Frammenti di un racconto politico di Paride Leporace


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Sono nato nel 1962. A 7 anni vidi Vespa da giovane dire che un mostro chiamato Valpreda aveva messo una bomba a Piazza Fontana e sentì i miei genitori dire “Un anarchico non puo’ essere stato”. Ne avevo 11 la mattina dell’11 settembre del 1973 quando mia madre portandomi il latte a letto dissi con voce affranta: “E’ morto il presidente Allende. Hanno fatto il golpe in Cile”. Nelle mie immagini  c’è una grande manifestazione per il Vietnam a Cosenza su corso Mazzini e uno spezzone molto animato che gridava: “Vietnam vince perché spara”. Per giorni ripetevo questo ed altri slogan sentiti sentendolo molto miei, identificandomi con i vietcong. Nell’albergo dove lavorare mio padre mi affascinava in modo viscerale una tela lasciata in esposizione da un mercante d’arte molto quotato. Si chiamava “Maggio ‘68” con il poliziotto francese con scudo rotondo che fronteggiava la barricata delle auto danneggiate.

Desideravo far politica. A 13 speravo nella vittoria della sinistra. Era il 1976. Ai primi aumenti del carovita e sentendo la parola sacrifici fui uno dei tanti che pensava che il Pci aveva tradito. Iniziai a leggere il giornale “Lotta continua”. Incontrai un mio vecchio compagno delle medie e mi porto’ in una sede in cui si riuniva il Circolo dei giovani sottoproletari o qualcosa del genere diventammo compagni in altro modo. Al liceo classico che frequentavo presi la parola ad un’assemblea plenaria dove era molto raro che uno di quarto ginnasio intervenisse per prendere posizione sull’occupazione all’ordine del giorno. Occupammo. E non per cessi e termisifoni. Controcorsi autogestiti, seminari con esterni ed una febbre di vita che duro’ molto tempo e cambio la mia vita. Per sempre. Ogni giorno una scoperta, tanti discorsi, molte certezze, anche quella di fare la rivoluzione “ora e subito”.

Poche ore dalla cacciata di Lama e in una piazza il primo scontro con il servizio d’ordine del sindacato e la polizia. Un bastone che quasi non lo tengo in mano e a fianco uno dei nostri che ha una mannaia e vuole il moncherino di un celerino o del sindacalista. La paura c’è ma l’andrenalina la fa scomparire. Occhiali rotti, labbra spaccate, uno studente preso e portato a forza nella pantera, un sasso infrange il lunotto posteriore. Un corteo va verso la questura. “Michele in libertà o bruciamo la citta’”. Michele che ci corre l’incontro è un’immagine indelebile di sentirsi forza e ragione, e poi marzo 77 i carri armati a Bologna e la manifestazione a Roma. Quel sabato io e altri due ragazzi in sede a Cosenza mentre la capitale va a fuoco e cento nostri compagni non si sa dove sono finiti. Mio padre a cena in un ristorante guarda il telegiornale delle 20 e il proprietario che gli dice: “E’ andato anche il mio auto cuoco. So’ pazzi”. Mio padre, vecchio massimalista socialista uscendo mi dice: “Ma che vi siete messi in testa. Finirete tutti in carcere”. Tutto sommato aveva ragione lui. Giravano volantini della lotta armata, adesivi dei Nap, libri complessi, manuali,  ferrivecchi e benzina. Armi della critica e critica delle armi. Fui cane sciolto, indiano metropolitano, hipster a forte vocazione punk, autonomo desiderante, reichiano incolto, autonomo desiderante e creativo, fiancheggiatore della lotta armata.

Un mattino di novembre del 1980 anziché andare alla manifestazione in favore della Fiat disertai preferendo andare in giro con Daniela che occupava meglio i miei desideri. La marcia dei 40000 era dietro l’angolo ma quasi non me ne ero accorto. Trovai un modo per restare al mondo. Inizio’ una resistenza lunga su quelle parole e quelle idee. Ho fatto riunioni con 4 compagni 4, per capire com’era andata e come si doveva resistere per non sparire.. Le galere erano piene, molti erano andati all’estero, ma gli anni Ottanta tutto sommato furono divertenti. Party, feste, strusci, concerti e vita da stadio. Tutti confusi e insieme. Ma da Comiso alle fanzine, dal Sudafrica al Nicaragua alla richiesta di amnistia per gli anni Settanta fino alla Pantera l’identità era preservata,  Nei Novanta tanti giovani mischiati a reduci che non volevano essere tali ripresero il fiume carsico della vicenda. A Cosenza tra Gramna e Ciroma il racconto riprese..  Ho 50 anni. Non rinnego nulla di quello che ho fatto e pensato. Comunque cerco nuove strade e altri mezzi per continuare  a cambiare lo stato delle cose presenti. Oggi mi affascinano frasi politiche come questa: “Stare all’aria aperta almeno due ore al giorno. Ascoltare gli anziani, lasciare che parlino della loro vita”. Dopo tanto tempo m’intriga il rinnegato Kautsky.

di Paride Leporace

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