COSI’ OSAVANO LE NOSTRE IDEE


prima

Mercoledì 15 maggio  

Roberta…
ore 5.45: In strada, considerando l’ora non è nemmeno molto freddo. Certo è sempre strano svegliarsi quando tutti dormono e percorrere vie conosciute semivuote. Ma appena arrivata in stazione l’idea romantica dell’alba in solitudine mi abbandona, orde di umani già frenetici popolano la stazione di Tivoli.  Da qui parto per Roma e da Roma parto per Torino, nemmeno troppo giro in fondo.

ore 7.05: Entro in un bar della stazione Tiburtina, che tutta nuova sa di ordinato ma non è certo bella. Prendo un caffè, le sigarette, esco sul piazzale, controllo i treni e cerco il mio “Italo 9914”. Binario 12. E’ancora presto ma decido lo stesso di trascinare me e il trolley verso il binario, poi sigaretta.

ore 7.55: Il treno è preciso come il ciclo mestruale di una venticinquenne, occupo il mio posto, il numero 40 della carrozza 10, chiedo ad un “forzuto” giovane di aiutarmi a tirar su la valigia (che dai non ho caricato come se partissi per 5 mesi!). Mi siedo, mi guardo intorno e penso sarebbe bello un po’ dormire.

ore 09.44: Nulla, non si dorme. Provo e riprovo, inviperita perchè il cristiano accanto a me ha solo dovuto poggiare le chiappe sul sedile per cantare immediatamente l’Aida. Io non riesco, nulla. Così leggo, scrivo, guardo fuori, vado in bagno (che su questi treni si chiude ermeticamente e ti mette un ansia che quasi non ti scappa più), torno al mio posto e realizzo.  Realizzo che sto andando ad uno degli eventi più importanti di sempre in campo editoriale. Un “io c’ero” che già so ricorderò per sempre. Okay, mancano ancora due ore, non serve masticare ansie!

Adriana…
Ore 9.00: Suona la sveglia ma io fingo di non sentirla come mia abitudine. Alla fine decido di elevare comunque il mio corpo in un luogo altrove, ovvero verso il bagno. Mi lavo, ebbene sì, per un’occasione così importante. Accendo il cellulare e vedo se le mie compagne di viaggio sono sane e salve: una sì, l’altra, Roberta, non so ma non mi preoccupo, so che lei può farcela.

Ore 10.30: Che faccio? Mi avvio anche io verso Torino? Sarà un viaggio estenuante ma bisogna farlo, il dovere prima del piacere. Dopo ben circa mezz’ora sono alla stazione della Metropolitana di Torino e dopo circa altri dieci minuti sono a Torino. Breve ma intenso, si dice.

Ore 12,10: Suona il telefono. Ho tratto la frase da una canzone. E’ Roberta, è arrivata. La aspettiamo al fondo delle scale mobili. La riconoscerò? In realtà non l’ho mai vista. Ok, vedo una ragazza con una valigia piccola ma tozza. Mi sorride. O è una malata mentale o è lei. O è entrambe.

INCOMINCIA L’AVVENTURA!

seconda

seconda1.jpg

Tutto quello successo dalle 12.10 – cioè il nostro arrivo/incontro – alle 10.00 del 16 maggio – cioè ufficiale apertura della 26° edizione del “salone del libro di Torino” – ve lo risparmiamo… non perché poco interessante ma perchè anche noi, quasi, preferiremmo non ricordarlo. Solo sappiate che abbiamo percorso chilometri sotto una impietosa pioggia battente, raggiunto il mastodontico lingotto bagnate e già malate, allestito il nostro stand tra ilarità e panico e finalmente cenato intorno alle 23 sfrante ma comunque molto soddisfatte!

quarta

terza

Giovedì 16 maggio

“Dove osano le idee” è lo slogan scelto per questa XXVI del Salone Internazionale del Libro di Torino e che a me è piaciuto tanto. Osano tutti qui al Lingotto Fiere; osano gli editori in un momento non certo semplice per questo settore,  osano gli autori nel loro scrivere vista la richiesta commerciale che ormai spesso verte su argomenti triti e ritriti, osano gli addetti ai lavori che popolano tacitamente un evento così grande –  quelle presenze di cui nessuno si accorge ma che smazzano questioni su questioni perché questo “baraccone di parole” funzioni perfettamente per almeno sei giorni – osano le persone che affrontano file lunghissime per esserci…
Dunque sì, osano davvero le idee qui, questo prima ancora di ogni polemica è un fatto certo!!

Si entra con netto anticipo rispetto ai visitatori; c’è uno stand da ritoccare nell’allestimento e i primi caffè da bere per portare a termine la giornata. Il Salone ha cambiato volto rispetto al giorno precedente, si è arredato di luci e moquette ed è pronto al via. L’atmosfera mi sembra quasi surreale e come una bambina davanti a dei nuovi giochi inspiro ed espiro profumo di libri. Ma se fino a ieri lì dentro mi sentivo un punto minuscolo in un mondo gigantesco ora mi sento parte integrante di quel mondo. Mi sento come se fossi a casa.

E’ trascorsa già metà giornata, c’è sempre da fare dentro questo posto; parli, ridi, fumi, bevi caffè, ti ricordi ad un certo punto di mangiare anche se poi mangi continuamente, ascolti le presentazioni continue in un luogo o in un altro, giri per gli stand e ti impregni di carta. Quando ho deciso di partecipare ero un po’ prevenuta lo ammetto, questa benedetta editoria che per noi autori a volte è un mondo così sconosciuto e nemico, non sapevo bene come prenderla. Poi, standoci nel mezzo, devo dire che molte mie negatività non hanno trovato riscontro, forse semplicemente perché a volte basta spostare il punto di vista. Il Salone è ben organizzato, puoi girarlo anche senza pianificarti e trovare tutto, i padiglioni ordinati e funzionali, i servizi sufficienti e puliti, lo spazio vitale ben distribuito e i colori perfettamente bilanciati.

quinta

Ed è già finita una giornata. Il tempo talvolta sembra passare lento, probabilmente a causa dei dolori ai piedi che iniziano a farsi sentire, e talvolta passa velocemente, troppo velocemente, perché ieri ancora tutto doveva aver inizio ed oggi sembra già troppo vicino alla fine. Potrei parlare dei primi curiosi, dei primi lettori, di un’affluenza ancora bassa – ma è solo Giovedì – e dei primi stand che sono riusciti ad attirare la mia attenzione. Potrei parlare delle prime presentazioni a cui ho volontariamente e no assistito, della pioggia che non ha dato tregua, del pranzo consumato ‘spiluccando’ a uno stand o all’altro l’aperitivo e così via. Parlerò di un Salone a cui non avevo mai partecipato e che già sento un po’ mio. Già, nello spazio Incubatore c’è una leggera aria di ‘cameratismo positivo’.

Dei piedi dolenti ha già scritto Adriana, questo sarebbe l’unico aspetto di cui vi parlerei stasera. Cos’è il salone del libro di Torino? Il mal di piedi! Siamo rientrate nell’appartamento stanche ma motivatissime, domani si prevede molta affluenza e noi affronteremo tutto con tipo 4 ore di sonno. Sì, la dura vita dell’editore!

Venerdì 17 Maggio

Il Lingotto Fiere di Torino si presenta come un ampio spazio dedicato a fiere e congressi: parcheggi, hotel, centri commerciali e quant’altro fanno da sfondo a quello che sembra già dall’esterno una grande luogo di scambio. Manca ancora un’ora all’entrata eppure il piazzale antistante è già piuttosto pieno di persone e studenti. E’ uso ormai consolidato che da Torino e provincia il Venerdì giungano scuole medie e superiori al Salone: questi ragazzi forse non saranno interessati, forse non saranno acquirenti o forse – senza pensarlo neanche loro – girovagando con gli amici troveranno comunque una lettura interessante per loro. Così al Salone del Libro di Torino ti capita anche di rimanere completamente assorbita da un’orda di bambini in età da Scuola Materna: loro guardano tutto e poi guardano te e nei loro occhi vedi un po’ di quel bambino sognante che è rimasto in te.

bambimi

sesta

La città che abbiamo percorso per arrivare al Lingotto è tutta al servizio di questo evento, negozi che pubblicizzano, mezzi pubblici che cambiano gli orari solo per questi giorni, tutta Torino che si muove per e con la fiera del libro. Hanno attrezzato un intero padiglione per le scuole, iniziative, giochi, volontà… questo mi fa credere ancora che la cultura può salvare molto e dovremmo badarci più spesso. Noi adulti di questo dovremmo sentire piena responsabilità. Non voglio raccontarvi di alcuna polemica, perché trovo sia inutile parlare sempre delle stesse cose; piuttosto voglio raccontarvi dell’Incubatore, che è lo spazio dedicato agli editori con meno di 24 mesi di vita ed è lo spazio che mi vede continuamente presente. Dentro l’Incubatore, accanto al nostro stand, due passi più avanti, ci sono libri voluti, progetti appena nati, intenzioni preziose, persone semplici che tentano una strada indipendente e non facile. Loro per me sono il salone del libro di Torino. Certo, per dovere di cronaca, devo anche dirvi che lo spettacolo esiste, pateticamente come esiste per questo nostro tempo di lustrini fasulli. I “pescecani” che ad ogni presentazione sfamano per due ore con buffet da prima comunione, o alcuni ospiti che hanno sfilato su quella moquette paralizzando tutto, manco fossero il papa che butta le scarpette rosse per puro diletto!

La cultura a volte è anche spettacolo: sarà forse triste da dirsi ma è vero. Così, mentre passeggi al ritorno dalla toilette improvvisamente ti ritrovi circondata da poliziotti e guardie del corpo e comprendi perché in molti si lamentano dei mass media. C’è un scrittore (?), giornalista (?), showman (?), ed intorno a lui presto si forma la calca: non ho mai letto nulla di suo perché tendenzialmente non leggo ciò che viaggia sull’onda della pubblicità. Mi fermo, lo guardo, e cerco di comprendere perché si sia formato quel capannello di persone. Non lo capisco, passo oltre.

Avrei voluto scrivervi qualcosa sul programma, cercare di raccontarvi quello che ci accade intorno ma prendendolo fisicamente in mano mi rendo conto che è un’impresa impossibile. Gli eventi sono continui: i laboratori, le presentazioni, gli incontri, le letture; chiunque può interessarsi a qualcosa mentre passeggia tra i libri e riuscire in un intento così ampio è una nota di merito organizzativa che esclude ogni eventuale accanimento sui contenuti. Almeno esclude il mio, per ora.

settima.jpg

Scopro con estremo piacere la vicinanza della cucina ai libri, lo scopro con piacere del mio palato che è già pronto a gustare tutto ciò che può. Ci troviamo davanti a ‘Casa Cook Book’, luogo in cui è possibile trovare libri su ogni tipo di cucina ma soprattutto luogo in cui è possibile trovare una cucina. Assaggio una bruschetta preparata da alcuni chef mentre Catena Fiorello legge un passaggio del suo libro, e pensare che non l’avevo riconosciuta. Ecco la differenza tra gli uomini al Salone del Libro: c’è chi è lì per il personaggio, c’è chi è lì per tutt’altro. Fosse anche solo per mangiare.

Sabato 19 Maggio

C’è un piazzale già gremito al nostro arrivo: quattro o cinque code si snodano lungo il parcheggio. Torno ad osservare la folla pochi minuti prima dell’apertura e noto che le code non esistono più: la folla sembra davvero quella in attesa dell’inizio di un concerto – anche La Stampa ha così intitolato il suo articolo in prima pagina. Il Salone del Libro non è solo uno spazio commerciale, come i più credono, o meglio non è solo quello: lo è certamente per i ‘grandi nomi’ e i ‘grandi editori’ – laddove la parola grande non sta ad indicare la loro portata culturale ma solo il loro immenso portafogli – ma non lo è per i medi e piccoli editori. La vendita conta ovviamente, sarebbe quasi irrisorio dire il contrario, ma c’è qualcosa che conta di più: la visibilità. Per tutte le opere, per tutti gli autori, per tutti i progetti, che non trovano spazio nelle grandi librerie d’Italia, il Salone di Torino rappresenta un punto di svolta: sono stati contati all’incirca 330mila visitatori, se anche solo un terzo ha visto te vuol dire che hai raggiunto un pubblico così vasto che altrove non avresti trovato. Oltre a tutto questo ci sono i rapporti, quelli con le altre realtà, con gli altri editori, con gli addetti ai lavori che possono sempre darti un consiglio e insegnarti qualcosa. A Torino ho scoperto che la competizione non esiste e che, se esiste, la si può trasformare in partecipazione e condivisione.

Cosa dovrei aggiungere? Adriana ha fatto un intervento così giusto ed è pur sempre sabato in fiera… siamo qui cerchiamo magari di vendere, ma prima di tutto è il ritmo di questo evento che ci rapisce completamente. Ti cercano al Salone del Libro e ti trovano anche, arrivano proposte continue; stampatori, autori, grafici, illustratori, agenti letterari, tutti qui a guardare e a farsi guardare, a muovere l’energia in questo spazio che mi piace pensare finisca in ogni singolo libro già stampato e in tutti i prossimi che da qui, assolutamente, si avranno.

ottava.jpg

E’ davvero finita questa giornata? I miei occhi brillano ancora di curiosità anche solo al pensiero di tutto le persone a cui ho rivolto un breve saluto. La stanchezza inizia a prendere il sopravvento un po’ su tutti e anche la moquette mostra i primi segni di troppi passaggi. Il Salone è anche questo: qualcosa che si rompe e viene prontamente sostituito. Gli sguardi con il vicino di stand, una sedia lontana su cui riposarsi un breve attimo, un’occhiata alle scarpe della hostess addetta alla sala presentazioni che ieri aveva i tacchi e oggi non più. E nuovamente quella sensazione del troppo vicino e del troppo lontano: sono attimi, quelli in cui vorresti finalmente poter riposare e quelli in cui vorresti non andare più via.

Ed anche oggi a fine giornata quel bel senso di caos compiuto nella testa, alle 23 per le strade di Torino a cercare una cena da mangiare in fretta per allungare le ore di sonno che restano e che sono sempre troppo poche, prima di un altro giorno di fiera.

panino

Domenica 20 Maggio

Davvero al Salone del Libro non va più nessuno? Ho sentito qualcuno dirlo. Beh onestamente anche io trovo eccessivo il prezzo degli stand per gli editori ed eccessivo il costo del biglietto per i visitatori – che poi guardando il costo dell’abbonamento settimanale si riduce notevolmente – però sono certa di non aver mai visto un’affluenza di tale portata. La domenica a Torino mostra effettivamente questo: file umane infinite, passi svelti tra gli stand, code spropositate ai servizi igienici – solo in quelli riservati alle donne ovviamente – e così via. E poi ci sono io, che salto al secondo piano e guardo tutto dall’alto, e da lassù tutti sembrano formiche operose. E rimango incantata. Perché le persone sono tante e creano flussi di movimento continui. E rimango incantata perché purtroppo si celebra – quasi come se fosse un dovere – la fiera della mediocrità anche qui (vedi le urla rivolte al Sig. Saviano) eppure per ogni persona che acquista (pagando un biglietto) un libro di un autore/editore che potrebbe trovare ovunque, se ne trovano due che passeggiano incuriositi tra gli stand dei ‘minuscoli’, ‘invisibili’ editori – ma non per questo meno seri, professionali o interessanti. Inizio a sentirmi parte di un mondo dentro al quale non sapevo ancora d’essere.

decima

Oggi è un giorno pazzo in questa fiera, forse il giorno più pieno. Siamo a metà giornata ma sembrano già le 22. Non so dirvi quanta gente hanno visto i miei occhi, non lo so più sintetizzare. Tra gli stand iniziano sguardi di sostegno e complicità, della serie: “amico io ci sono! Non mollare, mancano ancora otto ore alla chiusura dai!”…e tu ricambi complice, prendi ancora un altro caffè, fumi ancora una sigaretta.

Sorridi agli ultimi curiosi, cerchi di scambiare un ‘buonasera’ con gli ultimi lettori che prendono in mano un libro dal tuo stand e vorresti quasi ringraziarli perché sono le dieci di sera e loro ancora decidono di informarsi su di te. Appena sono oltre il tuo stand di cinque passi,  avvisti la sedia più vicina e le corri incontro. Desideri solo lei.

Lunedì 21 Maggio

L’ultimo giorno di una lunghissima fiera equivale all’ultimo giorno di una gita scolastica, perché è così che noi viviamo queste situazioni: pochissime ore di sonno, tante ore di veglia – cosciente o meno – e tanta voglia di vivere tutto fino all’ultimo minuto. Vorrei tornare qui anche domani solo per vedere il retro del Salone, per rivedere quegli stessi posti oggi ancora così vissuti svuotarsi lentamente di tutto. Ed è già strano, verso sera, iniziare a vedere pile di scatole colme di libri nascoste dietro gli stand, pronti a essere smantellati.

Da domani inizieranno gli articoli sui numeri effettivi, le rassegne stampa sulle vendite, le critiche – non potrebbero mai mancare – e via dicendo. E’ vero, al Salone Internazionale del Libro di Torino gli ospiti sono scelti dalle grandi case editrici; è vero, al Salone i grandi editori prendono spazi considerevoli in ogni padiglione; è vero, al Salone spesso i grandi editori rischiano di offuscare l’immagine degli altri; è tutto vero. Ma è anche vero che è un’arte dei piccoli poter stare al loro fianco, senza sfigurare, anzi andando magari ad interessare il lettore/curioso medio, mostrando a lui titoli, opere e prodotti non meno degni.

incub1.jpg

incub2.jpg

E poi c’è quel “grande” spazio di cui vi abbiamo detto all’inizio. C’è questo incubatore che ci ha ospitato più di ogni altro angolo di questa fiera, in cui gli autori meno conosciuti possono presentare le proprie opere. Uno spazio in cui il pubblico si trova di fronte realtà differenti da quelle che, volutamente, in questo nostro intervento non abbiamo nominato. Uno spazio in cui non importa se sei piccolo, medio o minuscolo… perché chi prende in mano un libro lo sfoglia semplicemente guidato da un qualche suo istinto e basta.
Potevamo raccontarvi della XXVI edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino in tanti modi, abbiamo deciso di farlo nel modo più semplice. Per noi è stata una crescita personale, una possibilità di conoscenza e confronto, un divertimento e questo è il senso di tutte le cose grandi.
Quindi senza ombra di dubbio, promossa questa manifestazione…
perché non può essere altrimenti tutte le volte che osano le idee!

Annunci

Recensione di Fosca Massucco: “Nella disarmonia dell’inatteso” di Maria Grazia Di Biagio – Ed. BelAmi (2012)


ph Fosca Massucco

ph Fosca Massucco

Con Maria Grazia Di Biagio ho avuto l’onore di lavorare in Giuria al Premio di Narrativa e Poesia Di Liegro nell’edizione 2012 ed è stato uno degli incontri più intensi dell’anno.
Poi esce il suo nuovo libro di poesia, edito da Bel-Ami.
Io di lei stimavo il cuore e la gentilezza, un po’ da nobildonna un po’ da mamma, mi appassionavo a leggere i suoi scritti on line qui: http://poesia-mariagraziadibiagio.blogspot.it
Poi mi arriva “Nella disarmonia dell’inatteso” e sull’incipit mi si stringe il cuore – early poems, T. S. Eliot e una frase (poco conosciuta normalmente ma che ha accompagnato e quasi perseguitato la mia vita) lì scritta, come se mi aspettasse:

“…i nostri giorni d’amore son pochi:
facciamo almeno che siano divini”

Già quello mi sarebbe bastato a rendere gradito un libro di poesie, la scelta di un incipit che facesse suonare mille campanelli.
Poi però ho letto le poesie e ci ho trovato dentro immagini, strategie di pensieri e scene che mai avrei supposto. Spero non se la prenderà Maria Grazia, ma difficilmente mi sarei immaginata che dentro di lei albergasse una poeta così gioiosa.
Con il suo permesso vi riporto i versi che mi stanno accompagnando in questi giorni:

“Cerco in ogni albero il suono inconsapevole
utile al mestiere del liutaio”

 apre la prima serie di sorprese immaginifiche.

“Tutto quello che ho perso resta
mi aspetta nel deposito oggetti smarriti
di una qualche stazione che non mi rivedrà.
Ho un biglietto di sola andata
tante cose ancora da trovare”

che è un delizioso omaggio alla Wisława Szymborska del “Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti”.

“Presto o tardi fa sera.
Ogni gatto torna al suo padrone
e dai tetti scendono i ricordi”

e mi rimanda alla nebbia gialla che si struscia contro i vetri nella Love Song of J. Alfred Prufrock di nuovo di Eliot, così come le donne che vanno e vengono tra parentesi parlando di Michelangelo diventano:

“(è quasi un’utopia nella memoria
il tuo volto così puro, inconciliabile
con la prosa delle umane preoccupazioni)”

inciso in mezzo ad una poesia.

E che dire di un Salinas femminile? “La Voce a Te Dovuta” riecheggia minimale in

“Se un giorno tu dirai di me al passato 

ti prego, fallo sottovoce, che io non senta”

e anche:

“Se questo amarti è un dono o una condanna
io non te lo so dire,
ma so che il mio presente è nella notte
dei tuoi occhi e l’unico riposo che conosco
è nel tuo palmo caldo
dove poso la guancia per dormire”

Un po’ di cattiveria esce, ma è nostalgica e melò come Dorothy Parker e, come nelle sue poesie, le negazioni sono richieste e preghiere stemperate di ridicolaggini:

“E’ bella la tua voce quando dice non ti amo
[…]
Ma adesso baciami bugiardo. Non ti amo anch’io”.

Insieme ad un poco di Gozzano mi ritrovo a leggere un Qoelet reinterpretato:

“Si sta sciogliendo in gocce l’affanno di questo cielo,
del resto ogni stagione ha il suo tempo
e questo è il tempo delle piogge”

Ma oltre all’elaborazione e alla restituzione personale dell’interpretazione, Maria Grazia è anche una piccola collezione di delizie personali come:

“Sono imperfetta e sono anche futura
nell’idea pura, un’intenzione
prima che si tocchi la materia”

E poi arriva quello che vorrei aver scritto io, un po’ alla Bre:

“Il sole arriva prima
e si trattiene
un po’ di più la sera
non per amore
di quest’angolo di terra.

E’ solo che
la Terra gira
e quasi sembra amore”.

Il libro si chiude con uno scoglio immenso:

“Ho mentito.
Non è vero che sto scrivendo
sono solo versi bianchi
ma ho finito i fogli colorati”

che i versi, quelli veri, terminano così: con l’attesa dei prossimi, ancora bianchi.

DAGHERROTOPIA – Francesca Del Moro e l’urlo lungo dei Gabbiani Ipotetici –


Datemi un’unica strada

che sia una striscia di luce

in mezzo al buio,

datemi una meta

una qualunque.  

gabbiani ipotetici

I versi di Gabbiani ipotetici esibiscono un quadro personale che non rassicura o protegge, abbellisce o addolcisce la visione del mondo. Francesca Del Moro non interpreta un mondo ma sceglie una chiusa gamma di esperienze del proprio mondo, in cui la realtà si distingue e comunica attraverso parole che continuano a ripetersi nelle poesie, perché si chiede attenzione, si vuole concentrare il lettore su quell’ordine di pensieri e quell’ordine di giudizio morale. Sulla pesa, va da subito che la sua scrittura non è inerte anzi, va all’attacco, descrive il moto delle esperienze; i versi si muovono liberi, al di là della misurazione del canone o della sperimentazione, perché seguono l’obbligo del vero, senza lacci o pastoie; i versi scelgono la ripetizione polisindeta per rafforzare il giro della lettura. E’ questa la paura che ci spinge tra le braccia\che ci fanno male\che ci fa sopportare. Congiunzioni semplici e pronomi personali seguono il discorso poetico e cercano di asciugarlo, così da far emergere la voce dell’autrice sopra il caos dell’esterno.

E’ “la manutenzione infinita\ i mille piccoli e grandi interventi\che consentono alla macchina di funzionare ancora\” laddove la macchina che non può smettere di funzionare è la memoria del proprio vissuto, quel “sono rimasto com’ero” di cui scrive Derek Walcott.

Nella stesura del lavoro poetico, si possono racchiudere quasi con esattezza le traduzioni in versi delle proprie urgenze comunicative che l’autrice esamina, prende e riprende, rielabora dandone nuovi titoli entro la propria costanza espressiva, e  che alla fine della lettura delle sessanta poesie si saldano al vissuto dell’autrice.

Temi esistenziali: continuo il dialogo con un Dio che appare disinteressato alla crudeltà degli uomini, e qui i Gabbiani aprono visioni della presenza del male più che del bene. Temi culturali: continuo il ricordare e citare le proprie fonti letterarie che nutrono l’artista, ci sono strofe che elencano gli artisti amati. Ma su tutto, il pulsare dell’intensità del vivere : rosso – sangue – sangue -rossi, sono continui i riferimenti alla vita come dolore in queste parole distribuite nei versi a mano piena.

Altre catene. C’è il dialogo impossibile da svolgersi con l’amico Massimiliano Chiamenti, morto suicida, che la poeta continua a raccontare e ri-raccontare, come incapace di accettare il silenzio di un monologo imposto. Ci sono pezzi di cronaca, il G8 di Genova o la rivisitazione storica (ninna nanna di Hiroshima, Kim Phue); c’è la solitudine nei bicchieri alcolici degli uomini soli al bar, c’è un tipo d’amore sottomesso che fa urlare, come i neonati incapaci di chiedere aiuto se non attraverso il pianto (sei tu,\ sei sempre tu che mi fai ammalare,\ la casa e vuota e io non faccio niente,\ mentre tutti adempiono agli obblighi di Natale\io mi riempio di te inutilmente).

E nascoste fra i versi, ci sono anche le grida di chi ha visto un patto familiare sfaldarsi e rompersi. Forse è stato quello il parto delle grida del libro. La famiglia è inadeguata ai bisogni assoluti della voce narrante, è una convenzione umana,  un luogo mancato di felicità, e la si trova accesa sotto luce in diversi componimenti sparsi nel libro. In Gabbiani Ipotetici, la famiglia è l’urlo di Munch che spezza la passeggiata borghese, l’idolo sacro, il tabù intorno al quale costruire un muro di diniego o aprire il totem per scoprire se davvero esiste un’anima all’interno di esso.

305f1

La famiglia cos’è? –  si chiede Del Moro –  il desiderio masochistico di una prigione\ di ritrovarsi sempre, di isolarsi. La forma è confessionale più che dialogante. La nostalgia di un non vissuto, dal rifiuto stesso dell’atto materno , dalla poesia Aborto (Il dubbio l’attesa\l’angoscia la paura\la speranza il diniego) tema che ritorna anche in Soanchescriverecazzateermetiche (E’ lui, il feto interrotto\il pensiero germinato\la feroce rinuncia\il duplicato di me stesa), al crollo del post partum (ti secchi al sole\diventi trasparente\e guardi da lontano\ la farfalla che vola). In questo cuore c’è l’ombra del rifiuto, del disamore (questa tristezza di bambina non voluta).

Sono questi i versi di maggior eversione del componimento, quelli che toccano affrontano con la spietatezza della verità quei disagi che le voci femminili nei secoli hanno dovuto nascondere, in nome di un moralismo di prassi che la poeta scardina con abilità. Una forza centrifuga attraversa queste strofe e quando la lettura finisce, non c’è alienazione ma comunanza, seppur legata da un dolore e la funzione sociale della poesia viene così compiuta.

da Gabbiani Ipotetici

PER UN AMICO MANCINO

Eri mancino anche tu,

ci avrei giurato,

e poi ti hanno corretto.

Ero mancina anch’io,

te n’eri accorto vero?

E poi mi hanno corretta.

Che ci vuoi fare, d’istinto

afferravamo la vita

dalla parte sbagliata.

Hanno provato a correrggerci,

ci provavamo anche noi,

poi tu ti sei arreso

o meglio hai detto: basta,

fan culo a quegli stronzi

convinti di sapere

qual è la mano giusta.

E io mi sono arresa,

io non so dire basta,

me ne sto qui a riempire

il buco che hai lasciato

scrivendo queste cose

con la mia mano destra.

***

LOVE LETTER

Massimiliano,

avrò mai il tuo coraggio,

la forza di morire

amando la vita e sapendo

che via di qi non c’è niente altro.

Anche io farò

della mia morte

una dichiarazione d’amore

e il mio corpo abbracciato

dal sangue e dall’acqua

sarà toccato

anche da un suo pensiero

quando gli diranno

che io l’ho amato più di tutte

e che ho saputo portare

il mio amore all’estremo.

***

DIMENTICARE GENOVA

A un certo punto

avevamo paura perfino

dell’aria, del cielo plumbeo,

degli elicotteri-avvoltoi

che ci sorvolavano.

Stavamo stretti

per proteggerci,

coi nostri sogni

in tasca insieme ai sassi

e ai pugni chiusi,

ci infrangevamo

come onde infilzate

da fili di vento.

Chi se lo ricorda, ormai,

per cosa marciavamo,

la giustizia globale,

come potevamo chiedere

tanto se nemmeno

su uno sputo di terra

c’è giustizia.

“Mi hanno schiacciato

la faccia con gli stivali”

racconta lei tra visi amici, dopo,

“sentivo il sangue in bocca,

le costole rotte, ho perso due denti,

ma” dice e le si spezza la voce,

“non faceva mali il corpo, era il cuore,

era il cuore a fare male”.

francesca del moro

Francesca Del Moro è nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna.

È scrittrice, traduttrice, redattrice, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. Ha pubblicato le raccolte Fuori TempoNon a sua immagine Quella che resta, edite da Giraldi, Bologna.

Ha pubblicato inoltre una traduzione isometrica de Les Fleurs du Mal di Baudelaire (La Càriti, Firenze).

Insieme a Adriana M. Soldini e Federica Gonnelli fa parte del collettivo artistico Arts Factory. Cura la rubrica “Poemata. Versi Contemporanei” per la rivista ILLUSTRATI (Logos, Modena) e scrive di musica per il magazine Sound & Vision.

Oltreverso (il latte sulla porta) – Zona Editrice – Recensione


Nel nido più alto
lo squarcio nel cielo
induce al raggiro
che io torni e traduca
il verso oltreverso

oltreverso copertina

Con questi versi esordisce Doris Emilia Bragagnini in questo libro pieno di musica.
Mi hanno sempre affascinato i suoni di questa poeta dalla scrittura riservata ma tagliente; apparentemente appena accennata e stretta nella sua dimensione di pensiero ma, evidentemente, pronta alla deflagrazione per espandersi nell’oltre di quel verso, per diventare gesto e concretezza (consistenza di pensiero/che ansimando evapora/in mille gocce di rubino) in una dimensione non più solamente sua ma dell’intero attorno a sé. Il tempo, se non quello musicale, sembra non aver consistenza nell’ambiente poetico dove si muove anzi, proprio lì, in quel suo territorio, ne domina i residui correggendolo verso uno scandire personale (ultimo bacio freddo al cielo/di tormento già concluso/-insieme al battito-) che risolve e riapre la sensazione di “squarcio temporale” più che di passato e, quindi, attesa.
M’impressiona la capacità della Bragagnini, di rendere dinamico il pensiero racchiuso in una serie di insiemi statici, di come riesce a muovere il fondo senza minimamente sfiorare la superficie e l’atteggiamento poetico, che respira di proprio, quasi fosse un’entità a sé, ma in simbiosi con un’attività parossistica interiore del corpo e i suoi legami (Potesse uscire/questo squarcio eterno/arrotolarsi su se stesso/e scorrere…) in un fluire fine a se stesso ma senza la necessità di separarsi. La funzione geografico-affettiva, le posizioni e le dinamiche circoscritte, sono il palcoscenico di questa poesia viva e vissuta che Doris Emilia Braganini ci propone, poesia che non ha simboli ma evidenze; che non sfocia con un delta bensì con un enorme estuario verso i sentimenti accesi o corrosi e si svolge con carismatica chiarezza e coinvolgente sensualità dalla base al vertice.
A tratti, da questa parte dell’anima, Doris si affaccia ad osservare come quell’attorno a sé si muove con tutte le sue meraviglie ma anche con quei proiettili devastanti che determinano il passo e la velocità e li descrive, questi momenti, con parole entro una gamma di suoni illimitata tra danze amare, pianti risolutori e grandi slanci di passione.
Ecco come leggo Doris Emilia Bragagnini, poeta che stimo per eleganza e capacità trasmissiva.

doris

Immobile flamenco

Provo a guardare
eppure non ho occhi
di ragioni escluse
vuoti dipanati
con nebbie latitanti

Quei vuoti sono
abissi bui, moltitudini
di fantasmi andati, volta
di un inchiostro assiderato
immobile flamenco
dettato a labbra strette

Tacchi in tasca non consumo
petali di passi antichi
pronti a piedi scalzi

La tua danza assorbe l’ora
frazione di colore
il mentre che divora

Assoluzione sinfonica

Assoluzione sinfonica
contrattempo – di un banale schianto

luci imperterrite, a ritroso propagate
scia di passi storti in branchie asciutte
e quel parlare ovvio, mattoncini -lego-
infilati in bocca

Saprei cadere non ci fosse gravità
(il mio volo è approssimato)
devio volantini all’ingresso di un cinema all’aperto

posso precipitare all’infinito…

gatta

un piano fulgimediale
di stelle sbriciolanti cielo
e faville di scioltezze

in questa sera immane
dove gatta
è quella morbida sfattezza
di una vita a peso piuma
non intinta
nell’inchiostro dell’avverso
sì, mi preme
il suo solletico a – strapiombo –

siderale

vorrei zittirlo, il non detto
quando arraffa stretto il seno
il non scorrere dei rami lungo i vetri
e paesaggi ininterrotti, artigliati
intorno a zigomi di sbieco

un orecchino solo
il resto reclinato sotto muri ceralacca
e gambe, senza rete – a filo –
dritto il laccio, fiore o perla da sedare
ciò che dentro è tonfo sordo (Griet)

di dirigere a memoria
cerchi piccoli, con la punta delle dita
brucia il palmo teso avanti
un giorno dopo l’altro – a capo
tra cuscini di un giardino siderale

sciogliere il vermiglio, la gota spaiata
deciderà l’inverno, torbido indietro di crespo
o – sapore di lago – trementina, sulle labbra

Il balzo

Come una stretta (ma no, è fretta)
di polmoni latrati
e un cuscino appoggiato, a rapprendere il balzo

potrei morirmi tra le braccia – ora –
tanto stringo quanto manca
soffocando di parole inerti
restituendo al mondo quanto non ho tolto

– finalmente dirlo – nel lasciarlo andare
precipitarlo con un vestito sceso, scalciato sotto il letto
e chiuderò la stanza la pelle a raggrinzire
orrendamente offerta a quanto più non voglio

Sfregavo il ghiaccio e mi sfaldavo io
sopra giorni rattrappiti, schiacciati
come insetti sul soffitto

ne sgombrerò la vista con un gesto freddo
zucchero negli occhi asciutti
quanto il tuo restarmi dentro – eterno – d’umido sgranato
ex voto, cera dura a lume spento

Doris Emilia Bragagnini viene al mondo in provincia di Udine, pensa così la sua essenziale biografia: ”nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare in alcune antologie, prefazioni per sillogi poetiche, redattrice in Neobar è ospitata anche in altri siti letterari web: Filosofi Per Caso, Il Giardino dei Poeti, Torno Giovedì, Viadellebelledonne, Carte Sensibili, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Le Vie Poetiche. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio UlterioraMirari ed. Smasher 2011). “Oltreverso, il latte sulla porta” (ed. Zona 2012) è la sua opera prima. Cura il blog personale “Inapparente Crèmisi”.

Il Gap generazionale del Mito antico – crisi dei Valori sociali o della società?


Mito è una parola italiana di chiara origine greca (da μύθος, pronuncia müthos). Significa racconto, trama, là dove per trama si sottintende un intreccio di fili, che a loro volta formano una struttura ben definita, capace di perdurare nel tempo. Non è certo un caso se i vecchi racconti venivano intessuti in arazzi o se Penelope disfacesse la sua tela la notte per poi recuperarla durante il giorno. Il Mito antico ha i suoi “topoi” (schemi fissi),  da cui derivano i suoi orizzonti interpretativi. E questo per una ragione essenziale: il riconoscimento. Una cultura genera i suoi racconti, i suoi miti ed in base ad essi si identifica. Di conseguenza le persone che vi appartengono sono in grado di porre dei limiti tra loro stesse e gli altri, limiti in grado di definirli e quindi renderli riconoscibili. Va da se che l’identità di un soggetto va formandosi in base alle definizioni che esso stesso da del suo se. Un uomo nato nel IV secolo a. C. ad Atene ha dovuto confrontarsi con codici linguistici, sociali e quindi culturali profondamente diversi da quelli di un uomo nato nel 2000 in Italia e ciò ne ha sicuramente temprato il carattere e quindi la personalità (il discorso è ovviamente più ampio e complesso ma è abbastanza chiaro che le persone convertano la realtà che li circonda tramite determinati metaprogrammi, forniti evidentemente dall’ambiente storico in cui hanno l’opportunità di crescere e maturare). Da qui possiamo affermare che l’uomo è il Mito che crea e in cui si identifica. O meglio lo era. In antichità, l’asprezza della vita portava necessariamente gli uomini a vivere in gruppi uniti (ovviamente in modi e contesti differenti), in cui ognuno potesse essere di aiuto all’altro. Il benessere, supportato dalla rivoluzione tecnologica, ha permesso di soddisfare più bisogni contemporaneamente e il più delle volte in maniera del tutto individuale. Il Mito è un collante, un emblema riconoscitivo: se la società non ha più bisogno di gruppi umani che cooperano in perfetta simbiosi, va a cadere anche la necessità di creare nuovi racconti che facciano da mastice. Infatti, oggigiorno, si parla molto spesso di crisi di valori ma il problema non è esattamente questo, perché la storia delle culture ci insegna che i cosiddetti (e abusati) valori mutano in base alle nuove società che si formano grazie agli scontri culturali. Ovvero, nonostante la visione monolitica che l’Occidente ha del suo impianto culturale, ogni volta che nuove realtà comunitarie entrano in contatto tra loro, generano nuove culture e quindi nuove società con nuovi valori e ideologie che sono sicuramente frutto di quelle vecchie, ma puntano al futuro, al cambiamento, alla mutazione. Di conseguenza è errato affermare che il mondo moderno non possieda Miti o valori, non potrebbe esistere o esser pensato senza di essi. Il gap sorge a causa della cosiddetta globalizzazione, su cui si innestano il fantasma del nazifascismo e il senso di vuotezza effimera che il 900 ha lasciato, cose che hanno portato ad una sostanziale spersonalizzazione non solo dell’individuo, ma anche della cultura e quindi della matrice. Siamo figli senza genitori in cui riconoscere i nostri miti, valori e quindi limiti. Ed è un grosso dramma questo, non tanto per far del perbenismo, ma perché il cervello umano è strutturato per apprendere tramite il riconoscimento. Cioè, noi apprendiamo in base a quante più volte vediamo o sentiamo qualcosa o qualcuno. A quel punto possiamo definirlo secondo i nostri personali paradigmi e incasellarlo, e riconoscerlo ogni qualvolta vi abbiamo a che fare. Questo perché l’istinto di sopravvivenza, comunque presente nel substrato della nostra mente, ci spinge a dividere la realtà circostante  tra ciò che è fidato e quindi sicuro e ciò che invece non lo è. A livello culturale accade la medesima cosa: ho bisogno per definirmi di un codice di regole preciso nel quale riconoscere me stesso e di conseguenza i miei simili, perché quel che è riconoscibile è sicuro, quel che è sconosciuto è insicuro. Inutile sottolineare che questa sia, in qualche modo, la base della struttura del pensiero umano, e che  il contatto multietnico e multiculturale conduca ad allargare il proprio spazio mentale: la curiosità, infatti, spinge a voler conoscere, a socializzare, a viaggiare, a scontrarsi ma la globalizzazione pretende, invece, una sorta di livellamento culturale in cui le definizioni smettono di esistere. Un’impalcatura impossibile, quanto improbabile da realizzare se non a patto di mutare completamente le coordinate mentali dell’uomo, in quanto dovremmo poter immaginare un mondo bianco in cui tutto non è armonico, ma identico perché, come il mondo antico ci insegna, l’Armonia è data dall’equilibrio tra le varie forme di esistenza e dalla loro unicità; non possono esistere note perfettamente uguali in una melodia. Ecco perché, non si può parlare di assenza di valori, ma di mancanza di una struttura sociale precisa e contenitiva in cui riconoscerli e unirli. L’Italia poi, a causa delle sue vicende storiche alquanto travagliate, che le hanno permesso di costituirsi nazione in età moderna quasi, soffre maggiormente questo senso di alienamento culturale e fatica a riconoscersi in uno specchio preciso. Questo discorso inevitabilmente a cosa porta? A ciò che ogni giorno possiamo vedere: persone disorientate, che usano miti fittizi per definirsi all’interno del loro fittizio universo sociale. Ognuno ha il suo racconto, il suo mito che purtroppo però non godrà mai di vita eterna, perché non è strutturato all’interno di una dimensione sociale ben definita (immaginate le famose “meteore”). Ed è qui che si innerva la condizione sociale dei cosiddetti “desideri di plastica” tipici della nostra cultura. Una società come quella moderna, che ha rinunciato alla religione, alla mitologia, al dogma, al folklore o a qualsiasi impronta di stampo culturale, e che quindi ha smesso di creare racconti comuni, ha necessariamente bisogno di sostituire questi capisaldi con progetti effimeri, quali le riviste platinate o i format di successo in televisione per fare un esempio banale. Cose che per lo meno danno la possibilità alle nuove generazioni di riconoscersi in un limite comune, di fare “branco”.  Qui si  innesta il vero dramma, perché gli essere umani, al di la di qualsiasi appartenenza sociale, religiosa, etnica o geografica hanno un solo ed unico scopo: riprodursi, mantenere la specie in vita il più a lungo possibile. E se non si provvede a dare ai propri figli una dimensione sociale netta in cui riconoscersi con facilità (ma anche una dimensione sociale contro cui contestare, da ribaltare eventualmente), per la quale scontrarsi, crescere, animarsi, finiremo col creare non uomini, ma bambole incapaci di autodefinirsi e quindi di volere, pensare, crescere e maturare. Bambole alla mercè di falsi miti, introdotti a scadenza temporale, buoni a succhiare sangue, sogni e denaro. Bambole semplici da governare. Con questo discorso vorrei poter focalizzare l’attenzione su un concetto che fu già di Socrate, secondo il quale la società nasce e vive grazie alle sue regole (politiche, sociali, religiose, economiche) che ne sono la spina dorsale. Le regole identificano e permettono al soggetto di scegliere se seguirle o meno. Non può esistere una società senza regole, perché un singolo uomo può decidere di se anche al di la di quelle che sono le leggi (e la storia insegna che quando un modello culturale è superato, nascono gli innovatori) ma una comunità intera per coesistere ha bisogno di una forte identità che la strutturi e caratterizzi. Del resto come si può affrontare un meraviglioso scambio culturale oltre che soddisfacente, se non sappiamo neanche da che cultura proveniamo? E’ ridicolo, dover leggere di episodi in cui il patriottismo viene additato, perché come al solito, oggigiorno, con l’incertezza sociale in cui viviamo, tutto sembra aver perso di valore, tutto sembra negativo o sbagliato. Amare la propria Patria non significa disdegnare quella altrui, ne fare razzismo. E’ un modo parallelo per amare se stessi e la terra che ci ha dato i natali, anche perché l’amore porta cura, e forse la nostra politica ha proprio bisogno di questo: di amore e cura per il Paese.

KLIMT-L'ALBERO3

L’albero della Vita di Klimt

Roberta Tibollo

Livio Borriello: il soggetto telescopico e la letteratura quantica – Esclusiva WSF.


“Io voglio un mondo che accada in un altro spazio, visto da altri occhi, percepito da un altro corpo, suscitato da altri desideri, e cioè, poiché per l’uomo la realtà è ciò che riesce a vedere, percepire, desiderare, voglio un’altra realtà”.

livioborriello2wsf

E’ un po’ così che si comincia a leggere Borriello, con il rischio di perdere subito, al primo capoverso, i punti di riferimento di un mondo conosciuto, prevedibile, dei suoi galatei semantici e delle sue consuetudini oggettive e narrative.
Livio ti porta fuori strada, lo fa consapevolmente, divertendosi. Ti prende su in un punto trafficato del viale e con una semplice svolta secca, che ti fa barcollare, entra nella traversa che non immaginavi, ti fa scendere in corsa davanti al palazzo delle filigrane esistenziali e non c’è più un’anima singola che passeggi nell’intorno, solo quest’occhio gigantesco narrante che dà le vertigini, in costante rivoluzione narrativa intorno al mondo.

“Tutti questi universi rotanti nelle strade, questi ammassi molli e frastagliati di carne, sviluppatisi come per decompressione da una specie di punto di risucchio, di inghiottitoio, di trituratore della materia, questi scarabocchi, enigmi o microcosmi si aggirano per le strade, svolgono funzioni, eseguono atti, ma si lasciano dietro una specie di residuo insolubile”.

Ci viene annunciato, talvolta lucidamente, altre beffardamente, ma sempre come cosa scontata, come condizione data, che la realtà percepibile e l’Io che la governa sono esplosi, liquefatti, che attraverso il logos si sta tentando una ricombinazione di fattori secondo un disegno alternativo, seguendo il filo che lega ogni evento al mondo, interno o esterno che avvenga, passato o futuro che si ponga.

“Effetti delle donne sul sangue. A. fa aumentare la luce. La passante di stamattina lo ha reso schiumante. B. lo intiepidisce. C. lo rende acquoso, più torrenziale, qualcuna lo fa oscuramente greve, violaceo, torbido……nessuno può amarci per quel che siamo, perchè quest’entità è opaca, è sepolta al di sotto del mondo, o forse è spaventosa”.

livioborriello3wsf

Come uno strano incrocio tra un orientale devoto e un esistenzialista scettico, Borriello rende il mondo soggetto, proietta l’individuo nella materia. Fate attenzione perciò, la sua voce magnetica mina il sonnolento percorso delle vostre rassicuranti letture. O al contrario, svegliando le vostre difese concettuali, vi fa assopire in pochi istanti.

La parola di Borriello pesa, letteralmente, è un Cinema stringente diretto dalla sensazione corporea più che della vista e dell’udito.
La sua scrittura è esattamente quel genere di carogna che non è poesia, non è prosa. Non è interessata a collocarsi, la Proesia soggettiva di Borriello, punta piuttosto a disperdersi. Non c’è una trama né un finale che rassicuri, per questo è rivoluzionaria. Potremmo parlarne a lungo, ancora, preferiamo cedere la parola a lui stesso che ha molto di interessante da suggerire, soprattutto a chi non vive l’arte e la letteratura come semplice intrattenimento tra un officio e un altro della stanca esistenza che solitamente muoviamo.

“Essere di sinistra nel 2009 significa avventurarsi come uno speleologo nell’interiorità, rinnegare il visibile”.
Cominciamo dalle fonti. La nostra generazione soffre di eterna nostalgia “settantina”, ci sembra che nulla di creativo sia stato prodotto dopo quegli anni, solo pastoni di idee riciclate e l’imbuto sociale dell’omologazione dove siamo collettivamente franati come polli in batteria. Spiegaci meglio la tua affermazione tra virgolette e dicci la verità: come si esce da questa impasse? Che contributo può dare una prospettiva letteraria soggettiva come la tua che tende a scardinare l’ipocrita oggettività dei fatti?

beh sì, io credo appunto che rifondare la vita sociale e politica sia rifondare la nostra rappresentazione e percezione del mondo, il nostro sistema di valori, il nostro modo di rapportarsi alla realtà…e questa è da sempre, da enkedhuanna a omero al contemporaneo, il compito “di fatto”, preterintenzionale, indiretto dell’espressione estetica… la differenza fra destra e sinistra è solo di valori, a dx il denaro e il successo, a sx la giustizia sociale e tutto ciò che quest’idea comporta, il resto è pretestuoso. gli infiniti mondi possibili che può o deve immaginare la politica, coincidono con gli infiniti mondi possibili pensabili dall’individuo percipiente. pensa a cosa estrae joyce da un’ordinaria giornata di giugno… quella descrizione è un’idea politica.
’68 e ’77…non è nostalgia, così come non sarebbe stata nostalgia rimpiangere la rivoluzione francese che so nel 1803…lo sciocco e il passatista sarebbe stato chi allora avesse giudicato nostalgico questo rimpianto, questo recupero di memoria…noi siamo fatti di passato quanto di presente e futuro…è la natura linguistica umana… il ’77 situazionista è stata l’ultima fase politica italiana davvero nuova, autentica e viva…c’erano stupidaggini e ingenuità, ma c’era un afflato possente e autentico…quando a castelporziano nel ’77 eravamo in 10.000, nudi sulla spiaggia, ad ascoltare ginsberg, per ritrovarci poi a bologna a pensare nuove visioni del mondo, avevamo davvero qualcosa da dire, e la sincerità e la fede per realizzarla…poi è stato buttato il bambino con l’acqua sporca. i grillini riprendono solo una parte di quei valori…ma senza rigore… e infatti non c’è certo il meglio della società che si muove con loro…il problema forse è proprio che non c’è una dimensione temporale in quello che fanno…

Da: un mal di testa, un’eccitazione sessuale, un serio scoramento da visione sociale apocalittica? La scrittura si genera nel corpo, questa è la tua idea e anche un po’ la mia. Ho scoperto con l’esperienza che è meglio non muoversi dall’intelletto, luogo di ogni blocco, ma da uno stato interno particolare, semi-ipnotico, in cui la scrittura prende vita. Parlaci degli stati fisiologici da cui muove la tua ispirazione.

io non svaluto la razionalità o l’intelletto, tutt’altro, dico invece che anche quella è una funzione corporea…il linguaggio è fatto di fisicità, di aria che vibra e si sagoma in un certo modo… tutto ciò che pensiamo è nel nostro sangue o nella pappa del cervello…wittgenstein ci faceva notare che la sola differenza fra un computer sufficientemente sofisticato e un uomo è che l’uomo ha un corpo…(cioè un corpo umano – molle e plastico, perché anche un computer ha un corpo…) per me non c’è discontinuità non solo fra il mio colon, i miei neuroni e i miei concetti, ma anche fra questi concetti e l’aria o i cristalli liquidi di cui sono fatti, e il palazzo di fronte che essi attingono, e il colon e i neuroni di un tizio del palazzo di fronte… un testo alla fine ha una fisiologia che riproduce quella del corpo da cui si è esfoliato…ma anche più ampiamente quella della realtà, con le sue leggi e meccanismi…

Non volevo svalutare l’intelletto, credo che ognuno abbia una sorta di procedura d’innesco, e che questa, con buona pace delle accademie, non sia altro che una negoziazione cerebro-viscerale. Mi par di capire che tu vada oltre, sei così libero che puoi concepire ovunque e istantaneamente o hai anche tu quella sorta di maldipancia che t’ispirano?

concepisco, se concepisco, tutt’altro che a comando…ma è il corpo a farlo, solo nel senso che una connessione logica è un fatto fisico…serve un certo tipo di ispirazione per dire che 2+2 fa 4, perché questo processo consiste in una permutazione di minuscole particelle del mio corpo.. non so se è troppo diverso che scrivere in versi…certo, questa è un’operazione più complessa, che si produce in uno stato privilegiato…ma per riprendere il tuo esempio dell’eccitazione erotica, direi che in genere è più fruttuoso magari quel momento di disincanto e lucidità assoluta che coincide con la depressione post-orgasmica…

livioborriello4wsf

Nei miei scrittori preferiti annovero quel dionisiaco saltinbanco della metafora che è Tom Robbins, un tizio su cui le etichette ne han dette di tutti i colori: post-psichedelia, neo-beat, avant-pop etc. (C’è sempre un trattino a cauterizzare l’ossessione moderna delle scatole). Uno dei motivi per cui mi piace è che mi fa ridere, un po’ lo stesso effetto della famosa Suora nella 500 che pensa, sul tuo blog. Anche Borriello usa l’umorismo, vogliamo sdoganare ufficialmente la dignità della componente ilare come effetto metamorfico percorribile in letteratura?

conosco poco tom robbins.. cmq terrò presente la tua segnalazione, anche se al momento leggo soprattutto filosofia o scritture anti narrative… la componente ilare non so se sia necessario sdoganarla…si può dire che i comici, avendo in mano la comunicazione, hanno in mano l’italia…penso non solo a grillo, ma a quanto le satire di crozza a ingroia, maroni o bersani abbiano influenzato le elezioni…i palinsesti televisivi si costruiscono sui comici… l’ultimo oscar italiano (per quel che vale) è di benigni, l’ultima palma d’oro di nanni moretti, e prima di troisi… sanremo senza elio e le storie tese e arbore non avrebbe avuto quel fiacco rilancio che lo fa ancora sopravvivere…. se il padre dante vale ancora qualche fico secco, non dobbiamo ringraziare il sommo carmelo bene, ma benigni (che peraltro apprezzo più come intellettuale che come comico).. forse la rappresentazione più viva, penetrante e vertiginosa dell’italia degli ultimi anni si deve cercare nelle satire di corrado guizzanti, più che nei romanzetti imitativi e sfiatati su cui si accapigliano nei blog letterari… ma tanti altri sono bravi, la cortellesi, perché no checco zalone… la cosa ha però troppi aspetti sospetti… l’umorismo finissimo di proust, o persino di beckett, concorrevano alla profondità d’analisi… la comicità in tv e in rete diventa spesso una delle forme della superficialità e della labilità comunicative contemporanee…

La fisica dei quanti e altre linee di pensiero hanno accompagnato la chiusura del secondo millennio facendo tremare le certezze scientifiche dell’Ego, il famoso organo al comando della modernità. Vedi un convergere di nuove prospettive che puntano oltre, in questo senso? Insomma, si farà questo ”uomo nuovo” o siamo destinati a estinguerci?

siamo destinati a rincoglionirci, o qualcosa del genere…siamo in troppi nella piccola zolla del pianeta, e il tempo sociale che ci è assegnato è sufficiente solo a pensare e dire coglionate… ma finché non ci sarà dato il tempo giusto e fisiologico per pensare, per decodificare, il mondo è destinato ad essere dominato dai fraudolenti, dagli ingannatori…o più ampiamente dall’apparenza

micamelivioborriellowsf

Nel tuo libro “Mica me”, per larghi tratti, sembra di ascoltare la voce dell’Uno che intraprende una narrazione telescopica, ad angolo giro, della realtà. Il protagonista è un “uomo-materia che si agita in un cosmo ridotto a uomo”. Ci spieghi meglio la “visione”?

il virgolettato non mi pare che sia mio…cmq la sostanza più o meno è quella…anche la faccenda dell’angolo giro è giusta…in questo cosiddetto libro, Mica me, l’io narrante cerca nuove coordinate, cerca di situarsi in un altro spazio fisico e corrispondentemente linguistico, logico, psicologico,… a tratti forse ci riesce, e accede a una dimensione in cui il mondo appare nella sua continuità, nella sua unitarietà, incrinato da quelle crepe rappresentate da ciascun io… la forza che produce questa deflagrazione e dissoluzione mi è parso l’eros, quel che ci fa uscire fuori di noi …bisogna riconoscere che è la pulsione più potente, quella che ci sradica più profondamente dal nostro centro…anche se pochi la considerano da questo punto di vista, è un tema un po’ rimosso dal dibattito “serio”…ne parla solo la psicanalisi, qualche autore come barthes nei Frammenti, e appunto la letteratura…

“Il romanzo è il vero conio del potere, è il modulo prestampato che distribuisce il sistema editoriale, e che il romanziere accetta suo malgrado di compilare.”
Nel tuo articolo: Antiromanzo, pubblicato nel 2005 su Nazione Indiana, hai suscitato un bel vespaio di polemiche. La letteratura, secondo te, ha ancora senso se si pone come punto di rottura di una falsa oggettività moderna. Ci spieghi perchè, come romanzieri, salveresti Handke, Celati e Aldo Nove?

non sono certo il primo a mettere in discussione la necessarietà del romanzo… non ne voglio decretare o vaticinare anch’io la morte, solo sostenere che mi sembra un modulo letterario come un altro, sorpassato in quanto a potenza narrativa dal cinema, e che non mi sembra attualmente sfruttare al meglio le potenzialità specifiche della parola, la sua capacità di esplorare tutto il possibile, la sua assoluta forza d’astrazione… credo che troppa letteratura sia impantanata in se stessa, nella letteratura appunto, di cui a me interessa poco… a me interessa la parola, che non è un agone sociale ove esibire la propria destrezza, ma l’essenza profonda dell’uomo, ciò che lo costituisce…. eseguire l’esercizio romanzo con più destrezza del collega è un’attività buona per i talent, per la gare di bambini prodigio su mediaset…

Handke e gli altri che cito probabilmente (e in certi lavori) rispetto ad altri hanno proposto percezioni nuove, hanno estratto altri mondi dal mondo, hanno lavorato sui meccanismi preliminari e profondi di rappresentazione del mondo. il mondo in cui ci siamo comodamente stabiliti, è solo un infinitesimo dei mondi possibili, e a mio avviso non è più quello più adeguato per stanziarci… le nostre conoscenze si sono moltiplicate esponenzialmente, la nostra sensibilità si è sofisticata e scavata, la psicanalisi, la filosofia, la letteratura ci hanno additato altri ordini di realtà, ma noi continuiamo a vivere in quella più meccanica e ordinaria, forse quella probabilisticamente più “reale”…ma era anche più reale la realtà animale rispetto a quella umana…se facciamo cose strane come vestirci, spostarci tramite ferri assemblati, provare sentimenti o leggere, possiamo anche andare oltre, provare a sintonizzarci in altri spazi mentali e linguistici…percepire ad esempio l’intreccio, il chiasma, l’intersezione fra le nostre psichi..noi viviamo come se fossimo psichi, ego separati, ma in realtà siamo costituiti, strutturati come un unico organismo linguistico che ciascuno sagoma individualmente attraverso il proprio corpo…paradossalmente, è proprio questa deficiente consapevolezza che produce quel gregarismo “cattivo” che caratterizza la nostra epoca…avendo coscienza che i miei sentimenti sono un prodotto culturale e collettivo, io riesco anche a riconoscere più originalmente e autenticamente la mia individualità corporea…

la letteratura e le arti propongono un sistema di rapporti e un ordine di realtà diversi, diverse scale cromatiche e sensoriali, diverse interazioni fra le psichi, fra questi meccanismi di linguaggio che popolano le materie inerti del mondo, diversi valori sociali…in una giornata di tempo calendariale, per tornare a joyce, ci può stare un mese di tempo-lettura, un minuto cela vertiginosi e fantasmagorici labirinti, un anno si può racchiudere in 3 righe, nei colori di van gogh esplode un’altra risonanza del rosso o del verde, van gogh trova altro verde nel verde, e lo può far diventare addirittura un rosso, o un odore, o un rapporto fra parole ovvero un concetto… una musica di schumann o stratos può potenziare indescrivibilmente una pulsione interrelazionale, può aprire abissi negli uomini e dunque nella società, può disseminarvi felicità, pensieri, vita. il lavoro profondo e davvero rivoluzionario dell’arte deve riguardare quest’ordine di percezioni e rappresentazioni, non può ridursi a una combinazione di moduli espressivi, a una raffinazione delle tecniche di linguaggio, né a un esercizio da “intenditori”, di raffinato buon gusto…il neo formalismo di certe tardo-avanguardie o la retorica dell’artigianalità di certi celatiani non ci portano da nessuna parte… bisogna cercare nuovi sentimenti, nuovo corpo, non nuove parole…. rischiare anche di essere scomposti, sporchi, incompiuti, ma bisogna produrre con le parole progetti, proposte, ipotesi… con ciò, non bisogna parlare a casaccio e sforzandosi di essere fantasiosi e originali… non bisogna dimenticare il richiamo all’onestà, alla responsabilità, alla necessarietà della parola di celati…

“esiste l’inferno? – sì – chi ci andrà? – chi è normale, chi dice cose sensate…chi funziona bene, in quanto esaurito dal funzionamento…la privazione di dio che è l’inferno consisterà nell’inerzia totale delle molecole a cui saranno ridotte. prive…di ogni ubiquità quantica, queste molecole saranno condannate alla fissità, all’incoscienza eterna. mentre le mie schizzeranno dall’orbita, produrranno luce e emissioni deviate, e sopravviveranno sempre e ovunque…in un tentativo di dissiparsi, che è l’unico paradiso possibile.”

l’universo è dissipazione, certo, ma noi dobbiamo “dissipare bene”… non possiamo prescindere dalle scelte etiche…la letteratura apparentemente ne prescinde, ma solo come metodo… l’effetto se non il fine della sua ricerca “libera” e “scatenata” dai finalismi, dissacratoria e demolitoria, non può che essere la proposizione di una nuova etica, di una nuova idea del bene…è una direzione fatale, forse trascendente, da cui dobbiamo avere il coraggio e il senso di responsabilità (intesa come capacità di “rispondere” all’altro) di non sottrarci… un’etica della dissipazione è pur sempre un’etica, un’etica più libera, più compenetrata, confusa e dissolta nelle cose, un’etica che riconosce l’uomo come fibra dell’universo, che riconosce dunque l’universo e la sua vastità…

Quali sono i riferimenti letterari e filosofici che ti hanno ispirato, e cosa legge Livio Borriello oggi?

bah, ti faccio un elenco dei libri più importanti per me…i jornaux intimes e il mio cuore messo a nudo di baudelaire… proust… totalità e infinito di e. levinas…osservazioni sui fondamenti della matematica di wittgenstein…il visibile e l’invisibile di merleau ponty… modelli matematici della morfogenesi di rené thom… (questi cosiddetti “filosofi” sono in realtà per me i maggiori scrittori del novecento)…vari altri francesi, barthes, foucault, bataille ecc… poi la grande poesia italiana, in cima a tutto dante, leopardi, ungaretti… il maggiore minore sandro penna… landolfi, handke, novarina…il cinema di herzog… e mille altri, naturalmente… per i miei riferimenti contemporanei, si può dare un’occhiata al mio sito-blog www.livioborriello.it, nella sezione Terza persona…

borriello

Il WSF dispone di una alacre non-Redazione. Tu che sei un non-romanziere, ci daresti tre buoni non-consigli da far arrivare a qualcuno dei non-scrittori in formazione che frequentano questo blog?

posso fornire dei consigli buoni per un sicuro insuccesso, che mi sembra tuttavia meglio che niente… uno potrebbe essere di credere in sé stesi…e di conseguenza di non credere in se stessi… il secondo di scrivere poco…io ho pubblicato pressochè un solo libro in 50 anni, ottenendo così uno strepitoso e indiscutibile insuccesso…sono così belli gli alberi, perché sacrificarli alle nostre vanità e fatuità? è così bello il silenzio… forse in vita nostra ciascuno di noi riesce a scrivere 10 righe che valeva davvero la pena fossero scritte, che avevano davvero bisogno di essere scritte, e di cui il mondo aveva bisogno… provarsi piuttosto a vivere molto…la scrittura è un accidente secondario della vita, un suo residuo…sì, è anche un tentativo di solidificarla, di sconfiggere il tempo e la morte che è il fine del suo meccanismo…ma si sa che è un tentativo impossibile, e che forse può avere qualche chance di successo solo se vi rinunciamo.
il terzo è di non credere non dico alla letteratura nella sua dominante accezione mondana e salottiera, ma alla letteratura in sé…credere invece alla parola, che è ciò che ci costituisce essenzialmente, e al corpo, che ne garantisce l’autenticità…sentire il proprio corpo, configurarlo in parole, e confluire in un quell’organismo unico e tentacolare che è il linguaggio… questa è l’unica rivoluzione possibile… se si intende la formula nel senso in cui l’ho illustrata prima, si vede che è proprio l’inverso di quello che si fa alla tv, nelle redazioni editoriali e nei concorsi letterari….

E dunque, diamo inizio alla dispersione in danze di ringraziamento per l’occhio telescopico di Livio Borriello che oggi si è insinuato in noi. WSF si sta costituendo in collettivo culturale e intende raccogliere e rilanciare attivamente qualsiasi virus espressivo possa intossicare la coscienza ambulatoriale che pesa sui nostri tempi. Vuoi tu, Livio, prendere in partner questo blog per rifornirci estemporaneamente delle tue illuminazioni inedite finchè seccatura non ti separi?

il vostro progetto di comunicazione collettiva, richiamato anche nel nome del blog, mi piace…tendo anche al superamento del concetto di proprietà intellettuale, o comunque al riconoscimento di un’area comune, anonima credo lo sia in qualche modo tutto il linguaggio…dunque duplicherò senz’altro qualcuna delle mie parole nel vostro blog, nel vostro spazio, nello spazio che fa capo al vostro corpo.

Simmetrie degli spazi vuoti – Mariasole Ariot


L’al di là dei corpi è un libro che non ho mai letto, le nostre tracce si lasciano afferrare, che viene dopo
avanza e non di testa, chi si ritrae nudo
perde colore dagli occhi

Simmetrie degli spazi vuoti - Mariasole Ariot

[Queste sono parole che non dovrebbero uscire, le mie come le tue, cara Mariasole. Formandosi vorticose a mulinello, dovrebbero sparire nel centro nero profondo del corpo, in quel baricentro che, è fin troppo chiaro, per l’essere umano artificializzato non esiste più. Queste parole non trovano l’esatto spazio esterno, il corrispondente, l’incastro altro dove esistere e così resistere. Scivolano, di qua e di là, tra le pareti, tra i confini, sono perfettamente liquide. Scivolano e noi con esse. E non solo. Incrinano esse stesse lo spazio, lo deformano, se poi è vero che il nostro spazio ha una forma. Queste parole hanno, incredibilmente, una forza dinamica e insieme statica. Sfidano, con passione dolorifica, le nuove leggi globali e le vecchie, quelle locali. Diventano, o già sono, glocali: località dell’io più globalità del voi. Immersione e slancio. Dentro e fuori che si trasformano in simmetria: Simmetrie degli spazi vuoti (Mariasole Ariot, Arcipelago Edizioni, 2012).]

Le simmetrie che c’eravamo dati sfuggono al reale, il suono ci sovrasta, strisciamo a terra come serpi e ci inganniamo: le piccole variazioni sono mutamenti radicali.
Una luce
l’odore del terriccio
il petrolio che hai gettato
le orme che lasciamo per pudore permettono una traccia.

Dove l’esterno è tormenta, noi rientriamo.

[Non più un sistema che si auto organizza dentro l’ambiente, che crea i limiti del suo agire, che si auto produce. Ma un sistema che si liquefa dentro/fuori l’ambiente. I limiti si spostano all’estremo, oltre la percezione umana. Non c’è più produzione o distruzione, c’è solo un esistere per quello che si è. Sistema e ambiente, dentro e fuori, esistono al contempo. La frontiera è superata. Permane una solidarietà salvifica. Ma solo per pochi attimi. Non più spazio, ma posto, riparo, per la vita. E tutta la vita. Queste parole conducono al passaggio, arrendevoli più che coraggiose. Perché non può che essere così. Lì giù, quando toccheremo il fondo. Ci scioglieremo, sembra che dicano. Si liquiderà tutto, porteremo con noi anche le pareti. Non c’è speranza. Non più dentro. Non più fuori. Persa ogni simmetria. Sarà anomia. Sarà caos. Non un ritorno a casa. Infesteremo con la nostra vita tutto l’essere possibile. Né dentro né fuori, saremo tutto l’essere possibile. Per un attimo appena. Poi torniamo qui. Tornano i muri, tornano le sbarre. Torni in te. Torna il limite. Ancora immerso nel sistema. Torna l’oltre che agogniamo. In sé, non c’è speranza alcuna, ma dentro queste parole sembra di carpire che c’è. Forse.]

Perché qui la vita è al suo grado zero: pura vita che si frantuma senza il peso dell’altro come macigno ma per decomposizione interna. La vergogna è perduta per sempre, non c’è mai stata, è un gatto che piscia sul letto, una donna senza denti che getta la dentiera sul piatto, un urlo senza oggetto aggrappato ad un carrellino feticcio, i giornali di tre giorni prima, la porta che si apre a tratti da un carrello di alluminio come una visione straziante, e tutto segna esattamente questo: non la perdita di dignità – semmai il suo superamento – ma la perdita del rossore, della vergogna.
G. mi chiede di giocare a calcetto, e io non so giocarci, ma sto vincendo. A metà partita mi chiede di farci fuori a vicenda: sbatto la tua testa al muro, e tu la mia, contemporaneamente, e così ci salviamo.

Perché l’inferno è sempreverde, ciò che può cambiare non cambia, la muta è al di là delle sbarre, i rampicanti siamo noi che finalmente decidiamo di uscire.

Mariasole Ariot è nata nel 1981. Nel 2012, ha pubblicato su «fiabesca.blogspot» il racconto La bella e la bestia. Altri testi si trovano su «Nazione Indiana», «Il primo amore», «Metromorfosi Infocritica». Collabora alla rivista «Lo squaderno» e al blog letterario «Poetarum silva». Simmetrie degli spazi vuoti è la sua prima raccolta.

[Chiappanuvoli]