COSI’ OSAVANO LE NOSTRE IDEE


prima

Mercoledì 15 maggio  

Roberta…
ore 5.45: In strada, considerando l’ora non è nemmeno molto freddo. Certo è sempre strano svegliarsi quando tutti dormono e percorrere vie conosciute semivuote. Ma appena arrivata in stazione l’idea romantica dell’alba in solitudine mi abbandona, orde di umani già frenetici popolano la stazione di Tivoli.  Da qui parto per Roma e da Roma parto per Torino, nemmeno troppo giro in fondo.

ore 7.05: Entro in un bar della stazione Tiburtina, che tutta nuova sa di ordinato ma non è certo bella. Prendo un caffè, le sigarette, esco sul piazzale, controllo i treni e cerco il mio “Italo 9914”. Binario 12. E’ancora presto ma decido lo stesso di trascinare me e il trolley verso il binario, poi sigaretta.

ore 7.55: Il treno è preciso come il ciclo mestruale di una venticinquenne, occupo il mio posto, il numero 40 della carrozza 10, chiedo ad un “forzuto” giovane di aiutarmi a tirar su la valigia (che dai non ho caricato come se partissi per 5 mesi!). Mi siedo, mi guardo intorno e penso sarebbe bello un po’ dormire.

ore 09.44: Nulla, non si dorme. Provo e riprovo, inviperita perchè il cristiano accanto a me ha solo dovuto poggiare le chiappe sul sedile per cantare immediatamente l’Aida. Io non riesco, nulla. Così leggo, scrivo, guardo fuori, vado in bagno (che su questi treni si chiude ermeticamente e ti mette un ansia che quasi non ti scappa più), torno al mio posto e realizzo.  Realizzo che sto andando ad uno degli eventi più importanti di sempre in campo editoriale. Un “io c’ero” che già so ricorderò per sempre. Okay, mancano ancora due ore, non serve masticare ansie!

Adriana…
Ore 9.00: Suona la sveglia ma io fingo di non sentirla come mia abitudine. Alla fine decido di elevare comunque il mio corpo in un luogo altrove, ovvero verso il bagno. Mi lavo, ebbene sì, per un’occasione così importante. Accendo il cellulare e vedo se le mie compagne di viaggio sono sane e salve: una sì, l’altra, Roberta, non so ma non mi preoccupo, so che lei può farcela.

Ore 10.30: Che faccio? Mi avvio anche io verso Torino? Sarà un viaggio estenuante ma bisogna farlo, il dovere prima del piacere. Dopo ben circa mezz’ora sono alla stazione della Metropolitana di Torino e dopo circa altri dieci minuti sono a Torino. Breve ma intenso, si dice.

Ore 12,10: Suona il telefono. Ho tratto la frase da una canzone. E’ Roberta, è arrivata. La aspettiamo al fondo delle scale mobili. La riconoscerò? In realtà non l’ho mai vista. Ok, vedo una ragazza con una valigia piccola ma tozza. Mi sorride. O è una malata mentale o è lei. O è entrambe.

INCOMINCIA L’AVVENTURA!

seconda

seconda1.jpg

Tutto quello successo dalle 12.10 – cioè il nostro arrivo/incontro – alle 10.00 del 16 maggio – cioè ufficiale apertura della 26° edizione del “salone del libro di Torino” – ve lo risparmiamo… non perché poco interessante ma perchè anche noi, quasi, preferiremmo non ricordarlo. Solo sappiate che abbiamo percorso chilometri sotto una impietosa pioggia battente, raggiunto il mastodontico lingotto bagnate e già malate, allestito il nostro stand tra ilarità e panico e finalmente cenato intorno alle 23 sfrante ma comunque molto soddisfatte!

quarta

terza

Giovedì 16 maggio

“Dove osano le idee” è lo slogan scelto per questa XXVI del Salone Internazionale del Libro di Torino e che a me è piaciuto tanto. Osano tutti qui al Lingotto Fiere; osano gli editori in un momento non certo semplice per questo settore,  osano gli autori nel loro scrivere vista la richiesta commerciale che ormai spesso verte su argomenti triti e ritriti, osano gli addetti ai lavori che popolano tacitamente un evento così grande –  quelle presenze di cui nessuno si accorge ma che smazzano questioni su questioni perché questo “baraccone di parole” funzioni perfettamente per almeno sei giorni – osano le persone che affrontano file lunghissime per esserci…
Dunque sì, osano davvero le idee qui, questo prima ancora di ogni polemica è un fatto certo!!

Si entra con netto anticipo rispetto ai visitatori; c’è uno stand da ritoccare nell’allestimento e i primi caffè da bere per portare a termine la giornata. Il Salone ha cambiato volto rispetto al giorno precedente, si è arredato di luci e moquette ed è pronto al via. L’atmosfera mi sembra quasi surreale e come una bambina davanti a dei nuovi giochi inspiro ed espiro profumo di libri. Ma se fino a ieri lì dentro mi sentivo un punto minuscolo in un mondo gigantesco ora mi sento parte integrante di quel mondo. Mi sento come se fossi a casa.

E’ trascorsa già metà giornata, c’è sempre da fare dentro questo posto; parli, ridi, fumi, bevi caffè, ti ricordi ad un certo punto di mangiare anche se poi mangi continuamente, ascolti le presentazioni continue in un luogo o in un altro, giri per gli stand e ti impregni di carta. Quando ho deciso di partecipare ero un po’ prevenuta lo ammetto, questa benedetta editoria che per noi autori a volte è un mondo così sconosciuto e nemico, non sapevo bene come prenderla. Poi, standoci nel mezzo, devo dire che molte mie negatività non hanno trovato riscontro, forse semplicemente perché a volte basta spostare il punto di vista. Il Salone è ben organizzato, puoi girarlo anche senza pianificarti e trovare tutto, i padiglioni ordinati e funzionali, i servizi sufficienti e puliti, lo spazio vitale ben distribuito e i colori perfettamente bilanciati.

quinta

Ed è già finita una giornata. Il tempo talvolta sembra passare lento, probabilmente a causa dei dolori ai piedi che iniziano a farsi sentire, e talvolta passa velocemente, troppo velocemente, perché ieri ancora tutto doveva aver inizio ed oggi sembra già troppo vicino alla fine. Potrei parlare dei primi curiosi, dei primi lettori, di un’affluenza ancora bassa – ma è solo Giovedì – e dei primi stand che sono riusciti ad attirare la mia attenzione. Potrei parlare delle prime presentazioni a cui ho volontariamente e no assistito, della pioggia che non ha dato tregua, del pranzo consumato ‘spiluccando’ a uno stand o all’altro l’aperitivo e così via. Parlerò di un Salone a cui non avevo mai partecipato e che già sento un po’ mio. Già, nello spazio Incubatore c’è una leggera aria di ‘cameratismo positivo’.

Dei piedi dolenti ha già scritto Adriana, questo sarebbe l’unico aspetto di cui vi parlerei stasera. Cos’è il salone del libro di Torino? Il mal di piedi! Siamo rientrate nell’appartamento stanche ma motivatissime, domani si prevede molta affluenza e noi affronteremo tutto con tipo 4 ore di sonno. Sì, la dura vita dell’editore!

Venerdì 17 Maggio

Il Lingotto Fiere di Torino si presenta come un ampio spazio dedicato a fiere e congressi: parcheggi, hotel, centri commerciali e quant’altro fanno da sfondo a quello che sembra già dall’esterno una grande luogo di scambio. Manca ancora un’ora all’entrata eppure il piazzale antistante è già piuttosto pieno di persone e studenti. E’ uso ormai consolidato che da Torino e provincia il Venerdì giungano scuole medie e superiori al Salone: questi ragazzi forse non saranno interessati, forse non saranno acquirenti o forse – senza pensarlo neanche loro – girovagando con gli amici troveranno comunque una lettura interessante per loro. Così al Salone del Libro di Torino ti capita anche di rimanere completamente assorbita da un’orda di bambini in età da Scuola Materna: loro guardano tutto e poi guardano te e nei loro occhi vedi un po’ di quel bambino sognante che è rimasto in te.

bambimi

sesta

La città che abbiamo percorso per arrivare al Lingotto è tutta al servizio di questo evento, negozi che pubblicizzano, mezzi pubblici che cambiano gli orari solo per questi giorni, tutta Torino che si muove per e con la fiera del libro. Hanno attrezzato un intero padiglione per le scuole, iniziative, giochi, volontà… questo mi fa credere ancora che la cultura può salvare molto e dovremmo badarci più spesso. Noi adulti di questo dovremmo sentire piena responsabilità. Non voglio raccontarvi di alcuna polemica, perché trovo sia inutile parlare sempre delle stesse cose; piuttosto voglio raccontarvi dell’Incubatore, che è lo spazio dedicato agli editori con meno di 24 mesi di vita ed è lo spazio che mi vede continuamente presente. Dentro l’Incubatore, accanto al nostro stand, due passi più avanti, ci sono libri voluti, progetti appena nati, intenzioni preziose, persone semplici che tentano una strada indipendente e non facile. Loro per me sono il salone del libro di Torino. Certo, per dovere di cronaca, devo anche dirvi che lo spettacolo esiste, pateticamente come esiste per questo nostro tempo di lustrini fasulli. I “pescecani” che ad ogni presentazione sfamano per due ore con buffet da prima comunione, o alcuni ospiti che hanno sfilato su quella moquette paralizzando tutto, manco fossero il papa che butta le scarpette rosse per puro diletto!

La cultura a volte è anche spettacolo: sarà forse triste da dirsi ma è vero. Così, mentre passeggi al ritorno dalla toilette improvvisamente ti ritrovi circondata da poliziotti e guardie del corpo e comprendi perché in molti si lamentano dei mass media. C’è un scrittore (?), giornalista (?), showman (?), ed intorno a lui presto si forma la calca: non ho mai letto nulla di suo perché tendenzialmente non leggo ciò che viaggia sull’onda della pubblicità. Mi fermo, lo guardo, e cerco di comprendere perché si sia formato quel capannello di persone. Non lo capisco, passo oltre.

Avrei voluto scrivervi qualcosa sul programma, cercare di raccontarvi quello che ci accade intorno ma prendendolo fisicamente in mano mi rendo conto che è un’impresa impossibile. Gli eventi sono continui: i laboratori, le presentazioni, gli incontri, le letture; chiunque può interessarsi a qualcosa mentre passeggia tra i libri e riuscire in un intento così ampio è una nota di merito organizzativa che esclude ogni eventuale accanimento sui contenuti. Almeno esclude il mio, per ora.

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Scopro con estremo piacere la vicinanza della cucina ai libri, lo scopro con piacere del mio palato che è già pronto a gustare tutto ciò che può. Ci troviamo davanti a ‘Casa Cook Book’, luogo in cui è possibile trovare libri su ogni tipo di cucina ma soprattutto luogo in cui è possibile trovare una cucina. Assaggio una bruschetta preparata da alcuni chef mentre Catena Fiorello legge un passaggio del suo libro, e pensare che non l’avevo riconosciuta. Ecco la differenza tra gli uomini al Salone del Libro: c’è chi è lì per il personaggio, c’è chi è lì per tutt’altro. Fosse anche solo per mangiare.

Sabato 19 Maggio

C’è un piazzale già gremito al nostro arrivo: quattro o cinque code si snodano lungo il parcheggio. Torno ad osservare la folla pochi minuti prima dell’apertura e noto che le code non esistono più: la folla sembra davvero quella in attesa dell’inizio di un concerto – anche La Stampa ha così intitolato il suo articolo in prima pagina. Il Salone del Libro non è solo uno spazio commerciale, come i più credono, o meglio non è solo quello: lo è certamente per i ‘grandi nomi’ e i ‘grandi editori’ – laddove la parola grande non sta ad indicare la loro portata culturale ma solo il loro immenso portafogli – ma non lo è per i medi e piccoli editori. La vendita conta ovviamente, sarebbe quasi irrisorio dire il contrario, ma c’è qualcosa che conta di più: la visibilità. Per tutte le opere, per tutti gli autori, per tutti i progetti, che non trovano spazio nelle grandi librerie d’Italia, il Salone di Torino rappresenta un punto di svolta: sono stati contati all’incirca 330mila visitatori, se anche solo un terzo ha visto te vuol dire che hai raggiunto un pubblico così vasto che altrove non avresti trovato. Oltre a tutto questo ci sono i rapporti, quelli con le altre realtà, con gli altri editori, con gli addetti ai lavori che possono sempre darti un consiglio e insegnarti qualcosa. A Torino ho scoperto che la competizione non esiste e che, se esiste, la si può trasformare in partecipazione e condivisione.

Cosa dovrei aggiungere? Adriana ha fatto un intervento così giusto ed è pur sempre sabato in fiera… siamo qui cerchiamo magari di vendere, ma prima di tutto è il ritmo di questo evento che ci rapisce completamente. Ti cercano al Salone del Libro e ti trovano anche, arrivano proposte continue; stampatori, autori, grafici, illustratori, agenti letterari, tutti qui a guardare e a farsi guardare, a muovere l’energia in questo spazio che mi piace pensare finisca in ogni singolo libro già stampato e in tutti i prossimi che da qui, assolutamente, si avranno.

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E’ davvero finita questa giornata? I miei occhi brillano ancora di curiosità anche solo al pensiero di tutto le persone a cui ho rivolto un breve saluto. La stanchezza inizia a prendere il sopravvento un po’ su tutti e anche la moquette mostra i primi segni di troppi passaggi. Il Salone è anche questo: qualcosa che si rompe e viene prontamente sostituito. Gli sguardi con il vicino di stand, una sedia lontana su cui riposarsi un breve attimo, un’occhiata alle scarpe della hostess addetta alla sala presentazioni che ieri aveva i tacchi e oggi non più. E nuovamente quella sensazione del troppo vicino e del troppo lontano: sono attimi, quelli in cui vorresti finalmente poter riposare e quelli in cui vorresti non andare più via.

Ed anche oggi a fine giornata quel bel senso di caos compiuto nella testa, alle 23 per le strade di Torino a cercare una cena da mangiare in fretta per allungare le ore di sonno che restano e che sono sempre troppo poche, prima di un altro giorno di fiera.

panino

Domenica 20 Maggio

Davvero al Salone del Libro non va più nessuno? Ho sentito qualcuno dirlo. Beh onestamente anche io trovo eccessivo il prezzo degli stand per gli editori ed eccessivo il costo del biglietto per i visitatori – che poi guardando il costo dell’abbonamento settimanale si riduce notevolmente – però sono certa di non aver mai visto un’affluenza di tale portata. La domenica a Torino mostra effettivamente questo: file umane infinite, passi svelti tra gli stand, code spropositate ai servizi igienici – solo in quelli riservati alle donne ovviamente – e così via. E poi ci sono io, che salto al secondo piano e guardo tutto dall’alto, e da lassù tutti sembrano formiche operose. E rimango incantata. Perché le persone sono tante e creano flussi di movimento continui. E rimango incantata perché purtroppo si celebra – quasi come se fosse un dovere – la fiera della mediocrità anche qui (vedi le urla rivolte al Sig. Saviano) eppure per ogni persona che acquista (pagando un biglietto) un libro di un autore/editore che potrebbe trovare ovunque, se ne trovano due che passeggiano incuriositi tra gli stand dei ‘minuscoli’, ‘invisibili’ editori – ma non per questo meno seri, professionali o interessanti. Inizio a sentirmi parte di un mondo dentro al quale non sapevo ancora d’essere.

decima

Oggi è un giorno pazzo in questa fiera, forse il giorno più pieno. Siamo a metà giornata ma sembrano già le 22. Non so dirvi quanta gente hanno visto i miei occhi, non lo so più sintetizzare. Tra gli stand iniziano sguardi di sostegno e complicità, della serie: “amico io ci sono! Non mollare, mancano ancora otto ore alla chiusura dai!”…e tu ricambi complice, prendi ancora un altro caffè, fumi ancora una sigaretta.

Sorridi agli ultimi curiosi, cerchi di scambiare un ‘buonasera’ con gli ultimi lettori che prendono in mano un libro dal tuo stand e vorresti quasi ringraziarli perché sono le dieci di sera e loro ancora decidono di informarsi su di te. Appena sono oltre il tuo stand di cinque passi,  avvisti la sedia più vicina e le corri incontro. Desideri solo lei.

Lunedì 21 Maggio

L’ultimo giorno di una lunghissima fiera equivale all’ultimo giorno di una gita scolastica, perché è così che noi viviamo queste situazioni: pochissime ore di sonno, tante ore di veglia – cosciente o meno – e tanta voglia di vivere tutto fino all’ultimo minuto. Vorrei tornare qui anche domani solo per vedere il retro del Salone, per rivedere quegli stessi posti oggi ancora così vissuti svuotarsi lentamente di tutto. Ed è già strano, verso sera, iniziare a vedere pile di scatole colme di libri nascoste dietro gli stand, pronti a essere smantellati.

Da domani inizieranno gli articoli sui numeri effettivi, le rassegne stampa sulle vendite, le critiche – non potrebbero mai mancare – e via dicendo. E’ vero, al Salone Internazionale del Libro di Torino gli ospiti sono scelti dalle grandi case editrici; è vero, al Salone i grandi editori prendono spazi considerevoli in ogni padiglione; è vero, al Salone spesso i grandi editori rischiano di offuscare l’immagine degli altri; è tutto vero. Ma è anche vero che è un’arte dei piccoli poter stare al loro fianco, senza sfigurare, anzi andando magari ad interessare il lettore/curioso medio, mostrando a lui titoli, opere e prodotti non meno degni.

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E poi c’è quel “grande” spazio di cui vi abbiamo detto all’inizio. C’è questo incubatore che ci ha ospitato più di ogni altro angolo di questa fiera, in cui gli autori meno conosciuti possono presentare le proprie opere. Uno spazio in cui il pubblico si trova di fronte realtà differenti da quelle che, volutamente, in questo nostro intervento non abbiamo nominato. Uno spazio in cui non importa se sei piccolo, medio o minuscolo… perché chi prende in mano un libro lo sfoglia semplicemente guidato da un qualche suo istinto e basta.
Potevamo raccontarvi della XXVI edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino in tanti modi, abbiamo deciso di farlo nel modo più semplice. Per noi è stata una crescita personale, una possibilità di conoscenza e confronto, un divertimento e questo è il senso di tutte le cose grandi.
Quindi senza ombra di dubbio, promossa questa manifestazione…
perché non può essere altrimenti tutte le volte che osano le idee!

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8 pensieri su “COSI’ OSAVANO LE NOSTRE IDEE

  1. Piaciuto moltissimo questo reportage, ma passiamo al sodo : si vende? E quando le idee osano si può contare su altro che non sia la gaiezza e la sovità di occuparsi di libri? Chiedo perchè non ci sono mai stata . Titola un articolo de ” Il Giornale” : ” Macché, vince il pensiero unico con ospiti e dibattiti scontati Manifestazione da rivoluzionare Contro il Salone ” , e poi continua nell’articolo : ” Sarò antiquato, ma preferisco la seguente distinzione: esistono i grandi libri e i piccoli libri. Ciò tuttavia non mi impedisce di notare che, sul piano del costume, il Salone del libro sembra la prosecuzione cartacea della Festa dell’Unità o il pensatoio, distaccato a Torino, di Telekabul. Non occorre frequentarlo per giungere a questa conclusione. Così come per sapere che il mare è salato non è obbligatorio berselo tutto, basta leggere l’elenco dei partecipanti e i titoli delle loro opere per verificare che la «Fiera del bestiame» non cambia mai. Non c’è bisogno di visionare dieci volte lo stesso film per dire che è bruttino.”

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    • Bella domanda ‘si vende?’. E’ quello che poi alla fine ti chiedono tutti. Io ho visto molte persone comprare, ho visto molte persone annotarsi titoli, e quindi potrei rispondere con un semplice ‘sì, si vende’ ma ciò che più conta è forse altro: chi legge, il lettore e non il curioso, ora sa anche il nome del piccolo libro e magari domani comprerà quello anziché il solito noto. Credo che Il Giornale non abbia detto assurdità, è vero che il Salone è anche quello e – come sopra detto – basta leggere la lunga lista di ospiti, ma c’è un ‘però’ molto grande ed è quello che abbiamo voluto comunicare noi forse: il Salone è tanto altro e anche dando più attenzione a questo altro si vive un’esperienza completamente differente.

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  2. Avete descritto perfettamente le emozioni, le speranze e la volontà.
    Credo che nel bene e nel male sia esperienza da fare.
    c’è sempre quel desiderio di ritorno è investimento personale e delle case editrici piccole e medie, soprattutto che è utile.

    Complimenti, di cuore.
    Ho visto i vostri occhi e le vostre emozioni dal vivo 😉

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  3. Credo che qui, in merito al Salone del Libro, ci sia del disfattismo e della polemica inutile e alquanto banale, sentita e risentita almeno quanto le critiche che la muovono. Non si parla mai invece, o troppo poco lo si fa, delle piccole e piccolissime realtà editoriali, dei loro sforzi, della passione, del valore delle persone che ci lavorano; per non parlare dei prodotti di questi piccoli grandi combattenti, di eccellenza e con nulla da invidiare a molti altri simili illustri. Direi che è ora di finirla con la demagogia che non serve a nessuno, perchè nessuno ci crede più e la realtà è cambiata e anche molto. Forse fa comodo invece chiudere gli occhi e ripetersi all’infinito anzichè aprirli e guardare davvero quello che di bello e di grande fa la microeditoria in Italia. E poi, il Salone del Libro si deve respirare per poterlo capire, non basta criticare da lontano o da vicino solo per partito preso o ottusità. I giovani editori lavorano, operano bene e VENDONO. Perchè se lo meritano e non perchè qualcuno lo scrive sui giornali oppure no. Chi ama il proprio lavoro lo difende a spada tratta e fa salti mortali per poter rimanere a galla, sul/nel mercato, a dispetto dei grandi e di tutti quelli che si riempiono solo la bocca di parole per affossare senza scrupolo. Il lavoro è un diritto sacrosanto e tutti dovrebbero difenderlo, altro che Festa dell’Unità, Telekabul e altre sciocchezze che lasciano il tempo che trovano. Il lavoro di tutti quegli invisibili che fanno l’editoria del futuro e sputano sangue oggi per potersi conquistare un posto domani. Questo si dovrebbe dire e non altro. Se non lavori, non vendi. Questa è la sola verità.

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  4. Io non ci sono mai stata, per questo chiedevo. A dire il vero a me sono arrivati pure commenti del tipo che è poco più che un mercato di paese o anche molto somigliante alla sagra dello gnocco fritto, dove non viene per nulla garantita eterogeneità delle pubblicazioni di genere. Certo si è pure liberi di affossare se una determinata cosa non ci piace, come ad esempio non piace a Feltri che parla pure di ” terzomondismo narrativo ” . Certo che uno lavora e qualcosa la vende pure proponendosi, ma mi pare la norma non una circostanza per cui conferire allo scrittore invisibile o all’editore sconosciuto un sacramento ulteriore a quelli canonici. Del resto poi, il salone, brutto o bello è una fiera, come ad esempio quella dell’edilizia , si espone , si cerca di farsi conoscere, sì certo ci si fa pubblicità, che male c’è? Che dio gliela mandi buona per carità, sempre sottolineando che questa dura lotta nel settore per conquistarsi un posto domani non gliel’ha ordinata il medico. Ma finchè c’è vita , c’è speranza.

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  5. Lecito chiedere se uno non ci è mai stato, e lecito rispondere secondo le proprie opinioni, così come fa chi affossa (avverto però, lo ammetto, una certa idiosincrasia in questo ultimo binomio, perchè lo trovo di profilo moralmente basso). “La norma non una circostanza per cui conferire allo scrittore invisibile o all’editore sconosciuto un sacramento ulteriore a quelli canonici”, ma neanche un sacramento inferiore a quelli canonici aggiungerei. I mercati di paese non sono neanche tanto male, la fiera del gnocco fritto non lo prenderei personalmente neanche in considerazione, ma la Fiera del Libro è altro, sebbene non qualcos altro così differente. Si, infatti che male c’è? Ognuno nella vita sceglie quali lotte fare e (quasi) a nessuno lo ordina il medico, d’altronde siamo esseri pensanti capaci di discernere ma non solo, capaci di passioni e talenti e speranza e forza e mille cose ancora. Siamo esseri umani, molti di noi sono vivi e vitali, non rassegnati al gnocco fritto.

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  6. Voglio comunque chiarire. Anch’io mi sento di ringraziare gli editori minori, quelli seri, che selezionano le pubblicazioni e che danno spazio a molti artisti sommersi davvero di valore che non ci sarebbe dato modo di scoprire altrimenti. Ho le mie fonti di approvvigionamento, ovvero vecchi amatori che raccolgono le pubblicazioni destinate al macero dei grandi editori . Frequentandoli mi vanto di possere pubblicazioni di nicchia che ho pagato massimo 1 euro e mi vanto di avere amici che gestiscono librerie in cui queste pubblicazioni sono ripescate e rivendute , per questo ri-diffuse. Quanto al salone che non conosco e mai frequentato, il mio unico dubbio è la garanzia dell’eterogenicità, perchè come qualunque fiera, si paga per esserci, e non tutti possono permetterselo, valevoli o meno.

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  7. si, i costi sono una nota dolente, molto dolente, non posso che dartene atto e chi non può sostenerli sta a casa 😦 ma altre occasioni esistono al di fuori di quello che è il più grande evento, eventi meno importanti ma che servono a far diffusione e permettono ai microeditori di lavorare onestamente senza impiccarsi più di quanto già siano costretti a fare.

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