Progetto FotoPoetico MeTe: quando una polaroid è la consistenza della parola – Fabio Trisorio&Silvia Rosa


“Considero la Polaroid l’occhio del sogno.”

Fabio Trisorio

Questo progetto è notevole, meritevole di attenzione soprattutto da parte mia, da sempre favorevole all’unione foto-poetica, due anime s’incontrano e…nasce il progetto MeTe.

mete

Lo scatto avviene nell’attimo in cui tu sai che ci saranno parole?

Fabio: Quando scatto una fotografia so già che ci saranno parole, silenziose, non dette. Sono quelle che il luogo e la luce raccontano al mio mondo interiore e che provo a trasformare in immagini. Non penso mai, o quasi, alle parole che potrebbero derivare dalle mie fotografie. L’ho fatto solo una volta e allora ho chiesto a Silvia di scrivere sulle mie immagini, di dare loro voce e consistenza di parola, e così è nato il progetto MeTe.

Parlaci della scelta – dell’attimo che ti senti pronto.

Fabio: Per me è un essere scelti. Parafrasando Jean Baudrillard potrei dire: quando quell’angolo di mondo ti pensa e ti riflette, è in quell’istante che vieni scelto, ed è quell’istante che devi impressionare sul tuo supporto fotosensibile.

Un fotografo può costruire le sue immagini da zero, facendo affidamento sulla propria creatività, sulla propria tecnica e sulla propria capacità di raccontare una storia con le immagini. Spesso però ci si trova nella condizione in cui un luogo, una persona, un animale, un oggetto, ci chiedono insistentemente di essere fotografati. Come fossero degli ignari committenti i quali ci pagheranno per questa nostra attenzione con l’immortalità di un’immagine.

Naturalmente la possibilità di un’attesa creativa mi è permessa perché, nei miei progetti, non devo rispondere alle logiche di efficienza e rapidità, come succede ad esempio nella redazione di cronaca di un quotidiano, dove non puoi concederti pause di meditazione. Lì il lavoro va portato a casa velocemente. Per certi versi quello è un fotografare più complicato.

numero4

Non c’è un luogo
qualunque una terra
sicura una radice di senso
– almeno una –
eppure
è tutto uno sbocciare inquieto
di verde
la muffa acida della noia
che sta ovunque
ed io mi sono un’ombra
di un’ombra cupa
ghiotta
della trasparenza incerta della foglia
quando non si sa
se cresca ancora
o muoia.

[foto/poesia: Fabio Trisorio&Silvia Rosa]

E le parole sono il filo – il passo con cui racchiudere la fotografia? L’innesco avviene subito?

Fabio: Credo che le nostre vite e i nostri rapporti siano intessuti di parole, ma rispettando una mia regola, che impone al fotografo di non parlare troppo, lascio questa risposta a Silvia…

Silvia: Le parole sono un linguaggio altro con cui le immagini si dicono, dicono di sé. Se un testo è scritto per una fotografia, è parte di essa, nasce e si definisce nello spazio di quello scatto, ma poi si apre anche a un racconto che spesso va oltre l’attimo o il frammento di vita che la macchina fotografica ha colto e fissato. Per il progetto MeTe ho lavorato in due modi diversi: scrivendo a partire dall’immagine stessa, osservandone tutti i più piccoli dettagli, lasciandola decantare nel mio immaginario e aspettando che spuntassero le parole per dirne ogni sfumatura emotiva, ma anche adattando testi scritti in quel periodo in momenti non necessariamente legati all’osservazione delle foto. Il fatto è che se in un dato periodo si entra in relazione profonda con alcune immagini, che vanno a lavorare sull’inconscio, in un certo senso quelle immagini sono comunque presenti e agiscono come stimolo e fontedi ispirazione, e ciò che si scrive un poco risente della loro atmosfera anche se lì per lì non si trovano nessi evidenti di questo legame. Io poi non so, ho l’impressione che le immagini spesso mi parlino, mi raccontino delle storie, e quando le scrivo mi chiedo da quale distanza siderale siano arrivate a me, da dove abbiano preso vita. Io presto loro poche parole, ma la trama di senso è già impressa a priori.Così mi sembra.

numero5

Panna una macchia di tepore, spuma di zucchero ruvida granella di onde, bevute centellinandole al bordo, in una grinza del labbro umida. Vortica il ricordo sul palato, è l’arabesco del tuo sapore che ho ritrovato in un’ansa golosa della bocca, e che mi sazia, che mi brucia la gola svuotata del battito morbido di farfalla, muta dell’ala soffice del tuo nome che inghiottivo vibrando in un volo, sfiorandoti sulla lingua goccia a goccia, desiderando l’arsura che tu – solo – sapevi incendiarmi

[mi nutrivi di parole come chicchi di cacao – (d’)amare -, che mi sgocciolavano sull’inguine sciolti gli avverbi di tempo tutti i bavagli candidi dell’indecisione, a pungermi il ventre di fame].

[foto/poesia: Fabio Trisorio&Silvia Rosa]

Il coraggio di raggiungere la forma delle cose, nella fotografia e nelle parole, parlateci di questo vostro sentire che si congiunge.

Fabio: È il coraggio degli avventurieri! Credo che il nostro sentire viaggi in mondi paralleli. Quanto a me:cerco di addomesticare le ombre aiutandomi con la luce.

Silvia: Le parole sono uno strumento potentissimo per dare forma al mondo, per raccontarlo, per interpretarlo, per definirlo, ma anche per tradirlo, per male/dirlo, per ridurlo a un cerchio bidimensionale che trova sulla carta solo il respiro corto di un movimento ripetuto tra quattro righe, autoreferenziale. Se c’è coraggio possibileè prima di tutto nella scelta di non usare le parole, ma di viverle in tutta la loro interezza, di abitarle con il proprio sguardo, e poi di lasciarsi abitare -come una casa accogliente e luminosa- da tutti i molteplici significati che portano con sé. Le parole sono un filo sottile che crea legami molto profondi, sono le briciole lasciate apposta sul sentiero che porta alla possibilità di un incontro con gli altri, nello spazio aperto di un dialogo. Ecco, MeTe, in un certo senso è un dialogo tra due mondi paralleli, come suggerisce Fabio, che si specchiano vicini,trovandosi simili in tutte le loro diversità.

Ringrazio di cuore Fabio e Silvia, per averci regalato questa splendida intervista, ma non è finita qui…vi regalano qualcosa…alcuni scatti di Fabio e dei testi, che io stessa scelgo dall’ultima fatica letteraria di Silvia.

Fotografie di Fabio Trisorio:

fronte città  101

fronte città  106

fronte città  109

Testi di Silvia Rosa:

sms #3

vorrei starmene qui a fissare geometrie marine,
cadere nel cono luminoso dell’estate senza uscita,
precipitare con le ciglia incollate a sale e sabbia
nella quiete tenera di questa rimozione di me,
dimenticarmi quaggiù quando le ombre si fa-
ranno fitte, non voltarmi, non voltarmi indietro,
colare piano nel presente, un grumo secco che si
scioglie e fluisce nel domani

sms #25

[un vestitino di baci cucirò leggero con labbra
tenere e dita fiorite di mille carezze, per quei tuoi
occhi belli di cielo con fogliolina di sole appesa
a un sorriso] ti soffio sulla guancia un bacio,
che ti faccia da sciarpina calda lungo la strada,
da portare sulle labbra perchè il gelo di sentieri
lastricati duri di parole e di giudizi non sfaldino
il candore e la dolcezza tutta che sono – quando
si muovono lievi nei silenzi accoglienti che in-
ventiamo per noi

sms #47

il sangue caldo nelle vene sottopelle pulsa messag-
gi in codice, non ho più parole, devo inventarmi
una lingua nuova fitta di sorrisi del cielo terso dei
tuoi occhi delle tue mani il punto e a capo delle
tue labbra la parentesi tonda dell’esitazione, la
dolcezza che ha il tuo nome, ora, vorrei imparare
a dire questo mondo altro, vorrei imparare a dirti

da SoloMinuscolaScrittura, La Vita Felice, 2012

Biografia:

Silvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino. Laureata in Scienze dell’Educazione, scrive poesie e racconti e partecipa a letture e reading poetici. Nel 2008/2009 ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino. I suoi lavori sono apparsi in numerosi siti, blog letterari, riviste e in volumi antologici editi da Ananke Edizioni, Perrone Editore, LietoColle, Smasher Edizioni, La Vita Felice.
Nel 2010 ha esordito con il libriccino di racconti «Del suo essere un corpo» (Montedit Edizioni) e con la raccolta poetica «Di sole voci» (LietoColle). Nel 2011 ha pubblicato «Corrispondenza(d)al limite [Fenomenologia di un inizio all’inverso]» per la Clepsydra Edizioni (con immagini fotografiche di Giusy Calia), testo finalista alla XXV edizione del Premio Lorenzo Montano, sezione prosa inedita.
Ha preso parte nel 2011 ad Alfabetomorso – mostra collettiva di arti visive e poesia presso la galleria d’arte EnPleinAir di Pinerolo (To). è coautrice, insieme al fotografo Fabio Trisorio, del progetto fotopoetico «MeTe», di cui ha firmato i testi.

Fabio Trisorio nasce a Roma nel 1972 e ci vive (di questi tempi è già un successo). A 12 anni la sua prima Kodak Instamatic. La Polaroid, il suo amore a prima vista. La sua fotografia è “ancora” fortemente analogica (bianco e nero) ma non è contro la fotografia digitale. La sperimenta” ma non ne resta affascinato.
Ha viaggiato molto come marinaio facendo esperienze che hanno influenzato non poco il suo “occhio”. Fa parte del collettivo romano Gruppo di Cultura Fotografica.
Ha al suo attivo mostre personali e collettive.

MeTe: http://www.polamete.net/

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5 pensieri su “Progetto FotoPoetico MeTe: quando una polaroid è la consistenza della parola – Fabio Trisorio&Silvia Rosa

  1. Una collaborazione molto intensa. Immagine e parola sono una forza palpabile che riesce a trasformare il reale e a cederlo un pò alla volta con garbo e profondità. Molto apprezzato, complimenti

    Rispondi
  2. Trovo notevole la profondità e lo spirito artistico che accompagna questo progetto. I testi mi piacciono molto e poi su queste parole ” quando quell’angolo di mondo ti pensa e ti riflette, è in quell’istante che vieni scelto ” , ecco qui le mie antenne hanno vibrato fortissimamente.

    Rispondi
  3. A nome di MeTe ringrazio per l’ospitalità WSF e Antonella Taravella per questa intervista, che ha stimolato un inedito dialogo tra Fabio e me, un raccontarsi (di) nuovo le motivazioni che hanno spinto entrambi a credere in questo progetto, nato per caso nel 2010, che ha avuto una lunga gestazione tra pause piuttosto prolungate e improvvisi ritorni e che da quasi un anno ormai è entrato nella fase espositiva vera e propria: di tappa in tappa il viaggio di “MeTe” continua infatti, itinerante, accolto da diverse realtà (tra cui gallerie di arte contemporanea, Circoli Arci, una sede di Circoscrizione di quartiere…) presentato sempre con performance fotopoetiche dal vivo, perché l’ibridazione dei linguaggi artistici (fotografia e scrittura), che è l’anima di MeTe, sia visibile e centrale anche nel momento dedicato all’inaugurazione di ogni singola mostra.

    Grazie per i commenti di apprezzamento!

    E poi un grazie speciale a Maria Cna Fornari, che è stata la madrina di questo progetto, sul quale ha scritto un’interessante e lucida riflessione critica (per chi volesse leggerla è pubblicata sul sito di MeTe).

    Un caro saluto a tutti i collaboratori e lettori di WSF 🙂

    Silvia

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