Inediti di un altro corpo: Giuseppe Martella


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«Sei lì? Mi senti? Sei lì anche tu? Un corpo in bilico sul baratro? Permetti di presentarmi, mi chiamo. Tu sei? Ah, piacere.» L’ho trovato per caso, anche se non credo al caso, mi era accanto. Non una presenza estranea. Sulle prime non ho sentito alcun disagio. Altrimenti, dopo poco, pochi momenti, attimi appena, ho avvertito agio. Quasi un’ombra confusa con la mia. Strano, no? Ombre intersecate, spalmate su una porzione comune di terreno franoso. Eppure la fonte di luce è la stessa, spiovente, in faccia, dolorosa. Sono stato contento. Quasi commosso. Ecco, commosso forse no. Non c’è più spazio per la commozione. Non credo più, in fondo non voglio, alla commistione poesia/commozione, anzi no, poesia/emozione. La poesia è un lavoro e sapere che c’è qualcuno che fa il mio stesso mestiere mi fa tirare un sospiro di sollievo. Non credo che serva conquistare scampoli di mercato. Frontiere. C’è solo un lavoro da fare. Farlo insieme ci risparmia dalla fatica, soprattutto dalla frustrazione. «Tu sei? Ah, piacere.»

Giuseppe Martella viaggia su una linea, un confine, un bordo. I suoi piedi non sa dove metterli ancora, sono certo. Nella poesia? Nella prosa? So però che cammina con circospezione, soprattutto con grazia. La stessa grazia di un monaco giainista. In totale rispetto, quasi asservimento, verso le piccole cose, animate e non. Lo vedo camminare in punta di piedi. I tendini tesi per lo sforzo. Gocce di sudore nei calcagni. In attesa, silente, morigerata, di staccarsi dal suolo. Prendere il volo. Ora sta qui, vicino a me. Sento il suo respiro. Nessun affanno. Sento aria consistente che entra ed esce. Il ritmo cadenzato. Calmo. Il corpo è fermo. Eppure. Ci ricorda il suo corpo, le sue parole ricordano, un piccolo miracolo.

Un poco, riposiamo con lui.

 *

C’è stata una vita anteriore, un suo ricordo,

che ha dispiegato e inciso il tuo presente di voce.

Lo so perché ti leggevo, e ti leggo: Due anni fa,

nel pieno di un nero che mi faceva venire voglia

di urlare fino a stracciarmi i polmoni…

*

I nostri corpi fatti di cose, tutti

i nostri corpi disastrati,

che oppongono un minimo stupore

alle cose. I nostri corpi accidentati,

oggetti d’amore, non sanno più

chiudersi se non in loro stessi, appena

incistati in una placca di dolore.

*

Tutto questo disastro non dà pace, non

ne ha, non trova casa, non ci riporta nel sigillo.

Né basta la parola – non basta mai, non basta

a sé stessa – e l’infinito è scomparso nel poco.

I tetti, puntuali, hanno perso memoria,

sono franati, ci hanno definito.

*

Il cielo era una palpebra socchiusa, le finestre

erano illuminate, le cose stavano dentro l’ombra,

le strade erano entrate in un ordine diverso,

nutrivano altre fughe. Ho tolto molti chiodi

dalle suole, ma non per questo il passo

è più leggero. La pianura insiste nel suo variare

e si viaggia senza ritorno. Accettare questa

perdita di confini, queste strade slabbrate,

può essere un tentativo di inclusione. Eppure

le cose insistono anche se non sono definibili,

come queste finestre illuminate.

*

Non godono di questa tregua, non sanno

goderne. Si pensano desideranti, soppesano

il cuore in un cuccchiano. Dovrei invece

trovare una scure, il momento più giusto

per mutilarmi e scorciarmi in un profilo.

Come questa foglia, caduta per morirmi accanto.

Giuseppe Martella ha pubblicato la raccolta di poesie Canto, con una postfazione di Giulio Ferroni, e la plaquette Ecce homo per Errant Editions. Attualmente sta pubblicando, a puntate, il racconto lungo Il prigione, sempre per i tipi di Errant. Nato a Chieti nel 1978, attualmente vive e lavora a Roma come editor freelance e traduttore tecnico-scientifico.
Chiappanuvoli
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