. E durante tutta l’opera cambia.
Ed è proprio davanti ad uno specchio che si ritrova a recitare “To be, or not to be” nella rappresentazione dell’Amleto di Branagh. La scelta di questo elemento non è un caso. Mentre scruta la superficie riflettente vuole scoprire se stesso. La stessa cosa vuole fare Shakespeare, con la proiezione di scene quotidiane dentro contesti del tutto estranei allo spettatore. Da qui vediamo che la stanza di un castello si trasforma in una casa qualsiasi, dove non ci sono principi, ma persone spogliate delle loro scorie, per esprimere le debolezze tipiche di ogni essere umano.

Un’opera in cui non importa ciò che accada, il protagonista è vittima del suo destino, viene trascinato dagli eventi, fino a rimanerne scioccato, per poi lasciarsi andare al corso della vita, che in un certo qual modo ha distrutto lui stesso. Quante volte ci facciamo trasportare dalle emozioni, così tanto da rovinare quello che invece volevamo tenere stretto a noi, come un fiore che nessun altro ha il permesso di toccare?
E’ in questo modo che Shakespeare espone la vita, prima crea personaggi veri e vivi, e poi li sgretola, fino a mostrare la loro nudità, come esseri fragili ma allo stesso tempo consapevoli, pedine che giocano in un intreccio senza fine.

L’intreccio si lega alla nostra quotidianità, per fare questo Shakespeare si serve di personaggi di ogni tipo, e in un misto di cose e caratteristiche differenti troviamo la rappresentazione della nostra vita.
Una delle tipiche rappresentazioni è quella dei personaggi femminili, che occupano ruoli secondari, ma ogni donna presente in queste opere non osa mai essere passiva, al massimo ubbidiente. Così è la stessa Ofelia, che alla predica fattagli dal fratello, sul vietargli di vedere Amleto, risponde con una frase cordiale ma pungente, anche se dopo sarà costretta a cedere sommessa al volere del padre. La voglia di rompere i limiti che i suoi le hanno imposto scoppia nella follia. Questa stessa follia è quella che scatta ogni volta che una donna è maltrattata, costretta, rinnegata. Shakespeare evidenzia fatti sociali oltre che artistici, che si ripercuotono, speculari, fino ai giorni nostri. Lo confermano altri personaggi trattati da Shakespeare, come per esempio Ermione di Il racconto d’inverno, e Lady Percy in Enrico IV.
La prima è costretta a sottostare all’eccessiva gelosia del marito, che la imprigiona dopo averla accusata di adulterio. Ermione da parte sua, anche se in condizioni pietose, riesce sempre a mostrare dignità e forza interiore.
Lady Percy invece vorrebbe sapere, essere partecipe della destinazione del marito, ma la collaborazione non viene accettata. La denigra affermando di non amarla, per poi dirle che non si fida di lei, perché donna.
Una donna che lotta per la sopravvivenza, senza mai darsi per vinta. Un’altra che aspetta con pazienza il marito andato in guerra, che non tornerà mai più.

Quanti dibattiti farebbero aprire questi episodi al giorno d’oggi? Shakespeare analizza la società. Quello che ci propone non è estraneo.
Qualsiasi persona che incrocia il nostro sguardo potrebbe essere Amleto, Ofelia, Ermione, Prospero. Si mischiano a noi, come il vapore di una stessa nuvola, e danno vita a quello che altrimenti sarebbe rimasto nel nulla: un riflesso della nostra esistenza, finalmente riportato alla luce.

Silenzio Nella Carne: la voce e lo sguardo di Alessandro Della Nave


Alessandro Della Nave (marzo 2007)

Parola e fotografia sono parte di te, lo si percepisce da come curi il particolare e la parola calibrata, sono nate assieme queste due forme di te?

Il mio percorso creativo è stato graduale e non avrà mai fine (si parte ma non ci si deve mai fermare), ha avuto inizio con il disegno, lo facevo continuamente ricreando già in tenera età mondi e creature partoriti dalla mia immaginazione, già allora le mie visioni volevano prendere forma.
A otto anni mi sono avvicinato seriamente alla scrittura, poesie e racconti per lo più, è stata la cosa più naturale, impugnavo una penna e solo alla fine, rileggendo, mi rendevo conto di cosa avessi inciso su carta, poter infondere attraverso la parola tutti i silenzi e le magie, le follie, gli amori ed i dolori, la semplice complessità di un ragazzino perennemente in altre dimensioni, ogni parola è come un piccolo tatuaggio che non ti abbandona più.
Successivamente si sono fatte strada la voglia di suonare e girare cortometraggi (cosa che un giorno vorrò riprendere con più impegno se possibile, vista la mia passione cinematografica).
Infine ecco la fotografia, che come tutte le altre strade sembrava esserci sempre stata, mi aveva subito dato soddisfazioni, anche se solo andando avanti ne ho poi compreso davvero le potenzialità, apprendere è una via che non ha mai fine e ne sono felice, strade, possibilità, oceani in cui puoi o meno navigare, personalmente amo solcarli tutti, per il prossimo futuro coltiverò meglio pittura scultura ed installazioni che nella mia testa esistono già da tempo.

Alessandro Della Nave (novembre 2012).

In ogni tua fotografia racconti una storia? Hanno una profondità che va oltre la semplice visione?

La fotografia mi permette di riflettere il mondo attraverso i miei occhi ma anche dare forma a quelli che nascono e muoiono di continuo in me, è come camminare fra le dimensioni assaporando fragranze nuove ogni volta.
Bado molto al significato dei miei lavori, a ciò che si cela sotto carne ed ossa, questo nonostante esso muti di continuo, come mutevoli siamo noi stessi, ciò che osservo oggi domani avrà un’altra forma, ne avrò una percezione differente, un vortice d’emozioni in perenne evoluzione.
Senza resterebbero immagini prive di anima, dell’apparenza mi importa poco, ogni scatto se possibile deve catturare una scintilla, una poesia, un racconto, prendere vita propria e respirare.
Ogni mio scatto nasconde un segreto che solo io conosco.

Alessandro Della Nave (novembre 2012)

Si cammina su di un crinale guardando le tue fotografie, un gioco B\N che incanta, dici che guardi tutto ‘come vivessi in una vecchia pellicola d’inizio secolo’, tu come sei oltre le tue fotografie e oltre le tue parole?

Descrivermi non mi è cosa semplice e non mi riesce bene, forse basterebbe dire ‘Silenzio Nella Carne’, mio nome d’arte che nasconde molto di più in quanto significati.
Sono complesso, riflessivo e di difficile lettura, osservo attentamente ogni cosa, soprattutto dentro le persone.
Posso dire di vedermi come una medusa che galleggia nel proprio abisso, fluttuando.
A volte divengo lupo a volte gufo ma vivo comunque con la perenne senzazione di appartenere ad uno spaziotempo differente.
Sono le mie fotografie e le mie fotografie sono me
Non voglio comunque dare una visione composta e troppo seria della mia persona, sono abbastanza caotico nei miei pensieri e scherzo molto (con le persone giuste) ci sarebbe molto altro ma come dicevo non mi è facile.

Alessandro Della Nave (agosto 2012)

C’è molto noir, il cinema ti ha un po’ influenzato?

Come non perdersi in quelle monocromie, in quei graffi temporali dati dalle pellicole di un tempo?
Ne amo la decadenza poetica, un retrogusto magnifico.
A volte vorrei toccare lo schermo ed attraversarlo per sentire quelle sfumature sulla pelle, le mie ispirazioni derivano in parte anche da questo, mi piace pensare che alcuni dei miei scatti siano frame di un altro tempo fissati nel mio sguardo.
Il cinema mi ha dato molto, fin dagli inizi del secolo ed attraversando le varie epoche, Dreyer, Buñuel, Murnau, Lang, Bergman e molti altri anche dai ’70 in poi, adoro anche Lynch e Carpenter, la lista sarebbe comunque infinita.

Alessandro Della Nave (giugno 2010)

E la tua terra? cosa vorresti per la tua terra?

Una rinascita artistica e non solo nella mia terra, le persone dovrebbero chiudere gli occhi e cominciare a vedere con l’animo, l’arte, come dico spesso, è espressione non solo per l’artista ma per gli occhi che la osservano e ne fanno proprie le emozioni, è una voce silenziosa che portiamo dentro, va valorizzata, toglierle importanza sarebbe come svalutare noi stessi e la nostra cultura, il mondo sarebbe un posto migliore forse, visione utopistica ma a cui credo.

Alessandro Della Nave:

http://dropr.com/silenzionellacarne

https://www.facebook.com/silenzio.nellacarneart/about

Antonio Mellino: Deliri d’Inchiostro


ANTONIO BN

Antonio Mellino è nato a Crotone il 27 Luglio 1983. Fin da piccolo ha sempre dimostrato una grande passione per l’arte, soprattutto nel disegno e nel canto. Grande amante della musica, a 17 anni entra nella sua prima band a Verona, coltivando così il suo amore per il canto e inizia a scrivere testi in inglese. L’esperienza con i testi andrà poi avanti con l’ingresso come voce nei MoR, band crotonese, dove è finalmente libero di esprimere la sua creatività nella musica, ma soprattutto nelle liriche. Finiti gli studi trova lavoro come grafico pubblicitario e questo incrementa la sua passione artistica che riesce ad esprimere anche nel lavoro. Nel 2010 pubblica la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Deliri d’inchiostro” con la casa editrice “Il Filo – Albatros Edizioni” di Roma.

Qual è il tuo concetto di poesia?

La poesia per me è uno sfogo, una liberazione, la necessità di far emergere quello che ogni giorno porto dentro la mia anima. Sono un ragazzo molto timido ed introverso e la poesia mi permette di esprimermi completamente, senza timori, senza riserve. Quando scrivo sono semplicemente me stesso, il mio animo si libera di tutto quello che lo circonda, siamo solo io e la mia penna.

 Quali sensazioni accompagnano la tua scrittura?

Lessi una volta una frase che mi è rimasta impressa e che diceva “La poesia è un fiore cresciuto sul dolore”. La mia esperienza è nata proprio da un periodo della mia vita in cui ho sofferto molto e lo scrivere mi ha aiutato ad alleviare il dolore. Molto spesso sia nelle canzoni che nelle poesie, scrivo per lenire la sofferenza che non riesco, diversamente, a buttar fuori, ma l’ispirazione può giungere da qualsiasi fonte. Tutto quello che suscita in me una forte sensazione si trasforma in versi; a volte diventa denuncia o ironia, quando mi guardo intorno e vedo tanta ipocrisia e ignoranza da parte della gente, altre volte, come la maggior parte dei poeti, è l’amore ad ispirarmi o l’incontro di anime simili alla mia.

 Qual è la tua poesia preferita?

Sono sempre stato molto affascinato dai poeti francesi del decadentismo e soprattutto da Baudelaire perché li sento molto vicini alle mie sensazioni, ma amo molto Alda Merini e una delle poesie che preferisco è “La Terra Santa” tratta dall’omonima raccolta del 1983. Basta leggerla per rendersene conto; in questi versi, la scrittrice paragona il manicomio, dove per anni è stata rinchiusa, alla Terra Santa biblica e lo fa con una metafora dalla quale scaturisce l’immensa sofferenza e la profonda amarezza provata nel periodo d’internamento. Realtà e visione si intrecciano, dalla tortura l’anima risorge prorompente e tutto questo crea un’immagine forte che scava nel profondo e non può assolutamente lasciare indifferenti. Amo questa poesia perché sa essere violenta e dolce nello stesso tempo, mi da delle sensazioni fortissime e ogni qualvolta la leggo, fatico a trattenere le lacrime.

L’autore c’ha fatto dono di questi versi inediti.

Sento il cuore pulsare forte,
mi sfonda il petto
e continua forsennato in gola.
Ogni parola
che prende vita
dalle tue labbra,
è come una lama calda
che mi trapassa l’anima.
Posso sentire
ogni piccola goccia di sangue,
cadere lenta sul pavimento
e una sensazione d’amore bruciante
illuminare tutto il mio essere.
Piange lacrime dolci la mia anima
che viene carezzata così dolcemente
e il respiro si blocca
schiavo ormai dei tuoi occhi,
adesso posso abbandonarmi
all’estasi.

CIELO ROSSO SANGUE

 Urla.
Echi di ninna nanne per le strade
scavano dentro la mia mente…
Urla di morte,
che scavano dentro la mia mente…
Se chiudo gli occhi
vedo ancora i corpi gettati intorno a me, intorno a me…
Non c’è pace, non c’è giustizia, non c’è via d’uscita.
Non c’è musica, non c’è silenzio, solo il rumore degli spari.
Nessun Dio da pregare.
Ogni momento è una lotta con la morte,
faccia a faccia, puoi guardarla dritta negli occhi.
Ho cercato di dimenticare il sangue sulle mie mani,
lo sento ancora bruciare sulla pelle.
Ho cercato di dimenticare gli occhi dei bambini,
che morivano tra le mie braccia.
Ho pensato di poter aiutare la gente,
ma portavo con me, solo dolore e sofferenza…
Un cielo rosso sangue  cadeva sulla città,
nessun uccello volava su quella valle della morte…
Case distrutte. Strade deserte. Sciacalli ovunque. Fuoco e Pioggia.
Ho cercato di dimenticare il sangue sulle mie mani,
lo sento ancora bruciare sulla pelle.
Ho cercato di dimenticare gli occhi dei bambini,
che morivano tra le mie braccia.
Ho pensato di poter aiutare la gente,
ma ho portato con me, solo dolore e sofferenza…

IGNORANCE AND BLISS

È buia la realtà in cui ci troviamo,
meglio non sapere,
non conoscere…
Meglio non chiedersi perché,
meglio vivere leggeri
in sogni di plastica…
Meglio ammirare paesaggi
fatti di colline verdi
e cieli azzurri,
meglio camminare a mezz’aria
colando materia grigia dalle orecchie…
Meglio rimanere ciechi,
senza bastone,
aspettando che sia un muro
a dirci dove andare,
meglio non affacciarsi mai
sul baratro sotto ai nostri piedi,
senza mai sbirciare nel buio…

ONE MORE TIME

 Grande è stata la pena
per la morte nel mio cuore,
lancinante il dolore, quando, con pazienza
ho dovuto ricucire le ferite.
Ancora una volta,
ho fatto a pugni con me stesso,
in una battaglia persa in partenza.
Ancora una volta,
ho raddrizzato le mie ginocchia spezzate
provando a rimanere in equilibrio
come su una fune.
Ancora una volta,
sono emerso come cristo dalle acque
piangendo lacrime di resurrezione…

PORTRAIT

Una collana di filo spinato,
lamette come orecchini,
rovi nei capelli…
Truccata di lividi,
viola e rossi intensi
come ferite sulla tela…
IMPERSONIFICAZIONE DI SOFFERENZA…
Dipingo implacabile,
violento la tua immagine su un cavalletto,
mentre dal dolore,
rinasce stupenda,
la bellezza di un’opera d’arte.

TOO MUCH

È stato mai troppo per te?
Hai mai sentito la pelle bruciare, rovente
quasi a volersi staccare dal corpo.
Hai mai sentito ogni fibra del tuo corpo
Tendersi fino a strappare i muscoli, i tendini.
Hai mai sentito le ossa deboli,
incapaci di sorreggerti,
quasi da diventare polvere al minimo scontro.
Hai mai sentito l’anima
straziarsi in convulsioni epilettiche,
quasi a voler uscire, vomitando fuori dal corpo.
È stato mai troppo per te?
Hai mai portato, stanco
Il peso della vita
Il peso della morte
Il peso dell’amore
Quando tutto era troppo per te?

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Pagina dell’Editore: http://www.ilfilo.eu/antoniomellino/index.html
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