Prosa Giovane: Simone Di Plinio


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LA SOLUZIONE DEFINITIVA PER IL GIOVANE PREOCCUPATO

Secondo molte persone, il finale pirotecnico migliore per una giornata passata a gozzovigliare nelle proprie mutande scrivendo frasi nonsense su facebook e parlando del più e del meno con i primi capitati, è sicuramente sbronzarsi. Un’altra corrente di pensiero mette lo sbronzarsi soltanto al terzo posto, ritenendolo troppo informale e nutrendo lecite avversità nei confronti dei rigurgiti di ogni tipo. Per chi segue questa corrente di pensiero, i gradini più alti del podio sono occupati nell’ordine da: al secondo posto continuare a gozzovigliare, noncuranti della possibilità che un giorno ci si potrebbe trovare tutti quanti a gozzovigliare nel fango, in una strada putrida; al primo posto, padrone indiscusso di ogni finale di giornata secondo generazioni silenti di assassini della vita tranquillamente nascosti dentro comodi sacchi di carne ambulanti, le Veline in tv.

A questo punto del racconto, il grido soffocato di un pugno di uomini e donne con un cervello si perde nella notte, mentre la loro immaginazione viene pian piano bombardata da miliardi di voci gracchianti. Questa città è uno schifo. Non è una novità. Ma non è un buon motivo per smettere di credere che un giorno i sacchi di carne potranno serenamente rivelarsi uomini e donne dotati di un pensiero proprio. L’altro giorno ho detto ai miei amici che stavo scrivendo un romanzo. Uno si è girato di scatto e mi ha chiesto <<Ma dici sul serio?>>. Un altro paio tenevano la testa abbassata e le labbra corrucciate, con un’aria preoccupata in volto. Una aveva preso in mano il telefono per informare la mia famiglia dei fatti in modo da prendere una decisione provvidenziale. L’ultimo era così rincoglionito che rideva come un cretino, e probabilmente avrebbe fatto lo stesso anche se io avessi detto qualcosa come <<Ano blu, pensaci tu!>>.

Il resto di quella giornata l’ho passato seduto su un imbuto di porcellana rovesciato, in cerca di una illuminazione che mi mostrasse cosa cavolo non andasse. Insomma, capita spesso e a molti giovani, di pensare che questo posto non faccia per loro. Di credere di essere una Z in un mare di A. Di sentirsi così tanto diversi da potersi definire una specie a sé stante, che, anche visto il conto in banca, difficilmente avrà dei discendenti decenti. Sembra che il mondo si diverta a farci sentire sbagliati, al posto sbagliato, nel momento sbagliato. Sembra che siano tutti mezzi cretini. Ma qual’è la realtà?

L’illuminazione si può avere in condizioni che gli esperti definirebbero “molto particolari” (per inciso, non esistono veri esperti di sociologia, visto che chiunque si sia messo di buon’anima a cercare di comprendere i mali che affliggono la società, in questo momento è nel pieno dei postumi di una sbornia). Le condizioni in questione sono: trovarsi al chiaro di luna; essere abbastanza creativi da immaginarsi una cornice musicale adeguata; infine, ma non meno importante, essere pronti. Pronti a sentirsi come tutti gli altri. Perchè, eccezion fatta per pochi maledetti vampiri, sono tutti lì.
Nell’ambiguità della notte potrete pensare di essere soli, circondati da un’alone di fredda oscurità, che un po’ pervade anche la vostra mente, costringendovi a riflettere su quello che non avete. Ma, se ci fate bene caso, sono tutti lì. Al vostro fianco. Una fila di volti smarriti al chiaro di luna. Una fila di persone che non sono quelle che vorrebbero essere. E nessuno rischia di rompere il delicato silenzio.

Poi, dopo attimi di immensa solitudine, ognuno si alza e si allontana, pronto a tornare a indossare la maschera che portava prima. Ognuno, passivamente, complicherà un pò la vita di quelli che gli stanno attorno. E poi desidererà di scappare. Ma no cari, non si scappa da sé stessi. Certo, non ho la competenza di stilare diagnosi sociali concrete e coincise, ma credo che la voglia di evadere dalla nosta vita derivi da un diabolico meccanismo di sfiducia generale, che ci lascia soli, disarmati. La mancanza di fiducia in noi stessi deriva dalla mancanza di fiducia che gli altri hanno in noi. Mancano gli incoraggiamenti e gli atteggiamenti positivi, mentre tutti sono pronti a guardare male il primo che passa se lo fissa per più di un secondo e mezzo. Ma cavolo, se aspetti un attimo ti sorrido. Eccolo il sorriso. E invece si sente un “Ma che cavolo si guarda, questo…”. Ecco qual’è il problema. Disagio generazionale? Baronismo? Berlusconi? Il problema più grande è sempre stato tra le strade delle nostre città, dove ognuno si sente attaccato e isolato da ogni altro.

La soluzione definitiva per il giovane preoccupato?

Una soluzione definitiva? Ma andiamo… L’unica cosa che posso dire con certezza è che forse sarebbe meglio sbloccarci un attimo dalle nostre solite routine che comprendono il drogarsi (l’alcol, cari amici miei, è una droga), il trapanarsi i genitali pur di rimanere a casa davanti ad un pc completamente inutile, e l’essere freddi e scorbutuci. Gli altri sono come noi, solo che possono insegnarci qualcosa. Al contrario, noi siamo stufi di noi stessi ma con orgoglio continuiamo a torturarci, aspettandoci che un giorno le cose cambino. Io ho scritto questo articolo, stasera, invece di sbronzarmi. E voi, cosa farete stasera?

Andazzo Sonoro (canzoni che ho ascoltato durante la stesura o che semplicemente voglio suggerirvi):

Sigur Ròs – Hoppìpolla
Porcupine tree – Waiting
Muse – Invincible

PARETI

Una stanza non ha bisogno di pareti sfarzose e vetri pregiati per essere bella.
Gli oggetti emettono luce. Normalmente, questa luce, che è scomposta in più raggi, con lunghezze d’onda differenti, viene proiettata sulle cellule nervose che occupano una regione particolare del nostro corpo. Dalla retina, gli stimoli vengono trasmessi principalmente al lobo occipitale, che è una parte del cervello molto importante per la visione. Ma questi stimoli vengono anche smistati verso altre zone.
Alcune cose, che definiremo interessanti, quando vengono proiettate sulle nostre retine, e quando il messaggio visivo viene interpretato, donano una piacevole sensazione di coerenza. Non occuperanno quasi mai il centro del campo visivo, ma perlopiù rimarranno nella sua periferia. Da lì, nel loro insieme, che sia ordinato o no, regaleranno a chi sta guardando un contesto, che può rendere una stanza bella.
Nessuno sfarzo.
Nessun vetro pregiato, né vasi cinetici ipercostosi.
Purtroppo la stanza in questione non possiede, al momento, nessun ormnamento simpatico che rende la visione piacevole o graziosa.
Eppure questa stanza, da guardare, è veramente molto piacevole, lo stesso. Ciò perché in questa stanza, sul letto, a pochi centimetri da me, giace lei. Lei ha pianto stanotte, e piange ancora. Se potessi la aiuterei, ma non posso, io lo so. Non ho la possibilità di aiutare questa ragazza con gli occhi rossi.
È l’alba, e piccole chiazze di luce distratta entrano dolcemente nella stanza, attraverso i fori nella tapparella.
In particolare, uno dei fori viene inondato dalla luce di una stella che sorge, e questa luce filtra prepotentemente attraverso il foro. Ad una velocità impressionantemente alta, la luce arriva dalla tapparella fino al vetro della finestra, e il vetro si trova costretto a farsi attraversare dalla maggior parte dei fotoni, rifrangendoli leggermente, ma senza presunzione. Dal vetro, la luce, sempre molto velocemente, arriva precisamente su una palpebra della ragazza. La palpebra si solleva istintivamente, e la ragazza viene scomodamente a contatto con tutti quei raggi di luce.
Nervosa, si rigira sul letto, ed io per un attimo posso scorgere il suo viso.
Poi, sempre nervosamente, lo copre con la coperta, ed il suo viso torna ad essere a me nascosto.
Non fa niente.
Dopo pochi istanti, da un piccolo oggetto elettronico posto sul comodino, viene fuori un suono stridulo e distorto di un gallo, mentre
sull’oggetto appare scritto “sveglia mattutina, 08:09”.
La ragazza effettua una brusca torsione su sé stessa arrivando con il braccio sinistro ad afferrare l’oggetto, premendone alla rinfusa i tasti, convinta che pigierà anche quello giusto, per una questione probabilistica.
Così è.
La sveglia smette di suonare, e la ragazza, ancora più innervosita, può tornare ai suoi pensieri tristi.
Ciò non dura a lungo, perché oggi lei ha un compito, ed improvvisamente decide di scendere dal letto e portare a termine questo
compito.
Si sciacqua velocemente il volto, e torna in questa stanza, dove sono anche io.
Prima questa stanza era ornata con piccole cose. Figurine attaccate ovunque; una grossa cornice di sughero con delle foto; una cartina geografica del mondo, con attaccate sopra un po’ di spille, in punti strategici. Era una bella stanza. Ieri però, la ragazza ha staccato tutto. E credo anche che abbia buttato molte di quelle cose. I mobili sono ora tutti al centro della stanza, e lì viene messo anche il letto.
La ragazza raccoglie un secchio, e lo apre.
Infonde dentro il secchio una sostanza arancione, e mescola la sostanza con il bianco denso che c’era dentro. Un bianco denso dove finiscono le mie aspettative ed i miei sogni.
Quando sono arrivato, lo sapevo già. Sono arrivato qui nello stesso modo. Ricordo ancora il suono del dispenser di colorante nella fabbrica, e il suo cucchiaio di legno mescolarmi, mentre veniva impugnato dalle sue mani curate.
Anche quella notte aveva pianto.
Sarò soltanto un altro intonaco, nella sua stanza cangiante ma sempre bellissima. Pensavo che il mio verde l’avrebbe accompagnata fino a quando i colori avrebbero cominciato a mischiarsi o a scolorire, e a diventare poco importanti. E invece il mio destino è quello comune.
Quando ha finito di mescolare, si siede per terra a guardare l’arancione.
Poi mi guarda, e io la supplico di non farlo. Di non sovrapporre qualcun altro a me, perché poi non potrà più vedermi.
La vedo. È una lacrima che tenta di riaffiorare. Un piccolo scorcio della mia esistenza in lei. O forse no, e sono soltanto le mie speranze che ingannano una vecchia esistenza, ostinatamente aggrappata all’amore di questo luogo, ed ai suoi sospiri. Intinge con un colpo secco e deciso il pennello nel secchio, e lo tira fuori.
La cosa più buffa è che, a vederlo, quasi mi piace quel colore.
Invidia.
Ora è di fronte a me, e alza minacciosamente quel coso. La guardo, per un’ultima volta, e la amo, per un’ultima volta.
È bellissima, con quelle pantofole verdi e quel pigiama bianco e verde.
Sono sicuro che cambierà anche pigiama, e cambierà anche letture, e cambierà musica. Cambierà il suo mondo, apponendo qualcosa su qualcos’altro, al quale pensava di potersi adattare, ma che alla fine si è rivelato inefficientemente inadatto. Verde.
Continuerà, ogni volta che vorrà, a sovrapporre colori, e poi a riarredare la sua stanza. Cambiando figurine, cambiando foto, e inizializzando di nuovo i suoi lobi cerebrali.
Reboot.
Ma la sua stanza, così facendo, diventerà sempre più piccola. Gli strati diventeranno così tanti che non entrerà più luce nella stanza, e lei non avrà neanche la possibilità di capire qual’è il colore che sta guardando in ogni momento, perché la luce non avrà più spazio per insinuarsi.
Finirà così questa stanza. Qualsiasi siano le cose piacevoli e graziose che deciderà di metterci, nessuno le vedrà. E neanche lei potrà più gioire di un posto che qualcuno, e di questo sono certo, rendeva speciale, insieme a lei.
Io, dal mio canto, non posso sperare in nulla di migliore. Conosco solo ora la trappola che qualcun altro, tanti altri, han conosciuto prima di me. E rimango qui, tra un colore e l’altro, senza più avere la possibilità di guardare né sentire niente di quello che succede nella stanza.
Addio.

SgrnarF

SgrnarF non nasce, ma comincia ad esistere non appena il mondo lo chiama. Quando si accorge che era un falso allarme e che nessuno lo vuole, si sbronza e trova rifugio nella neurobiologia, nella musica, e nella scrittura. E nello yogurt. Presto si renderà conto che neanche queste discipline lo vogliono, ma nel frattempo, senza che voi ve ne accorgiate, avrà rubato il vostro tempo in modo del tutto inutile.

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