Inediti di Davide Valecchi


davide

La comparsa della frana
produce nomi non previsti
dentro cavità di marna
e fiale secolari.

Al di sopra l’edificio di pietra
rischia il cedimento
minato alla radice
da generazioni di memorie
in forma di reperti resi al giorno.

L’allineamento con il nostro tempo
– sciolto da ogni esperimento di corporeità *-
è comunque destinato a non durare
e la schiera di entità immaginate
si ritira dove poco altro arriva
ma rimane.

*Il verso è di Remo Pagnanelli (in Poesie, Il Lavoro Editoriale, Ancona, 2000, p.28)

Gli animali sono tutti in fondo
al fustino del Dixan
in un caos di colori decaduti
e segni di denti da latte.

Ce n’era uno per ogni forma nera
sulle mattonelle di cucina:

forse potrei ancora rovesciarli
per osservarne la disposizione
e valutarne i movimenti.

Poi mi dico che non è il caso
di compiere rituali così chiari
se si vuole uscire incolumi
dall’attraversamento.

Come simboli del divenire
ho scelto l’odore della gomma imporrata
e il vetro infranto di una macchina
rimasta dove finiva la carrozzabile
prima che io nascessi.

E’ importante ogni tanto fare la stessa strada
per vedere gli ingranaggi scoperti,
la quantità di ruggine
e l’affiorare di frammenti metallici
a centinaia di metri dall’origine,
arrivando, tornando.

In ogni caso:
ai due lati delle parole non importa
se le mani siano aperte o chiuse
perché ogni altra struttura
oltre la forma delle cose
cede.

L’indadempienza a chiamarsi cenere
conferisce alle schegge di plastica
e leghe scadenti l’identità
di un monumento in crescita continua.

Nel luogo di elezione
i ripetuti passaggi dell’acqua
non sono stati sufficienti.

Trovare pace al prezzo del silenzio
è una pratica non percorribile
lungo traiettorie che prendono corpo
guardando indietro troppo intensamente.

Davide Valecchi è nato a Firenze  il 13 gennaio 1974. Come poeta ha pubblicato la silloge Magari in un’ora del pomeriggio (Fara, 2011) e la plaquette Prima delle nuvole (in Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche, Fara, 2012). E’ presente in Di là dal bosco (Le Voci della Luna, 2012). La mini auto-antologia di inediti La costruzione di un linguaggio poetico: una questione di fede è inserita in Chi scrive ha fede? (Fara, 2013). Come musicista ha fatto parte di vari gruppi fin dall’adolescenza, spaziando tra rock, elettronica e sperimentazione. Attualmente è impegnato con due gruppi: Video Diva (gothic rock)  e Downward Design Research (elettronica). Con lo pseudonimo di aal (almost automatic landscapes), a partire dal 2001, ha intrapreso un percorso di ricerca sonora in campo elettro-acustico, concreto, elettronico e ambient, pubblicando vari lavori da solista o in collaborazione.

Sul web:

http://davidevalecchi.blogspot.it/
http://www.videodiva.it/

http://www.downwarddesignresearch.com/

http://www.myspace.com/almostautomaticlandscapes

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Lichtenstein: Una Retrospettiva


E’ in programmazione alla Tate Modern di Londra dal 21 febbraio al 27 maggio una Retrospettiva di uno dei più grandi artisti americani del ventesimo secolo: Roy Lichtenstein.

Lichtenstein: A Retrospective è la prima retrospettiva completa di questo artista straordinario che sia mai stata fatta negli ultimi vent’anni. Co- organizzata da The Art Institute of Chicago e la Tate Modern, questa esposizione raccoglie, fra dipinti e sculture, 125 delle opere più incisive.

Lichtenstein è famoso per il suo lavoro legato alle strisce fumettistiche e immagini pubblicitarie colorate caratterizzate dal famoso Ben-Day dots, una tecnica di stampa nata nel lontano 1879, che correda l’immagine nel suo sfondo di inconfondibili piccoli punti di colore.

La mostra espone opere chiave dell’artista come Look Mickey (1961), preso in prestito dalla National Gallery Art di Washington, e il suo monumentale Artist’s Studio Series (1973-4). Ma anche altre notevoli  chicche come Whaam! (1963), un’opera proveniente dalla collezione della Tate, e Drowning Girl (1963), in prestito dal Museum of Modern Art di New York.

L’intensa e varia attività artistica di Lichtenstein è rappresentata in questa Retrospettiva da una vasta serie di materiali, inclusi i dipinti su Rowlux e acciaio, sculture in ceramica e ottone, una selezione di disegni mai visti prima, collages e lavori su carta. Una mostra da non perdere per chi si trovasse a Londra in questi giorni.

Federica Galetto

oh Jeff... I love you too.. but...

oh Jeff… I love you too.. but…

Whaam!

Whaam!

Drawning Girl

Drawning Girl

 Look Mickey

Look Mickey

Fuori Menù 6: Diario di Viaggio – Dieci passi in Islanda


Vatnajökull

Vatnajökull Glacier

Primo passo #Islanda non ritorno

Quando Daniele mi disse “buon ritorno amico mio” sapevo a cosa si riferiva. Ritornare è un verbo spesso sottovalutato, soprattutto quando si tratta di un viaggio. Impossibile ritornare davvero da qualche parte, puoi crederci certo, ma non ci tornerai. Tu e quel posto non esistete più. Ritornare significa solo proseguire, riprendere un discorso interrotto, un viaggio di qualcun altro. Mi tuona in testa Saramago, nelle parole di Daniele, che voleva dirmi questo: “Buona fortuna”. Fortuna, per questa specie di vulcanesimo che esplode nell’islanda di tutti, con l’avvicendarsi di non luoghi e non persone e poi subito di luoghi, estremi e di persone, poche e giganti. Bisogna trovarcisi. Qui. E poi ero incollato al volante sbigottito, mentre “ritornavo”. La strada dall’aeroporto per Reykjavik è lunga un’ora di distese di lava nera, sulla destra e lingue di mare, sulla sinistra, che fortunatamente non parlano islandese. Takk. Ritornare è un verbo kitsch, qualcosa che ha più a che fare con il lessico familiare che con la letteratura. Qualcosa che non parla davvero. Ma stavolta parto soltanto da Reykjavik. Primo giorno è il giorno dei ricordi, “sono già stato qui, caro vecchio io, non mi tormentare, non esisti”, da domani, continuando verso nord, inizierò a ricordare in avanti. Ora spengo la luce, che qui, oggi, sembra incapace di morire.

Secondo passo #Dialogo di un italiano con il muschio. Dallo Snaelfness a Breidavik.

“Lo spirito viene dal corpo del mondo.O così pensava Mr. Homburg… La maniera della natura colta in uno specchio. E lì diventa la materia di uno spirito. Uno specchio pullulante di cose che vanno fin dove possono.” (Wallace Stevens)

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Breidavik

Quello che non bisogna volere nella propria Islanda è chiedersi chi o cosa stia conducendo questo viaggio. Voglio dire. Dopo chilometri e chilometri di sterrato lunare e nebbioso, a chi importa? Oggi camminando a piedi nudi sulla riva di Breidavik e poi tra i sassi e la tundra, mi sono ricordato che qui esistono due sole scelte. Quando arrivi nella tua Islanda, devi scegliere uno dei due sensi disponibili, orario od antiorario e poi dove dovranno finire ognuna di queste tue intramontabili giornate di luce.

“Era là, parola per parola, la poesia che prese il posto del monte” (Wallace Stevens)

Ore 22.40 la luce ancora mi cade giù dal costone altissimo sulla riva del mare, dalla riva alla spiaggia e dalla spiaggia alla mia finestra. La montagna di fronte sembra una cascata di sassi, perfettamente squadrata. Le montagne della tua islanda sono schiacciate ed in continuo movimento, mi chiedo se anche io non abbia quella stessa inesauribile fonte di pietre e pietriciattole da lasciar scivolare addosso…Ho scritto una cazzata:

Il giorno in cui non ero mai stato
camminavo senza scarpe,
senza piedi, senza gambe,
camminavo, stempiato
come un orologio su se stesso.

Oggi ho guidato la mia prima gravel road, ero come la superficie di un compact disk durante la cancellazione totale.
Sono stato di fronte ai quattro vulcani, io e loro. Muti. Il vento in un rispetto costante, scendeva amichevole a schiarire le nebbie, ero io il vulcano più pericoloso per la mia Islanda.

Sai.
Credo di essere questo fiordo, tutto silenzioso, senza anima viva, appena sotto il circolo polare, tutti i giorni ad aspettare la nebbia.

Terzo passo #Io, strapiombo sull’oceano. Presso Isafjordur.

C’è una sapienza innata nelle strade sterrate dei fiordi del nordovest, fai decine di chilometri per ritrovarti esattamente nello stesso punto, ma di fronte, nel lato opposto del fiordo. In un’altra Islanda faresti ironia sull’utilità dei ponti, ma non nella tua, dove strade di ciottoli a strapiombo su valli incantate, sono esattamente quel che ti aspetti: assenza del tempo e dei suoi effetti sulle tue scelte.

Ho avuto la stupida idea di chiedermi come fa l’oceano ad entrare con le sue lingue lunghestrette dentro la terra e a squarciarla, come fosse un amante che minaccia la solidità dell’amato, travolgendolo. Deve essere il pesce secco di cui continuo a cibarmi.

Devo ricordarti anche che quando sono arrivato ad Isafjordur, ho deciso che non sarà lei la capitale della tua Islanda. Troppo modesta , sul suo piccolo istmo, non vuole competere col paesaggio che la accerchia. Sarà solo un luogo di passaggio. Un momento di sopraffazione. Domattina ti alzo presto, vediamo se Akureyri è la tua città.

Quarto Passo #Ciò che non siamo ciò che non vogliamo. Da Isafjordur ad Husavik

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Dettifoss

“Non puoi percorrere la via prima di essere diventato la via stessa” (Gautama Buddha). Ok. Neanche Akureyri è la tua citta’. La strada percorsa da Isafjordur è stata interminabile, tanto quanto l’intensità del paesaggio con cui hai stancato gli occhi. Qualcuno guidava, forse io. Akureyri non era nessuno, è stata una sosta tecnica dell’Io. La mattina dopo la tua Islanda era di nuovo riposata e ad Husavik ho trovato la tua casa. Un cottage davanti ad un lago, l’oceano poco più in là che si confonde sotto una fascia di vette biancastre, tutto avvolto da questa coltre silenziosa che mi insegue. Senza ombra di dubbio entrambi eravamo quel luogo.
“Ma la nostra natura consiste nel movimento, la quiete assoluta è morte” (Pascal). Non sarà una casa da abitare, ma da ricordare di aver abitato. Dovrai protrarre questo ricordo all’infinito, il domicilio è una condizione mentale. Sarà il tuo miglior rifugio ed io ti aspetterò lì.

Quinto passo #Gli uomini sono silenzi. Geotermici. Presso Lake Myvatn e Krafla Volcano

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Krafla

Il mistero di un vulcano è che in esso non c’è alcun mistero. Siamo fatti della stessa pasta. Cenere, vapore, scoppi fuori, scoppi dentro, quiete, campi di lava, macerie. Abbiamo anche quello stesso strano condotto, quello interiore, che ci tiene profondamente a terra, quello che parte dalla camera cranica, correndo lungo la dorsale, fino a piantare i piedi. Oggi ho camminato i tuoi crateri fumobollenti, mi sono immerso in questa tua acqua primordiale, ho respirato quell’odore precario della Terra viva e mi sono sentito stanco, incapace di gestire tutta quel’energia.
Non riesco proprio a trovarla questa tua Islanda, ché quando me ne approprio, non è più tua.

“Vado, sebbene piano” (Proverbio Islandese)

Sesto passo – Tutti i nomi. Presso Seydisfjordur, East Iceland –

Soggiornare in un villaggio di 500 anime, di cui puoi percepirne solo una ventina, schiacciato al fondo di uno stretto fiordo lungo 17 km e dotato di nuvola perenne propria che, come programmata, si stende ogni giorno alla stessa ora, sulle strade e poi si rialza, fingendo di andarsene, ripiegando dietro la montagna, spiega l’idea dell’inutilità dei cognomi in questa Islanda. Qui ci sono solo nomi. Accanto ai nomi dei figli, i nomi dei padri. Ma solo nomi.
Nella tua Islanda non ci sono veri abitanti. Quelli che vedi sono prestati a questo luogo, come di fermo passaggio, non mettono radici, no dinastie o mafie. Solo una sopportazione, una calma lunare, la sublime bellezza dell’essere in balia di questo territorio così individuale, così intellettuale, da sembrare disumano e troppo umano.

Nella tua Islanda ci sono solo altre 300.000 solitudini.

Settimo passo #Il principio di scongelamento. Presso Vatnajokull, Iceland

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Jokursarlon

Oggi mentre scattavo una foto all’Alcoa, una fabbrica lunga due chilometri, serenamente adagiata in un fiordo dell’est, con la naturalezza di una cascata o di un banco di nebbia, ho riflettuto sulla cosa più sconvolgente di questo viaggio: continuo a darmi del tu. Parlo ad un me esterno, che seppur fabbricato, sta qui con la naturalezza del fiordo e della fabbrica. Devo ricordarmi di raccontarti della laguna che ho visto stasera, Jokulsarlon. Quella creata dall’incontro del ghiacciaio Vatnajokull con l’Oceano. Due masse che si combattono. Tu non sei l’oceano, bensì quei cento iceberg che mi frantumo per non diventare acqua. Il risultato è questo enorme lago pieno di sculture di ghiaccio multiformi, ognuna un Io. Ma forse tu sei anche altro. Il problema è la contemporaneità. Se tu sei me, mentre io sono te, avremo sempre delle difficoltà di comunicazione. Eppure una cosa è certa, senza di me non ci sarebbe la tua Islanda, mentre la mia, la mia continuerebbe a perdere iceberg nell’oceano, credendola un’arte.

Ottavo passo #Segretolando. Presso Skaftafell, South Iceland
Sotto di me, enorme e sordo il ghiacciaio Vatnajokull. Sono diverse ore che cammino, ma questa vista mi riposa. Lingue che sembrano fiumi fermati da un patto col tempo e quel senso di segretolamento. Un giorno di camminata nella tua Islanda è una scalata in me stesso. Ho paura che tutti i sentieri della mia vita siano circolari, anche se cerco di percorrerli fuori strada.
Sento che questa mia Islanda è di nuovo quel non luogo che tendo ad abitare quando sono in tutti i luoghi. Sento. E non voglio più farla tua.

“I viaggi sono i viaggiatori. Quello che vediamo non è quel che vediamo, bensì quel che siamo” (Pessoa) o quel che resta, tentando di essere, a imbellettare il paesaggio.

Nono passo #Sono il raggio di un cerchio. Presso Reykjavik
Se qui non si ritorna mai, tantomeno si torna dalla tua Islanda. Anche dopo oltre 3000 km di strade in buona parte sterrate. Non si torna. Resterai a percorrere questo cerchio di vie da Reykjavik ai Fiordi Occidentali, fino a quelli orientali, passando per il grande nord per poi riscendere a sud, se qui esiste un sud, a frantumarti come i ghiacciai e a sentirti un po’ come uno di quei vulcani che di tanto in tanto si devasta intorno e poi di nuovo. Piste e piste nude come la terra che le circonda. Reykjavik, fiordi, nord, sud. Non si torna.
“Il viaggio non finisce mai” ma caro Saramago, questo viaggiatore non è ancora finito. Il viaggio ricomincia sempre.
Lo dicevo oggi, affacciato sulla faglia Eurasia/America. Io, solo, forse, torna, e Reykjavik stasera è una festa.

Decimo passo #Data Sconosciuta. Presso Nowhere. La tua Islanda. Giorno Zero.

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Statale 1

Ho ricominciato il giro. Stavolta non posso che raccontarti subito delle strade della tua Islanda, quando diventano improvvisamente sterrate, a volte appena battute. C’era da aspettarselo, sai, le vie sono quel margine umano che ti infastidisce, qui. Dove la nebbia è l’incapacità di ricordare indietro. Objects in mirror are closer than they appear. Ti ripete lo specchietto.
Sulle piste a fondo quasi naturale, si va in prima, a volte in seconda; non guidi davvero tu, è la strada che guida, tu correggi solo, quell’andare caotico, cerchi di umanizzarlo. Quando l’islanda ti dice che stai correndo, è lei che, tra mille tremolii, ti toglie la marcia, lasciandoti in folle, acceleri a vuoto, ti fermi. Rimetti la prima, superi quel momento ondulatorio, spinto, dello sterrato, tremoli un po’ anche tu, ti sistemi il sedile. Ti guardi intorno. Sei quel paesaggio lunare.
E poi riparti.
Non hai mai guidato così bene.

Non passo #Contenuti speciali

Soundtrack indigena consigliata in Islanda:

– Of Monster and Men

– Sigur Ros

– Seabear

– Amiina

– Mum

Per le foto presenti nell’articolo si fa espresso riferimento alla licenza di WSF

IL CAVALLO DI TORINO: Fino ai confini del cinema…


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In una pianura desolata nei dintorni di Torino (ma potrebbe essere anche nel mezzo del nulla…),  in una fattoria in abbandono, un vecchio cocchiere dal braccio destro paralizzato vive con sua figlia completamente ritirato dal mondo.
La  vita di padre e figlia scorre lenta e monotona,  ritmata soltanto dalla cadenza di gesti modesti, reiterati nella profondità del silenzio.
Essa si accorda a quella del loro vecchio cavallo sfinito, di cui Nietzsche qualche giorno prima a Torino, accorgendosi che il padrone lo stava battendo, aveva preso le difese.
Dopo questo incidente – all’apparenza banale – Nietzsche cadrà nel pozzo della follia da cui non riuscirà più a riemergere e l’ordine naturale delle cose subirà una scossa che porterà il mondo della finzione filmica ( e non solo…) a uscire dai propri cardini.
Un vento di tempesta si é alzato e adesso soffia impetuoso sulla pianura. Il cavallo, rinchiuso nella stalla, rifiuta di muoversi quindi di mangiare. Vuole abbandonarsi a una morte lenta e dolce.
Quando il pozzo definitivamente si secca, padre e figlia cercano di abbandonare la fattoria: invano, perché una forza minacciosa e invisibile li costringe a ritornare sui loro passi.
La profezia del vicino, che qualche giorno prima aveva fatto loro visita, sembra realizzarsi: ” La notte prenderà il posto del giorno, e poi essa stessa avrà fine”.

Il gesto del cineasta ungherese é qui –  in questo suo testamento cinematografico –  più che mai gemello a quello di un grande pittore di argomento sacro. Pittore di Apocalissi.
Tarr non fa infatti che dare vita a differenti quadri della medesima scena. O meglio: Egli dipinge la stessa immagine con ripetuti colpi di pennello con l’intento di arrivare a conferirle il giusto volume e il giusto spessore per imprimerla durevolmente nell’anima dello spettatore.
In veste di ancella philosophiae la musica sostiene questa espressione tessendo una trama di sottili variazioni – in sottofondo un quasi perenne basso cupo e salmodiante – come se fossero degli strati sovrapposti l’uno all’altro.
Contaminazione in fieri di suoni gravi e melanconiche melodie d’organo, la musica si confonde con i lamenti ininterrotti del vento per distillare una tensione sorda e angosciante che nessuna concreta minaccia interviene per infrangere.

Il virtuosismo di Tarr, abile nel dirigere una camera da presa oscillante e magnetica ( che ricorda il primo Tarkovski e il Ruiz più cartesiano) cesella dei piani sequenza in movimento di una fluidità assoluta.
Non dimenticherete tanto in fretta la sequenza in cui il cineasta cattura il vostro sguardo per proiettarlo – attraverso la finestra – sul paesaggio, per poi indietreggiare e lasciar apparire l’uomo sedutovi di fronte, e adagiarsi infine sulla spoglio arredo dell’interno della casa. Movimento di avvicinamento rapido e rapido allontanamento attraverso cui l’artista ci inghiotte letteralmente nelle profondità della sua tela-pozzo.
Il piano inquadrato diventa una sorta di quadro animato, un affresco curato fin nei più minuti dettagli.
Qualcuno potrebbe addirittura pensare che l’albero che si staglia sulla linea dell’orizzonte di questo quadro desolante sia stato piantato direttamente dalla mano di Bela Tarr…

Il grande respiro del film, la sua naturale ciclicità, l’assenza di azione drammatica, fanno sì che ogni spirito vagabondo si possa perdere nell’immagine, fino a smarrire il senso domestico di ogni realtà.
Nella retina dello spettatore si fissano indelebili atmosfere, visi, sensazioni, gesti : un intero universo racchiuso in una cascina in un bosco nel bel mezzo del nulla.
E anche quel vento che ci resta nelle orecchie, ininterrotto, minaccioso, che non cessa di spazzare un paesaggio desertico nel quale ineluttabilmente si cancella ogni figura umana.

Malgrado qualche ellisse che potrebbe rendere il film di non facile accesso, la pazienza di ogni spettatore-iniziato sarà ricompensata nel corso del film da un sentimento fortemente pacificante: la dolce melanconia che inonda poco a poco il Cavallo di Torino ( tanto il film quanto l’animale protagonista) crea un effetto di bizzarra serenità, come di una coltre di nebbia che ricoprirebbe l’intero universo.
Nasce infatti da questa marcia funebre cadenzata e soffice una forma di soddisfazione inattesa, quella di aver trionfato su un film esteticamente sublime, la cui ragion d’essere non é tanto la proiezione ma la durata: quella di un tempo fuori da tutto, di queste due ore e mezza scomparse in un abisso profondo sul ciglio della quale abbiamo resistito la violenta attrazione che ci spingeva a sprofondarcisi per sempre…

Bela Tarr é un autentico talento visionario, degno seguace di Blake e Petrus Borel, ma con in più un’inconscia vertigine monastica che l’avvicina al suo collega russo Sokurov.
Entrambi fanno dei film che danno l’impressione di svolgersi sotto i vostri occhi, nell’immediatezza dell’ hic et nunc, e che tuttavia sembrano uscire dai recessi più profondi di una biblioteca dimenticata o di un archivio borgesiano.

« Grazie all’arte invece di percepire un mondo solo, il nostro, possiamo vederlo moltiplicarsi a dismisura e finché esisteranno degli artisti originali avremo a nostra disposizione altrettanti mondi, diversi l’uno dall’altro più di quelli che ruotano nell’infinito e che molti secoli dopo che si sia spento il focolare da cui emanavano, si chiami esso Rembrandt o Vermeer, ci inviano ancora il loro raggio speciale ».

Questa frase di Marcel Proust, alla fine del Tempo Ritrovato, si attaglia perfettamente al questo Cavallo di Torino e all’opera tutta di Bela Tarr.

Prosa Giovane: Daniele Baron – Il Diario di Hermes


Maia Flore

Maia Flore

giorno n. I (neve)

il silenzio intorno e le orme a sporcare l’immacolato bianco: mi ha sempre fatto pensare tutta questa neve, non l’ho mai trovata riposante: il buio più cupo, più refrattario alla luce, terreno nero sepolto di pietre sorde, come il cielo in una notte senza stelle, a tratti affiorante, lancia occhiate torve sotto quel candore – qualche cosa si nasconde a rammentare la cenere del consumato ribollire della natura in fiore – gli scheletri delle piante evocano quel silenzio, fatto più di parole soffocate e di non saper dire piuttosto che di placida contemplazione – eppure in quell’ingoiare cotone avverto la violenza dell’ineluttabile processo di morte e di rinascita e mi sento di poter abbracciare la terra, mi annullo, come l’ombra a mezzogiorno aderisco totalmente al mio corpo disperso in mezzo a quel freddo marmo grezzo…

[…]

giorno n. III (equazioni lineari)

piede che schiaccia il petto e pesa dolce sul cuore, accolto poi nei suoi capelli biondi sparsi, profumati come grano = miele succhiato attraverso il suolo come nettare nel tentativo di strisciare come un serpente ai suoi piedi sacri, per quanto sudici (equazione orizzontale dell’amore passionale e divino)
ano che espelle l’ombra viva dell’anima, tutto ciò che non vogliamo sapere e subodoriamo = occhio che contempla il sole, per esserne accecato, spuntato in cima al capo come un osceno e beffardo buco dello spirito, a volte gonfio come un fallo, occhio pineale, erutta come un vulcano tutto ciò che forma il non-sapere (equazione verticale di Bataille)
accecamento per troppo vedere, nei campi di grano colpo di pistola e corvi che improvvisano una danza estiva = notte cimitero di stelle, grido in fondo a nere cantine umide, ratti sonnambuli rosicchiano idee chiare e distinte e istinti fermentano sotto forma di sogni in botti d’infanzia (equazione del veggente)
vene gonfie alle tempie riscaldate dal sole, ciondolo d’oro al suo collo nascosto nel profumo del seno, luccicante richiamo per gazze sempre in calore e tranquillamente affacciate alla violenza animale e cieca, moneta per comprarsi il lusso, al di là di ogni regola e di ogni invidia = putrefazione e materia fecale, acque sporche del pozzo nella cui freschezza amiamo in pieno giorno inumarci, cadavere sotto la luce della luna, argenteo riverbero delle acque salmastre di un porto ignoto (equazione alchemica)
IO = DIO (equazione della potenza)
sé = altro (equazione del divenire)
x è l’incognita del de-siderare, fiume che ci attraversa e ci disperde come particelle nel mondo, acqua nell’acqua, terra nella terra, fuoco nel fuoco, aria nell’aria…

 […]

 giorno n. V (a-capo)

nel testo sogno di interpretare e scrivere l’a-capo come assenza di capo o senza-capo e non come andare a capo nei due modi ammessi: come lirico passaggio (a-capo poetico), o come interruzione necessaria e logica al discorso, punto a capo (a-capo prosaico):
fine non evocata e giustificata dal principio
principio che non contiene alcuna armonica fine
improvvisa impensata interruzione.
E andare a capo senza accorgersi che
lo si è fatto
e farlo senza
necessità
a-capo significa: dare in pasto ai lupi il sapere accumulato, sentire l’eccitazione nascere da eserciti di idee in marcia senza comando, il loro solletico per tutto il corpo suscita erezioni meditate, il loro brulincante avanzare orgasmi di senso, il loro fermentare piacevoli deiezioni di sofismi cupi:
nubi, onde, tori, torri,
monte che s’ammantano di luce
sgualcite pagine di un diario: cartello stradale
mentre un mantello d’ambra mi ricopre come un sudario
il Battista ritrovato in un vagone letto durante il passaggio in galleria
danza con il capo sopra il vassoio
felice offerta di questo viaggio illuminato
per quanto notturno
occorre decentrare il volto come il cuore, volgerlo a sinistra, cercare l’ombra in cui giacere là dove non si trova: in pieno sole, nell’arsura dell’occhio divino – alzare le braccia verso il cielo per strapparne brandelli, alla cieca, dilaniare avidi l’azzurro come carne cruda di carcassa ancora calda (eleganti avvoltoi sanno lodare la ferocia – impariamo dalla loro pazienza nel volteggiare!):
c’è del nero oltre lo strappo ricucito della volta celeste, ferita di dio:
ecco la soglia!
è necessario de-capitare
il grano è maturo…

Andy Prokhwanderlust

Andy Prokhwanderlust

giorno n. VI (doppio ovvero i gemelli)

si comunica con il proprio Altro attraverso lo specchio in frantumi in una stanza vuota senza porte e senza finestre; i molteplici pezzi dell’immagine che ci sta davanti, nostro riflesso, rappresentano l’urlo ibernato dell’impossibilità di comunicare…
Immaginiamo che ogni pensiero, che ogni sentimento, che ogni espressione del nostro viso, che ogni singola fibra del nostro corpo, di notte venga rubato da un Altro che sia del tutto simile a noi – tutto ciò che con certezza pensavamo ci appartenesse, di diritto, nostra proprietà privata e intima, ci viene con altrettanto diritto portato via da questo ladro silenzioso e a nulla valgono la legge, a nulla l’autorità, a nulla le resistenze, non c’è nessuno che possa vedere e denunciare il fatto: quell’Altro appare identico a me e nessuno può contestargli di avere sottratto ingiustamente qualche cosa, poiché in fondo quell’Altro sono Io.
E’ il mio gemello identico: è specchio delle mie azioni, ripete meccanicamente ogni mio gesto, di proposito nello stesso modo, una frazione di tempo infinitesimale dopo, ma del tutto impercettibile dall’esterno e dagli altri, come l’aggiunta di un’eco alla mia voce – a chi non è capitato di provare questa sensazione: per la prima volta ha udito la propria voce registrata e gli è sembrata diversa, meno dolce, più metallica, quasi contraffatta, come la voce di un altro, e si è vergognato di avere pensato di parlare in un modo e invece di essere stato udito dagli altri sempre in un altro modo? Proprio questa è la sensazione che la presenza silenziosa dell’Altro porta con sé – possiamo non accorgecene mai, ma quando la intuiamo non ci abbandona più, come un’ombra che ci segue, la nostra ombra sempre attaccata al corpo, assenza di luce che si anima e che agisce al nostro posto e a nostra insaputa, quando vogliamo riposare (salvo poi venirci a narrare tutto con dovizia sadica di particolari, bisbigliando fastidiosamente nell’orecchio e prolungando così la nostra veglia).
Il nostro gemello è il retropensiero che ci smentisce dicendo l’opposto quando affermiamo qualche cosa come principio. Quando noi diciamo: “No”, lui dice: “Sì”, quando aneliamo alla luce, lui volge i propri occhi verso la tenebra, quando affermiamo di qualcosa che è bianco, lui intende nero; quando ci allontaniamo da una situazione spiacevole, lui ci si avvicina pericolosamente, quando decidiamo di sorvolare su qualcosa, lui interpreta il volo come un lasciare la scia di lumaca-aeroplano sul cielo…
A volte il mio gemello può interpretare i miei oscuri istinti meglio di quanto possa fare io e metterli in atto al mio posto: a nulla varrà allora tentare di rinnegarlo, di staccarmi dal cordone ombelicale che ci lega, a nulla varrà dire: “Io sono diverso, non sono lui”, solo perché non ho portato a realizzazione ciò che ho desiderato: ci penserà lui, mi guarderà di nascosto con i suoi occhi duri e con un ghigno che ben conosco, mentre si avvia a fare ciò che non riesco a fare. Quando affonderà la lama nel petto della vittima, quando sentirà il caldo sangue bagnargli le labbra, penserà a me, suo debole compagno da guidare sempre e da cui non si può separare mai, sua condanna e suo unico amore.
L’Altro cerca di cullarti in visioni consolatrici, dipingendoti diverso da ciò che sei, ma tu sai che l’immaginazione nasconde la rugosa realtà: ti dice che sei re in un castello, mentre fredde catene ti fermano i polsi e sbarre rigano il cielo; quando per miracolo potrai guardarti da fuori, con lo sguardo dell’Altro, ti vedrai simile ad uno scarafaggio che incespica stupidamente, muovendo le zampette in modo incontrollabile, come lo scarabeo e la sua palla di sterco, ostinato nel fare il contrario di ciò che ora ti pare ragionevole.
Ma la consapevolezza e il distacco durano poco: non ci si sbarazza facilmente del proprio gemello-altro che ci ingoia come un cannibale.
Ogni tanto ti chiedi se lui non sia in fondo altri che te stesso ma, per così dire, forgiato, plasmato, dallo sguardo delle altre persone: la tua passeggiata per strada, il tuo viso, la tua pettinatura, il tuo volto, le tue mani, tutto te stesso, anche la tua figura vista da dietro, la tua nuca, la tua schiena, tutto ti arriva filtrato dallo sguardo degli altri. A questo punto, ti dici: “Ecco! Gli altri mi rivelano ciò che sono per loro, in pubblico. La folla è lo specchio in cui mi vedo finalmente, ma, in fondo, io non sono così!” e ti piace rassicurarti al pensiero che nella tua tana sei al sicuro da quell’immagine pubblica falsa, dall’Altro che sei in piazza, che nei tuoi cunicoli puoi custodire e sottrarre a sguardi invidiosi e minacciosi, tesori e prede… Attento! Attento che quell’Altro non penetri di nascosto nel tuo nascondiglio e non ti faccia l’agguato alle spalle per usurpare il cantuccio dove pensavi non albergasse il pericolo! Sei proprio sicuro di custodire tesori, o si tratta soltanto di escrementi?
Sconcertato e esausto, dopo questo gioco di maschere, vorresti finalmente avere la pace che si raggiunge nel sonno e pensi di affogare l’Altro o nell’azione o rinnovando l’esercizio millenario del “Conosci te stesso”; vorresti che il tuo amato gemello (che ti aspetta a casa, che accende per te la stufa, che per te affila i coltelli) sparisse o non fosse mai esistito e pensi di sbarazzartene o con un gesto pubblico plateale oppure con la conoscenza esatta di te…
Tutto ciò è vano: una volta instaurato il gioco di specchi e la moltiplicazione dei punti di vista, l’unica speranza è vagare nel labirinto tenendo a bada le voci che lo percorrono, cercando l’uscita.
Occorrerebbe, lo sappiamo, risalire a prima della separazione, a prima del concepimento mostruoso dei gemelli, nell’utero…

[…]

giorno n. VIII (estasi)

“fa’ del tuo corpo il tempio che io sarò autorizzato a profanare, renditi preziosa al mondo al solo scopo di abbassarti davanti a me:
bocca aperta quando dici spirito – io intendo carne
occhi celesti quando contemplate il cielo – io so che sognate l’abisso
mani delicate e dita sottili, strumento preciso di lavoro e studio, accarezzate libri sacri  – io so in quali lordure vi sporcherete
viso serio e fine, serenamente affacciato a sorrisi di circostanza – io so dell’osceno abbandono, dello scompiglio, del rossore che si compiace di sé
voce flautata e intelligente sguardo, che sa mettere tutte le cose in ordine – io presento inarticolati gemiti, simili a preghiere soffocate, ed il roteare delle pupille perse nel bianco, come boa nel mare per immersi pensieri subaquei
capelli sempre riuniti in geometrie precise – vi vedo già sparsi ad accogliermi come un mare odoroso
andatura graziosa e incedere orgoglioso nella postura eretta – io immagino l’eccitante ritorno al quattrozampe animale
vorrei che il tuo pensiero più indicibile venisse ad alta voce declamato dall’altoparlante di una stazione come l’annuncio di un treno in arrivo o in partenza
vorrei che qualche cosa nel momento dell’abbandono al rapimento della frenesia mi ricordasse il tuo contegno dolce, misurato, musicale, della vita di tutti i giorni: un tuo abito, una tua espressione, un lampo negli occhi, un minimo dettaglio ancora intatto per quanto ormai isolato
e parimenti vorrei che, mentre ci troviamo in pubblico, io indovini da un tuo sguardo, o da un sorriso, qualche cosa che solo io posso sapere, che solo a me svelasti allora, quando eri persa”
quando ci incontreremo, so che non sarò più io,
avrò abbandonato me stesso,
sarò fuori – là dove sarai…

giorno n. IX (nigredo)

nessuna corrente magnetica tira i miei pensieri che ristagnano come acquitrino
e riluce il giorno in paesi che ignoro, mentre qui la notte si è fatta perenne,
senza magnificenza di aurore boreali…
e non penso e dunque non sono
nei recessi del mio corpo fermentano sordi i cattivi istinti: hanno  fessure e
antri ciechi e pioggia all’eccesso per lussureggiare come piante in foreste tropicali
un’insana atmosfera come un ronzio cupo tutto ghermisce, ricamando trapunte di febbre
il nero corteggia il verde turgido della vegetazione cieca, divenendone linfa
colonne verghe di una cattedrale limacciosa
guardano in su
senza speranza di veder luce, tanto è fitta la cupola,
e creano l’abside vulva, dove il seme sparso abbondante germina lo spazio per  l’assunzione pluviale
attraverso l’abbassamento infinito…
e radici s’infittiscono e annegano nella terra ogni segno chiaro e distinto,
marce radici – ebbre d’acqua,
soffocanti ramificate ripetizioni di ripetizioni…
e germogli immemori proliferano
sulla putrefazione precoce di ciò che nacque sempre rasente il suolo
demente abortito agonizzante fin dall’origine…
Cosa posso essere, se essere devo?
Ragno – segretamente laborioso –
che suscita ribrezzo solo a chi non si capacita
dell’inconcepibile osceno del creato –
intesso i fili delle voci che si avvitano nel mio cranio, come spifferi che gracchiano tra le orbite vuote del mio teschio,
come filamenti luccicanti di stelle che tramano nel buio
intesso, intesso, un invisibile ordito – buono solo per filtrare polvere, pare…
e affamato rimango privo di prede
intesso, intesso, ancora convinto del possibile miracolo –
ma per ora sto immoto inespressivo come una maschera di scena, abbandonata
dietro le quinte, risparmio i movimenti
guardandomi da fuori al rallentatore della noia
e sognando l’arsura silenziosa del deserto al meriggio,
la sua matematica precisione nel sottrarre liquidi e vitalità,
gioco a fare il morto
attendendo che una farfalla spensierata
nell’orrore del mio respiro intrappoli la sua gioia
e non penso e dunque non sono…

Elena Oganesyan

Elena Oganesyan

giorno n. X (putrefactio)

di ogni forma presagire la de-com-po-si-zio-ne
l’informe carezza al solvente, mai doma nel palese recesso
alla superficie cieca di una radura aperta e sommersa
e fitta ampia veduta murata
il segno del marcire fruttato, dolce come occhi gonfi
leccati dal mosto, fin nel rosseggiare dell’alba:
denti guasti nella bocca del mattino
moltitudine e deserto della mente
menzogna detta a fin di realtà
rabbocca il sogno – gusto di tappo:
sappiamo – fin dentro le ossa: fin nel midollo
fin nello sporco prezioso brillare – che tutto ciò che si dona
è in pura perdita…
“leva l’ombra – ti prego!”
geme la pupilla contratta dal sole penetrante
mentre dalla ferita nera del tramonto stuprato
germoglia il seme in falde terrose di gonna…
ma il cappotto – abitudine di un vecchio stepposo quasi inanimato –
giochi di polvere, polvere di giochi: chiasmo meccanico –
allo scheletro attaccapanni che lo imgobbisce
lasciato appeso durante l’estate
cocciuta memoria che sogna il marmo  –
il cappotto è l’anima assente
di pietra vorrebbe la propria statua
e la dimora
ma ora la scia di infantile trionfo s’alza:
mi risveglio in lacrime ebbre di rugiada al
fendente del gallo:
lacera l’aria:
annuncia
la fine
di ogni
speranza
e l’eccitante                 agonia                della
bellezza…

giorno n. XI (attesa)

«Chi credete di ingannare? In fondo voi sperate che qualche cosa venga  sottratto all’oblio. Che l’azione appianatrice del tempo lasci svettare qualche prezioso ricordo. Voi sapete che tutto è destinato a finire e fingete di averne piena contezza. Vi compiacete addirittura nell’enumerare le cose periture. Ma tutto ciò è artefatto: è evidente che vi illudete, che il vostro cinismo è simulato, che dietro il paravento della lucità si nasconde l’illusione di salvezza, che il vostro protestare e animarvi indignati contro ogni illusione è ipocrita. Altrimenti cosa fareste?! Avreste maggiore riguardo per ciò che si perde? Vivreste appieno? E’ evidente: voi volgete lo sguardo altrove e siete pronti al sacrificio pur di avere la certezza di un salvacondotto per l’al-di-là»
attendendo si vive
è vita l’attesa
probabilmente disattesa:
è attendere
ciò che per sempre non si saprà:
macchia cieca
luce dietro palpebre di morto
sciogli il nodo
accogli nel grembo le mie lacrime
io non è più
nemmeno un dio traduce in parola
il torto pesare del mondo
e il volo di libellula dello sguardo senza volto
mentre l’ala fa da àncora
alla rinascita in controluce
non giudicare ciò che rasente nasce –
il terreno meglio accarezza chi si piega senza umiltà,
chi sporca la grazia superba nel fango
bruco –
non potenza di farfalla
ma essere perfetto in sé
solo per chi ama l’opaco
divenire sempre lo stesso
del presente scevro di peso e di traino

(innocenza)

fumoso fermo-immagine come un racconto di guerra di nonno
cento pensieri foderati di nubi
come zucchero filato appiccicosi e lievi
inondavano cuscini
con gorgoglìo di risa e frescura –
bagnare il letto era un segreto amaro
come risvegliarsi colpevoli e
stare là in eterno rovello
se ancora in sogno si fosse
o se strappasse la rugosa realtà
necessaria tuttavia
una confessione
“tutto s’aggiusta” pensavi
e presto giunse l’irrimediabile come un ritornello
inopinato accadere e avanzare di ogni stagione

(esperienza)

divina impostura è ciò che si dà senza soluzione
all’ansia matematica di sapere:
si fa beffe del nostro affannarci
e piccoli restiamo di fronte al mistero:
il mai saputo che mai si saprà
è tutto ciò che c’è da sapere!
tragedia della nostra condizione:
si risolve in gioco di parole –
solo il balsamo del silenzio
è esatto nel non dire lo scandalo
della nostra dimora
fessura a cui avvicinare l’occhio
solo per essere inondati dall’erezione cieca
di luce in crepe di terra arsa
come pelle vista da vicino
istoriata …
ne aspiro l’odore
amo affogare ebbro
nell’abbandono a mondi
di nebulose di corpo
e dalle stelle
distoglier lo sguardo…

Biografia:

db

Daniele Baron, nato a Pinerolo nel 1976, vive in provincia di Torino. Dopo una prima formazione principalmente scientifica, i suoi interessi volgono verso un ambito artistico e letterario. Le sue passioni si concretizzano soprattutto nella pittura e nella scrittura. Nel 2004 si laurea con lode in Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi su Jean-Paul Sartre, intitolata “La morale dell’autenticità”. Dopo gli studi, trova lavoro come impiegato presso un Comune. Nel frattempo continua l’attività di ricerca in ambito filosofico appuntando il suo interesse in particolar modo sulla filosofia francese contemporanea, sull’esistenzialismo e infine sul pensiero di G. Bataille. Insieme sviluppa il desiderio di elaborare un personale percorso di ricerca teoretica per una filosofia del divenire.
Tiene un blog personale: http://barondaniele.blogspot.it  e collabora alla rivista di filosofia on-line “Filosofia e nuovi sentieri”: https://filosofiaenuovisentieri.wordpress.com .

Editori seriali


libri

Da molto tempo volevo scrivere qualcosa sullo stato catatonico dell’editoria nazionale. Negli ultimi anni stiamo assistendo alla proliferazione di piccole realtà editoriali, che in teoria dovrebbero nascere con l’intento di contrastare le carenze della grande distribuzione ma in pratica soffre degli stessi identici difetti, anzi riesce a fare peggio ove è possibile..
E’ giusto partire dal concetto che una grande casa editrice non è certo un’opera pia, tesa a pubblicare lo scribacchino di turno per il solo gusto di non vendere uno straccio di copia.
Un grande marchio editoriale è un’impresa come tante altre e ha il dovere, anzi l’obbligo di creare profitti da ciò che pubblica.
Scrivo questa affermazione pienamente convinto che il problema non risiede solo e soltanto in chi produce ma anche in chi ne usufruisce.

L’ignoranza letteraria impera ormai da anni, frutto di un insieme molto più radicato che passa attraverso la televisione, i quotidiani e tutto quello che da vent’anni a questa parte ha attanagliato la società. Una società obesa che non tenta minimamente una sorta di riscatto culturale ma continua a fagocitare merda come fosse purissima cioccolata.
Molti, forse troppi, pseudo-intellettualoidi hanno provato a spiegare questo fenomeno commerciale, lanciando strali contro le grandi case editrici, incolpandole del decadimento culturale in favore del profitto economico, fino ad arrivare a creare loro stessi dei piccoli mostri editoriali. Sgorbi distorti che amano spacciarsi come ultimi avamposti per veri talenti artistici ma che in realtà sembrano più essere degli editori seriali, pubblicando qualsiasi cosa, senza regole e senza il minimo senso del pudore.
Inutile negare che il sogno di un qualsiasi aspirante scrittore sia quello di essere contattati da una grande casa editrice per essere pubblicato come autore emergente.
Purtroppo per la quasi totalità dei nuovi endeca-mostri questa eventualità rimarrà solo un miraggio.
Anche se dotati di un talento letterario pari ad un bagno chimico, percorrono tutte le strade possibili per auto-definirsi autori, fino ad arrivare dritti nella rete di queste piccole chiaviche editoriali.
Micro scrittori per micro case editrici che sfruttano il desiderio di pubblicazione, dell’esserci ad ogni costo, proponendo contratti mefistofelici che, con la scusante del rischio imprenditoriale, scaricano tutti gli oneri sul fesso di turno, troppo intento a misurarsi l’ego da non accorgersi della narcolessia che attanaglia i propri componimenti, il più delle volte sgrammaticati e privi di qualsiasi contenuto letterario.
Questo meccanismo perverso ben presto si trasforma in un circo comico, dove la parola d’ordine è propinare il libro in qualsiasi modo anche fosse quello della vendita porta a porta.
Di solito il terreno di tale orda barbarica è il social network, che diviene una sorta di rivendita Folletto senza preventivo appuntamento, postando stralci del libro come fossero passi dell’ “Ulisse” di Joyce e costringendo i poveri lettori occasionali a sorbirsi continui rimandi all’opera prima.

In tutto questo i piccoli editori gongolano, perché tra parenti stretti, amici e fidanzati/e qualche copia si riesce anche a vendere e se moltiplicata per decine di endeca-mostri il guadagno è garantito.
Il fatto è che non li sentirete mai ammettere questa realtà, bensì sono soliti attaccare pistolotti pantagruelici sulla loro passione per l’arte e che attraverso la divulgazione di essa mai e poi mai si potrà ricavare del profitto.
Insomma dei novelli Francesco D’Assisi, che non badano alle proprie tasche perché troppo impegnati nella propaganda culturale, roba da far ridere se non fosse che ormai la cosa sta divenendo stucchevole al limite della decenza.
Troppe volte in rete si assiste allo scambio d’accuse fra editore e autore, a causa di promesse non mantenute. In fase contrattuale il piccolo editore sbandiera impegni che sa bene non potrà mantenere, garanzie di presentazioni dell’opera in luoghi altrimenti inaccessibili o millantando conoscenze nelle alte sfere culturali in grado di visionare e valorizzare il libro in questione. Tutte cose che una volta passato all’incasso il microbo non potrà far altro che disconoscere.
Per completezza di informazione è giusto da parte mia specificare che anche tra queste piccole case editrici c’è del buono, io stesso sono a conoscenza di editori seri, che certamente non navigano nell’oro e nemmeno vogliono arricchirsi con la letteratura. Persone che credono veramente in ciò che fanno e pensano che l’arte debba essere inserita al primo posto con tutti i rischi del caso.
Però come spesso capita nel nostro paese per uno che è degno ci sono almeno altri cento indegni.

Concludendo sono convinto che le grandi case editrici hanno molte colpe per il nichilismo culturale di questo millennio ma certamente la soluzione non va cercata nella creazione di micro organismi uni-letterari che basano le proprie strategie nella coltivazione di piccoli orti familiari.
Il dovere di questo tipo di editoria dovrebbe essere quello di educare il lettore alla novità artistica, quella autentica però, non quella studiata a tavolino. L’arte scrittoria, come tutte le arti è soprattutto ricerca, spunto di riflessione, amore per l’estetica, studio e conoscenza non un accozzaglia di sillabe banali e piatte quanto gli encefalogrammi di chi ne usufruisce.
Costringere un autore a pagarsi una pubblicazione vuol dire non credere nel suo talento, oltre che causare una dicotomia fra chi ha possibilità economiche e chi ne è privo per una qualsiasi situazione sociale.
E’ questo ciò che vogliamo ?

N.B. Spero che chiunque abbia avuto esperienze negative commenti l’articolo, anche non menzionando la casa editrice perché denunciare vuole dire mettere in guardia la prossima vittima di questi cialtroni.

Incontri. La biologia fotografica del tempo: Paolo Meoni


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Paolo Meoni usa l’immagine fotografica per entrare nella biologia del tempo. Scardina l’ortodossia dell’immagine come falsa identificazione di un’oggettiva visione, per mettere in moto  il condizionale dell’immagine,  il suo potenziale restato inespresso fino al momento in cui l’ultimo lavoro di intromissione dell’artista  sia terminato.  Meoni spinge oltre l’enunciato della staticità dell’immagine con una serie di strumenti tecnici (scanner, video, intromissioni di polvere e terre )  per studiare una velocità vitale sul soggetto, al di là del fardello temporale in cui l’esser stato corpo o luogo avverato in uno scatto, in un’unica possibilità di rappresentazione, sia superato dal condizionale possibile della manipolazione dell’artista; infatti spesso parla di genesi del risultato dell’immagine, un esatto ossimoro che slega ogni l’indole oggettiva dello scatto dalla passività di un unico ricordo. Nel mio lavoro – racconta l’artista toscano – ho sempre cercato, attraverso il tempo video, di mostrare    il tempo fotografico partendo appunto dalla fotografia  , oppure alludendo all ‘idea di scatto fotografico. Quest’attitudine , ma inversa, l’ho adottata anche in alcune serie di fotografie mostrando l’atto del sovrapporre come ad evocare lo scorrimento del tempo video.Quindi il mio lavoro in una certa misura parla della fotografia nei video e parla del tempo video attraverso la fotografia. Uno dei miei lavori, Rewind (2011)    è costruito lasciando la macchina da presa fissa che inquadra una scatola che si satura nel corso del tempo  di foto di varia provenienza  per lo più legate al corso della mia vita e della vita di persone  che conosco alle quali ho chiesto delle foto significative della loro. Le foto che ho scattato  io e quelle che mi sono state donate vengono riposte in questa scatola dei ricordi  nel corso di 18 minuti .Il tempo viene scandito attraverso il singolo rintocco delle foto che gettate nella scatola  una ad una , simulano  lo scatto fotografico stesso ovvero il  divenire stesso dell’atto fotografico. In questo modo  ri-scatto letteralmente l’immagine sia attraverso quindi il ‘suono’ della caduta ( come fosse il click dello scatto..) sia mostrando attraverso l’atto video una nuova visione dove i tempi legati alla singole foto si mescolano in un collage video in divenire  assolutamente imprevedibile . 

paolo meoni 1

paolo meoni 2

paolo meoni 3

1) Da dove partire? Dalle tracce. Più di ogni figurazione, i tuoi corpi sono e restano tracce in linee parallele, intoccabili fra di loro oppure dispersi in tracce di tempo o di buio.

Da dove (partire) ? Una traccia non è altro che  un atto apparentemente mancante, abbandonato ,un gesto disperso nel tempo e nello spazio. Si tratta spesso di rintracciarlo, sottolinearlo, mostrando la parte mai vista, l’inconsuetudine  nella consuetudine dell’oggetto ritratto , quell’oggetto del desiderio  che si ritrae sempre nel corpo  dell’immagine del corpo della pelllcola del reale.

2) Il tempo come persona. Il tempo è un fascino, malvagio o benevole si è incapaci di fuggire dai suoi interrogativi esistenziali. Il tempo scorre egoisticamente al di là dell’umana volontà, contenitore illimitato di eternità in cui la singola vita umana può goderne di una quantità incerta. Il suo battito “evidente” è il click di ogni fotografia che ognuno conserva. Così s’incarna il tempo?

Il tempo è sempre incarnato nel reale. La fotografia e il video disincarnano un istante o più istanti mostrandone un immagine. Io cerco di mostrare ciò che sta fra le immagini, e ciò che le immagini mostrano di cercare al proprio interno.

 3) Domanda per un  giovane artista. La funzione dell’unicità dell’arte, in tempi in cui i valori di conoscenza sono istituzionalmente tecnologici, quale cammino percorre?

L’arte  resta per me una suggestione , una visione cieca di una visione cieca, un oggetto del futuro  di cui non si ha percezione di nessuna funzione . L’opera si colloca  in uno spazio afono a qualsiasi percorso : Basta a se stessa ,e  neppure il pubblico-mondo è necessario 

4) Quello che è imperdibile e quello che si è già perso, in ogni caso, nelle molteplicità dell’Arte di questo secondo millennio.

Esiste una condizione che potremo dire senza mezzi termini esistenziale e quindi che appartiene all’arte e in quanto tale mancante di una qualsiasi linearità e prevedibilità. L’arte per quanto mi riguarda quando inizia ad illudere un idea che s’incarna in un immagine è spesso dentro ad una condizione che altrove e in altra epoca fu chiamata Flanerie…Le ragioni del mio lavoro sono dentro ad un palinsesto di sentimenti che scopro nei percorsi quotidiani in un altrove che ci circonda senza margini come ad esempio  lo sono le nostre periferie, nel loro essere sfrangiato, in perenne movimento, inattingibili..

Paolo Meoni
Nato nel 1967 a Prato, dove vive e lavora, Paolo Meoni usa video, fotografia e altre tecniche di acquisizione e manipolazione delle immagini per una ricerca incentrata sulle mutazioni del territorio. Dopo aver vinto nel 2010 il premio Terna03 nella categoria Megawatt, Meoni ha avuto mostre personali nelle gallerie Casamasaccio, Dryphoto e Die Mauer, ed ha partecipato a “Palinsesti 2010 – Storyboard” di San Vito al Tagliamento e al 32° Film festival mediterraneo di Montpellier.
Nel 2012 ha partecipato alla collettiva del MAN di Nuoro “L’evento immobile. Sfogliare il tempo”, alla selezione del Premio Terna tenutasi al Multimedia Art Museum di Mosca e a “Mondi”, di nuovo alla galleria Die Mauer di Prato.