Editori seriali


libri

Da molto tempo volevo scrivere qualcosa sullo stato catatonico dell’editoria nazionale. Negli ultimi anni stiamo assistendo alla proliferazione di piccole realtà editoriali, che in teoria dovrebbero nascere con l’intento di contrastare le carenze della grande distribuzione ma in pratica soffre degli stessi identici difetti, anzi riesce a fare peggio ove è possibile..
E’ giusto partire dal concetto che una grande casa editrice non è certo un’opera pia, tesa a pubblicare lo scribacchino di turno per il solo gusto di non vendere uno straccio di copia.
Un grande marchio editoriale è un’impresa come tante altre e ha il dovere, anzi l’obbligo di creare profitti da ciò che pubblica.
Scrivo questa affermazione pienamente convinto che il problema non risiede solo e soltanto in chi produce ma anche in chi ne usufruisce.

L’ignoranza letteraria impera ormai da anni, frutto di un insieme molto più radicato che passa attraverso la televisione, i quotidiani e tutto quello che da vent’anni a questa parte ha attanagliato la società. Una società obesa che non tenta minimamente una sorta di riscatto culturale ma continua a fagocitare merda come fosse purissima cioccolata.
Molti, forse troppi, pseudo-intellettualoidi hanno provato a spiegare questo fenomeno commerciale, lanciando strali contro le grandi case editrici, incolpandole del decadimento culturale in favore del profitto economico, fino ad arrivare a creare loro stessi dei piccoli mostri editoriali. Sgorbi distorti che amano spacciarsi come ultimi avamposti per veri talenti artistici ma che in realtà sembrano più essere degli editori seriali, pubblicando qualsiasi cosa, senza regole e senza il minimo senso del pudore.
Inutile negare che il sogno di un qualsiasi aspirante scrittore sia quello di essere contattati da una grande casa editrice per essere pubblicato come autore emergente.
Purtroppo per la quasi totalità dei nuovi endeca-mostri questa eventualità rimarrà solo un miraggio.
Anche se dotati di un talento letterario pari ad un bagno chimico, percorrono tutte le strade possibili per auto-definirsi autori, fino ad arrivare dritti nella rete di queste piccole chiaviche editoriali.
Micro scrittori per micro case editrici che sfruttano il desiderio di pubblicazione, dell’esserci ad ogni costo, proponendo contratti mefistofelici che, con la scusante del rischio imprenditoriale, scaricano tutti gli oneri sul fesso di turno, troppo intento a misurarsi l’ego da non accorgersi della narcolessia che attanaglia i propri componimenti, il più delle volte sgrammaticati e privi di qualsiasi contenuto letterario.
Questo meccanismo perverso ben presto si trasforma in un circo comico, dove la parola d’ordine è propinare il libro in qualsiasi modo anche fosse quello della vendita porta a porta.
Di solito il terreno di tale orda barbarica è il social network, che diviene una sorta di rivendita Folletto senza preventivo appuntamento, postando stralci del libro come fossero passi dell’ “Ulisse” di Joyce e costringendo i poveri lettori occasionali a sorbirsi continui rimandi all’opera prima.

In tutto questo i piccoli editori gongolano, perché tra parenti stretti, amici e fidanzati/e qualche copia si riesce anche a vendere e se moltiplicata per decine di endeca-mostri il guadagno è garantito.
Il fatto è che non li sentirete mai ammettere questa realtà, bensì sono soliti attaccare pistolotti pantagruelici sulla loro passione per l’arte e che attraverso la divulgazione di essa mai e poi mai si potrà ricavare del profitto.
Insomma dei novelli Francesco D’Assisi, che non badano alle proprie tasche perché troppo impegnati nella propaganda culturale, roba da far ridere se non fosse che ormai la cosa sta divenendo stucchevole al limite della decenza.
Troppe volte in rete si assiste allo scambio d’accuse fra editore e autore, a causa di promesse non mantenute. In fase contrattuale il piccolo editore sbandiera impegni che sa bene non potrà mantenere, garanzie di presentazioni dell’opera in luoghi altrimenti inaccessibili o millantando conoscenze nelle alte sfere culturali in grado di visionare e valorizzare il libro in questione. Tutte cose che una volta passato all’incasso il microbo non potrà far altro che disconoscere.
Per completezza di informazione è giusto da parte mia specificare che anche tra queste piccole case editrici c’è del buono, io stesso sono a conoscenza di editori seri, che certamente non navigano nell’oro e nemmeno vogliono arricchirsi con la letteratura. Persone che credono veramente in ciò che fanno e pensano che l’arte debba essere inserita al primo posto con tutti i rischi del caso.
Però come spesso capita nel nostro paese per uno che è degno ci sono almeno altri cento indegni.

Concludendo sono convinto che le grandi case editrici hanno molte colpe per il nichilismo culturale di questo millennio ma certamente la soluzione non va cercata nella creazione di micro organismi uni-letterari che basano le proprie strategie nella coltivazione di piccoli orti familiari.
Il dovere di questo tipo di editoria dovrebbe essere quello di educare il lettore alla novità artistica, quella autentica però, non quella studiata a tavolino. L’arte scrittoria, come tutte le arti è soprattutto ricerca, spunto di riflessione, amore per l’estetica, studio e conoscenza non un accozzaglia di sillabe banali e piatte quanto gli encefalogrammi di chi ne usufruisce.
Costringere un autore a pagarsi una pubblicazione vuol dire non credere nel suo talento, oltre che causare una dicotomia fra chi ha possibilità economiche e chi ne è privo per una qualsiasi situazione sociale.
E’ questo ciò che vogliamo ?

N.B. Spero che chiunque abbia avuto esperienze negative commenti l’articolo, anche non menzionando la casa editrice perché denunciare vuole dire mettere in guardia la prossima vittima di questi cialtroni.

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38 pensieri su “Editori seriali

  1. I piccoli editori ci salveranno, sono gli unici a cui rivolgersi per pubblicare qualcosa e bisogna difenderli non combatterli.
    Forse siete voi delusi per non essere riusciti a pubblicare un libro.
    Arrivederci

    Rispondi
    • Sono d’accordo con te, considera che wsf contempla differenti opinioni.
      Credo che ognuno abbia da sè le capacità di non farsi “sfruttare” dall’editore poco serio, e anche, se è interessato a pubblicare, di andarsi a cercare il piccolo editore giusto, ce ne sono molti, a mio giudizio, che si fanno in quattro per far quadrare i conti e fare il possibile per pubblicare autori.

      Corbellini, quest’articolo è generico e superficiale,sembra lo sfogo del pensionato sull’autobus, di mattina, con tutto il rispetto dei pensionati, naturalmente.

      Rispondi
      • Superficiale non direi….le case editrici spuntano come funghi dalla mattina alla sera e addirittura abbiamo più casi in cui lo scrittore diventa editore per tentare quel riscatto di frustrazione provata ad aver visto i propri scarabocchi respinti dalla casa editrice a cui si era rivolto. Parliamoci chiaro occuparsi di pubblicazione è un business , tant’è che ora a livello economico e di mercato sto soppesando cosa sia più proficua : attività di editoria o vendita di sigarette elettroniche? Quanto a Giannino qui sopra , volevo dire che sono fiera di non aver mai pubblicato un libro dato che un italiano su tre l’ha fatto. Sa com’è….sono parecchio sensibile alle tematiche ambientali ed inoltre ho un certo senso del pudore e della dignità. Non mi piacerebbe pubblicare un libro per venderlo a io mammeta e tu come in tanti si accontentano di fare e mettere in imbarazzo questi ultimi con l'” invito ” all’acquisto .- Si chiamiamolo invito per non chiamarlo ” stalking ” – Acquisto che molte volte si traduce in un’opera di carità verso lo scrittore seriale.

    • Mid, sono 15 anni che sento sti discorsi in rete, che lagna. Che i giovani “non avessero voglia di lavorare” si era già sentito da Seneca, evidentemente il mondo è una grande chat ripetitiva. Fortuna abbiamo l’intelligenza per andare a cercarci le eccezioni che rendono la terra ancora un luogo affascinante dove impegnare la propria parte viva.
      le tue “traduzioni in carità” sono evidentemente equazioni personali. io ho altre esperienze come riferimento, grazie a dio.

      Rispondi
      • Sì in un certo senso hai ragione, considera però che la ripetitività è fenomeno e costume che investe ogni campo, non propriamente solo questo. Diciamo che non ho mai fatto la carità a nessuno, quanto piuttosto davanti a certe cose lette , viste, scritte e pubblicate mi sono ritrovata a dire ” Signore, pietà ! ” 😉 Tu guarda che bella rima : pietà – carità 😉

  2. Scusi Giannino, ma “Voi” chi? Sebbene condivida la prima parte del suo commento non posso fare a meno di cogliere con un pò di fastidio la parte finale. Non è proprio possibile cercare di esprimere un giudizio senza per forza attaccare chi scrive il pezzo o in modo neanche tanto sibillino tutta la redazione? Mi pare un comportamento infantile e non costruttivo. Oltre che inutilmente provocatorio.

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  3. La micro-editoria è in realtà un pozzo di grandi energie. Moltissimi lavorano seriamente e hanno a cuore la sorte del libro. Vero anche che ce ne sono altrettanti che peccano di superficialità e indolenza nel promuovere un libro, questo per scarsi mezzi, scarse capacità o forse solo scarsa volontà. Ma ci sta. Sta all’autore fare una scelta e con il tempo e l’esperienza i criteri di questa si affinano. Come dice AlexG è oggi davvero non difficile trovare un editore che non venda fumo, sempre che si abbia veramente intenzione di trovarlo.

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  4. Completamente d’accordo. Sto cercando di creare una casa editrice con una mia amica già impiegata nel campo.
    La prima cosa che mi si chiede è se faremo pagare le pubblicazioni.
    Le persone sono variegate e non tutte così esperte da capire la differenza fra serio o meno. C’è una prima volta per tutti !

    Rispondi
    • Ah già…dimenticavo il fenomeno imperante che riguarda lo scrittore persuaso dal sentirsi investito dalla luce divina di un particolare e inedito talento scrittorio : pretenderebbe di pubblicare gratis, suggerendogli l’egotismo e la presunzione , che è talmente ammaliante ciò che scrive che l’editore dovrebbe subito cogliere al volo di avere tra la sua rosa di autori, un fuori classe come lui. Mi chiedo : ma chi scrive riesce a vedersi anche dal di fuori??

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  5. Mezzanotte, “addirittura abbiamo più casi in cui lo scrittore diventa editore per tentare quel riscatto di frustrazione provata ad aver visto i propri scarabocchi respinti dalla casa editrice a cui si era rivolto.” Credi forse che sia semplice mettere in piedi una casa editrice? E credi davvero che i frustrati, come tu li definisci, che non hanno trovato riscontro di pubblicazione si mettano a fare gli editori solo per reazione? Non concordo con questo. Sono leggende metropolitane e non verità oggettive. Qualche caso ci sarà pure, non lo nego, ne sono a conoscenza, ma il resto del tuo discorso è puramente demagogico. Occuparsi di Editoria oggi NON è un business, almeno io non lo credo. Se si volesse fare un Business sarebbe molto meglio aprirsi una bancarella di frutta e verdura al mercato. Sempre si parli di Editoria seria e non di quella così erroneamente chiamata, che stampa “su ordinazione” qualunque ciofeca. Una Stamperia on demand travestita da Editore. Inoltre non credo si possa andar fieri di non avere mai pubblicato un libro quando non si hanno aspirazioni di scrivere. Il concetto di “io mammete e tu”, per chi scrive seriamente non esiste. Anche qui bisognerebbe fare un distinguo: non tutti quelli che scrivono aspirano a far pietà a chicchessia. Lo fanno perchè vogliono farlo, a prescindere dalle copie che venderanno e a chi.

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    • Credo in ciò che ho detto Federica, lo sai e non tiro indietro nessuna mezza mia parola. Nessuno qui è in grado di fare un discorso nel particolare come è giusto che sia, pena l’esporsi. Se tu metti in luce degli aspetti, io ne metto in luce altri, e appartengono tutti alla stessa medaglia. Ognuno poi definisce e spiana la strada a quella che lui chiama e sente ” soddisfazione”. Io personalmente dico che lavoro è lavoro, per cui se tu non lo ritieni un business ma lo consideri un’opera di aulico mecenatismo di diffusione culturale , dico che allora questi editori hanno altri fonti di rendita. Magari hanno ereditato dal nonno proprietà di cui campare.

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  6. Pochi riescono ma hanno diritto ad avere una chance. Gli egotici non sono prettamente scrittori, ce ne sono milioni per il mondo, che non si occupano di scrittura. Pittori, scultori, artigiani, pensatori del nuovo millennio e chi più ne ha più ne metta. L’egotico si può anche beccare un rifiuto se a darlo è una editrice che pubblica la qualità e non la quantità. Sia essa micro o macro.

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  7. Ho letto ieri sera questo articolo e sapevo già che avrebbe scatenato il vespaio.
    Mi schiero dalla parte delle piccole case editrici “sane”, poche ma buone.
    Io collaboro attivamente con una casa editrice che arriva a fine mese per il rotto della cuffia, ma non perché non si sa gestire, come qualcuno mi dice, ma perché gli autori che pubblica hanno l’usanza ultimamente di denigrare il lavoro sputando nel piatto che si è appena finito di mangiare.
    Motivi? Forse dovremmo chiederlo a loro.
    Mi piacerebbe che la gente che sputa su questo piatto mi dicesse il perché.

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    • Poi posso portare l’esperienza di quelle case editrici che si pregiano di selezionare con cura e particolarità i proprio futuri autori, basandosi sul manifesto quasi politico della loro casa, mettendoci tutta la buona volontà del caso ad erigersi come diverse e controtendenza, ma che nel momento in cui ci si offre per un parere letterario ci si trova tacciati d'”impoeticità” perchè si passa troppo tempo sui social network e perchè al di fuori delle pagine di un libro di poesie da valutare ci si comporta in maniera troppo da gente che urla nei mercati.

      Ecco questo direi che è gravissimo.
      Selezionare in base a ciò che fa, dice ed è l’autore che vuole pubblicare con loro e non il testo che si presenta.

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  8. Premetto che sull’argomento potrei dare il via a un discorso infinito ma questa non è la sede e neanche il mio intento.

    L’articolo tratta in pratica ‘la piaga’ dell’editoria a pagamento e credo avrebbe preso una strada completamente diversa se anziché di ‘piccole case editrici’ si fosse parlato di ‘case editrici a pagamento’ che spesso non sono neanche così piccole. Un esempio? Albatros – ex Il Filo – è una casa editrice con un certo fatturato – non a caso si permette spazi pubblicitari televisivi – ed è tutto fuorché piccola eppure chiede nel 99 % dei casi pagamenti molto alti (anni fa a me chiese 1800 euro e non mi sono neanche permessa la gentilezza di rispondere).

    E’ vero anche che esistono comunque piccole case editrici – anche gratuite – che comunque non sono serie e affidabili nonostante non ti chiedano soldi, perché magari fanno contratti troppo lunghi (i contratti che superano i due anni a mio parere sono da stracciare), arrivando anche ad opzionare l’opera per un ventennio, o perché non si impegnano in nessuno modo nella promozione. Insomma, vendere è difficile sì ma provarci non deve essere un optional ma la priorità. A onor del vero esistono case editrici che pubblicano tutto ciò che arriva in redazione senza neanche selezionare le opere potendo così guadagnare sulla quantità.

    La realtà è che case editrici a pagamento o simili (per pagamento intendo anche l’acquisto obbligatorio di un certo numero di copie) non si dovrebbero chiamare case editrici ma stamperie. E ci sono stamperie che potrebbero fare prezzi migliori. Perché ancora esistono? A causa dell’ego dello pseudo – scrittore, sempre convinto di aver scritto il nuovo bestseller senza accorgersi che neanche conosce le regole base della grammatica italiana.

    La domanda che mi viene spontanea è una: perché continuare a dare spazio ai truffatori? Perché non spendere dieci minuti per leggersi un’opera sconosciuta? Perché non spenderne quindici a parlare con un editore serio, seppur piccolo, e comprendere i meccanismi? Me lo chiedo perché gli articoli sulla mala – editoria proliferano ogni giorno in rete e così facendo si continua a dare loro uno spazio che forse non meritano. Attuiamo il comportamento contrario, aiutando così l’onestà. Anche nel nostro piccolo.

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  9. Chissà quali profondità concettuali sono necessarie per illuminare una realtà di per se lapalissiana ? Ovviamente la risposta è giá data ,ma non è pubblicabile.
    Sono totalmente d’accordo con Corbellini il quale ,senza inutili sofismi ( la famosa e fumosa aria fritta con cui tantissima micro editoria e micro letteratura e micro intelligenza impasta il proprio nulla quotidiano propinandolo a sprovveduti e sgrammaticati autori ) , enuncia in modo sintetico e chiaro un dato di fatto.
    E sono d’accordo con mezza notte ,ovviamente ,quando sottolinea che ,anche qualora non vi sia scopo di micro lucro o micro accatto, l’apertura di una casa editrice resta appannaggio per lo più di annoiati ereditieri e gigli di mamma che , per sfuggire a verifiche e giudizi ,preferiscono un fai da te autoreferenziale sebbene rispondente alle personali necessità di micro fama e micro autostima.
    Partendo dal presupposto che avere una passione per il giardinaggio non fa di alcuno un ottimo giardiniere , dico ,pensandolo , che le micro edizioni che abbiano un seppur minimo micro valore sono davvero poche. Le stesse poche che ,per fiuto e fortuna , incappano in un testo di valore che le lancia in circuiti più grandi.
    Il resto vede una buona percentuale di persone dalle oneste intenzioni e dalla buona volontà animate ma che ,malauguratamente , possiedono un talento editoriale e una capacità gestionale pari a zero. Costoro hanno la mia stima per come esercitano la propria passione e omaggiano la letteratura ,la poesia e l’arte in generale. Mi duole però dovere scrivere che ciò che esse pubblicano ha la cifra di una sincera mediocrità come carattere fondamentale.
    Infine abbiamo una gran percentuale di ciarlatani,imbonitori,quaraquaqua se non proprio veri e propri farabutti. Ma di questi ,come scrive qualcuno prima di me ,sarebbe il caso di iniziare a tacere o a parlarne solo in sede legale e giudiziaria.
    Per quanto mi riguarda ,non riconoscendomi talento alcuno a livello poetico o letterario,mi guardo bene dall’inviare qualsiasi testo a qualsivoglia micro agente dominato dal macro ego . Alcune situazioni da me vissute hanno del grottesco ( ridere di robe molto tristi ) : micro editori,micro poeti e micro opere che si atteggiano a vati illuminati e illuminanti da riverire o avvicinare con timore virginale. Reading con due tre persone come pubblico ( in genere fidanzati o vicini di casa ) con la medesima prosopopea di letture accademiche. Conferenze in camerette rosa confetto e buffet tarallucci e tavernelli dove tre quattro sfigati , sempre loro,sempre quelli, si lodano e imbrodano leggendo robe che nessuno ascolta presi come sono a pensare ai loro futuri due micro minuti di gloria.
    Questa è la mia ,brutta ,opinione. Lo so.
    Resta ,al solito ,la difficoltà del darsi una misura e di riconoscere e riconoscersi la differenza tra un fatto editoriale e un’allegra,onesta e magari pure commovente scampagnata tra amici.

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  10. Federicagalletto@ Si potrà anche non dovere essere fieri di non avere pubblicato un libro quando non si ha aspirazione a scriverne. Ma ,concorderai, si dovrebbe essere sempre orgogliosi ad essere lettori lucidi ed esigenti che orientano il proprio gusto non in base a genealogie bloggettare e amicali,ma secondo criteri oggettivamente letterari.

    Rispondi
  11. Entro nella conversazione solo per porre a voi la domanda che faccio a me.
    Ma chi ti obbliga a pubblicare?
    Nessuno ci spiana un fucile per farci firmare contratti farlocchi con sedicenti case editrici truffatrici.
    Sono gli scrittori, o i presunti tali, che legano il loro lavoro a qualcuno, scegliendolo a volte bene, a volte male.
    Nessuno ci obbliga a comprare mille copie, a lasciare i diritti del libro per 10 anni, a non dichiarare esplicitamente quando si reputa esaurita la prima edizione, a chi spetta l’onere della diffusione ai giornali e ai critici, a chi la pubblicità sui social, a chi l’invio ai premi di poesia.

    Se un libro, da parte dell’autore, è visto come un hobby si paghi dunque quello che si vuole, come qualsiasi altro hobby (e ce ne sono di ben più cretini e spendaccioni della stampa di un libro, oltre che molto piàù prosaici).

    Se un libro è visto, sempre da parte dell’autore, come un “lavoro” che richiede impegno anche dopo la pubblicazione (no, non finisce con la stampa del libro – prima si è eventualmente poeti, poi si è autori di un libro, sono due attività differenti), allora ci si investe tempo e risorse.

    Ho però l’impressione che molta gente non sia così convinta di ciò che scrive, al punto da preferire la lamentela spicciola (“nessuno mi pubblica, son tutti truffatori” o “nessuno mi apprezza come si deve, faccio da me”) alla fatica, arrivando a risentirsi poi se la distribuzione dei piccoli editori non è quella di Mondadori (ma va’??? e prima non lo sapevi???).

    Termino evidenziando come basti un occhietto in rete per trovare ottimi siti che guidano gli autori fuori dalle fregature e che, parimenti, indicano spesso le case editrici effettivamente più carogne.

    Io adotto un criterio nei miei sogni: vorrei essere pubblicata da una casa editrice che, quando la trovo in libreria, m’accaparro alla cieca un suo libro di poesia qualsiasi, tanto so che sarà buono.

    Rispondi
    • Io sono d’accordo con questo discorso. Totalmente. Chi obbliga a pubblicare o acquistare copie o a pagare? Nessuno. Se lo fai sai a cosa vai incontro.

      Rispondi
  12. Chiappanuvoli@ grazie ,link molto interessante. A leggere l’elenco delle case editrici parlerei più di edizioni indipendenti che di micro editoria .

    Rispondi
  13. Adelaide@ purtroppo il discorso non è così semplice. Vi è gente che gioca allegramente con le irresolutezza altrui. E , io penso, per quanto tutti si è adulti e vaccinati,questo è un atteggiamento lontanissimo dal rispetto per l’arte. Anzi ci allontana tutti dalla giusta dimensione che l’arte dovrebbe occupare nelle nostre esistenze.

    Rispondi
  14. L’articolo, generalizzando, non fa onore al particolare. Parte da una base sofista e, quindi, fallace: se tutte le piccole case editrici hanno difetti peggiori delle grandi casi editrici e di conseguenza producono difetti, chi ha avuto i propri lavori pubblicati da loro è un difetto, uno scarto. In quest’ottica, io dichiaratamente lo sono. Che poi le piccole case editrici pubblichino tutti, non è sempre così. Anche qui, un distinguo. Conosco piccole case editrici che lavorano con impegno e serietà e fanno fatica a tenersi in vita, altre che funzionano come tipografie. Io sono convinta di non essere stata una fessa e di non aver gettato merda sul sacro suolo scrittorio dei grandi personaggi di penna, illustri. Mi consolo con Svevo, consapevole che Svevo non sono. E aggiungo, se un giorno a qualcuno piacerà ciò che dico, lo farò con il nome di una piccola casa editrice: io sono per gli ultimi e per loro faccio il tifo. Scelta di vita.

    Rispondi
  15. Ciao,
    mi chiamo Sara è ho 19 anni. Due anni fa volevo pubblicare un libro di fiabe per bambini, mi sono rivolta ad una casa editrice che faceva pubblicità su un quotidiano di Milano.
    Ho mandato il libro e dopo due mesi mi hanno risposto che erano interessati, dovevo acquistare 50 copie per essere pubblicata.
    Ho chiesto a mio padre i soldi e anche per la firma del contratto. Dopo un’attesa infinita e numerose mail ho scoperto che la casa editrice era fallita. Ovviamente il mio babbo ha provveduto a denunciare questi signori e ancora siamo in attesa di notizie.
    So di aver sbagliato ma nessuno che conoscevo mi ha messa in guardia, pensavo dalla pubblicità fosse una cosa sicura.

    Rispondi
  16. Sara, grazie della tua testimonianza. In futuro stai in campana e se dovessi avere bisogno di qualche consiglio tutta la redazione di WSF è a tua disposizione, nei limiti del possibile. Grazie ancora

    Rispondi
  17. Grazie a tutti per i commenti e in particolare a Sara…mi spiace, a 19 anni capita di cadere in queste trappole, l’articolo l’ho scritto anche per mettere in guardia persone come te e tanti altri che non sono svezzati in questo mondo pseudo-letterario.

    Rispondi
  18. Bravo, bravissimo, ottimo. Concordo con te dalla prima riga all’ultima. Vorrei anzi averlo scritto io, questo tuo articolo. Viva la biblioteca, viva lo studio matto e disperatissimo, viva il nascondimento operoso, viva Landolfi, Tomizza, Morselli e Gadda. Viva Cattafi, Gatto, SInisgalli e Bigongiari. Basta con la bottega degli orrori.

    Rispondi
  19. riporto per interezza senza modifiche un commento al link condiviso da Filippo Davoli fra i suoi amici di FB:

    Raffaele Ferrario Autori / editori

    Esisterebbe, di fatto, un’oligarchia editoriale arroccata su posizioni di dominio incontrastato che s’incarna nella realtà Mondadori, Einaudi, RCS, Feltrinelli e, di contro, una recente proliferazione di editoretti un po’ ladri un po’ improvvisati e un po’ entrambe le cose. Sconsolante direi. L’una fa schifo. L’altra fa pena. Vado dicendo da tempo che l’editoria italiana non è ne più ne meno strutturata come il resto degli apparati politici, burocratici, sociali e relazionali, che creano una fitta ragnatela di interconnessioni fra livelli e sottolivelli, fino all’ipercontrollo e all’autofagocitazione.
    Parliamo dunque di aziende, vendite, distribuzione, industrie, S.p.a. Possibile immaginare la Fiat come Mondadori-Rcs-Feltrinelli e i restanti figli di un dio minore come la piccola e media impresa. Trovo del tutto superfluo dibattere sulle singole qualità o sulle singole lacune degli editori: chi sì, chi no, chi chiede troppo, chi non mantiene, chi s’impegna, chi annaspa, chi? Non se ne uscirebbe più e se ne uscirebbe oggettivamente insoddisfatti, perché non stiamo a raccontarcela sempre. Una percentuale elevatissima di autori paga o contribuisce, attraverso vari escamotage, all’acquisto della propria opera, o meglio di un certo numero di copie della stessa, e non raccontiamoci nemmeno che qualsiasi editore non sia libero di regolarsi singolarmente e in privato con l’autore di turno. Noli equi dentes inspicere donati.
    La mia idea si concentra sulla divaricazione evidente tra potere editoriale e sudditanza autoriale. Si pensi al clamoroso paradosso partorito dal Mercato: un autore genera l’opera, la inventa là dove prima c’era solo il nulla che attendeva di essere riempito. Un autore è il principio medianico di traslazione dalla realtà di pensiero alla realtà di segno su carta o supporto elettronico. Fonda questa strabiliante religione (nel proprio etimo RE-LIGÀRE unire insieme, le due realtà) della quale incarna il ruolo di sommo sacerdote.
    Fa tutto questo indossando i paramenti sacri per la sfida con se stesso e gli restano le briciole smangiate del filone di pane deposto sulla tavola, finita l’ora del pranzo. Percentuali di guadagno così esigue da commuovere le pietre, e senza dire ancora del già detto prezzo da versare per i peccati in corpo 12, garamond o times new roman.
    Ribaltare la situazione non sarebbe un merito, sarebbe la norma, ormai tanto lontana da sembrare un’utopia. Investire su un autore dovrebbe essere il criterio principe di regolazione dell’ambiente. Chiedere a un editore una vera distribuzione, una rete di contatti operativa per eventi e presentazioni, un contratto capace di riequilibrare il peso delle due parti in causa, i diritti al 10 % dalla prima copia venduta; chiedere queste fondamentali cose non dovrebbe essere l’illusione di un Don Chisciotte obsoleto e psicolabile. E non dovrebbe essere così innaturale in uno Stato di diritto ma, si sa, la crisi l’austerità il cappio Equitalia le tasse la globalizzazione la fine del mondo, tutto nell’ordine della mera conservazione.
    Mi domando infine, se il destino di questa età in ardimentoso subbuglio è proprio questo, il perché non eliminare il marchio e non chiamare gli editori, che non rispettano i punti in causa, con il nome più appropriato di stampatori. Io ti stampo, sostengo la spesa cruda di lavoro: avviamento macchine, materiale, acconti, spedizioni, tasse, fatture, colli, conti e conti e ancora conti e tu mi paghi una cifra commisurata al lavoro crudo prodotto.
    Che poi ritenga l’autore il padre spirituale dell’opera, come si evince dal testo, non significa che l’opera, una volta pubblicata, non sia da considerarsi adulta e indipendente a tutti gli effetti. Stampatore è una provocazione che mi piace. Rendendo l’idea, ho volutamente tralasciato la voce del settore editoriale con l’intento possibilmente edificante di determinare una discussione sopra tali “massimi sistemi” (virgolettato per non cadere in un prendersi troppo sul serio, cifra ultramoderna di nervosismo e ansia generalizzati), che veda coinvolte le ragioni di quella stessa voce editoriale.
    L’eccezione, nonostante gli attacchi incessanti del sistema, sopravvive ancora. Eccezione che mai come in questo caso ambisce non a regola ma a ministero regolato da criteri di merito.

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