L’inguine di Daphne e i danni del desiderio


[…] non possiamo non volere; il desiderio è parte di noi, ma nessun desiderio può avverarsi da solo. C’è un prezzo da pagare, un prezzo molto caro, per una carezza, una parola. Un po’ di distruzione.
Una distruzione controllata. Il desiderio corrode. È un acido languido. Annienta piano.
Vogliamo ciò che ci distruggerà. 

Non c’è scampo dalla fine. La fine è desiderio e desiderio è fine. Il desiderio è ricerca. Una caccia alla bellezza.

Si può morire di bellezza;
quando si avvicina non te ne accorgi;
è come un vento che ti sfiora piano e porta via un pezzo di te.

Un vento che corre con tanti piccoli ami da pesca sulle dita ossute; la bellezza ti strappa pezzetti di carne e se li porta via.
Ti lasci scannare col sorriso sulle labbra.
La bellezza è un vento che insegue e non si lascia trovare.

Puoi solo lasciarti consumare.

 [L’Inguine di Daphne, Spettacolo teatrale “I danni del desiderio”]

Quali sono i danni del desiderio? Quanto male può fare lo spasmodico inseguire le proprie voglie? Questo il concept principale dell’album “I danni del desiderio”, seconda opera in studio del collettivo artistico, l’Inguine di Daphne, un collettivo artistico polifunzionale fondato da Dagon Lorai ed Egon Viqve nel 2004, si basa principalmente sull’unione di forme espressive diverse unite in una comune direzione artistica, fondendo la potenza creativa dei suoi membri alla pluralità dei mezzi di espressione utilizzati. Nelle esibizioni live del collettivo la musica non è mai sola: c’è videoarte, poesia, pittura, teatro sperimentale, mimo, giocoleria, arte circense e fotografia. 

Inguine

Il desiderio è terra fertile per sogni voraci, culla dell’uomo;
il desiderio ti svolge, s’evolve nella forma di bolla in divenire;
i
l desiderio ti spinge sull’orlo di tutte le cose; precipizi di polvere in cui lanciarsi a braccia aperte;
il desiderio è un coltello che trafigge anche dal manico;
il desiderio del bene genera il male e il desiderio del male genera il vizio.

Dal desiderio non c’è salvezza.
Nelle sue spire siamo schiavi travestiti da padroni.
Il potere è un’illusione,
il controllo non esiste:
il desiderio è un macinino arrugginito che traballa verso la distruzione.
La dolce, dolcissima distruzione.

[L’Inguine di Daphne, Spettacolo teatrale “I danni del desiderio”]

Dal desiderio amoroso e distruttivo della Salomè di Wilde a quello lascivo di Histoire de l’œil di Bataille a quello del potere di Macbeth, la vita e l’evoluzione del desiderio nell’animo umano non è mai stata semplice.

È sopratutto il desiderio in sé a dare vita alla persona che lo abita; il suo raggiungimento è una conclusione, una pausa da un nuovo desiderio, eventualmente un nuovo inizio, ma è nel desiderio che si vive, è il desiderio a torcere l’anima, che porta all’azione, che disfa, costruisce e distrugge con incessante puntualità. È una lunga pausa da un punto all’altro della vita in cui si agita la vita stessa. Non è nel compimento in sé che si trova il piacere, ma nel desiderio che si vive. Il proprio obiettivo è poca cosa rispetto al momento in cui lo si desiderava, ed è in questa perenne ricerca che si impara a vivere.

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Abbiamo incontrato, per l’occasione, il compositore e una delle voci del collettivo per discutere delle loro opinioni comuni sul desiderio alla base della vita e dell’arte:

Dagon Lorai: Il desiderio è come una droga. Una volta svanito, sfumato, esaudito, improvvisamente è tutto vuoto, spento. Quando hai appena finito di fare l’amore, quando hai appena finito di suonare, non ne hai più voglia, sei spento; arriva il vuoto, quello che fa paura, sei tu ad essere vuoto. È stato solo il desiderio del sesso, del palco, a farti arrivare al sesso e al palco; ma dopo non c’è più niente.

Alessia De Capua: eppure non puoi farne a meno. Si vive del desiderio e per il desiderio, ed è un continuo prendere e lasciare, un alternarsi; il desiderio è in continua evoluzione, come tutti noi.

In questo senso, il desiderio e l’arte stessa sono strettamente collegati: portano con sé l’angoscia, scavano nel profondo dell’anima e nel cuore degli uomini senza tregua. Nessuna delle due prende dalle emozioni positive dell’uomo ma dalle loro lotte, i loro dubbi, le angosce, i segreti, la loro parte più oscura che, pur considerata la peggiore, è l’unica che mette in una vera luce tutto ciò che c’è di buono al mondo.

Alessia De Capua: è la verità: solo con il dolore e la sofferenza puoi capire delle cose e arrivare ad una consapevolezza di quello che conta, di quello che è bello, la luce; vedi tutto in un modo diverso.

Dagon Lorai: mi permetto di citare De Andrè per questo… “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Per fare una metafora sciocca, nella vita più tocchi il fondo più rimbalzi. Non puoi andare in alto se prima non sprofondi.

Alessia De Capua: Sì, ma non succede sempre; non tutti trovano la chiave per poter risalire dal fondo. È difficile. Bisogna conoscersi molto bene.

Dagon Lorai: per noi la chiave è l’arte

Alessia De Capua: esattamente; è solo con l’arte che riusciamo a risalire dal fondo

Qual è, per voi il fine ultimo de “I danni del desiderio”?

Dagon Lorai: sarebbe meglio riuscire a capire quando sopravvivere alle voglie. Affrontare il desiderio, riuscire a sopravvivergli. Non lasciare che i desideri ti consumino come accadde a Jim Morrison o Bukowski.

Alessia De Capua: Un desiderio che ti ammazza non ha un fine, un senso. Il desiderio è vita: è quello il senso.

Dagon Lorai: il significato dell’album è meno oscuro di quanto si pensi. È la speranza. Non a caso il primo brano dell’album si intitola “Viva Per sempre”.

L’Inguine di Daphne sono:

Alessia De Capua (voce)
Dagon Lorai (voce, chitarre, piano, synth e archetto)
Egon Vive (chitarre, suoni e piano)
Alexandr Sheludcko (basso, contabasso elettrico e violoncello)
Dario AlContrario (batteria)

Foto: Giuseppe Barbato

Sito Web: http://www.inguinedidaphne.com

Contatto Stampa: info@firstfloorfactory.com, dagonlorai@hotmail.it

articolo e intervista a cura di Daniela Montella

Poesie alla madre – seconda parte


Il cuore di una madre è un abisso in fondo al quale si trova sempre un perdono. (Honoré de Balzac)

Teresa Carreño

Mia madre, mia eterna margherita di Mario Luzi

Mia madre, mia eterna margherita
che piangi e mi sorridi
viva ora più di prima,
lo so, lo so quel che dovrei, pazienza
di forte non è questa ostinazione
d’uomo che teme la sua resa. Forza
è pace. Il sopore che s’insinua
nell’ora giusta fra due giuste veglie
è forza anch’esso, non viltà. Ma ormai
che i tuoi occhi mi s’aprono
solamente nell’anima, due punti
tenaci al fondo del braciere
con cui guardare tutto il resto, o santa,
non è il taglio a fil di lama
che partisce ombra e sole in queste vie
puntate contro il fuoco
del mare all’orizzonte, è un altro il segno
a cui dovrò tener fronte, segno
che ferisce, passa da parte a parte.

******

Dal libro “Il contrario di uno” di Erri de Luca

In te sono stato l’albume, uovo, pesce, le ere sconfinate della terra, ho attraversato nella tua placenta, fuori di te sono contato a giorni. In te sono passato da cellula a scheletro un milione di volte mi sono ingrandito, fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza senza lasciarti vuota perchè il vuoto l’ho portato con me.
Sono venuto nudo, mi hai coperto così ho imparato nudità e pudore, il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole a cucchiaini, tranne una: mamma. Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra quella l’insegna il figlio.
Da te ho preso le voci del mio luogo, le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri, da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze, a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco a finire le parole crociate, ti ho versato il vino e ho macchiato la tavola, non ti ho messo un nipote sulle gambe non ti ho fatto bussaare a una prigione non ancora, da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo, a tuo padre somiglio, a tuo fratello, non sono stato figlio.

Da te ho preso gli occhi chiari con il loro peso a te ho nascosto tutto.
Ho promesso di bruciare il tuo corpo di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco fratello del vulcano che ci orientava nel sonno. Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone all’ora dell’arcobaleno che ti faceva spalancare gli occhi.

******

canto della mamma bambina da Spaccasangue, Iole Toini

Fare la mamma, essere la ninnananna, stare senza senza,
morire morire morire come una qualsiasi fatica.

I

La cuffietta intorno al viso; un fagotto sui gradini
della stanza grande come una forma di lardo,
unico flash della mamma-bambina senza denti né pianto.

Dietro la porta la madre si quieta vegliata dal grufolo caldo, il battito
dentro le cestole; i segni contano le vene.

Madre nera madre troppo
fragile per i boschi per le mele cotogne le primule a novembre
madre dei soffioni senza campo.

Il padre è un peduncolo, grande come il baco
che abita la mummia. Migra dalla pancia all’osso.
Succhia. Geme. E’ un grugnito.

Tagliati a metà, l’uomo e la sua terra, il verro e la sua donna, nel tempo perdonato
della mietitura, crescono la mamma-bambina.

[…]

******

L’isola di Artur Elsa Morante

[…] dalle altre femmine, uno può salvarsi, può scoraggiare il loro amore; ma dalla madre, chi ti salva? Essa ha il vizio della santità… non si sazia mai di espiare la colpa d’averti fatto, e, finché è viva, non ti lascia vivere, col suo amore. E si capisce: lei, povera ragazza insignificante, non possiede niente altro che quella famosa colpa nel suo passato e nel suo futuro, tu, figlio malcapitato, sei l’unica espressione del suo destino, essa non ha nessun’altra cosa da amare. Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né se stesso, ma soltanto te! E se tu hai voglia di sottrarti a un simile sopruso, a una simile persecuzione, essa ti chiama Giuda! Precisamente, tu saresti un traditore, perché ti va di girare per le vie, alla conquista dell’universo, mentre che lei vorrebbe tenerti sempre con sé, nella sua dimora d’una camera e cucina!
[…] E mentre tu cresci, e ti fai bello, essa sfiorisce… Si sa che la fortuna non può impicciarsi con la miseria, così va la legge di natura! Però, lei, questa legge non la intende: e ti vorrebbe, suppongo, magari disgraziato peggio di lei, vecchio, imbruttito, magari mutilato o paralitico, pur di averti sempre vicino. Lei, per natura, non è libera, e vorrebbe che tu fossi asservito assieme a lei. Questo è il suo amore di madre!
Non riuscendo ad asservirti, intanto, si compiace del suo romanzo d’una madre martire e d’un figlio senza cuore. Tu, è naturale, non hai nessun gusto per un romanzo di tal genere, e te ne ridi: a te piacciono altri romanzi, altri cuori… Essa piange, e sempre più diventa noiosa, senile, funesta! Tutto, intorno a lei, è infestato dalle lagrime. E tu, si capisce, sempre più hai voglia di evitarla. Appena ti vede ricomparire, essa ti accusa… I suoi insulti sono supremi, di uno stile biblico. Il meno che può dirti è infame assassino; e non c’è giorno che non ti reciti questa litania! Vorrebbe, forse, con le sue accuse, ispirarti l’odio di te, e privarti di te stesso, per sostituire, lei, i tuoi orgogli e i tuoi vanti, usurpandoti, come una regina triste […].

******

Spazio della paura diurna da Salva con nome di Antonella Anedda

A distanza e indietro c’è il sanatorio dove viene ricoverata a vent’anni. Indossa sempre la stessa giacca di lana a quadri ruggine e nero. La neve sferza la sdraio dove resta tutta la mattina con una bottiglia di acqua calda tra le gambe. Ha paura. Di nascosto si cuoce un uovo in un tegame. Tra la porta e il vento il gas stringe il tuorlo in un fuoco azzurro-rame.
Lei dorme con un berretto di pelo e il petto chiuso mentre la strada scricchiola di gelo. La notte ha mille astucci. Uno per ogni fiala.

Guarisce. Nasciamo. Siamo piccoli.
Un giorno lei prende la rincorsa verso i muri.
Si ferisce. E’ guarita ma è malata.
Ammaina le vele. Scuce l’orlo di tutte le tende di casa
le stacca dagli anelli.
Tutta la stanza tintinna.
Faccio le finestre nude, dice.
Apre i rubinetti.
Accatasta le acque come un Profeta.
E’ la Regina della Notte dalla lunga voce.
E’ Turandot e noi le costruiamo una Città Proibita rovesciando i tavoli e le sedie.
Si avvolge nelle stoffe, si sdraia sul pavimento. E’ il Faraone che naviga sul Nilo.

Aspetta che sia tardi. E’ tardi, bisbiglia.

(Lei è ― e non è ― mia madre)

******

Non si arrendono le rose di Savina Dolores Massa

Non ti imbiancare i capelli sotto le lune d’Africa
non ammalarti il giocare del guardare
ricorda che sotto ogni vergogna spiaggia l’onda
che dentro ogni vulcano la vita ribolle pur nascosta
che un faro non ha mai smesso di bruciare gli spicchi delle notti
come quella volta ad Amalfi in fiamme di novembre.

Nove mesi si resta nell’acqua di una madre
e poi si prova
a far quadrare giorni uno sull’altro
a tingere d’azzurro qualche porta
a dimenticare a costruire a demolire e riniziare
sempre in acqua un po’ morendo un po’ ridendo:
gocce di passaggio, voli trattenuti dentro mascelle silenziose.

Rinascerai diverso da quello che sei stato
se più scaltro o diffidente
se ancora più irriverente agli obblighi di strada
nessuno adesso può saperlo, neanche tu
mentre ti sfiori i polsi della resa. Fai lo sforzo di cambiare una vocale,
avrai da me la rosa. Il colore puoi inventarlo.
Il profumo lo troverai nella memoria: libera tua innocenza che dovrai vantare.

******

La madre di Julio Cortàzar

Davanti a te mi vedo nello specchio che non accetta mutamenti, né cravatta nuova né la pettinatura così. Lo vedo che è questo che tu vedi che io sono, il pezzo che si è staccato dal tuo sogno, la speranza a boccasotto e coperta di vomiti.
Madre, tuo figlio è questo, abbassa gli occhi perché si azzitti lo specchio e possiamo riconciliare le nostre bocche. A ogni lato dell’aria parliamo di cose diverse con uguali parole. Sei una colonna di cenere (io ti ho bruciata), un asciugamano sull’attaccapanni per le mani che passano e si fregano, un enorme gufo dagli occhi grigi che spera ancora la mia nomina decorativa, la mia dichiarazione conforme alla giustizia, alla bontà del buon vicino, alla morale radiotelefonica. Non posso allegarmi, mamma, non posso essere ciò che ancora vedi in questa faccia. E non posso essere altra cosa in libertà, perché nel tuo specchio di blando sorriso c’è l’immagine che mi schiaccia, il figlio vero e a misura di madre, il buon pinguino rosa che va e viene e tanto coraggioso fino alla fine, la forma che mi hai dato nel tuo desiderio: onorato, affettuoso, diplomato, pensionabile.

Fame? No fame. TgsCrew Experiences e chiacchere. – II PARTE –


TGS

Ho visto muri e muri su cui un’identica sigla veniva ripetuta fino allo sfinimento, modificata tra sbaffi e grazie. Dunque non posso non chiedervi: cos’é questa “sconosciuta e misteriosa” TAG?
E: E’ il tuo alter-ego che ti veste e…
S: No, ma quello è il suo nome! L’alter-ego è Isaia Capobianchi…
E: Sì è vero, è anche una cosa brutta quando non la puoi esprimere come la tua vera identità…
S: …anche perché quando disegni non fai quello che fai tutti i giorni, ed è quella la vita vera.
E: Quando dipingi sei semplicemente te stesso e lì ti senti vivo. Roberta, comunque scrivi che Smoke13 non sa scrive’ co’ le bombolette!!
…ancora ridiamo, D. ci ha portato del vino e di tanto in tanto interviene, perché sta diventando sempre di più una gran bella chiacchierata…
S: Sì, è vero. Io non sono un calligrafo con le bombolette, non sono capace! Quello è il mio tallone d’achille.
E: …e il mio qual’è?
S: La pazienza di fare le sfumature (e per questo lo invidio eh) ma lo vedi che sta là e poi lascia stare, non gli va… si stufa proprio!
Perché fate quello che fate? Tra l’altro in un modo non propriamente convenzionale e faticoso.
E: Faccio quello che faccio perché è la cosa più personale che sento, non definendola. Come quando dici ad una persona “ti amo” e quella ti chiede “perché?” …non può esistere definizione. non c’è un perché!
S: …io lo faccio perché me lo hanno imposto!
…Francesco quando interviene è sempre uno spruzzo d’acqua fresca, ci fa scoppiare a ridere poi riprende…
S: …no, io faccio quello che mi emoziona, quindi lo faccio perché mi emoziona.

loro

Quanto dura una bomboletta?
S: Bah dipende da quanto la sbazzichi!
E: Il tempo di un’intervista…
S: …pure quindici anni…
E: …le bombelette rubate a Temafer di Chieti….
S: …ambè, io ce l’ho ancora!!
…ci interroghiamo sul da farsi, se mettere o meno il particolare di questa bravata… poi pensiamo che alla fine sono passati quindici anni.  Ma sappiate, comunque, che ne ometteremo delle altre; con i writers non si sta mai tranquilli…
Ma insomma, cosa sono i graffiti?
E: I graffiti sono una cosa strana, lo spray è l’immediatezza. E’ una sfida perché ha dei limiti tecnici, devi muoverti velocemente, soprattutto per Francesco che fa ritratti…
S: …lui è più immediato ma il mio ragionamento è più lungo, da quando tracci la linea a tutti colori e i passaggi tonali che usi…
…e questo con lo spray come lo fai?
S: …è una questione di dettagli, di proporzioni e tecnica; se sbagli anche solo un centimetro è la fine. Ormai io non schizzo nemmeno più, ho la foto e dalla foto vado direttamente sul muro.
E: Beh, consideriamo anche che Francesco s’è comprato un pc all’età di trentadue anni eh…
Ah ecco, questo scriviamolo! Rende benissimo diverse idee…
E: Lo spray a livello artistico è materico. E’ bello che si veda sia fatto a spray, in ogni disegno vedi lo spruzzo che compone l’immagine.

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Lo spazio su cui si lavora, in senso di grandezze, ha importanza?
S: E’ importante, cose che fai su piccoli spazi non puoi farle su un muro. Il muro è un’altra cosa. Ho fatto per un mio amico una piccola parete domestica…

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…e m’è piaciuto, ho scoperto un nuovo modo di miscelare i colori, ma non è stata la stessa potenza che mi dà un muro grande o lo spray stesso.
E: …già è troppo bello passare la tinta che prepara la murata!
S: …infatti il muro finito non è bello come quando lo inizi, le linee, le tracce che ti dai… ma la murata finita non ti dà la stessa sensazione di quando la vedi nascere… quasi fare la foto alla fine ti dà fastidio!
E: …quando tu riesci a fare la tua idea precisa, esattamente sul muro è come proiettare una visione…
S: …pensa che un mio amico, pochi giorni fa, mi ha chiesto se attaccavo un poster sul muro. Io l’ho ringraziato perché mi ha dato uno spunto per come fare tra quarant’anni! Questo perché molti non capiscono l’importanza del graffito, molti credono che la traccia sia il graffito finito…

TGSCREWTraccia

 …questa è una tecnica che ho inventato io, ma è solo l’inizio di quello che faccio poi sul muro!
…mi accendo un’altra sigaretta, Francesco decide che forse, dopo vent’anni, ricomincerà a fumare…
Quando avete cominciato voi?
E: Ufficialmente noi ci siamo fondati nel ’98. Era un bell’anno quel numero m’è sempre piaciuto!
S: Sì, sai 2000 che palle!
… la fissa che hanno i writer dei numeri…
Ma nel momento in cui non si decide più di “rubare” uno spazio, come si fa con le istituzioni?

E: Il graffito non viene visto come arte purtroppo…
Spesso l’arte non viene vista come arte…
E: …ma per la nostra arte è come fossero miopi, solo che per noi è più difficile, le istituzioni non ti danno spazi se non gli garantisci quello che farai. L’istituzione si sente sempre in diritto nel dirti come devi fare, questo solo perché il nostro lavoro sembra spaventi… parli con assessori e ti fanno riferimenti al mosaico…
S: …una volta abbiamo perso mesi perché volevamo ridipingere un parcheggio comunale e alla fine non ci siamo riusciti… ci siamo scontrati con una realtà ottusa, il disegno secondo loro addirittura distoglieva l’attenzione di chi guidava dentro al parcheggio, così capisci che ti trovi…
E: …hanno dei pregiudizi e il loro pregiudizio nasce dall’ignoranza sull’arte dei graffiti.
S: …quello che ammazza tutta questa creatività e che devi scontrarti con persone che usano solo un loro soggettivo metro di giudizio, questo non ti permette di fare niente, non sanno valorizzare l’arte. Degli artisti nazionali hanno decorato sia l’interno che l’esterno della Stazione FS di Nuovo Salario a Roma, scegliendo loro stessi i disegni, ma questo perché qualcuno ha riconosciuto il valore della loro arte.
E: …il paradosso è che noi abbiamo dipinto e partecipato più fuori la nostra città che dentro.
Questo per il senso di appartenenza che ha un writer del territorio è frustrante?
E: In parte sì, è frustrante.
S: Questa gente ammazza l’arte.
E: …comunque se il ruolo di un’istituzione è quello di fare da garante, noi certo non abbiamo mai trovato riscontro… e noi come molti altri abbiamo dovuto fare per conto nostro. Si spera che in futuro qualcosa si possa fare ma deve cambiare l’approccio. Anche perché noi siamo artisti e non siamo abituati a dover far fronte a queste cose, ed è un aspetto relazionale che ti costa sulla tua tranquillità.

Tu vorresti solo disegnare!

prima

Io stacco le mani dal pc, decidiamo che così può bastare…
Ci guardiamo nel bene tutti e dopo poco, da dentro ci ritroviamo di nuovo fuori.
Esta e Smoke13 mi riaccompagnano a casa ed io non posso fare altro che ringraziare questa città complice e loro.


Esta (Isaia Capobianchi)
Smoke13 (Francesco Spissu)
Sito web: www.tgscrew.com
Pagina FB: TGSCREW
Info e contatti: info@tgscrew.com

Fame? No fame. TgsCrew Experiences e chiacchere. – I PARTE –


EstaSmoke13TgsCrew

La prima cosa a cui ho pensato per questo nostro incontro è stata banalmente: “ma quanto è grosso un muro?!?” Sì, perché operare su di una superficie che agli occhi miei, semplicissima osservatrice del lavoro di questi ragazzi, è immensa mi imbarazza e mi incuriosisce non poco. Un muro  è  per mille motivi  immenso. Lo è perché di misure considerevoli a volte e anche perché si tiene addosso, magari, la responsabilità di un luogo, lo sporco di una città, le erbacce cresciute male, i pregiudizi di chi “non vuole”, i buchi di una calce che con il tempo s’è ribellata e le tane di chissà quante formiche che là ci abitano da sempre.
Guardo fuori dalla finestra ed è febbraio. Un febbraio freddo e stanco anche lui di esserlo e c’è la sera di una città che si prepara alla notte. La nostra città, quella che da sempre ci cresce e che adesso si fa ancora una volta zitta zitta complice, sembra sempre che ti guardi in attesa. Lei che forse sa di quante menti vive e capaci di immaginare mondi, la calpestano. Sì, stasera voglio pensarla così questa mia città… a nutrirsi di arte senza che nessuno lo sappia oltre noi.
Squilla il telefono… è Esta che viene a prendermi, avevamo appuntamento alle 21.15.  In macchina c’è lui e Smoke13, loro la conoscono sampietrino su sampietrino questa città e io già mi sento nella loro crew. Dopo un caffè e qualche scemenza sulle nostre vite personali da fuori ci ritroviamo dentro. Il nostro dentro è una stanza, piacevolmente arredata e che gentilmente ci ospita.  Ci sono io,  D. che è la padrona di casa  (vittima consapevole delle mie invasioni), Esta e Smoke13.
Insieme loro hanno scelto di essere: TGSCREW

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La sempre tanto accogliente D. ci prepara un caffè e noi “a modo nostro” iniziamo…
Come posso non chiedervi immediatamente: quanto è grosso un muro?
Smoke13: Chiedilo al secchio della tinta che è sempre vuoto!!
Esta: …ma quant’è piccolo un rullo?
…ridiamo e già loro partono di invettive, io non so interromperli e capisco che questo incontro sarà così: in estemporaneo divenire…
S: …dice così perché prima invece che usare il rullo usavamo la pennellessa. ‘na sgobbata proprio!
Il tessuto urbano che a volte sembra, anche se sempre lo calpestiamo, qualcosa di assolutamente estraneo quanto vi immerge nella vostra arte?
E: Per me il tessuto urbano siamo noi. Nasce con noi, intendo come subculture di movimenti di strada, noi che lo popoliamo…
S: …invece per me il tessuto urbano è la mia felpa sporca. Quella che metto e vado a disegnare, che puzza! Perché tutto quello che riguarda il tessuto urbano, alla fine, puzza! I jeans sporchi di vernice, duri…
…il riferimento alla puzza è qualcosa da intendere negativamente o è un feticismo sano?
E: E’ un feticismo sano. Considera che i vestiti che scegliamo ogni volta per andare a dipingere sono volutamente sempre gli stessi. Diventa un rito.
S: Sì è vero, sono sempre gli stessi. Dove vai vai assorbi un odore, che diventa il tuo.
E: …pensa che sotto il letto della mia camera, sono pieno di scarpe che non metto più e che lascio lì perché tanto prima o poi, mi dico, le userò per dipingere.

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E’ quando vedete strade, posti, spazi, muri che inizia il vostro processo creativo?
E: Per noi c’è sempre un meccanismo continuo di immaginazione. Girando non vedi mai quello che vedi, ci vedi sempre quello che secondo te ci starebbe bene. Ti fomenti alla vista di qualcosa, di qualsiasi cosa!
…io non faccio che scrivere, letteralmente “invalangata” dal loro parlare e fumo. No, proprio non posso confinarli…
S: Ogni spazio è diverso da un altro. Quando vedi il contesto che ospita uno spazio tu ci giri intorno e le parti stesse di un edificio, una ringhiera o un vetro rotto, qualsiasi cosa lo caratterizzi diventa parte stessa del disegno che lì già stai immaginando.
E: …nella murata su alice, per esempio, c’era una struttura metallica,  credo fosse l’intelaiatura che reggeva il tetto, ed era proprio sul muro… inizialmente non sapevamo come fare, poi invece quella stessa cosa ci ha fatto venire in mente l’idea giusta per quel progetto!

prima alice

S: Era dell’edificio, noi solo l’abbiamo integrata.
E: Tra me e lui, quando progettiamo una murata, sono principalmente io a preparare tutto, ma questo per il mio lavoro… io sono un grafico e ci tengo proprio che tutto abbia un susseguirsi e sia perfettamente ordinato nel senso, nella forma e nel colore. Il muro io lo immagino come una grossa cosa da impaginare. Quando fai una murata e lavori in più persone ti devi confrontare con due stili differenti. Smoke13 ora fa soprattutto ritratti, quindi se non fai attenzione rischi di creare una cosa che non è armoniosa.

seconda alice

terza alice

quarta alice

S: Ce l’hai la foto della murata della mongolfiera Isai’?
…Esta cerca nel suo telefono la foto della murata di cui vogliono parlarmi, io non sento più le dita per quanto scrivo…

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E: …ecco, per dirti… l’idea della murata della mongolfiera in cui la bimba guarda il cielo è stato difficile “sistemarla”. Lui pensa al ritratto e io poi devo ammazzarmi di fatica…
S: …sì certo, come no? E io sgobbo!! Ho stuccato pure i muri, io m’ammazzo di fatica! Lui progetta, capito?!? …e guido pure l’autobus poi, alzandomi alle 3.00!
…sono complici questi due, come ne ho incontrati pochi altri nella vita. La complicità che solo i sogni sanno dare…
E: …insomma, questa bimba andava sistemata! Lui mette il ritratto e deve esserci poi la prospettiva, devi farcela stare e non deve mai disturbare.
Ecco, quello che avete appena descritto. Il senso dello stare insieme e dunque, entrando pienamente nel vostro mondo, cos’è una crew?
S: Isai’ andiamo a dipinge’!?!
...ridiamo tutti ed è bellissimo. Poi Esta, che è il più concettuale dei due ricomincia a parlare…
E: …quando dipingi e lo fai nel nostro mondo, ti identifichi come gruppo. Prima c’erano altri insieme a noi; ora siamo io e lui… Cioè, nel mondo dei writers si creano gruppi di persone, che insieme dipingono. Noi ormai siamo adulti, lontani dal senso con cui avevamo messo insieme una crew, ora significa solo l’amicizia.
La nostra crew è la nostra amicizia.

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Continua…

Collettivo WSP: la fotografia come progetto – come collante


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Come nasce questo Progetto?

Questo progetto nasce dalla “pazzia”  di 5 amici che nonostante la crisi e le difficoltà si incontrano e decidono di inseguire un sogno e la loro passione, la fotografia. Avevamo voglia non solo di fare fotografia ma anche di divulgare la fotografia. E’ stata una necessità fisica, ma anche la voglia di confrontarsi, di dire ce la possiamo fare, quella di creare l’associazione e di iniziare ad insegnare non solo a scattare una foto formalmente perfetta, ma anche la capacità di sapere leggere la fotografia, capire cosa c’è dietro.La pazzia continua ed aumenta abbiamo mille idee ogni giorno e cerchiamo sempre di metterle in atto.

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Ho letto di un luogo, dove svolgete l’attività principale dell’associazione, ma fate anche altro…

Dopo un paio di anni un po’ nomadi tra varie realtà romane dove organizzavamo i corsi o gli incontri con gli autori, abbiamo trovato “casa”. Non uso la parola casa a caso, ma è un po’ la nostra idea di sede. E’ un po’ come se fosse una seconda casa per i nostri soci, visto che per noi 5 già lo è, ma anche dove si respira un clima di familiarità, di amicizia, di spontaneità. Poi non nascondiamo la voglia che sia un po’ la casa della fotografia. Nella nostra “casa”  si svolgono le attività didattiche che vanno dai corsi base per adulti e ragazzi ai laboratori, fino ad arrivare ai workshop di approfondimento. Queste sono le attività principali dal punto di vista dell’organizzazione e della gestione, ma non facciamo solo questo. Organizziamo incontri con autori e con tutte le figure che ruotano attorno al mondo della fotografia, come direttori di giornali, photoeditor. Organizziamo anche mostre con autori emergenti per dare visibilità alle nuove generazioni .Tutte le nostre attività rientrano nella nostra idea di intendere l’associazione culturale come veicolo per ampliare la cultura fotografica, che onestamente è un po’ scarsa.

 

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Viaggi Fotografici, workshop dell’anima?

Contestualmente all’organizzazione dell’attività didattica abbiamo iniziato ad organizzare dei viaggi fotografici o workshop dell’anima, questo perchè bisogna mettere in pratica sul campo quello che si è imparato. Abbiamo una ampia scelta di workshop con situazione differenti uno dall’altro. Ad esempio il workshop di Cuba racchiude in sé più tipologie di fotografia si và dalla streetphoto al reportage più classico. Ma anche il workshop in Etiopia ha più piani di lettura si và dalla foto paesaggistica, fino al reportage antropologico o alla street. La nostra capacità sta nel far vedere ai partecipanti che esistono sempre più piani di lettura  di ogni situazione.

Perché “workshop dell’anima” perché senza anima non si và da nessuna parte tanto meno a fare fotografia. Diciamo che il significato di “workshop dell’anima” può essere spiegato in una frase di Charlie Parker che a me piace molto citare:

“Impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica che sullo strumento e suona come ti detta l’animo”.

Questa frase si può trasportare sulla fotografia ed è un po’ quello che noi cerchiamo di insegnare ai nostri alunni.

Rigraziamo Massimiliano Tempesta, per aver redatto l’intervista e il collettivo tutto per averci dedicato del tempo.

http://collettivowsp.wordpress.com/
http://thelowfiproject.ning.com/

(articolo a cura di Antonella Taravella)

Visioni di Marla Lombardo


Marla Lombardo fa parte di un progetto, quello di EROSioni, di cui vi ho già parlato in parecchi altri articoli, già visti qui su WSF.
La sua fotografia è elegantemente in B/N, mostra e mette in primo piano i gesti e la voce, anche se non è udibile, il suo è un biancoenero che ti cattura, quasi come a lasciarsi in sospeso una forma mancante che crea un attimo di buio, poi la forma netta e  il rumore viene lasciato fuori, in questi scatti. Nutre il voler sapere, spingendoti ad occhi più curiosi.


Canto alla mia nudità di Antonia Pozzi

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
Languore della mia capigliatura
Alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
È la curva dei fianchi, ma i ginocchi
E le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
Del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

.

Marla Lombardo, eclettica, visionaria, sensibile, invaghita della sua terra natale, la Sicilia, ama stupire con i suoi turbamenti dell’anima.
 Il risultato è un’arte di stati d’animo e di poetica dell’immagine.

Le sue opere fotografiche sono frutto di un delicato lavoro di “Art Therapy”, intrapreso con la consapevolezza di svelare ed illuminare zone d’ombra che alle volte attanagliano e rendono silenti i complessi labirinti della mente.

I suoi scatti fotografici, la maggior parte autoritratti dell’artista, sono testimonianza di una lotta tra identità e indeterminatezza, tra coscienza e inconscio, tra ordine e caos, tra anelito all’in-conoscenza e affermazione del proprio ego creativo.

Sondandone le lacerazioni più oscure, i desideri più inappagati, la fotografia diventa strumento di conoscenza interiore, di esplorazione e ridefinizione di identità, per predisporre lo spirito a lasciar cadere lo sguardo sulle cose non per possederle, ma per trasfigurarle, cogliendone la bellezza più profonda.

La mia arte è come un viaggio all’interno della mia mente – sottolinea l’artista – per mettere a nudo la mia coscienza, che nella sua incrollabile determinatezza presenzia alla propria celebrazione senza esistere, al di là della propria storia, al di là della propria immagine riflessa, catturata e consumata”.

Sito web: www.marlalombardo.com

Email: info@marlalombardo.com

Prospettive: I fotografi che hanno fatto la storia della Fotografia – Diane Arbus – Omaggio di parole


La cosa che preferisco è andare dove non sono mai stata.

Diane Arbus

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“L’occhio di Diane”

Forse il tuo era l’ultimo vero Occhio della nostra epoca. Così diverso dagli altri, così raro, così prezioso e, ormai, così perduto. Andavi oltre. Vedevi l’anima. Non sapevi cosa fosse il normale per i normali, né cosa fosse l’anormale, non sapevi niente del mondo che ti circondava. Seguivi il tuo Occhio, gli hai dato un corpo meccanico, e con quello hai fatto vedere qualcosa anche a noi. Ci hai lasciato delle lezioni, dei piccoli insegnamenti per la nostra anima. Ci hai dato modo di sovrapporre il tuo Occhio ai nostri, di aprirci, di imparare.

Non c’è niente di normale nel corpo umano. Il concetto stesso di normale non può esistere, non deve, è ingiusto; così deve cadere anche l’anormalità, parte marcia del marcio, bruttura delle brutture.
Normale è la parola peggiore che esista. Il normale si arroga il diritto di decidere cosa è giusto e sbagliato, dà a chi si definisce normale il potere di giudicare chi lo è e chi non lo è – e giudica in base alle similitudini, e le similitudini sono storpiature, brutte copie, banalità che si imitano a vicenda. I normali sono cloni inutili e incolori che giudicano in base a chi trova altrettanto simile – ovvero altrettanto brutto, inutile e banale. I normali sono tanti, perché il marcio è tanto. E tanti si definiscono normali. È così che nasce l’ anormale, ed è un dispregiativo: l’anormale è diverso ed il diverso è orribile, il diverso è diverso, il diverso non può stare con noi, il diverso va eliminato. Il normale è mostruoso perché dà potere al banale. E il banale è peggio che mostruoso, è il nulla. Perché cerca di annullare tutto quello che tocca. Tu lo sapevi, Diane. Combattevi con le immagini. Abbattevi in silenzio i pregiudizi. Avevi tanto da dire, e non c’erano parole sufficienti per farlo.
Volevi che capissimo.

Io ho capito che per quanto possa essere considerato fuori dal comune, o eccezionale, o bizzarro, o unico, o strano, nel corpo umano non c’è nulla di anormale. Ovunque c’è poesia, grazia, vita. Ovunque c’è il tocco del cielo. Ovunque il tuo Occhio si posasse, c’era la bellezza. Ed era un tipo di bellezza che nessuno aveva mai voluto vedere. Un amore così pieno per l’essere umano in ogni sua forma non lo aveva mai provato nessuno. Cara Diane, abbiamo perso la tua eredità. Il tuo Occhio proliferava in un’epoca dove le cose potevano essere ancora diverse, piene, belle, nuove. Dove l’amore poteva essere tale e la vita ancora viva. Oggi siamo nell’epoca nera dell’Occhio. Vediamo troppo, e al tempo stesso è tutto nero. Possiamo fotografare tutto, vedere tutto, leggere tutto – ma siamo fermi nella nostra stessa banalità, incanalati nella stessa direzione, fermi nella nostra pelle. Non andiamo oltre. Non riusciamo ad andarci. Non siamo mai stati così ricchi, non abbiamo mai avuto così tanti occhi e mani e parole a disposizione, e non siamo mai stati al tempo stesso così sordi, ciechi e crudeli. John Merrick è tornato ad essere un mostro, un elefante disgraziato e i tuoi soggetti dei freaks.
Non abbiamo imparato niente.

Anche se hai cercato di dirci tutto.

[Daniela Montella]

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una mano, una granata 14\11\2012

in fila agli occhi nudi della piazza
le mani, i denti, la serratura aperta

briciole resistenti al ferro
il davanzale di un binario morto

si riparte al bivio disunito

le domande lunghe dei figli
slegate al nodo dello stesso vento
tendini tesi nello stringere granate

(idee che continuano a volare
come coriandoli cavalcati a pelo
senza maschere a dire che è febbraio)

sono bambini i cieli esasperati
i laghi da nuotare a bocca aperta

[Annamaria Giannini]

diane arbus

.Non era il Tempo della Madre.
Nere parole /
asincrone all’inchiostro
Il volto s/coperto
ed un solo rintocco di tempo

A trattenere in vita la linea spezzata di una donna
e la sua curva materna / c’è il vento
gelido a rincorrere terra
unta di polvere / incenso e silenzio

Solo un drappeggio nella voce mancante
un urlo / un rintocco sanguinante
come a tracimar dolore
d’infante morsa nello strappo avvenuto

__e /nell’angolo dove s’aggira il tuo nome
nelle attardate mattine di un novembre mancato
ancora non v’è voce / o nuda parola
che possa di saliva e sangue lacrimare

[Rosy Iuliucci]

da

l’infoltirsi di qualcosa
che cede il posto alle tue mani,quel lentissimo farmi
largo a cellule ammattite nel vivo
delle tue sproporzioni trovando sempre altro
possibile di te
è una parola che non smette di leggerti,
l’estremo suono della lingua nella pausa
incustodita della bocca

[Sylvia Pallaracci]

da

polvere
quest’orchidea selvatica
mi tira la tua pelle
poi il liquido
odore di colture inserrate
muschio e flora batterica
schiarite di mattino
la presa d’aria del campo
sgambato, le mietiture
che ti faccio

[Enzo Moretti]

A chi le chiese il perché si fosse dedicata seriamente alla fotografia solo a partire dai suoi 38 anni, ella rispose, con un sarcasmo cristallino: “Perché una donna passa la prima parte della sua vita a cercare un marito, a imparare ad essere una moglie e una madre, e a tentare di svolgere questi ruoli nel modo migliore. Non le resta il tempo di fare altro.”