Il Gap generazionale del Mito antico – crisi dei Valori sociali o della società?


Mito è una parola italiana di chiara origine greca (da μύθος, pronuncia müthos). Significa racconto, trama, là dove per trama si sottintende un intreccio di fili, che a loro volta formano una struttura ben definita, capace di perdurare nel tempo. Non è certo un caso se i vecchi racconti venivano intessuti in arazzi o se Penelope disfacesse la sua tela la notte per poi recuperarla durante il giorno. Il Mito antico ha i suoi “topoi” (schemi fissi),  da cui derivano i suoi orizzonti interpretativi. E questo per una ragione essenziale: il riconoscimento. Una cultura genera i suoi racconti, i suoi miti ed in base ad essi si identifica. Di conseguenza le persone che vi appartengono sono in grado di porre dei limiti tra loro stesse e gli altri, limiti in grado di definirli e quindi renderli riconoscibili. Va da se che l’identità di un soggetto va formandosi in base alle definizioni che esso stesso da del suo se. Un uomo nato nel IV secolo a. C. ad Atene ha dovuto confrontarsi con codici linguistici, sociali e quindi culturali profondamente diversi da quelli di un uomo nato nel 2000 in Italia e ciò ne ha sicuramente temprato il carattere e quindi la personalità (il discorso è ovviamente più ampio e complesso ma è abbastanza chiaro che le persone convertano la realtà che li circonda tramite determinati metaprogrammi, forniti evidentemente dall’ambiente storico in cui hanno l’opportunità di crescere e maturare). Da qui possiamo affermare che l’uomo è il Mito che crea e in cui si identifica. O meglio lo era. In antichità, l’asprezza della vita portava necessariamente gli uomini a vivere in gruppi uniti (ovviamente in modi e contesti differenti), in cui ognuno potesse essere di aiuto all’altro. Il benessere, supportato dalla rivoluzione tecnologica, ha permesso di soddisfare più bisogni contemporaneamente e il più delle volte in maniera del tutto individuale. Il Mito è un collante, un emblema riconoscitivo: se la società non ha più bisogno di gruppi umani che cooperano in perfetta simbiosi, va a cadere anche la necessità di creare nuovi racconti che facciano da mastice. Infatti, oggigiorno, si parla molto spesso di crisi di valori ma il problema non è esattamente questo, perché la storia delle culture ci insegna che i cosiddetti (e abusati) valori mutano in base alle nuove società che si formano grazie agli scontri culturali. Ovvero, nonostante la visione monolitica che l’Occidente ha del suo impianto culturale, ogni volta che nuove realtà comunitarie entrano in contatto tra loro, generano nuove culture e quindi nuove società con nuovi valori e ideologie che sono sicuramente frutto di quelle vecchie, ma puntano al futuro, al cambiamento, alla mutazione. Di conseguenza è errato affermare che il mondo moderno non possieda Miti o valori, non potrebbe esistere o esser pensato senza di essi. Il gap sorge a causa della cosiddetta globalizzazione, su cui si innestano il fantasma del nazifascismo e il senso di vuotezza effimera che il 900 ha lasciato, cose che hanno portato ad una sostanziale spersonalizzazione non solo dell’individuo, ma anche della cultura e quindi della matrice. Siamo figli senza genitori in cui riconoscere i nostri miti, valori e quindi limiti. Ed è un grosso dramma questo, non tanto per far del perbenismo, ma perché il cervello umano è strutturato per apprendere tramite il riconoscimento. Cioè, noi apprendiamo in base a quante più volte vediamo o sentiamo qualcosa o qualcuno. A quel punto possiamo definirlo secondo i nostri personali paradigmi e incasellarlo, e riconoscerlo ogni qualvolta vi abbiamo a che fare. Questo perché l’istinto di sopravvivenza, comunque presente nel substrato della nostra mente, ci spinge a dividere la realtà circostante  tra ciò che è fidato e quindi sicuro e ciò che invece non lo è. A livello culturale accade la medesima cosa: ho bisogno per definirmi di un codice di regole preciso nel quale riconoscere me stesso e di conseguenza i miei simili, perché quel che è riconoscibile è sicuro, quel che è sconosciuto è insicuro. Inutile sottolineare che questa sia, in qualche modo, la base della struttura del pensiero umano, e che  il contatto multietnico e multiculturale conduca ad allargare il proprio spazio mentale: la curiosità, infatti, spinge a voler conoscere, a socializzare, a viaggiare, a scontrarsi ma la globalizzazione pretende, invece, una sorta di livellamento culturale in cui le definizioni smettono di esistere. Un’impalcatura impossibile, quanto improbabile da realizzare se non a patto di mutare completamente le coordinate mentali dell’uomo, in quanto dovremmo poter immaginare un mondo bianco in cui tutto non è armonico, ma identico perché, come il mondo antico ci insegna, l’Armonia è data dall’equilibrio tra le varie forme di esistenza e dalla loro unicità; non possono esistere note perfettamente uguali in una melodia. Ecco perché, non si può parlare di assenza di valori, ma di mancanza di una struttura sociale precisa e contenitiva in cui riconoscerli e unirli. L’Italia poi, a causa delle sue vicende storiche alquanto travagliate, che le hanno permesso di costituirsi nazione in età moderna quasi, soffre maggiormente questo senso di alienamento culturale e fatica a riconoscersi in uno specchio preciso. Questo discorso inevitabilmente a cosa porta? A ciò che ogni giorno possiamo vedere: persone disorientate, che usano miti fittizi per definirsi all’interno del loro fittizio universo sociale. Ognuno ha il suo racconto, il suo mito che purtroppo però non godrà mai di vita eterna, perché non è strutturato all’interno di una dimensione sociale ben definita (immaginate le famose “meteore”). Ed è qui che si innerva la condizione sociale dei cosiddetti “desideri di plastica” tipici della nostra cultura. Una società come quella moderna, che ha rinunciato alla religione, alla mitologia, al dogma, al folklore o a qualsiasi impronta di stampo culturale, e che quindi ha smesso di creare racconti comuni, ha necessariamente bisogno di sostituire questi capisaldi con progetti effimeri, quali le riviste platinate o i format di successo in televisione per fare un esempio banale. Cose che per lo meno danno la possibilità alle nuove generazioni di riconoscersi in un limite comune, di fare “branco”.  Qui si  innesta il vero dramma, perché gli essere umani, al di la di qualsiasi appartenenza sociale, religiosa, etnica o geografica hanno un solo ed unico scopo: riprodursi, mantenere la specie in vita il più a lungo possibile. E se non si provvede a dare ai propri figli una dimensione sociale netta in cui riconoscersi con facilità (ma anche una dimensione sociale contro cui contestare, da ribaltare eventualmente), per la quale scontrarsi, crescere, animarsi, finiremo col creare non uomini, ma bambole incapaci di autodefinirsi e quindi di volere, pensare, crescere e maturare. Bambole alla mercè di falsi miti, introdotti a scadenza temporale, buoni a succhiare sangue, sogni e denaro. Bambole semplici da governare. Con questo discorso vorrei poter focalizzare l’attenzione su un concetto che fu già di Socrate, secondo il quale la società nasce e vive grazie alle sue regole (politiche, sociali, religiose, economiche) che ne sono la spina dorsale. Le regole identificano e permettono al soggetto di scegliere se seguirle o meno. Non può esistere una società senza regole, perché un singolo uomo può decidere di se anche al di la di quelle che sono le leggi (e la storia insegna che quando un modello culturale è superato, nascono gli innovatori) ma una comunità intera per coesistere ha bisogno di una forte identità che la strutturi e caratterizzi. Del resto come si può affrontare un meraviglioso scambio culturale oltre che soddisfacente, se non sappiamo neanche da che cultura proveniamo? E’ ridicolo, dover leggere di episodi in cui il patriottismo viene additato, perché come al solito, oggigiorno, con l’incertezza sociale in cui viviamo, tutto sembra aver perso di valore, tutto sembra negativo o sbagliato. Amare la propria Patria non significa disdegnare quella altrui, ne fare razzismo. E’ un modo parallelo per amare se stessi e la terra che ci ha dato i natali, anche perché l’amore porta cura, e forse la nostra politica ha proprio bisogno di questo: di amore e cura per il Paese.

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L’albero della Vita di Klimt

Roberta Tibollo

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7 pensieri su “Il Gap generazionale del Mito antico – crisi dei Valori sociali o della società?

  1. non so. Ho letto e riletto l’articolo, e per quanto mi trovi d’accordo su alcuni punti proprio non riesco a digerire la parola Patria. Mi riporta immediatamente al militarismo, alle parate inutili del 2 giugno, a un tricolore scolorito che ormai fa leva su bassi sentimenti per farci credere di essere ancora un paese, alle missioni di guerra imbellettate con la parola pace. L’amore per la nostra terra, la nostra cultura, il nostro paese va al di là della parola patria, che volutamente scrivo in minuscolo, e dovrebbe definire zolle e non confini politici. Amare la propria Patria non significa disdegnare quella altrui, ne fare razzismo, scrive l’autrice, ma purtroppo questo termine viene usato e riusato da fazioni pesantemente razziste, troppe volte perchè passi inosservato o non mi provochi un prurito esteso.

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  2. “siamo figli senza genitori…” leggo. Vorrei dire che i genitori ci sono, ma non in grado di dare consistenza a quegli “abusati” valori e miti di cui tanto si parla. Credo che dovremmo dire che abbiamo allontanato i “nonni”, quei personaggi che ci permettevano il legame diretto con un passato da cui avremmo dovuto trarre insegnamento assoluto. Qualcosa che, modificato per le e dalle esigenze ambientali, avrebbe permesso una crescita ricca di storia.
    Quello che vedo attorno a me sono appunto “bambole di plastica” che si lasciano assoggettare da imbonitori il cui unico valore “morale” è il proprio arricchimento materiale. Pochi i tentativi di soccorso alla cultura intesa come progetto per raggiungere il mito e magari, si procede al conseguimento di una laurea in scienze della comunicazione nella speranza di fare la “velina” o il “tronista” in ambienti dove la cultura è lontana anni luce
    E’ questo un percorso che riempie?
    Per molti si, purtroppo!

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  3. Mi trovo d’accordo sia con annamaria che con sebastiano.
    Abbiamo perso tantissimo di anno in anno.
    E abbiamo soprattutto eprso quei valori che erano parte integrante della nostra cultura, ora viviamo d’altro e soprattutto male.

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  4. In realtà, ci deturpiamo ogni giorno in una società che non ci appartiene. Che storie possono raccontare persone che non hanno cultura, a cui da piccole non hanno insegnato a parlare, gioire, riflettere con la propria mente? Bisogna imparare a pensare in una società governata dal caos, e tutto questo si riflette in tutte le forme d’arte, così come nelle cose più banali, come nei programmi tv; è lì che vediamo veramente il riflesso della società, determinata nettamente dagli eventi storici. Negli anni ’90 vediamo una tv più seriosa, come qualcosa che si adagia sul terreno, dopo il polverone creato dalla decade precedente, che prometteva anch’essa sogni di plastica, determinata soprattutto dalla voglia di correre verso lo spazio (particolarità che si nota soprattutto nell’arte di quel periodo, con film, musica e libri incentrati sull’hard sci-fi). La realtà platinata c’è sempre, con sotto un grosso strato di marcio. Ed è questo che la società odierna è riuscita a capire, tutte le nostre certezze sono volate nel nulla. Quando ci troviamo dentro qualcosa è sempre difficile capire cosa sta accadendo davvero. Il vuoto che ha lasciato il ‘900 è simile a quello che stiamo vivendo adesso, prima con le due guerre mondiali, adesso con le crisi economiche e le rivolte interne. In un certo senso si sta quasi tornando al medioevo. Quello che volevo sottolineare era che questo senso di smarrimento e perdita d’identità è determinato soprattutto dagli eventi storici, e la società, perdendo quel poco di conoscenza, è vittima dei pochi insulsi burattini che stanno al governo, che insultano la cultura e l’individuo come persona fisica, fino a farlo diventare un involucro di false informazioni.
    L’identità si crea con delle radici, ma ormai a cosa ci si può appigliare? Forse bisogna davvero ricreare l’uomo, come intendeva fare Quasimodo. Non è mai troppo tardi per ricominciare.

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  5. Per come la vedo io, per seguire la corrente che ho scelto di percorrere nell’articolo, mi scosterei dai commenti letti, non tanto perchè non ne condivida i pareri ma perchè il Mito non è un racconto individuale, ma comunitario. Mi spiego meglio. Patria è un concetto contenitore, nel senso che ognuno di noi ha una serie di idee correlate al concetto Patria, inoppugnabili e private ma qua non si sta parlando del singolo o del suo pensiero, ma di società intere. Cioè per raccogliere ad esempio il commento di scriveredischiena, che lei connetta la Patria al militarismo va più che bene perchè è la sua idea personale maturata sicuramente in base alle sue esperienze. Ma noi dobbiamo staccarci in questo frangente dall’io per ragionare per il noi. La comunità senza Patria non può esistere perchè la società come noi la possiamo pensare oggi come oggi, esiste in base a limiti riconoscibili in senso di territorio, lingua e cultura (che ovviamente mutano nel corso della storia). Ecco perchè a mio avviso bisognerebbe tornare a pensare alla comunità e non al singolo, se non vogliamo che le nostre società periscano, perchè il modello culturale attuale è degradante, non perchè il 15enne magari legga pochi libri, ma perchè il 15enne non sa di chi è figlio o nipote, di conseguenza come potrà crescere? Come potrà svilupparsi e sviluppare figli sani? Un pò come il dna del resto. La natura disfa e crea a seconda di modelli idonei che vengono eliminati o favoriti tramite l’evoluzione. Con i modelli culturali è la stessa cosa, ma ci devono essere questi modelli, questi limiti, non solo per rispettarli, ma anche per scavalcarli. Oggi noi siamo alla mercè del tutto perchè manca il limite. Per cui due sono le strade: o reinventiamo come scrive Angel un nuovo uomo, capace di vivere solo, privo di strutture mentali, sociali e culturali oppure riscriviamo nuoti miti. Questo è ovviamene il mio personale parere.

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  6. L’uomo che voleva ricreare Quasimodo era incentrato sullo scambio reciproco e l’amore incondizionato. L’amore e cura per il paese, in senso di vero e proprio stato, si può avere solo con l’amore tra persone; affetto, fratellanza, uno scambio reciproco, il dare e avere. Questo non lo si capisce, infatti anche l’economia oggi è basata sull’eccesso, e tutto ciò porta a un grande dislivello tra classi sociali, multinazionali e aziende minori, senza fare veramente caso a chi c’è dietro tutto questo: delle persone. Esseri umani che lottano tutti i giorni per creare qualcosa che gli viene costantemente negato.
    Basterebbe un minimo di buonsenso in più per migliorare, ma ormai anche i potenti sono vittime della loro condizione; mi chiedo se sia possibile fargli cambiare idea in qualche modo, con la cultura, o l’arte, che viene esposta anche in questo spazio.

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  7. Roberta, sono perfettamente d’accordo sul fatto che il modello attuale sia degradante, ma credo che bisognerebbe comprendere che ciò che tu dici, cioè che i limiti riconoscibili in senso di territorio, lingua e cultura mutano, appunto, nel corso della storia. Il mio rifiuto della parola Patria, abusata, decomposta, maltrattata e fraintesa dovrebbe, e questo è naturalmente un mio parere, oggi essere archiviata proprio i nome dell’evoluzione necessaria a far comprendere ai figli come i limiti politici siano obsoleti in questo tempo di migrazioni e mescolamenti delle razze. la velocità di raggiungere i luoghi ci dovrebbe portare lontano dal considerare nostro un pezzo di terra, facendo in modo in modo di conservarne le tradizioni, gli odori, per condividerli e farli conoscere ai nuovi venuti. accoglienza è secondo me la parola chiave da insegnare ai figli oggi, senza la presunzione di costruire per loro nuovi miti visto che non abbiamo nemmeno saputo lavorare coi nostri. Io osservo, e ti dirò che non tutti i ragazzi sono votati ai miti di plastica, la nuova generazione si sta svegliando, anche guidata dalla necessità e la mancanza del benessere in cui sono nati, e a volte mi viene da pensare: meno male. Il nostro è un sistema che si sta accartocciando da solo, da tempo ormai e solo gli stolti ancora non riescono a vedere cosa sta succedendo. limiti e tabù saranno prestissimo rimessi in discussione, e non dalla nostra generazione. Io ho fiducia, fiducia che l’istinto di sopravvivenza li porterà certamente a ridisegnarsi e perchè no, a dare un significato nuovo alla parola patria, adesso per come viene usata, in questo tempo dove l’incertezza regna e ogni scusa è buona per manipolare la gente col vecchio motto Mors tua vita mea, la trovo pericolosa, ma questo è e resta naturalmente una opinione personale.

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