La speranza è appesa a un filo – E. Macioci


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Io voglio bene a Philippe Petit, per due motivi. In primo luogo perché il 7 agosto 1974 passeggiò lungo un filo teso fra i tetti delle Torri Gemelle, a centodieci piani e quattrocentosedici metri d’altezza, realizzando un’impresa a cavallo tra follia, coraggio e insondabile gratuità (ancor oggi, guardando le foto, non si riesce a credere ai propri occhi); in secondo luogo perché da quell’impresa trent’anni dopo l’irlandese Colum McCann ha tratto spunto per scrivere uno dei più bei romanzi contemporanei (no, non è un libro sull’11 settembre; e sì, lo è): Questo bacio vada al mondo intero, vincitore nel 2009 del National Book Award e nel 2011 sia dell’International Impac Dublin Literary Award che del Superpremio Bottari Lattes Grinzane (titolo originale Let the great world spin, Rizzoli editore, nell’eccellente traduzione di Marinella Magrì).

Il romanzo è un coro. Vi compaiono: un prete dannato in cerca d’una improbabile, francescana redenzione, uno scrittore smarrito che trova l’amore per la via più inaspettata e contorta, prostitute adulte e ragazzine e quasi bambine, giovani hacker irrispettosi, graffitari avvolti nel mistero, giudici quietamente rassegnati, madri depresse che hanno perduto i figli in guerra, artisti falliti e fuggitivi, persone disilluse ma tenaci, provate ma dignitose, spesso disperate ma mai davvero senza speranza. Il centro del coro è lui, Philippe Petit, l’acrobata sul filo; gli altri personaggi assisteranno, chi prima chi dopo, più o meno per caso (ma esiste il caso?), alla sua incredibile traversata, o ne saranno in qualche modo toccati; e lui stesso infine scenderà giù, di nuovo uomo fra gli uomini, per subire in tribunale le conseguenze del folle gesto, per risarcire il mondo ordinario, il mondo della noia, ferito da tanta prodigiosa irresponsabilità.

La bravura di McCann sta nell’orchestrare, con maestria vicina alla perfezione, le mutevoli vicende, stando sempre attento a che il perno narrativo e poetico resti il funambolo, la sua dolce utopia realizzata; ma oltre al senso del ritmo McCann sfodera uno stile struggente, semplice e profondo, né patetico né banale, capace di frugare nel quotidiano per trarne fuori autentiche perle di magia, vorrei dire di metafisica, comunque di mito.

Mai, neppure davanti alla malattia, alla morte e all’avvilimento più cupo, la luce che anima il racconto viene meno; una luce tenue, primaverile, la luce verde del fogliame, una luce che pervade le righe e le parole e perfino i silenzi tra le parole. È a una simile luce che io penso immediatamente quando penso al romanzo; e subito dopo al funambolo, minuscolo punto scuro contro l’immenso cielo di New York, fragile e indifeso eppure vincitore, sospeso sull’abisso che è la sua vita, la vita degli altri personaggi, la vita di tutti noi. “Sotto, gli spettatori inspirarono all’unisono. L’aria parve improvvisamente condivisa. L’uomo lassù era come una parola a tutti nota, sebbene nessuno l’avesse mai udita.”

Enrico Macioci

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