Letteratura e prigionia: dal Marchese De Sade a Oscar Wilde


L’arte in ogni suo aspetto, intesa come pura forma di comunicazione umana, non è solo un’espressione di bellezza o della sua ricerca; è anche sofferenza, paura, drammi irrisolti, malinconia. È un percorso spirituale che non si ferma alla conoscenza della tecnica, o all’allenamento, o al talento. E non può concedersi pause. Esistono molti tipi di dolore, tutti molto diversi e impossibili da mettere sullo stesso piano, così come lo sono gli artisti e le loro forme di espressione.

In una società tesa verso la standardizzazione degli uomini e le cose, un simile percorso è quasi un affronto; ma, al tempo stesso, è proprio la sua volontà livellatrice a spingere l’artista a fare il suo percorso, rendendosi così necessaria al suo svolgimento, facendosi parte attiva nella sofferenza dell’artista. È “nemica”, sì, e proprio per questo indispensabile.

Riflettendo sulla società nemica e, per contrasto, creatrice d’arte, si possono mettere a confronto due esempi estremi di soppressione socialmente approvata e delle sue conseguenze: l’esperienza in carcere del Marchese Donatienne Alphonse François De Sade e di Oscar Wilde, condannati rispettivamente per libertinaggio e sodomia, raccontata dagli stessi autori in forma di lettera.

D.A.F. De Sade a Vincennes

“Quando una detenzione deve essere lunga come la mia, non è un’autentica infamia accrescerne l’orrore con tutto ciò che piace a vostra madre di inventare per moltiplicare i miei tormenti? Non basta esser privati di ogni cosa che rende la vita dolce e piacevole, non poter neppure respirare l’aria del cielo, vedere quotidianamente ogni nostro desiderio spezzarsi contro quattro mura, non basta passare giorni dopo giorni in tutto simili a quelli che ci aspettano quando saremo nel sepolcro? Questo orrendo supplizio non basta, secondo quella creatura terribile: bisogna ancora aggravarlo con tutto quello che è possibile immaginare per raddoppiarne l’orrore. Solamente un mostro, confessatelo, può essere capace di spingere ad un tale eccesso la sua vendetta…”

[Lettera di De Sade alla moglie, 20 febbraio 1781]

Vittima di un piano diabolico della suocera, la “presidentessa” Madame de Montreuil, De Sade finì nel carcere di Vincennes, dove avrebbe passato molti anni della sua vita, e in cui avrebbe visto la luce il Marchese conosciuto ai più. Questa trasformazione umana e spirituale è visibile e chiara nelle lettere scritte dal Marchese in quegli anni, indirizzate principalmente alla moglie e alla suocera. L’ingiustizia della propria condanna, l’insofferenza verso la propria vita da detenuto, i continui pensieri tormentosi sull’infelicità della propria condizione formarono il nuovo De Sade, sia a livello umano che letterario e filosofico.

Il bene per me costituisce uno stato di fastidio e malessere, per cui non domando di meglio che di rimanere immerso nel mio brago, in cui mi beo. […] Si presentano mille occasioni in cui tollerare un male può evitare un male peggiore: ad esempio, chissà quale pensata sublime credete di aver fatto riducendomi alla più feroce astinenza sul peccato della carne; ebbene, avete sbagliato, raggiungendo l’unico scopo di riscaldarmi il cervello e di spingermi a dar forma a certi fantasmi che un giorno dovrò realizzare.”

[Lettera di De Sade alla moglie, luglio 1783]

De Sade e i suoi "fantasmi"

De Sade e i suoi “fantasmi”

Fu in questi anni di detenzione, diviso fra i sentimenti d’amore per la moglie e l’odio feroce per la suocera, che De Sade completò “Dialogo fra un prete e un moribondo” e la prima stesura sia delle “120 giornate di Sodoma” che di “Justine”.

Seguendo il corso delle sue lettere, troviamo i passi che lo hanno condotto lungo il cammino della sua battaglia contro l’uomo in ogni sua forma esistente e ai temi che avrebbe ripreso appunto nelle sue opere: nel Dialogo ritroviamo l’estremo contrasto fra il libertino morente e il prete, che possiamo identificare rispettivamente come De Sade e la sua visione dell’uomo in genere: ottuso e facilmente corruttibile.

Nelle “120 giornate”, invece, ritroviamo il tema della reclusione: quella volontaria per i quattro libertini della storia, quattro dei “fantasmi” citati nella lettera di luglio del 1783 – liberi di allontanarsi dalla società per dedicarsi alla propria lascivia, determinati a porre un limite eterno ai contatti esterni – e quella forzata dei servi, sacrifici da offrire alla libertà dei potenti.

È chiaro il desiderio di invertire la situazione che il Marchese sta subendo: dove lui è vittima di un complotto, calunniato, imprigionato e messo a tacere, nel romanzo è signore e padrone incontrastato, diviso nei volti dei protagonisti; dove nella vita vita vera i suoi persecutori, gli altri, sono liberi di decidere della sua vita, nel romanzo non hanno potere neanche sulla propria.

La prigione ha, in un certo senso, “liberato” il De Sade letterario. Leggendo le sue lunghe lettere dalla prigione, chiara testimonianza del percorso spirituale che questa gli ha imposto, è possibile vedere il “semplice” aristocratico libertino trasformarsi nel Filosofo De Sade, l’infaticabile narratore della perversione, teorico della distruzione, conoscitore del buio profondo che agita l’animo umano.

Oscar Wilde nel carcere di Reading

Il mio solo errore fu di limitarmi esclusivamente agli alberi del lato soleggiato del giardino e trascurare gli altri del lato ombroso e triste.

Insuccessi, infamia, povertà, dolore, disperazione, sofferenza, le lacrime persino, le parole spezzate che mormorano le labbra di chi soffre, il rimorso che costringe a camminare sui rovi, la coscienza che condanna, l’umiliarsi che avvilisce, la miseria che ricopre i suoi capelli di cenere, l’angoscia che si avvolge nell’abito di sacco e versa fiele nel suo bicchiere: tutto ciò mi spaventava. E così come avevo deciso di non conoscerne nessuna, fui poi costretto ad assaporarle tutte, a una ad una, a nutrirmene, a non avere altro cibo all’infuori di esse per un’intera stagione della mia vita.

Neppure per un attimo rimpiango di aver vissuto per il piacere. Ho vissuto per il piacere fino in fondo, poiché tutto ciò che si compie lo si dovrebbe compiere fino in fondo. Non ci fu piacere che non sperimentai. Gettai in una coppa di vino la perla della mia anima. Scesi il sentiero fiorito al suono dei flauti. Vivevo nutrendomi di miele. Ma continuare a vivere la stessa vita sarebbe stato un errore, perché mi avrebbe limitato. Dovevo andare oltre.

Anche l’altra metà del giardino aveva dei segreti per me.

[Lettera di Oscar Wilde ad Alfred Douglas, 1897]

In una situazione curiosamente simile sotto certi aspetti si ritrovò Oscar Wilde, che nel carcere di Reading compose “La ballata del carcere di Reading” e una delle sue opere più famose, il “De Profundis”: un’altra lunga lettera, altra testimonianze dal vivo dei cambiamenti interiori dell’artista in condizioni di prigionia, in cui si narra di un’altra cocente ingiustizia e di una trappola tesa ai danni dell’artista stesso. Trappola tesa, nel caso di Wilde, dal padre dell’amico Alfred Douglas, che lo avrebbe fatto arrestare per sodomia.

Oscar Wilde ed Alfred Douglas

Oscar Wilde ed Alfred Douglas

A differenza di De Sade, però, la prigionia arrestò quasi del tutto la produzione letteraria di Wilde, che morì in miseria tre anni dopo la scarcerazione. Le sole due opere sopracitate che hanno visto la luce in quegli anni sono considerate il capolavoro ultimo di Wilde, le sue opere più ricche e complete, piene di tragica consapevolezza del sé.

Non ci è dato sapere se, vivendo più a lungo e scampando alla miseria, Wilde avrebbe continuato a scrivere o se la prigione gli avesse dato o tolto troppo per continuare a scrivere. Non a caso, forse, a poco meno di un anno dalla morte, disse: “I wrote when I did not know life; now that I do know the meaning of life, I have no more to write.” [Scrivevo quando non conoscevo la vita; ora che ne conosco il significato, non ho più niente da scrivere]. Il quasi assoluto silenzio letterario di Wilde può essere interpretato in molti modi diversi, quasi sicuramente tutti sbagliati; ma si può apprendere molto dalle lettere raccolte nel De Profundis, in particolare nell’ultima parte, dove Wilde saluta Douglas con una rinnovata consapevolezza:

Ciò che mi si spiega davanti a me ora, è il mio passato. Devo riuscire a guardarlo con occhi diversi, devo costringere anche il mondo, devo costringere anche Dio a farlo. Ma ciò non può avvenire se ignoro il mio passato, o lo riduco, o lo lodo, oppure lo rinnego. Potrà avvenire solo se lo accetterò come parte inevitabile dell’evoluzione della mia vita e del mio carattere: chinando il capo di fronte a tutto quanto ho patito. Ma come io sia distante dalla vera essenza dell’anima te lo dimostrerà assai chiaramente questa lettera, nei suoi umori mutevoli e incerti, nel suo sdegno e nella sua amarezza, nelle sue aspirazioni e nella sua incapacità a realizzarle. Non dimenticare in quale terribile scuola io sto svolgendo questo compito.

E, per quanto incompleto, imperfetto io sia, tuttavia da me puoi avere ancora molto da imparare. Venisti da me per conoscere i piaceri della vita e i piaceri dell’arte. Forse io sono destinato a insegnarti una cosa assai più splendida: il significato del dolore, la sua bellezza.”

[Lettera di Oscar Wilde ad Alfred Douglas, 1897]

Daniela Montella

Ps: mi si può obiettare che quella di De Sade non è arte; l’uso della parola, in questo caso, può considerarsi sconsiderato. Tengo quindi a precisare che, per me, De Sade è un filosofo; e, per me, la filosofia è una forma d’arte.

Le citazioni del Marchese de Sade sono tratte da “Lettere di Vincennes e dalla Bastiglia”, ed. Classici dell’Eros, a cura di Luigi Baccolo
Le citazioni di Oscar Wilde sono tratte da “De Profundis”

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22 pensieri su “Letteratura e prigionia: dal Marchese De Sade a Oscar Wilde

  1. Insomma, bisogna dire che De Sade non era certo mai stato uno stinco di santo. Se fosse vivo oggi e facesse le cose che ha fatto subirebbe la stessa sorte. Redimersi attraverso la prigionia non fa parte, secondo me, di personaggi come lui che nascono con una mente altamente sensibile e intelligente ma altrettanto alterata in maniera irrimediabile. E il peggio è che non ne hanno la percezione chiara di ciò che sono e che fanno. Il suo cranio fu asportato dal sepolcro per essere studiato e questo la dice lunga sulla sua potente personalità, per usare un eufemismo. Oscar Wilde dal canto suo cosa mai avrebbe potuto aspettarsi se non quello che gli capitò, visto che fu dichiaratamente consapevole del suo modo di essere e vivere la vita. Anche qui, per ragioni diverse, la redenzione attraverso la prigionia non mi pare abbia funzionato al 100% sebbene ebbe dalla sua la capacità di discernere la sofferenza, la crescita come essere umano conseguenti alla sua prigionia, dal suo passato. La chance in più per riabilitarsi gli fu data e la lezione fu in parte appresa, almeno a livello teorico e morale, intimo. A differenza di De Sade, Wilde non era altro che un letterato omosessuale stravagante e vizioso che ci ha lasciato meraviglie letterarie e un certo “nonsochè” da citare nei salotti buoni. De Sade era assolutamente indifendibile e irredimibile. Filosofo si, ma pazzo. Bel pezzo Daniela 🙂

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    • Sulla pazzia non discuto, De Sade non è entrato in carcere da agnellino per uscirne come ne è uscito 😉 c’è anche da dire che nel caso sia di De Sade che di Wilde non so quanto la prigione sia servita a redimere, nel senso tradizionale del termine, visto che alla fine nessuno dei due era minimamente redento o disposto a cambiar vita per come la società che li aveva condannati voleva.

      De Sade sarebbe sicuramente, prima o poi, finito in carcere, ma all’epoca finì a Vincennes per un complotto della suocera e fu questo, credo, ad aizzare i suoi demoni. Forse, in una qualunque situazione, le cose sarebbero andate diversamente anche per lui.

      Più che altro mi ha sorpreso sia la somiglianza della loro storia carceraria (seppur in tempi diversi e con esiti diversi per due personaggi che più diversi non si potrebbe).

      Un bacio, Federica :* grazie

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  2. Leggo questo articolo che casca un pò ” a fagiolo”, riferito alla nostra epoca e non a quella del De Sade e Wilde; ma giusto per completare le mie considerazioni già espresse in merito:

    Non mi è chiaro quale sia lo scopo del carcere in Italia: nell’immaginario comune credo sia quello di punire chi ha sbagliato e di allontanare dei potenziali pericoli dalla società. Secondo le istituzioni (e secondo la Costituzione) lo scopo delle pene inflitte ai condannati devono tendere al recupero, alla rieducazione ed al reinserimento. Nel 1990 Mario Broccolo è stato condannato a 18 anni per omicidio volontario: per rieducare mi pare un’eternità, per punire mi pare un’inezia. Fatto sta che il “Sig.” Broccolo, che nel frattempo è stato anche condannato per omicidio colposo e molestie, ha ucciso di nuovo. Non credo che tutti siano rieducabili e recuperabili, il male esiste ed è dentro di noi, è connaturato nella natura umana ma per fortuna nella stragrande maggioranza dei casi lo si sa gestire e combattere. Avrebbe senso che le carceri (e la giustizia in generale) acquisissero più una funzione valutativa in itinere e le pene fossero maggiormente flessibili (anche e soprattutto in aumento delle stesse) quando ci si rende conto della pericolosità sociale del detenuto altrimenti assumiamoci la responsabilità che Alessandra Iacullo (e con lei tante altre) l’abbiamo uccisa un pochino anche noi.

    http://www.rideremente.it/notizia-quotidiana/una-tazzina-di-caffe-il-male/

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  3. “…alla fine nessuno dei due era minimamente redento o disposto a cambiar vita per come la società che li aveva condannati voleva.”
    I
    nfatti dico io, ciò che affermi è vero. Il fatto è che a prescindere da ciò che “voleva” la società di allora (qui non si parla di due teppistelli che hanno rubato la frutta al mercato) i due non avrebbero mai potuto essere diversi da ciò che erano: l’uno un pazzo criminale seppur filosofo e l’altro un vizioso amante della bella vita con dalla sua una capacità di scrittura eccelsa. E, se devo dirla tutta, non credo proprio che il complotto della suocera di De Sade abbia scatenato i suoi demoni; lui era un demone. punto. Un bacio cara

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    • Lo era, ma credo che non li avrebbe mai liberati senza le giuste condizioni; in questo caso, quelle della prigionia e della rabbia che quest’ultima ha scatenato. Grazie 🙂

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  4. Ha senso la parola ” redenzione “? Secondo me è un concetto del tutto malato che mi riporta solo ad un certo fanatismo. Esistono cambi di prospettiva, presa di coscienza, evoluzione e regressione. La loro testimonianza letteraria oltre che umana rimane una delle più alte esistenti in letteratura, non solo per il valore delle opere, ma anche a livello sociale poichè siamo in piena regressione ideologica e di costume , con una insopportabile ipocrisia imperante. Un pezzo bellissimo.

    Rispondi
  5. Federica Galletto,non so cosa tu sappia o conosca di De Sade,ma i tuoi giudizi bassamente moralistici fanno supporre assai poco.
    Per quanto riguarda Oscar Wilde l’agggettivo ” vizioso ” da te usato ripetutamente la dice lunga ,anzi lunghissima , sulla maniera di concepire la vita come opera d’arte.
    Hotrovato i tuoi commenti davvero penosi.

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    • Ognuno ha concetti e pensieri diversi su cose diverse, perché scannarsi a riguardo? Si può esprimere la propria opinione senza screditare quella degli altri e far bella figura lo stesso 🙂 il tuo commento sul Potere, ad esempio, mi è piaciuto molto.

      A me personalmente i commenti di Federica sono piaciuti. Possono non essere d’accordo con lei, ma conoscere la sua opinione mi è molto utile per capire un altro modo in cui De Sade e Wilde possono essere visti dal mondo e le sono grata per avermi offerto il suo punto di vista. L’artista è anche ciò che il pubblico vede di loro, e personalmente mi interessa ogni singola visione.

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  6. De Sade era assolutamente indifendibile e irredimibile
    ahah stai a vedere che tocca te difenedere De Sade,,,roba da matti

    Rispondi
  7. la detenzione di De Sade porto ad una delle riflessioni più lucide e spietate sul significato del termine ” potere ” . E ,ovviamente ,del potere dell’uomo sull’uomo. Il fatto che questa riflessione avvenga nelle opera sadiane attarverso il corpo e la sua negazione è strettamente connesso all’implicito che vede ,nella detenzione, l’esercizio della punizione attraverso l’imprigionamento del corpo e ,di conseguenza ,dell’individuo nella sua complessità. Le deformazioni,le umiliazioni e le sofferenze che i corpi subiscono nell’opera del Divino Marchese sono la traslazione delle stesse efferatezze e distorsioni che un corpo subisce durante la prigionia, La riduzione a meccanismo è la medesima. L’uso del sesso in maniera così massiccia,esasperata ed estrema depotenzia la scrittura sadiana da qualsiasi connotazione pornografica ( termine peraltro ignoto all’epoca ) o erotica. Semmai vi è l’indagare un limite che ribalta la concezione vigente della supremazia della psiche sul corpo,quando invece proprio la detenzione illumina circa il fatto che ,sovente ,avviene proprio il contrario ed la psiche a doversi accordare alle condizione del corpo cui è legata.
    La perversione che impera nell’opera di De sade è perversione del potere e non del sesso.
    Circa questa affermazione consiglio la visione illuminante di Pier Paolo Pasolini che nella tasposizione cinematoggrafica de Le 120 giornate di Sodama dà un quadro esaustivo del genio sadiano. La follia ,attualissima sia nel tempo storico in cui è traslata l’opera ( il periodo finale del fascismo ) ma tutt’oggi indubbiamente, non è quella dello scrittore ,ma quella di una società che viene agita dal potere,dal suo bisogno e desiderio, fino all’autodistruzione.
    Nessun piacere è possibile nell’opera sadiana,semmai il suo esorcismo e la sua negazione.
    Ravvisare pazzia nella persona di De Sade è come ridurre lo scandalo e ilperturbamento a pura dimensione di senso comune. A me ,personalmente ,mette grande tristezza.

    Rispondi
    • Sono perfettamente d’accordo con te circa la questione del potere, ma non su quella della pazzia. Per me dare a qualcuno (in questo caso De Sade) del pazzo non implica lo sminuirne l’opera, forse perché per me, parlando di arte, la follia va di pari passo col genio.

      Rispondi
  8. Sono d’accordo con Samoa sul genio di De Sade. Non riesco a pensare ad un altro autore che sia riuscito ad essere in un suo romanzo altrettanto fosco, filosofico, pornografico e umoristico e aggiungo anche estremamente realistico insieme, senza per altro utilizzare quel noioso moralismo compiacente ed autocompiacente. Forse la letteratura moderna dopo alcuni grandi autori come De sade soffre per mancanza di alchimia.

    Rispondi
    • La letteratura moderna soffre per troppe cose. Un autore moderno (edit: un autore moderno secondo la concezione comune) deve stare ben attento a non offendere nessuno e a fare un compitino pulito e preciso. Nessuno sembra capire la necessità di un autore scomodo, perché nessuno vuole esserlo. D’altronde, ad essere un “autore scomodo” (odio usare questi termini, sia chiaro) non vendi, e se non vendi o non ti fai conoscere non sei nessuno. E se non hai modo di non essere nessuno, non cominciare neanche. L’arte moderna deve essere fattiva, produttiva, incisiva, eccetera. Ecco qual è il vero problema della letteratura moderna: nasce apposta per essere letta. Ovvio che di autori come De Sade non ne escono più.

      Siamo così abituati a leggere comodamente seduti a casa da pensare che i libri vadano scritti allo stesso modo. Sono in pochi a conoscere la vita di De Sade, nella concezione comune era un ricco signore che scopava come un riccio. Ed è questo che fanno i cosidetti autori e autrici “scandalo” moderni: si siedono, scrivono, scopano, e si autoparagonano ai grandi della letteratura con molta poca classe. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.

      Rispondi
      • Daniela, francamente questa storia delle ” offese ” in letteratura è quanto di più ridicolo ci possa essere. Sono fuori da ogni cultura le persone che si sentono offese da un libro. Ad esempio, se proprio vogliamo parlare di offese, mi offende più un libro come quello di Genna su Hitler perchè è di una banalità e mediocrità sconcertante. Mi offende un libro come ” 100 sfumature di grigio” ( si intitola così? ) che ritengo un libro per criceti. Insomma , l’offesa è sempre ben relativa. Viva dio, ma Justine di De Sade è davvero un capolavoro : virtù , dannazione, filosofia e religione, e
        scrittura notevole. Lo scrittore non può essere scomodo se sceglie di adattarsi ad un pubblico mediocre o catto-bigotto. Che ipocrisia !

      • Bravissima, è esattamente quello che penso! Ed è proprio questo che per me ha rovinato la letteratura, questo volerla ingabbiare, rinchiudere in un politicamente corretto che non le è mai appartenuto, questo educare l’aspirante autore al suddetto compitino. Pensano che basti sedersi e scrivere per sfornare un capolavoro. Ci sono scuole di scrittura (che già non avrebbero ragion d’essere, secondo me) che insegnano a sfornare personaggi e intrecci e colpi di scena a tavolino. Non c’è nulla di autentico.

        L’offesa è sempre ben relativa ma direi che la condividiamo appieno 🙂

        ps: le sfumature di grigio sono 50, 100 sono le nostre palle che rotolano di fronte a questi terrificanti esempi di “scandalo letterario” al giorno d’oggi 😉

  9. Sia chiaro : personalmente ritengo De Sade quanto di più lontano dal termine pazzia. Ammesso che tale parola abbia un qualsivoglia significato. E ,d’altra parte , se la psichiatria e la psicoanalisi ( discipline tuttora necessitanti di continue conferme ) hanno utilizzato il Marchese per definire una patologia da sempre esistita ma senza fino ad allora termine per descriverla ,non si può certo cadere nell’errore grossolano di pensare che la parola ,sadico, sia riferita alla persona anziché ai meccanismi che essa descrive nella propria opera. Leggere che De Sade sia stato inconsapevole delle proprie azioni ed opere mi fa rizzare i capelli sulla testa oltreché stimolare crasse risate. La reificazione del dominio sull’uomo da parte dell’uomo ,la sua minuziosa descrizione sono l’esatto segno della lucidità di questo autore immenso. O vogliamo pensare che l’autore de il silenzio degli innocenti si cibi di propri lettori ??????

    Rispondi
    • Abbiamo evidentemente un concerto diverso di follia; per me, ripeto, va di pari passo col genio

      Inoltre, non ho mai detto che De Sade fosse inconsapevole delle proprie azioni. Né ho mai accennato al fatto che potesse esserlo. Ripeto, abbiamo concetti diversi di follia, ed evidentemente parliamo anche due lingue diverse.

      Saluti.

      Rispondi
  10. infine , per chi ne avesse interesse consiglio la lettura del saggio di Blanchot ,Lautreamont e De Sade. Nonchè ,parimenti consigliato ,uno scandaglio accurato delle ragioni politiche e civili delle numerose incarcerazioni del marchese.

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