Femminimondo – Alessandra Carnaroli


Femminimondo  - Alessandra Carnaroli

martedì
undici maggio
lei
lo respinge
lui le dà
fuoco
o mia o
di nessuno

la pelle è un foglio che finisce subito
ti resta tra le dita solo la carne
che gli fa male tutto anche la luce
come se ti svegli la mattina e guardi subito la televisione
come se l’aria è una gonna di carta vetrata
la tuta dell’adidas si attacca nelle gambe
è come se lecchi una fettina congelata e ti resta nella lingua
e dopo un po’ te la spacca
da piccola ci giocavo sempre quando mia madre
tirava fuori
i ghiaccioli
per farci l’acqua freddissima
io ci mettevo la lingua
appiccicata
mia madre diceva stupida stattenta che ti bruci
ti resta attaccata per sempre ti fa la cicatrice
adesso è come se sono un vestito dell’estate che l’anno dopo non ci entri più
e invece ci vuoi entrare per forza ti sforzi tutta sembra che fra un po’
scoppi
i capelli invece per fortuna quelli non hanno preso fuoco

Sei catapultato lì, a un millimetro dal peccato, sulla punta del coltello, immerso nel sangue attorno all’occhio tumefatto. Se non sei il cadavere sei l’assassino, se non sei la vittima sei il colpevole. Non c’è più distanza. E come potrebbe essercene ancora? Il mondo descritto da Alessandra Carnaroli è il mondo che c’è là fuori, senza fronzoli, senza vane illusioni, senza scuse né reticenze. Quel mondo, il nostro mondo, è un posto molto sporco, corrotto, distorto, dove la vita di una donna non vale quanto la vita di un uomo, dove dio è maschio e il peccato originale si può sempre riversare sopra una qualsiasi eva di turno, dove l’individualismo imperversa libero di far danno, di distruggere ma è sempre più libero e più nefasto se l’individuo in questione è uomo.
Non è crudezza, non è violenza fine a se stessa, è svelamento, è squarciare le tende di quell’intimità casalinga dove si pensa che tutto sia perfetto, dove imperversa invece il vero caos che sta facendo marcire le nostre società. La famiglia è diventata il posto ideale dove riversare le frustrazioni dell’insensato vivere moderno, picchiando e violentando i nostri figli nel silenzio, uccidendo quasi una donna al giorno. È così. È inutile credere ancora il contrario. Non si può più voltare lo sguardo dall’altra parte. La sacralità della domus ha lasciato il passo alla spettacolarizzazione della violenza. Allora, se le mura domestiche sono state profanate, perché non guardarci là dentro? Perché non confrontarci con la realtà? Perché non renderci conto di quanto realmente facciamo ribrezzo come esseri umani?
Non è uno sguardo disinteressato e totalmente emotivo, come quello di milioni di telespettatori davanti al programma scandalistico in prima serata. È il tuo occhio a un millimetro dalla lama, è il tuo stomaco sconquassato sotto i colpi dei cazzi, è il tuo sangue quello che bevi durante l’ultimo bacio. È uno sguardo coraggioso, in una società in preda al panico. Uno sguardo cosciente, in mezzo a tanti piccoli esserini che giocano a fare i grandi, i moderni. Uno sguardo realista, in una realtà che non può più permettersi di far finta di niente, l’omertà.
Perché, pare chiedere implicitamente la Carnaroli, allora, non cercare di capire? Perché non lo vogliamo capire? Femminimondo, Alessandra Carnaroli, Edizioni Polìmata, Roma 2011.

sabato
ventinove maggio
padre

mi spegnavi le candele nel sedere
così contavo quanto ci badavo
a diventare grande
a farmi crescere le ghiandoline a farci venire il latte
ti chiamavo mostro ma solo di notte
quando mi sentivano i muri attaccati con la muffa
e il cruciverba che mi mancava sempre una parola
tu mi dicevi vieni qui che te la dico in un orecchio
e ci lasciavi la lingua
i denti
lo stomaco sporco che mi passava da dentro
lasciava le macchie come le ciliegie sui panni
tirava giù i piatti i reni mi veniva il prolasso
dell’osso

soffocata nel letto
con la stoffa
in bocca
la donna
ecuadoriana
era a v
da quindici giorni
si prostituiva

si fa così coi maiali con le bestie
le leghi nel cancello
le fai morire d’aria
la pelle gli suda gli tira tutta
vedi che sotto c’è il sangue arrampicato sugli ossi
vedi che si sforza per arrivare al cervello
alla fine non gli arriva più niente
casca dal letto come le foglie
stava
la puttana
in autunno
marrone

sette agosto
turistafrancesce
violentata
a
dopo serata
a
da

turistafrancese
hai bevuto moltissimo e quindi ti posso scopare
ti metto contro il muro tanto anche io ho bevuto
e te lo metto dentro molto forte perché tanto non senti niente
l’alcol si usa anche per il mal di denti
per disinfettare gli orecchini prima di metterli
per accendere il fuoco alla svelta
viene il sangue vuol dire che ho rotto qualcosa
tipo la pelle la pancia
forse ho bucato un polmone
allora ti sgonfi
gli occhi ti vanno all’indietro le tette anche
e non sei più bella come prima e sporchi
quindi è meglio se ti lascio qui
e ti trovano domani mattina
quando il sangue ha finito
di farti i capelli come il legno
ti fanno la croce
che non ti stanno neanche bene
eri meglio prima

Alessandra Carnaroli (13/04/1979, Fano-PU), vive a Piagge (PU). Pubblica nel 2001 Taglio intimo, Fara editore. Nel 2005 la raccolta poeticaScartata è finalista al premio “A. Delfini”. Nel 2006 alcune poesie sono pubblicate, con una nota di A. Nove, in 1° non singolo (sette poeti italiani) Oèdipus edizioni. Nel 2011 pubblica FemmINIMONDO, Polimata, con una nota di T.Ottonieri. Nel 2011 partecipa a RicercaBo. La raccolta inedita Prec’arie è finalista al premio Miosotis 2011, D’If edizioni. Prose e racconti sono pubblicati in diversi siti e riviste (Alfabeta2, Il Verri, Atti Impuri, Nazione Indiana).

(note biografiche dal sito di Pordenonelegge)

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17 pensieri su “Femminimondo – Alessandra Carnaroli

  1. Inutile inventare giri di parole e strutturare un qualsiasi discorso saccente. E’ ora di finirla davvero, la violenza sulle donne è una piaga da estirpare ad ogni costo e non bastano solo le pene certe ma leggi durissime.
    Bello l’articolo e belli gli scritti che quando sfiorano questi argomenti rischiano la banalità, invece devo dire che centrano il punto. Complimenti !

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  2. Le leggi durissime non bastano, occorrono cambiamenti di mentalità con la cultura, il dialogo, assemblee, discussioni e molto molto altro ancora. Distruggere i miti, il maschilismo, il machismo, la violenza e il potere sull’altro….
    Mi compiaccio per l’autrice e per la scelta dei testi, per l’articolo, perchè sono chiodi che fanno male e denunciano, aiutano a comprendere e a riflettere.

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  3. Dobbiamo imparare a nominare la violenza sulle donne: si chiama femminicidio, uccisione della donna in quanto tale, in quanto persona che non intende più rispondere a quegli stereotipi culturali e sociali che la definiscono in due immagini limitanti. Santa sottomessa o puttana. L’eliminazione fisica è solo l’ultimo atto di una violenza quotidiana e costante, fisica e psicologica che nella maggior parte dei casa si consuma in famiglia. Non esiste il raptus ma la lucida eliminazione fisica che conclude l’opera di annientamento psicologico. C’è poi il femminicidio culturale: l’eliminazione della donna come soggetto politico e sociale capace di autodeterminarsi, di fare scelte e produrre azioni personali. Non richiediamo l’inasprimento delle pene o leggi durissime ma leggi che ci permettano una nuova rappresentazione e una nuova manifestazione. Riconoscere gli stereotipi sessiti, decostruirli e costruire immagini e narrazioni diverse. per uscire dall’emergenza sociale non servono le quote rose e una ministra in lacrime ma la convinzione che le donne siano persone con potere decisionale e potenza, non un semplice terreno di guerra sul quale combattere battaglie ideologiche (aborto, legge 40), non un semplice amortizzatore sociale al quale affidare la cura della famiglia (figli e anziani e mariti in cassa di integrazione). Persone. avanti. (ho pisciato fuori dal vaso? pardon)

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  4. Ps. Non è una lotta contro gli uomini, ma contro una culturale patriarcale che pretende di trasformare le donne in femmine (riproduttive sennò vale meno) da tutelare e uomini protettori-tutori oppure le donne in vittime e gli uomini in carnefici. Non è così, gli stereotipi sono limitanti sia per le donne che per gli uomini ma in questo momento storico c’è un’emergenza: sono le donne a rischiare di più e ad esserne maggiormente danneggiate.

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    • Sottoscrivo in pieno, Cara Alessandra, è una “battaglia” che va portata a termine con decisione. Con fronte alta e sguardo deciso, proprio come quelli che offri con le tue parole.

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  5. Densa e vivida la testimonianza poetica, grazie a tutti e due.
    Alessandra, una vertigine che cade di lato, proprio al centro della scena, dove di solito non ci piace guardare. Il dramma viene da lontano, c’è un enorme vincolo culturale da sciogliere intorno al nostro concetto di dio padre e unico, alla conseguente declinazione delle dignità relative al mondo.

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  6. Non che non condivida i commenti sopra, le uccisioni e sevizie avvenute pur la donna avendo preso distanza dall’aguzzino, ma dico forse che conviene indagare e sarebbe interessante, le origini di questa società patriarcale. Origini su cui nessuno indaga e che per me restano un mistero. E’ un fatto storico, che ad un’analisi sommaria deriva pure dal Cristianesimo. Molto potenti ed apprezzatissime dunque queste poesie.

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  7. Forse, più che di cristianesimo parlerei di santa romana Chiesa e della sua visione della donna ridotta a utero da colonizzare. Sono parole forti, come forti sono le offese delle istituzioni ecclesiastiche a chi non rientra nella suo ordine naturale (che di naturale, essendo una costruzione culturale finalizzata a mantenere e gestire il potere, ha ben poco). In linea di massima credo che per mantenere il potere sia necessaria una suddivisione rigida dei ruoli, perché nulla si inceppi e per quanto riguarda la cultura patriarcale si sia voluto limitare il ruolo femminile a quello di madre e cura. Concedendogli pochi bonus (quello dell’istinto materno e della sensibilità) che si sono rivelati più una gabbia che altro. Uscire da questo ruolo, pretendere di autodeterminarsi in quanto persona viene letta come un attacco all’ordine precostituito, un attacco da reprimere con leggi limitanti e richieste pressanti di adeguarsi al modello imposto.

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  8. È più antico il patriarcato, ben più antico del Cristianesimo e della Santa Romana Chiesa, “soggetti” che ovviamente hanno consolidato a loro favore l’antico ordine. Le comunità pagane premonoteiste erano, con pochissime eccezioni, patriarcali. Dobbiamo risalire alle società nomadi per trovare, pur nella rigida divisione del lavoro, una sorta di equiparazione di ruolo, e di potere. La necessità della sopravvivenza rendeva tutti i soggetti più importanti per il resto del gruppo (clan). Lì il capo in alcuni casi era uomo, in altri era donna. È con i primi stanziamenti, l’agricoltura prima, l’allevamento poi, quindi con condizioni di sussistenza sempre più facile, che l’amministrazione del potere ha richiesto una codificazione, sempre tramite l’uso della violenza. Da lì deriva per l’uomo, nella maggior parte dei casi almeno (esistono tutt’oggi esempi di comunità matriarcali…), la sua egemonia sulla donna.
    Spero di essere stato esauriente. Sta laurea in Sociologia (a Urbino) forse è servita a qualcosa…

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  9. Ed è così che si continua
    tu bambina
    gioca
    rosa
    nella cucina
    ultima moda
    strofina
    pellicina
    rosica l’unghia
    mentre
    tuo fratello
    esplora
    parte guerriero
    opera a cuore
    aperto
    tu
    infermiera
    pronta
    con il pappagallo
    tu madre apprensiva
    controlla/
    baby mia
    ha la bua
    big jim applaude
    barbie modella
    in mutande

    (da un’indagine sugli stereotipi sessisti riprodotti nelle pubblicità di giocattoli, perché anche così
    si comincia e, appunto, si continua, si rinforza chi resta dentro la stanza chi, invece, avanza)

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    • ci si ferma, infatti, all’eva tentatrice, che “partorì disobbedienza e morte” e a maria, che “concepì fede e gioia”, “il figlio di dio”: due modelli distinti e potenti, invadenti ed esclusivi per i quali o si diventa esempi di virtù, devozione e accettazione o si cade. Si ritorna al ni pute ni soumis, agli unici due modi che ci sono concessi per essere riconosciute come femmine: una distinzione limitante che riduce l’individuo ad oggetto di cui disporre, sul quale esercitare il proprio potere. Potere e controllo anche e soprattutto sul corpo, inteso come mezzo di riproduzione, di prosecuzione del potere stesso: di padre in figlio appunto. maschio.

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  10. Vorrei ringraziare chi ha aperto questo spazio alla discussione su un tema dolorosamente attuale che resta però troppo spesso confinato in un “margine” di genere, salvo poi riaffiorare come punta drammatica ad ogni nuovo, violento femminicidio. La prevenzione della violenza comincia con la consapevolezza che esiste un gap culturale, sociale e politico tra una supposta uguaglianza di genere e la realtà. Finché un intero genere verrà considerato come territorio di conquista e sottomissione, come oggetto di possesso confinato all’ambiente domestico e preposto alla riproduzione e alla cura di figli e anziani, come ammortizzatore sociale più che soggetto attivo, continueremo nell’elenco triste di nuove violenze. Si può essere femminista senza essere donna: essere femminista, a mio avviso, non significa sostenere una supposta “supremazia” del genere femminile (come il vota donna o il donna è meglio) anzi, è un impegno perché la cultura delle differenze venga superata così come vengano superati i generi stessi (in quanto costruzioni sociali, politiche e culturali finalizzate alla limitazione delle libertà personali e al mantenimento dello status quo) per dare ad ogni individuo, in quanto persona, la possibilità di realizzarsi. La violenza sulla donna in quanto donna e quindi naturalmente sottomessa è un sopruso da combattere attraverso l’impegno quotidiano per abbattere quegli stereotipi sessisti che ci rendono tutt* schiavi di un “non detto”, di una “trasmissione culturale” implicita e potente. Grazie ancora per questo spazio per chi volesse continuare l’impegno, una piccola, importante lotta qui: http://www.facebook.com/events/150251925141409/?fref=ts

    Rispondi
    • mi unisco ad alessandro, siamo noi a ringraziare te.
      quest’argomento ci tocca da vicino in tutti i sensi.

      e se vorrai e avrai bisogno di uno spazio in più per dire, anzi gridare. WSF è anche un po’ casa tua e di tutte le donne e della loro voce, necessaria.

      Rispondi

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