Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia: Man Ray – Omaggio di parole


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Malinconia

Stava ferma.
Ferma immobile, addossata alla porta della cucina, reggendosi con la maniglia d’ottone e il cardine centrale.
Respirava col naso trattenendo l’aria nelle narici, quindi la espelleva di getto per farne entrare di più – e ancora sembrava poca, sembrava debole e pullulante di scorie, di moschini, di frammenti di carta.
Il cuore le martellava sotto la cassa toracica. Colpiva i polmoni e lo sterno. Si sfracellava dentro le vene, insieme al bollore del suo stesso sangue.
Sentiva una lastra di metallo sugli occhi, tra la fronte e gli zigomi , che le ottundeva la vista e rendeva difficoltosa la concentrazione.
Quando trovò la sicurezza necessaria, lasciò andare uno dei due sostegni:le dita, che prima erano aggrappate al cardine, sfiorarono il solco molle alla base del collo, quindi scivolarono verso il basso – seno pancia fianco –  risucchiate dal braccio e dal vuoto.
Uno spezzettato binario cremisi, il passaggio delle dita sulla pelle: ma lei non lo notò.
Spostò il peso del corpo in avanti, sul piede sinistro, scarpa numero 36. La caviglia sembrava dissociata dal resto dell’arto; il ginocchio pulsava e tremava come una lucertola nella sabbia.
Unì all’altro il piede destro. Calzava scarpette da ginnastica nere con le bande bianche, cerate di gomma, leggerissime, puzzolenti di sudore e scarto, dozzinali come il resto del vestiario – come quella maglietta bucherellata ad arte acquistata su un banco fuori dalla metro; come quei  jeans neri che, per quanto li lavasse , odoravano sempre di tintura; come quella colonna spuria di braccialetti tintinnanti che le sfiorava il gomito. Per risparmiare, aveva colorato da sé i capelli e li aveva tagliati appena al di sopra delle spalle – ricordava che, mentre le forbici scomparivano tra le sue chiome piene e con uno scatto secco le disossavano, lei aveva osservato con un distacco quasi surreale le ciocche corvine piovere sul lavandino sporco, sui suoi piedi ingolfati in quelle scarpette.
Il riflesso del vetro in penombra le rimandò un’immagine improvvisa e sconosciuta che la fece sussultare. Poi si vide, e si riconobbe, e si sentì ridicola, si sentì nuova, inappropriata e zigzagante – sorrise al vetro cosparso di lucciole e fumo – sorrise alla striscia sulla guancia,  magnifica di vissuti nascosti, eccitante, viola – sorrise alla consapevolezza di viversi e guardarsi attraverso un vetro .
Con la lingua umettò l’esterno delle labbra secche. Avvertì la pesantezza dell’alito data dallo stomaco vuoto e dalla tensione che aveva accumulato.
Lasciò la porta: poteva permetterselo, ora.
Poteva perfino accendere una luce e farsi una doccia.
Cambiare quegli sporchi vestiti economici con altri puliti vestiti economici. Abiti che non sapevano cosa fosse successo agli altri. Abiti vergini e logori, profumati di fuliggine e borotalco.
Scalciò lentamente le scarpe, senza scioglierne i lacci ; rimase ipnotizzata per pochi istanti dal vermiglio che punteggiava le suole color marrone chiaro.
Si tolse i jeans e la maglietta, tremò al contatto con le mani gelide, incrostate di liquido scuro. Rimase in biancheria intima. Senza accendere una sola luce andò nel bagno, aprì l’acqua della doccia, entrò, si lasciò inondare di ghiaccio prima e di bollore fumante poi.
Il cubicolo si riempì del sentore metallico del fango, dello sterco dei cani, di qualcos’altro.
Si deterse il viso, le cosce, l’addome, la testa – più e più e più volte. L’acqua diveniva spesso  tiepida, poi d’improvviso spruzzava saliva bollente. La sua unica reazione era quella di continuare a strofinarsi.
Quando uscì, i piedini smaltati incontrarono le mattonelle gelide. Spinse con un dito l’interruttore a lato dello specchio: un perplesso giallo graffiò le pareti grigie, il suo visetto magro e pallido.
Si asciugò con lentezza, senza cessare di osservarsi nello specchio. Ora era pulita e disinfettata: poteva guardarsi ancor meglio, poteva scrutarsi, rimirarsi, accoccolarsi nella sua pelle, incontrarsi in una carezza. Poteva pettinarsi – a lungo, a lungo – abbagliare di nero il nero degli occhi, tatuare con ombre cinesi il neon della pelle, essere il suo braccio, essere la spazzola che scalava i nodi tra i capelli, essere le ciocche che si scomponevano libere sulle spalle.
Quando finì di pettinarsi, posò la spazzola sulla mensola e urtò un flaconcino color ambra, pieno a metà di pillole oblunghe, che ondeggiò brevemente e poi si fermò. Un’espressione di timore e sfida le attraversò i lineamenti: la chiostra bianca dei denti si esibì in un sorriso storto e acerbo.
Spense la luce, lasciò la stanza.
Nuda e asciutta, redenta dalla doccia, raggiunse l’armadio e indossò una camicia da notte con i risvolti di pizzo e i bottoncini di madreperla, appartenuta a sua nonna anni e anni prima.
Ora era morta, la nonna, morta come la mamma e il papà, e lei era sola – sola sola sola, sola come il sole, come un’ape regina,  come un guerriero in trincea, come uno specchio e una spazzola, come un muro e un’ombra, come la sete che le gorgogliava tra i denti e in gola e tormento, tormento, la sete – bere, meglio bere, bere adesso e sola – e un brindisi a chi non c’era – o bruciava nell’armadio  – o si nascondeva tra le radici di un salice.
Tenendo l’impolverata bottiglia di whiskey con una mano, accese la televisione, tolse l’audio – non notò che il film era muto -, allungò le gambe magre e corte sul divano e accese una sigaretta.
D’improvviso, l’odore metallico che aveva infestato il bagno arrivò con una zaffata che le afferrò gola e ossa.
Colse con la coda dell’occhio un’ombra sulla parete: un movimento circospetto: il deragliare felpato di passi a ridosso del divano. Si sentì gelare. La sigaretta implose in se stessa.
Restò ferma, con gli occhi sbarrati.
– Come hai fatto a seguirmi? – chiese, con la voce rantolante di terrore e trepidazione.
– Hai una casa a prova di brina e di sole, Malinconia. –
– Come hai fatto a entrare? – insistette.
– Hai una casa dove la pioggia semina ginestre e pareti di nuvole senza tramonti-
Lei tirò su le gambe, si sfregò i polpacci con furia, e di nuovo gridò, bisbigliando:
-Vattene, ti dico. Vai via. – (Voce color whiskey, catene di ovatta sulla lingua – parlare: lusso e abominio – lo sai, no?)
– Ti appartengo come il cane appartiene al suo guinzaglio. –
Lei sciolse gambe, braccia e voce; il terrore le chiazzò d’umido il mento e le cosce – ma la scaldò :
– Facciamo l’amore, allora.-
– Non posso. Ti amo troppo per insultarti col mio sesso. Per farmi insultare da te. Voglio solo sorriderti di odio e orrore, sapendoti uccidere senza che tu te ne accorga.-
Lei si agitò. Il divano pullulava di serpenti e pozzanghere, il divano la cacciava.
– Vuoi un tè? O un uovo fritto, magari? –

Silenzio. Troppa fine, troppo inizio nel silenzio.

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– Non voleremo più stringendo in bocca la paura.-

Lei si rilassò, udendo di nuovo la sua voce. Voleva fare conversazione, cambiare discorso e tono, tempo e possibilità. Invece sprofondò nelle proprie parole – ‘L’ottimismo è vigliacco’: chi lo diceva? La mamma?La nonna?- :
– Cos’hai negli occhi? Cos’hai in bocca? Cos’hai tra le gambe?-
– La brama di rimorso e potenza. Ti desidero, Malinconia.  Perdimi, preferisco non averti accanto.-
– Sei tu che mi vieni a cercare. –
Il silenzio echeggiò tra i due contendenti, che si fronteggiavano senza vedersi.
Altro tempo incalcolabile. Quindi l’intruso mormorò, quasi divertito:
– A chi è toccato, oggi? –
Lei alzò gli occhi al cielo.  Quello era il suo territorio, in fondo.
– Quisquilie. – Bevve una lunga sorsata di whiskey, senza smettere di guardarlo. Lui la osservava in silenzio.
– Dormi con me, qui sul tappeto. – La invitò, andando più vicino.
Lei mosse un passo –  col corpo, con la voce:
– Voglio che tu entri in me. Voglio sentirti fino in fondo. –
– Come ogni volta. Sei un’oscena, strabiliante creatura. Devo attraversarti. Voglio che tu sia la mia nebbia. –
Il coltello affondò nella gola bianca. Lei inarcò la schiena e sorrise. L’eruzione di sangue che spillò sulla camicia della nonna fece da contraltare al nitore della lama, all’oscurità interrotta dai chiaroscuri del film muto.

Ogni mattina, ogni volta la stessa scena, Malinconia.
Tu chiudi la porta con un piede, ti siedi,  accavalli le gambe.
Parli senza sosta per ore, inanellando le tue fantasie di sesso e morte come se ti potessero davvero liberare.
Sei in questo posto da quindici anni e io … io resto qui solo per te, per ascoltare questi sogni ad occhi aperti, queste ricostruzioni surreali in cui per difenderti ci uccidi tutti – tutti- e poi torni a casa, la tua casa sotto al salice; la casa dove a quindici anni hai massacrato la tua famiglia; dove, dopo averli squartati uno a uno -mamma papà nonna-  hai fumato erba e bevuto, sola, fino al pomeriggio del giorno dopo, quando hai deciso di dare fuoco a quello che avevi intorno a cominciare dai tuoi e magari per finire con te se non fossero arrivati i vigili del fuoco, se non fosse arrivato quel vigile che ti ha tirata via dal divano e che ora vorresti ti uccidesse
Come se, Malinconia …
Come se la morte data da chi ti ha salvato fosse la giusta redenzione;  come se la morte dopo il sesso – quel sesso che tu non conosci, Malinconia, perché non hai mai incontrato nessuno con cui valesse la pena davvero, perché sei entrata qui troppo presto, anima scellerata; perché non ti interessava né  ti interessa sentire addosso l’amore e il desiderio di un’altra persona, perché quel che a te interessava  era solo
È solo.
Poter parlare per ore e ore e giorni e anni dei tuoi sogni di amore e di morte, di acqua e di sangue, in una litania che non conosce assoluzione né soluzione e che mi dà la speranza di poter, un giorno, aiutarti  –  o forse di aiutarmi, di vedermi per quel che sono e temo; che mi dà la speranza di poter, un giorno, svellere tutte le ipocrisie con cui mi abboffo e che mal digerisco—-
—-di poter, un giorno, farti conoscere le meraviglie che nemmeno immagini, amandoti come un medico non può amare la sua paziente – il cielo il sesso il mare il prato baciarti soffocarti stringerti annullarti dissolverti —
di poter, un giorno
diventare —
come te .

Alba Gnazi 12.11.11- 3.03.13

1968-sonia

L’ho fatto, si…non chiedermi come, non lo so, sento l’odore del sangue rappreso che ingessa le mie dita e ferma i pensieri su di te, sacrificio del vizio e ossessione, ti piaceva. Oddio…l’ho fatto si, crollo sulle ginocchia, pancia stretta tra le braccia e bocca di grida, sforzi di paura e della nostra cena. Sento ancora il peso del tuo corpo, della stretta sui fianchi (lividi) il sapore addosso. Forza – mi dico – trova il coraggio di ri-alzarti, stai dritta e ancora per gioco mi appendo al supplizio della ruota, ricordi? Non guardarmi, lo so che vorresti vedere i miei occhi, se hanno paura del freddo respiro e ti rispondo: no. Non ho paura della tua carne (ormai ghiaccio) e neanche di chi busserà alla porta e mi porterà via da qui, da questa stanza-performance-d’artista, pennellate e schizzi di umori, corde e sculture (le tue) che ora ti hanno tradito, come me. E’ tutta colpa del peso, cardiomegalia che ha invaso il petto fino a stringerlo, soffocarlo e non c’è più spazio per niente, neanche per le parole: solo voci, morte del sentimento. Ora sono libera, non odiarmi e non avere quell’aria stupita di chi non ha capito, perché il dolore, i vuoti e le partenze, l’abbraccio respinto di ieri sono stati la sentenza, la tua fine. Rido di te, che credevi di essere il “per sempre” e ora non sei più nulla: inanimato (ma l’hai mai avuta un’anima?) carne in putrefazione- materia inerme- cibo della terra .

Sonia Lambertini

manraywsfpallaracci

come giacere
tra un mondo appena nato e il silenzio
delle autocombustioni
sento propagarsi l’arco che
da me a me
resiste

forse è un cedimento
rovinoso di rossori
o un ritrovamento di labbra
tra le screpolature midollose dei non
ritorni
quest’odore di arterie che rifluisce- pezzi
di ricambio per gli stravasi di cocci-
e mi assicura
la spasmodica tregua dalla neutralità fatale
nel tratto bicefalo in cui io
quasi viva
quasi morente
quasi
esisto

Sylvia Pallaracci

Man Ray 1934 illustrazione per L'amour fou di Andre' Breton

Man Ray 1934 illustrazione per L’amour fou di Andre’ Breton

amour fou di Claudia Zironi

Aderire, inventare la tua bellezza, strusciarmi,
inebriarmi di un casto bacio sulla guancia, penare,
pendere dalle tue labbra, appendermi, suonare
a festa e poi suonare a morto, sospendermi,
studiare l’estetica del ventre, sospirare, indovinare
ciò che rende corto il tuo respiro, poi fare
come il cane innamorato: annusare il tuo arrivo,
rispolverare i miti greci e la sinologia, attendere
con stupore o palpitare, per una parola, per ore

Immagine2

mi raddoppi l’animale
nel territorio del sottopelle
la scappatoia è una discesa
anatomica, una sboccata
di bianca esagerata
che sfiamma il fuoco
dell’ora esatta in cui
curva sul mio inferno
ti sgoli di luce

di Enzo Moretti

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9 pensieri su “Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia: Man Ray – Omaggio di parole

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