Femminimondo – Alessandra Carnaroli


Femminimondo  - Alessandra Carnaroli

martedì
undici maggio
lei
lo respinge
lui le dà
fuoco
o mia o
di nessuno

la pelle è un foglio che finisce subito
ti resta tra le dita solo la carne
che gli fa male tutto anche la luce
come se ti svegli la mattina e guardi subito la televisione
come se l’aria è una gonna di carta vetrata
la tuta dell’adidas si attacca nelle gambe
è come se lecchi una fettina congelata e ti resta nella lingua
e dopo un po’ te la spacca
da piccola ci giocavo sempre quando mia madre
tirava fuori
i ghiaccioli
per farci l’acqua freddissima
io ci mettevo la lingua
appiccicata
mia madre diceva stupida stattenta che ti bruci
ti resta attaccata per sempre ti fa la cicatrice
adesso è come se sono un vestito dell’estate che l’anno dopo non ci entri più
e invece ci vuoi entrare per forza ti sforzi tutta sembra che fra un po’
scoppi
i capelli invece per fortuna quelli non hanno preso fuoco

Sei catapultato lì, a un millimetro dal peccato, sulla punta del coltello, immerso nel sangue attorno all’occhio tumefatto. Se non sei il cadavere sei l’assassino, se non sei la vittima sei il colpevole. Non c’è più distanza. E come potrebbe essercene ancora? Il mondo descritto da Alessandra Carnaroli è il mondo che c’è là fuori, senza fronzoli, senza vane illusioni, senza scuse né reticenze. Quel mondo, il nostro mondo, è un posto molto sporco, corrotto, distorto, dove la vita di una donna non vale quanto la vita di un uomo, dove dio è maschio e il peccato originale si può sempre riversare sopra una qualsiasi eva di turno, dove l’individualismo imperversa libero di far danno, di distruggere ma è sempre più libero e più nefasto se l’individuo in questione è uomo.
Non è crudezza, non è violenza fine a se stessa, è svelamento, è squarciare le tende di quell’intimità casalinga dove si pensa che tutto sia perfetto, dove imperversa invece il vero caos che sta facendo marcire le nostre società. La famiglia è diventata il posto ideale dove riversare le frustrazioni dell’insensato vivere moderno, picchiando e violentando i nostri figli nel silenzio, uccidendo quasi una donna al giorno. È così. È inutile credere ancora il contrario. Non si può più voltare lo sguardo dall’altra parte. La sacralità della domus ha lasciato il passo alla spettacolarizzazione della violenza. Allora, se le mura domestiche sono state profanate, perché non guardarci là dentro? Perché non confrontarci con la realtà? Perché non renderci conto di quanto realmente facciamo ribrezzo come esseri umani?
Non è uno sguardo disinteressato e totalmente emotivo, come quello di milioni di telespettatori davanti al programma scandalistico in prima serata. È il tuo occhio a un millimetro dalla lama, è il tuo stomaco sconquassato sotto i colpi dei cazzi, è il tuo sangue quello che bevi durante l’ultimo bacio. È uno sguardo coraggioso, in una società in preda al panico. Uno sguardo cosciente, in mezzo a tanti piccoli esserini che giocano a fare i grandi, i moderni. Uno sguardo realista, in una realtà che non può più permettersi di far finta di niente, l’omertà.
Perché, pare chiedere implicitamente la Carnaroli, allora, non cercare di capire? Perché non lo vogliamo capire? Femminimondo, Alessandra Carnaroli, Edizioni Polìmata, Roma 2011.

sabato
ventinove maggio
padre

mi spegnavi le candele nel sedere
così contavo quanto ci badavo
a diventare grande
a farmi crescere le ghiandoline a farci venire il latte
ti chiamavo mostro ma solo di notte
quando mi sentivano i muri attaccati con la muffa
e il cruciverba che mi mancava sempre una parola
tu mi dicevi vieni qui che te la dico in un orecchio
e ci lasciavi la lingua
i denti
lo stomaco sporco che mi passava da dentro
lasciava le macchie come le ciliegie sui panni
tirava giù i piatti i reni mi veniva il prolasso
dell’osso

soffocata nel letto
con la stoffa
in bocca
la donna
ecuadoriana
era a v
da quindici giorni
si prostituiva

si fa così coi maiali con le bestie
le leghi nel cancello
le fai morire d’aria
la pelle gli suda gli tira tutta
vedi che sotto c’è il sangue arrampicato sugli ossi
vedi che si sforza per arrivare al cervello
alla fine non gli arriva più niente
casca dal letto come le foglie
stava
la puttana
in autunno
marrone

sette agosto
turistafrancesce
violentata
a
dopo serata
a
da

turistafrancese
hai bevuto moltissimo e quindi ti posso scopare
ti metto contro il muro tanto anche io ho bevuto
e te lo metto dentro molto forte perché tanto non senti niente
l’alcol si usa anche per il mal di denti
per disinfettare gli orecchini prima di metterli
per accendere il fuoco alla svelta
viene il sangue vuol dire che ho rotto qualcosa
tipo la pelle la pancia
forse ho bucato un polmone
allora ti sgonfi
gli occhi ti vanno all’indietro le tette anche
e non sei più bella come prima e sporchi
quindi è meglio se ti lascio qui
e ti trovano domani mattina
quando il sangue ha finito
di farti i capelli come il legno
ti fanno la croce
che non ti stanno neanche bene
eri meglio prima

Alessandra Carnaroli (13/04/1979, Fano-PU), vive a Piagge (PU). Pubblica nel 2001 Taglio intimo, Fara editore. Nel 2005 la raccolta poeticaScartata è finalista al premio “A. Delfini”. Nel 2006 alcune poesie sono pubblicate, con una nota di A. Nove, in 1° non singolo (sette poeti italiani) Oèdipus edizioni. Nel 2011 pubblica FemmINIMONDO, Polimata, con una nota di T.Ottonieri. Nel 2011 partecipa a RicercaBo. La raccolta inedita Prec’arie è finalista al premio Miosotis 2011, D’If edizioni. Prose e racconti sono pubblicati in diversi siti e riviste (Alfabeta2, Il Verri, Atti Impuri, Nazione Indiana).

(note biografiche dal sito di Pordenonelegge)

Annunci

Estensioni del tempo – Martina Campi


Il sostantivo tempo ci attraversa. A nome e parola, tempo, compare una distesa di pensieri insicuri, si materializza il disaccordo fra  l’ossessione dell’infinito, dalla misurazione umana irrealizzabile , che deride il suo contrario, umano, mortale ed ineguale, il tempo umano instabile, soggetto a norme naturali, senza alcun diritto di replica o di possesso. Il tempo è un corpo che ci attraversa comunque, in accordo o disaccordo con la volontà, generando una diplopia che può fortuitamente adattarsi o sfortunatamente discordare con la misura della vita, ma resta in fondo una percezione sdoppiata tra due termini,  vivo\vissuto. Di quale tempo sia impregnato il lavoro poetico di Martina Campi, “Le estensioni del tempo”, si prende la misura già nei suoi primi versi, attraverso l’uso di una disarmante dolcezza che addomestica la paura, “la cerimonia del tuono va da giù a su (e da su a giù) e non si rompe niente ma tutto si trasforma“: il tempo unicorno trova la parola vergine che lo doma, si fa attraversare ed il libro si apre di raffinate condivisioni di sentimenti e riflessioni. “Più che a modificarli, una poesia insegna a contemplare i pensieri” indicava  Simone Weil, e  la raccolta risulta  ben ancorata nel reale:  il sogno o la visione non sono i soggetti delle riflessioni del verso.  Il verso della poetessa cerca la verità attraverso un linguaggio personalissimo, in cui si apre ad assonanze e lessemi che si distribuiscono in una costruzione stilistica fluida e immediata. Non ci sono fratture o suoni aspri, le poesie hanno un lessico dolce, dalla rima piana, rima femminile per antonomasia come viene indicata da secoli, il ritmo è fluido e si crea attraverso dei filamenti di dieci sezioni o meglio ancora di dieci movimenti, di dieci partiture senza standard, come in senso jazzistico, unite dallo stesso suono fluido ed elegante. I versi prediligono la brevità, ed accolgono ritmi, assonanze, alcune volte anche  rime accennate.

Quale tempo? Tutto il tempo. Il tempo come Natura, come Memoria, come Universo. L’estensione è universale, i dieci capitoli del libro sono frammenti di tempo da ricomporre, ma il luogo del libro è un luogo domestico, un luogo familiare. Forse è un’estensione di una casa ancora ospitale dove “in basso al pavimento\lasciarsi chiamare\lasciarsi sentire\i suoni vivi della strada“, o di un luogo dove riconoscersi o dove essere riconosciute “ti vorrei toccare\così sentiresti\che sono io\ e non la sintassi di un’idea“, in cui vivere il tempo del riposo e della veglia, riconoscendo la possibilità di trovare la grazia lì dove “nello scivolare\dondolare\oltre la sera\ partecipano\ gli oggetti \cari“.  Un mondo addomesticato ma ancora segreto e misterioso, dove l’io narrante è legato al femminile, la pancia, la gatta , “e che il tutto\è a pancia all’aria\come un gatto” , l’acqua che scorre nella pioggia o che si accumula per riempire “memorie instabili, la sete, sotto i capelli”, il fiume in piena.

Le parole riprendono il tempo, e con grazia eterea gli parlano ancora. “Per quanto possa sembrare\abbiamo da imparare \che il tempo non esiste\ è solo il dentro\che si espande“. La negazione del tempo come paura, passa infatti attraverso l’uso continuo che la poeta fa del verbi all’infinito. Infinito scelto affinché le  azioni (e la vita) non siano misurabili al passato e nemmeno immaginate in un indeterminato svolgimento. Sono tempo  all’infinito perché in continuo svolgimento, non ci sono confini; le stagioni sono accennate ma non riconoscibili ad esempio, così le poesie del capitolo “Questi fogli senza nome” chiedono all’Altro di essere riconosciute, indicano che “la via d’uscita\è l’amore”  nonostante le inquietudini che affiorano al suo confronto, come ombre che corrono incontro o come il desiderio di fermarsi e ritornare indietro nel proprio tempo. In tutta la sezione degli Incontri del Sole,  lo spazio è occupato dal passato, fra ricordi di guerre lette nei libri e giorni chiusi dalle notti dove le scale ingialliscono, le chiuse delle poesie invitano ad andare a ritroso, ” accoccolati, cuccioli, primordiali\ accolti” o ancora “nel movimento impaziente dell’accucciarsi“. Il linguaggio non denuncia, ma evidenzia, poesia dopo poesia, che il tempo è imperfetto  “per buona sorte\ la perfezione non esiste”, e il tono è accorato quando trova i vuoti e i dolori ma il linguaggio non si lascia mai a rassegnazione, non ci sono forzature, i versi trovano una loro strada nello “spazio malato, santo, che prende spazio“.  Diversissima per costruzione e lunghezza del metro è “La E del venerdì”, dove l’amore “è un contro incantesimo” spaziato in tre cinquine dove il ritmo si arrotola e inchioda il lettore all’incontro della sera e della casa dove “le parole hanno\ radici come foglie aperte”. Nessun tempo, del resto, è uguale: “oggi nevicano parole

estensioni-del-tempo

dalla sezione

MEMORIA DELLE FOGLIE

***

Era la valigia

nella risacca delle lenzuola

Era l’albero

nelle tossi notturne

Era la finestra

nelle luci

dei messaggi

 

NELLA TERRA

Il passato non è passato

il passato è movimento

le parole sono ferme, le parole sono

gli smarrimenti nella terra sono le parole

e la terra ha calci e polvere

(il colore è sempre quello rosso)

Come luce come fessura come

dita, che si toccano che non si

riconoscono la pelle

i fiumi, le maiuscole

le iniziali

da qualcuno, presto da qualcuno

per lasciargli lo spazio

malato, santo, che prende

spazio

il mattino poco per volta,

per scelta

sulla pancia

 

LA E DEL VENERDì

L’allenamento all’amore

è un contro incantesimo

ci si nutre dell’esempio, sai

come sole sull’erba

che le cellule ricorderanno

perché anch’io sono solo un’altra Lazzara

che cammina, stasera, con le sue gambe in

spalla e le suole basse in questa

stazione bianca che è deposito

per i morti i piccioni e il piscio, agli angoli

Ci caliamo a pareti dove le parole hanno

radici come foglie aperte e lunghe lunghe

e resina che suda dai pori surriscaldati

e sferraglianti di ora, in ora, in ora, in ora

e là, come in cucina, c’incontriamo.

martina-1

Martina Campi nasce a Verona nel 1978.
Dal 1997 vive a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione.
Suoi scritti poesie e racconti brevi si possono trovare in rete, su riviste e siti di scrittura tra cui: «Pi greco», «Musicaos», e il catalogo di Kermesse (con il primo Esperimento di scrittura visuale organizzato da Arpanet, basato sulle opere d’arte finaliste al Premio Italian Factory, in esposizione a Kermesse 2004).
È presente in alcune antologie poetiche. Tra i vincitori del premio Ulteriora Mirari 2011 delle edizioni Smasher, è presente in Fragmenta (2011), antologia a cura di Enzo Campi. Tra i vincitori del concorso Pubblica con noi 2012 di Fara Editore è presente nel volume La forza delle parole (2012), a cura di Alessandro Ramberti. Tra i poeti premiati con Segnalazione al Premio Montano 2012 per la raccolta inedita La saggezza dei corpi.
Co-fondatrice dei progetti di raccolta e autodiffusione di “cose belle”: Foglio d’aria: l’albero delle migrazioni (con Giampaolo De Pietro) e l’ormai defunto Fibonacci (con Sergio Bottoni).
Ha pubblicato la silloge poetica Definito dalla luce (2004) e la raccolta autoprodotta di racconti e poesie Le ombre lunghe (2003).
Autrice e performer, insieme al compositore e musicista Mario Sboarina, del progetto di musica e poesia Memorie dal SottoSuono da cui è nato anche il cd autoprodotto Mani e qualcos’altro (2011).

Livia Signorini


Atlante, 2005 - collage su carta geografica, resinacm 23x33

Livia Signorini vive e lavora tra Roma e Milano. Collagista di livello, specialità a cui si dedica da molti anni, ha esposto in diverse gallerie nazionali e internazionali.  Nel 2012  ha illustrato per Tara books la ristampa del libro di Charles Dickens “Pictures from Italy”. Questo importante lavoro artistico le ha dato modo di esercitare al meglio la sua capacità di “narratrice per immagini”, qualità che la contraddistingue, così come il paziente e certosino amore di ricerca per immagini insolite e antiche. Ho acciuffato per un soffio Livia Signorini, in procinto di partire per Parigi; lei, scusandosi per la brevità delle risposte perché molto di fretta, ha comunque accettato gentilmente di rispondere alle domande della mia intervista. Le immagini relative al testo di Dickens sono rigorosamente  strette nel copyright che appartiene a Tara Books. Al fondo dell’articolo ho però indicato il link di Amazon dove è possibile acquistarlo o  concedersi una Preview del libro e di alcune bellissime illustrazioni. A seguire anche il link al sito personale di Livia e della casa editrice Tara Books. Enjoy.

Copertina di Pictures from Italy - Tara Books 2012

Copertina di Pictures from Italy – Tara Books 2012

Salve Lidia, grazie di essere qui. Come è avvenuto il suo incontro con il Collage come forma d’Arte e cosa rappresenta per lei questa scelta?

È un incontro dell’infanzia: mia nonna ne faceva di bellissimi, decorativi, su temi cromatici. Poi ho cominciato a interessarmene e ad apprezzare quelli di grandi artisti, molto diversi tra loro, come Switters o Ray Johnson. E’ un’arte molto onirica; come in sogno si tratta di associare forme o soggetti all’apparenza diversi tra loro ma in realtà uniti da un legame sottile.

Lei ha realizzato le illustrazioni della riedizione del libro di Charles Dickens  “Pictures from Italy”curata da Tara Books, un lavoro molto ampio, composto da undici tavole a colori e bianco/nero in cui ci racconta con i suoi collages le impressioni Dickensiane del viaggio che compì nel Bel Paese nel 1841, in giovanissima età. Vuole parlarcene?

Nel leggere il viaggio di Dickens, quando mi è stato proposto, ho avuto la sensazione di una visione molto a volo d’uccello, anche se particolareggiata, dell’Italia. Ho quindi cominciato ad immaginare delle carte geografiche, magari antiche ma non troppo, su cui svolgere le illustrazioni. Per il resto ho seguito le impressioni più forti ricevute da ogni descrizione di città: l’uccellino del Colosseo, le montagne oltre il Duomo, Venezia notturna, il Vesuvio innevato. Ho fatto un lungo lavoro di ricerca sulle immagini da collagiare:  sono tutte rare e antiche, pescate in diversi mercati o da antiquari di libri, e poi adattate attraverso un lungo lavoro di fotocopiatura e photoshop.

Storia 1, 2009, collage, cm 300 ca.

Storia 1, 2009, collage, cm 300 ca.

Cosa ha significato per lei illustrare un autore così noto e amato in tutto il mondo e quanto ha influito sulla creazione del suo lavoro in termini di sensibilità artistica e affinità intellettuale?

E’ stata una grandissima avventura e sfida, e un onore, non c’è altro da dire.

Ho avuto modo di vedere sul suo sito i suoi collages di grandi dimensioni; alcuni superano anche i quattro metri. Perché  la scelta di una così grande dimensione e quale messaggio “narrativo” intende comunicare tramite essi?

I grandi collage raccontano delle complicate storie oniriche e hanno quindi bisogno di un lungo percorso. Una di queste storie è stata anche poi scritta – a collage finito – quindi potrei dire “interpretata”, dallo scrittore Giovanni Nucci.

Film 1, 2008, collage, cm 300 ca.

Film 1, 2008, collage, cm 300 ca.

Quale è la nota di unicità che la tecnica del Collage è in grado di comunicare rapportata ad altre forme artistiche?

A me interessa la profondità che si riesce ad ottenere e mi diverte sempre combinare associare mischiare immagini diverse, stampe con vecchie foto, cartoline e miei disegni. Ottenere una sorta di piatta tridimensionalità che la pittura non è in grado di restituire.

Federica Galetto

§

Amazon

http://www.amazon.com/Pictures-Italy-Charles-Dickens/dp/9380340168/?tag=braipick-20

Tara Books

http://www.tarabooks.com/

Livia Signorini

http://www.liviasignorini.net/index.htm

Immagini di Livia Signorini e Tara Books ©

Confini: il dove della poesia italiana – Antonia Pozzi


antonia

da Guardami: sono nuda

Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d’avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

Grido

Non avere un Dio
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono –
essere senza ieri
essere senza domani
ad acciecarsi nel nulla –
– aiuto –
per la miseria
che non ha fine –

Dopo

Quando la tua voce
avrà lasciato la mia casa
ritorneranno di là dal muro
parole rauche di vecchi
a nominare nell’oscurità
invisibili monti.
Udirò greggi
traversare la notte:
il vento – curvo
sul letto dei torrenti –
scaverà
incolmabili valli nel silenzio.

da Diari

Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia. Forse è perchè quella rimasta in me è particolarmente lieta, forse perchè, se pure alcunchè di doloroso o di violento è passato nella mia vita tranquilla, io ho vissuto questa vita intensamente, godendo quasi della mia stessa sofferenza, esultante per la gioia di poter vivere dentro di me, di sentirmi dentro, chiusa come in uno scrigno, un’anima, un’anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata; è forse per questa piena di sentimenti, per cui in una giornata soffro e godo ciò che apparentemente si può soffrire in tutta un’esistenza che rimpiango il passato; perchè sono contenta di essere io, con i miei difetti e con le mie poche virtù, perchè non so se in avvenire potrò essere ancora così.

NOVEMBRE

E poi – se accadrà ch’io me ne vada –
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo –
resterà un’esile scia di silenzio
in mezzo alle voci –
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro –
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all’angolo di una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote –
Qualcuno piangerà
chissà dove – chissà dove –
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.

Nacque a Milano da una famiglia molto agiata.
Cresciuta a Milano, sempre di carattere solitario, passa la maggior parte del suo tempo chiusa in camera. Al liceo, instauro’ una relazione molto profonda con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria, che divenne il grande amore della sua vita. Apparteneva, la famiglia di Antonia, all’alta societa’ milanese, alla cosiddetta Milano-bene,  il padre avvocato famoso, colto e rigido, fiero della figlia poetessa, la madre contessa,  impegnata più nella vita mondana che a quella familiare. In una famiglia cosi’, discendente da Tommaso Grossi, si studiava, si leggeva, si andava a messa, alla Scala, in vacanza nella villa di Pasturo e in qualche viaggio all’estero. E il matrimonio con un semplice insegnante di scuola non veniva nemmeno preso in considerazione. La forte opposizione della sua famiglia alla relazione, le impedi’ di sposarsi. Nel ’32,  l’avvocato aveva imposto ai due innamorati di non frequentarsi piu’, ma loro avevano resistito mesi ancora, prima di darsi per vinti. Fu l’inizio della fine? Puo’ essere. Almeno lo potrebbe fare supporre lo strazio di quei versi – della “Vita sognata” – nei quali Antonia augura ad Antonio Maria di trovare una nuova fidanzata “…Oh, possa tu incontrare la donna che ti ridia la creatura che abbiamo sognata e che e’ morta…” dalla quale avere il figlio cosi’ spesso immaginato con le solite frasi “…Voglio che il bambino abbia gli occhi come i tuoi…”.
La perdita dell’amato, e la conseguente impossibilita’ di avere un figlio da lui, segnarono per sempre la vita della scrittrice. Perduto Antonio Maria, di grandi amori per la giovane poetessa non ce ne furono piu’. Ci fu la passione, non ricambiata, per il compagno d’universita’ Remo Cantoni e ci fu l’amicizia, stretta, accompagnata da un intenso scambio di lettere, con Vittorio Sereni.
Nel 1930, si iscrisse all’Universita’ di Milano, dove studio’ filologia moderna. Li’ aumento’ la sua passione per la filosofia, la letteratura ed il linguaggio, stimolante fu la frequentazione, assieme all’amico fraterno Vittorio Sereni e ad altri giovani studenti quali Luciano Anceschi, Gian Luigi Manzi, delle lezioni del professore di Estetica Antonio Banfi. In seguito viaggio’ molto e nell’estate del ’38 scrisse alla nonna, comunicandole la sua intenzione di scrivere un romanzo storico sulla Lombardia. Le lettere di questo periodo, lasciano trasparire un forte entusiasmo per il progetto.In una lettera datata 23 ottobre, lo stato di Antonia apparve radicalmente cambiato. Le leggi razziali contro gli ebrei, avevano causato la partenza di alcuni dei suoi amici piu’ cari, e la ragazza, fu sinceramente sconvolta dall’evolversi degli eventi. Il 1 dicembre, Antonia decise di spostarsi nella sua casa di Chiaravalle, per sfuggire all’avanzata della guerra, e, da li’, scrisse una lettera ai suoi genitori. Tre giorni dopo, fu trovata morta.
Nel suo ultimo biglietto, non cito’ i suoi scritti, ma parlo’ di “disperazione mortale”. Le sue opere, poesie e diari, furono tutte pubblicate postume. Con rigidezza simile a quella esercitata su di lei viva, il padre controllo’, dopo la morte, la sua opera. Corresse e aggiusto’ secondo il suo gusto, cancello’ e riscrisse quello che probabilmente riteneva eccessivo, non in linea con il modello di figlia esemplare e ideale che aveva sognato. Soprattutto elimino’ quasi dappertutto la dedica “per A.M.C.” che contrassegnava molte poesie. L’antico testo e’ pero’ stato, forse dappertutto, ripristinato. Quasi tutti coloro che conoscevano Antonia Pozzi sono ormai morti. Quasi nessuno piu’ che se la ricordi in carne e ossa, ragazza con la faccia da zia, malinconica e solitaria. Resta la sua compagna di scuola e d’universita’ Lucia Bozzi, oggi suora di clausura, cui la giovane poetessa aveva dedicato e affidato molti pezzetti di carta coperti di versi. E resta – come racconta Patrizia Finucci Gallo che l’ha incontrata di recente – un’amica d’infanzia di Pasturo, Alessandra Castelletti, che ricorda i loro giochi e i giri in bicicletta. Suo cognato fu autista della famiglia Pozzi e, quando tornava su al paese, diceva sempre che Antonia era strana, che era molto triste. Ma, soprattutto, resta Maria Corti che, dagli incontri all’universita’, ne conserva una memoria molto forte: “Il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo piu’ dei suoi simili”.

Opere di Antonia Pozzi

Parole, Mondadori, Milano, 1939 (I edizione privata, 91 poesie); 1943 (II ed.,157 poesie); 1948 (III ed., 159 poesie); 1964 (IV ed., 176 poesie).

Poesie pasturesi, Arte grafica Valsecchi, Lecco s.d. (ma 1954).

Eyless in Gaza, (saggio su Huxley), in “Corrente di Vita Giovanile”, a. I, n.9, 31 maggio 1938.

Flaubert. La formazione letteraria (1830 – 1865), con una premessa di Antonio Banfi, Garzanti, Milano, 1940.

La vita sognata ed altre poesie inedite, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Scheiwiller, Milano, 1986.

Diari, a cura di Alessandra Cenni e Onorinadino, Scheiwiller, Milano, 1988.

L’eta’ delle parole e’ finita. Lettere (1925 – 1938), a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Archinto, Milano 1989.

Parole, a cura di Alessandra Cenni e Onorini Dino, Garzanti, Milano, 1989.

Pozzi e Sereni. La giovinezza che non trova scampo, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Viennepierre, Milano, 1998.

Parole, a cura di Alessandra cenni e Onorina Dino, Garzanti, Milano, 2001.

Discussioni in/sensate: essere pene o vagina?


l'origine del mondo2

[L’origine du monde – Gustave Courbet 1866]

Maledetti social network.
Ti svegli un mattino, apri la posta – e già ti sembra strano aver ricevuto un messaggio – e trovi la tua amica che improvvisamente dice di sentirsi un pene. Inutile chiederle cosa intenda dire ma per educazione uno lo chiede comunque.
Così inizia questa storia.
E improvvisamente vieni catapultato in una riflessione socio – filosofica sull’essere pene o vagina. Già, perché non è più importante essere uomo o donna – basta con questo sessismo – ma è importante sapere se si è un pene o una vagina, laddove vagina non vuol dire donna e pene non vuol dire uomo.
Maledetti social network.
Quella stessa mattina ti ritrovi a chiedere pubblicamente se è meglio essere una vagina o un pene, e le donne votano per quest’ultimo:  si sa, le donne amano la comodità e vogliono finalmente fare pipì in tutti gli angoli della terra.
Ma la questione è ben più complessa.
Il mondo ora verrà nuovamente diviso e catalogato in base alla vostra natura più profonda: donne e uomini che voi siate pene o vagina fatevi avanti, questo articolo è per voi!

autostima

[Affresco di Priapo a Pompei]

Maledetti social network.
Una sera stai senza far niente d’importante e parlando della tua vita personale – che in questi giorni ristagna come l’acqua di un pozzo – un tuo amico prende e ti dice “mi sembri un cazzo!”.  Tu  ti fermi, rifletti, ci giri intorno e ti rendi conto che è esattamente quello il problema più grande della tua esistenza ora. Tu vivi come un pene, quando invece sarebbe bellissimo vivere come una vagina.
Provo a spiegarmi meglio: io cerco sempre di piacere agli altri perché così credo di potermi gratificare, tipico atteggiamento da pene che per sua “intima” natura deve far vedere che c’è – pensate a quante volte l’uomo stesso è costretto a toccarlo fosse anche per pratica sistemazione – sì, lui sempre deve far sentire che c’è.  Poi, io mi ergo per rappresentarmi.  Io trattengo, quello che sento secerne per poi liberarsi come una qualsiasi e banale eiaculazione. Sì, vivo troppo come un pene.
Maledetti social network.
Così la mattina dopo l’illuminante scoperta, mi sveglio ancora confusa da questa nuova consapevolezza e mando un messaggio – come per liberarmi da un peso – scrivo alla mia amica che mi sento, a torto e non a ragione, un pene.
Da questo inizia una discussione in/sensata tra me e lei, che prende forma e diventa una ricerca di verità. Non dobbiamo più pensarci uomini e donne ma peni o vagine.

La verità è che noi siamo due peni – non in senso figurato, in fondo non siamo neanche due brutte donnine, non proprio da buttare via – e non vogliamo più esserlo. Vogliamo essere vagine e questo nonostante sembri così semplice non ci viene per nulla naturale, anzi più cerchiamo di essere vagine più il nostro pene si ribella in noi. Non vogliamo più erigerci per farci valere, non vogliamo più tenere tutto in noi per poi eiaculare – spesso in momenti poco adatti – bensì vogliamo riprenderci ciò che è nostro ed essere capaci di dire ‘noi siamo vagine e le vagine non bussano mai due volte’. Per intenderci la vagina non suona neanche una volta: lei prende ciò che vuole semplicemente perché lo vuole, avvolta in quello che la mia amica definisce ‘sano egoismo’. E poi – diciamolo – la vagina ha un certo fascino, è insito in lei. Anatomicamente parlando: il pene è lì, c’è, ingombra, magari infastidisce; la vagina rimane sì chiusa in se stessa eppure ha tutta una sua forza.

TERZA

[LA FONTAINE (Jean de) – Charles EISEN illustrateur]

Ragioniamoci gente, da sempre al mondo esistono alcuni peni puri e alcune vagine pure. La Madonna era un pene puro, Gino Strada è un pene puro, Cleopatra era una vagina pura, Marylin Monroe – che abbiamo sempre creduto fosse esempio di femminilità per mille e mille motivi – ha sempre vissuto artificiosamente come un pene e non come una vagina, senza purezza perché involontariamente forzava una qualche sua naturalità per vivere in modo indotto e ovviamente insoddisfacente.
Analizzando questi aspetti, apparentemente banali, noi ci siamo rese conto che la nostra scoperta è proprio antropologicamente  da valutare, da capire, da affrontare.
Il cazzo fondamentalmente è altruista, chiede il permesso per entrare, è disposto a sacrificarsi, anche laddove si trova a dover godere senza dare godimento in cambio. Insomma la Madonna era pene sì, chi può essere più pene di una donna rimasta incinta senza volerlo? Contando che poi la notizia non l’ha sconvolta neanche così tanto. La vagina invece pensa per sé – e chi fa da sé fa per tre – Cleopatra ne è l’esempio lampante: la verità è che Cleopatra nonstante abbia avuto più uomini di Elisabeth Taylor – impresa difficile ma non impossibile – è sempre rimasta solo di se stessa, senza farsi possedere appieno, sempre per via di quel sano egoismo.

Non riduciamo questo discorso ai minimi termini, la questione è complessa: scegliamo di essere pene o vagina o semplicemente ci nasciamo? La trasformazione è possibile? Rendiamoci conto dei pro e dei contro: per quanto il pene potrebbe risultare come genere superiore, con svariati pregi annessi, è poi la vagina a scegliere anche per lui? La vagina lascia al cazzo la possibilità di credersi qualcuno, di contro lui – per non affaticarsi troppo, immaginiamo – non pone limiti ad alcuna provvidenza?
Donne pene, drizzatevi e diventate vagine!

Beh se non vi è invece congeniale esserlo – perché è soggettiva la scelta e forse naturale – restate pene. L’importante per noi, che abbiamo fin troppo abusato di questo spazio, era in realtà condividere… una scoperta o solo una personale volontà? Ha poca importanza, così come non importa che sia poi diventato – per noi che spesso siamo esagerate – un significato dell’esistere, un tendere a qualcosa, un emanciparsi, un divertirsi, un esistere nuovo. O semplicemente la verità finale è una e solo una: abbiamo giustificato noi stesse e il nostro modo d’essere, in una di quelle giornate in cui scopri precisamente che per “quel motivo” ti stai infinitamente sul culo!

Roberta&Adriana
che da questa “idiozia” sono diventate:

Le Papaye
(http://lepapaye.tumblr.com/)

Inediti di Paolo Aldrovandi


paoloaldrovandiwsf

Le labbra

 

Perché furono labbra
e spalle bollenti che godevano

di giovani e forti volontà
come distese di lingue
verso scapole incredule

nel mare caldo d’asfalto
da morire come sorrisi al sole.


La via del piombo

  

Voluttà alla rosa
               e un petalo di latta
affilato e sempre caldo

si stringe tra me
                        e la vita nuda
spirando all’alba plumbea

lasciando messaggi
                         sulla coperta
entrato senza parlare

uscito tremando
                        senza voltarsi
scendendo scale dopo scale

Tic- Trak

 

Avanza tempo fatto di musica
si ferma e respira innocente
siede e prova a cantare
ma stona dall’alto balcone
e vede il tuffo delle comodità
chiamarlo dal basso ridendo

si muove come un pagliaccio
parla dello scorrere vigliacco
mette mani alle tasche piene
e trova chi cerca trova
monete di latta schiave di te
e dei silenzi quasi infiniti

appeso alla vita come alle tette
capezzoli d’argento tutti all’insù 
nasconde nel tuo orologio 
trucchi da lancette per bene
che sorriso alla mano
prendono il tuo giorno.

Lo stomaco

 

Mi hai dato mani ruvide da ricordare
come fogli di carta grezzi
io ci scrivevo i miei racconti inutili
che la pelle è diventata sangue e rabbia
e i segni della vita ora soli
camminano tra le gente senza parlarmi

possono sedere e sorridermi
interpretare mentre bevo birra gelata
i gesti che faccio per toccarmi le pareti
dello stomaco che Ti guarda a distanza
oramai come una vecchia roccia di montagna
pronto a perdere massi di ” vorrei che tu ”
in stupidi crolli verticali divenendo pianura

si dice che i crampi son parole taciute
rimaste a guardare ferme senza fiato
ma gli istanti si fanno eterni minuti
e scorre al rallentatore una lacrima vuota
lungo un viso che non finisce mai
enorme autostrada ispida e grigia
che tenta di alternare il sorriso alla morte.

Biografia:

Paolo Aldrovandi nato a Mantova nell’agosto afosissimo e pieno di mosche del 1974. Da allora, credo, non ha mai più sopportato il caldo. Da buon essere invernale, ha scritto la mia prima poesia a tredici anni per un amore non corrisposto (ovviamente). Ma ricorda che già allora trovai il modo per essere assai poco carino nel far notare il mio disappunto. Infatti, quando la lei del momento si ritrovò la sua poesia tra le mani e la lesse, non l’abbracciò affatto. 
La sua scrittura è cruda, reale e poeticamente quotidiana… Nel mondo e nella vita, anche nella peggiore, esiste uno strato di poesia ben compatto, anche se il più delle volte impercettibile… Viaggiando molto, e spesso da solo, ha avuto la possibilità di farsi più idee e di prendere spunto da esse. Di osservare i vari mondi e le diverse abitudini, di parlare con persone che quasi certamente non incontrerà mai più… È stata essenzialmente questa la linfa vitale della sua poesia. Non ha nessuna pubblicazione rilevante: ha scritto per decine di riviste di poesia, sia cartacee che online, ma non ne ricorda i nomi.

Scrivere poesia è una liberazione obbligatoria, e io faccio così.(Paolo Aldrovandi)

Le parole dei lettori: Reggia di Caserta dal 1 Novembre 2012 al 14 gennaio 2013 – Mostra Henri Cartier-Bresson di Emanuele Repola


hcbcasertawsf

casertawsf

E’ l’ultimo giorno di ottobre, la città è addobbata a festa per la serata di halloween e la leggera pioggia che cade rende il tutto come uno scenario costruito in un set. Finalmente è arrivato il giorno della conferenza stampa per la mostra di Henri Cartier-Bresson alla Reggia di Caserta, e nonostante il tempo fuori non posso perdermela, non devo. Dopo una passeggiata a piedi tra macchine in coda, pioggia e neanche un pullman che parte per arrivare al Palazzo Reale, arrivo in biglietteria, con il mio libretto universitario, pronto a lasciarmi trasportare dalla bellezza delle fotografie. Inoltre a breve chiuderà anche la mostra dedicata a Keith Haring, in esposizione con il suo fantastico Murale di Milwaukee. Un pezzo pregiato della Pop art mondiale, nato come recinzione per il cantiere della Marquette University dell’omonima città, che ha girato in esposizione per il mondo intero. Per non parlare dell’altra esposizione d’arte contemporanea, Terrae Motus.

In biglietteria chiedo un biglietto per studenti di Lettere Moderne porgendo il libretto alla cassiera, che prontamente mi risponde dicendomi che non ho sconti, ma devo pagare il prezzo pieno della visita agli appartamenti, in quanto, anche se studente di una facoltà umanistica, non ho diritto ad agevolazioni come magari studenti di Lettere Classiche, Architettura e Storia. La cassiera si scusa e si giustifica elencandomi una serie di norme stabilite dalla sovrintendente, Paola Raffaella David. La stessa ‘responsabile’ del degrado di uno dei patrimoni dell’umanità più belli e invidiati al mondo.

Mi domando le tasse regionali aumentate del 126% a cosa servano, e pago il mio biglietto.

Incamminatomi verso lo scalone principale, non noto alcuna indicazione che avvisi sul percorso da seguire ma, altresì, noto con rammarico che, dopo i tanti articoli di denuncia dei giornali, dopo il servizio del Tg1 e le numerosissime promesse fatte dal sindaco Del Gaudio, l’intero corridoio centrale della Reggia è ancora pieno di abusivi. Abusivi di ogni tipo, venditori di brochure, venditori di numeri, venditori di talismani e scaccia sfortuna, ma anche ombrelli, cappelli e braccialetti. Ognuno di loro ti chiama, si avvicina, “che bello guaglione”, “‘na cosa a piacere?”, provando a venderti un’aggiornata guida turistica del parco.

Non ho tempo per dare spiegazione dei miei no, e così, a passo svelto, salgo l’imponente scalinata con i due leoni ai lati e arrivo all’ingresso dello spazio espositivo. Consegno il biglietto all’impiegata. Altro intoppo. Il mio ombrello non può entrare nelle stanze. Chiedo come posso fare per non doverlo buttare, e mi viene detto che devo scendere nuovamente in biglietteria e depositarlo nel guardaroba.

Scendo rapidamente le scale per non perdere altro tempo – tra fila alla biglietteria e gli ambulanti è passata già mezz’ora – e arrivo all’esterno del guardaroba, dove noto con piacere la lunga fila di studenti che devono lasciare lì le loro borse. Ormai stanco, poso l’ombrello nell’immondizia e salgo su a testa bassa.

Ad un primo impatto, le stanze dove sono istallate le opere si presentano agli occhi come ben allestite e ben illuminate, ma più avanzo e più mi rendo conto dell’approssimazione con la quale sono state posizionate, luce sbagliata, scarsi spazi di osservazione, cartelloni ingombranti.

L’opera di Warhol all’ingresso, il “Fate Presto”, fa da preludio alle foto del maestro Bresson.

Appena dinanzi a quelle fotografie, il tempo sembra fermarsi, ed anche qui, gli allestitori della mostra hanno marcato la loro incapacità professionale, posizionando le foto, incorniciate in vetro, in linea diretta dei fasci di luce provenienti dai lampadari delle stanze. La morale è stata il dover osservare e cerca di apprezzare capolavori stando magari chinato sulle gambe, con le spalle storte, o ad oltre tre metri di distanza.

Continuo il mio percorso alla ricerca del Murale, e per arrivarci osservo ancora una volta la bellezza delle opere contemporanee della mostra Terrae Motus, accompagnato da una guida-custode delle stanze che mi osserva ad ogni mio passo, quasi come se minacciassi di rovinare qualche creazione. Anche qui ci sarebbe tanto da dire, come ad esempio le luci spente che avrebbero dovuto illuminare una serie di sculture, o magari faretti che puntano dritti sui quadri, non consentendo una libera osservazione.

Finalmente arriva anche il momento del Murale. Giunto nello spazio espositivo, dopo aver girato per le stanze reali, all’interno delle quali è impossibile non imbattersi in alcune impiegate, sedute su sedie di legno che scambiano chiacchiere a toni alti e abbastanza coloriti, mi ritrovo finalmente dinanzi all’opera che da giugno è  situata all’interno della Reggia vanvitelliana.

Installato per necessità in due parti, il Murale riempie un’intera stanza, più piccola di quanto sarebbe stato necessario a consentire una perfetta osservazione dell’opera. Anche qui le luci la fanno da padrona, puntando direttamente sulle zone bianche dei pannelli di legno che compongono l’opera, e andando così a riflettere in malo modo i colori arancioni in contrasto con i neri. Provo varie prospettive. Mi metto di fianco al Milwaukee Wall, centrale, abbassato sulle ginocchia, ma non c’è nulla da fare, sia le luci, sia i cartelloni informativi, non mi permettono di vedere l’opera al completo.

Non è finita. La parte posteriore del Murale è completata da altri disegni di Keith Haring, eppure il direttore dei lavori alla Reggia ha pensato bene di installare i pannelli di legno contro le pareti della stanza impedendo così una corretta visione dell’intera parete.

Finisce così la mia mattinata all’insegna dell’arte contemporanea a Caserta. Il percorso verso l’uscita è un continuo chiedermi come sia possibile che ci sia tanta approssimazione e tanta incompetenza nel gestire e nell’organizzare seriamente spazi espositivi in città. Poi, una volta fuori, alzo gli occhi verso quel che ne resta del palazzo borbonico, sotto una pioggia battente, e mi rendo conto che non merito risposta. La Reggia è in pieno degrado e molte delle responsabilità sono imputabili, oggi, alla Sovrintendente David.

Di Emanuele Repola