Daniel Nevoso&Martina Masserente – Ibsen e l’incontro fra gesti e parole: il corpo nei chiaroscuri di certi sussurri.


Io volevo solo tirare un unico filo; ma sciolto quello, si sfilò ogni cosa. E allora mi sono resa conto che questi punti erano fatti a macchina.[…] e io sto qui a combattere con gli spettri di dentro e di fuori.

H.Ibsen

Il corpo è il potente medium di comunicazione tra l’esterno e sé stessi. È la consapevolezza “dell’esserci”: realtà che può manifestarsi come tale o “altra”, a seconda delle sensazioni scoperte o ritrovate nel profondo dell’esperienza dall’osservatore.
La gioventù si guarda allo specchio e ritrova l’eros in un sorriso complice, in un gesto che accarezza desideri sopiti, inconfessati, uno sguardo che fruga nel buio cercando la solitudine per vivere l’emozione del momento. Momenti che fanno vivere questo corpo che palpita, che attende, che vive, respira.
Dietro a queste immagini si cela un mondo di sensazioni, di sussurri.
L’obbiettivo della macchina fotografica entra nella stanze delle città, registra con il suo fascino magico il fruscio delle tende dalle finestre aperte, il micro rumore che la seta genera a contatto con la pelle.

Il libro nasce dalla passione per il teatro, in particolare per i drammi ibseniani, che l’autrice legge e rielabora con le modelle.

Martina Massarente

Scoperti nel frastuono giornaliero che tamburella ogni giorno facebook, Daniel Nevoso&Martina Massarente, hanno da subito attirato la mia attenzione, per l’insieme che hanno composto e sono molto felice di averli qui su WSF, con un’intervista.

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AT: Come nasce questo progetto?

M.M: Il progetto che porta il titolo della pubblicazione edita da Sagep editori “Sussurri”, nasce da un momento di passaggio del mio percorso artistico e culturale.
Mi sono appassionata al teatro nordico nello specifico ibseniano durante il mio secondo anno di università, quando ho iniziato a seguire il corso di Storia del Teatro presso l’università in cui attualmente sto conseguendo il titolo di laurea magistrale in Storia dell’arte contemporanea, la facoltà di Lettere e Filosofia di Genova.
Ho iniziato a fotografare sette anni fa e in questo tempo ho potuto studiare moltissimo la storia della fotografia, i grandi autori del passato e quelli più attuali che fanno parte della realtà contemporanea.
Da qui è spontaneamente arrivato il momento in cui ho sentito delle esigenze che mi hanno portata ad esprimere qualcosa che alle volte non si riescono a risolvere dentro di se soltanto pensandoci o parlandone con qualcuno. Il mio “sentire” è diventato parte integrante del lavoro condotto con le mie modelle, amiche di una vita che mi hanno aiutata a maturare sia intellettualmente che tecnicamente. Da sola ho imparato ad ascoltare le esigenze che le immagini della mia testa mi chiedevano. L’uso delle luci, le impostazioni di lavoro tecnico le ho scoperte sperimentando e osservando tantissimo libri ed esposizioni fotografiche. Ho cercato di capire tecnicamente come gli effetti e i contrasti potessero essere stati ricercati e resi dal fotografo o dall’artista.
Ho iniziato a riflettere sui testi teatrali e da questi ho estrapolato una modalità di lavoro che mantengo in ogni progetto che affronto. Questo progetto legato a Ibsen nasce quindi da una mia personale esigenza di fare il punto sulla mia situazione attuale e cercare di andare oltre, di non accontentarsi mai e continuare a ricercare la propria strada senza farsi condizionare troppo dagli altri.

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A.T: Scoprirsi? Ritrovarsi?

M.M: Certo il progetto riflette molto di me stessa e delle ragazze che con me hanno collaborato. Mi rendo conto che il lavoro è un inizio e un punto che va superato e approfondito ma è anche stato per me importante far confluire tutte le cose che avevo dentro in questa importante occasione per fare ordine nel mio universo interiore.
Sussurri mi ha dato la possibilità di scoprire cose di me e delle mie modelle Alice e Francesca, amiche e persone fondamentali nella mia vita oltre che nel mio percorso artistico. Tutti i progetti e le cose nuove nascono e si sviluppano a partire da loro che sono una costante fonte di ispirazione per me. E’ certamente stato un momento di nuove scoperte ma anche un modo per ritrovare dentro di noi alcuni aspetti che solitamente, nella vita quotidiana vengono sacrificati, tralasciati, abbandonati per tirare fuori da noi solo le parti che sono come dire “più convenienti”.
Questo lavoro ha dato la possibilità a tutti coloro che lo hanno reso possibile di potersi mettere in gioco con il loro comportamento, la loro identità e carattere senza negare nulla.

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A.T: Ibsen fonte d’ispirazione, nella fotografia come è arrivato?

M.M: Da quest’anno ho avuto il piacere di fondare con Daniel Nevoso, mio collaboratore oltre che autore dell’apparato poetico del libro, un gruppo artistico che abbiamo chiamato Matrëška.
Matrëška è diventata la nuova casa di entrambi, la accudiamo, cerchiamo di fornirle man mano una vera identità che possa
configurarsi ed entrare a far parte a tutti gli effetti del mondo della produzione artistica e teatrale.
Matrëška lavora con una propria modalità che mira prevalentemente a progetti artistici basati su esperienze di tipo autoriale e testuale. A partire da un autore e dai suoi lavori teatrali, letterari, cinematografici ecc. noi cerchiamo di entrare nel suo universo e prelevare gli aspetti che più si rispecchiano nella nostra interiorità, affini alla nostra personalità.
Ecco come ho scelto Ibsen. Inevitabilmente mi trovo a dover parlare di me stessa quando discuto sulle modalità di scelta o della derivazione delle mie idee e ispirazioni lavorative.
Non mi faccio molti problemi a parlare di me, Ibsen mi ha da subito affascinata per i suoi aspetti contemporanei, io sono una persona solare ma nascondo alcuni aspetti più misteriosi e interiormente tormentati, ho uno spirito un po’ decadente sotto alcuni aspetti, mi affascina il suo mondo fatto di salotti, di porte chiuse e socchiuse, di misteri e di insidie, mi piace il fatto che i personaggi si muovano in questi sotterfugi, in pensieri nascosti e i tormenti della psiche.
Mi piace, questo mondo, lo trovo erotico, affascinante come le sue figure femminili, come il volto della morte che spesso si incontra nei suoi testi. Ne sono attratta come una calamita. L’universo dei salotti borghesi mi ha rimandata a un’altra grande passione che ha molto integrato la ricerca legata a queste tematiche, il cinema di Luchino Visconti.
Troppe persone hanno pensieri tormentati, perversioni, lati oscuri che non fanno emergere pur essendo questi i lati che rendono interessante l’individuo, spesso costipato nella sua stereotipizzazione sociale. Il compito dell’arte è quello di saper
tirare fuori questi aspetti, farli emergere per riuscire almeno in parte a partecipavi e a condividerli con proprie esperienze personali.
Questo universo ibseniano così controverso, fatto di menzogne e di grandi spinte identitarie, in particolare da parte dei personaggi femminili, hanno molto condizionato il mio modo di lavorare soprattutto con l’ausilio della fotografia, strumento che mi permette di non fare delle ragazze degli esseri perfetti e fantasmatici, ma di restituirle realmente per quello che sono. Le mie fotografie cercano di mantenere forte attinenza al realismo delle donne e dell’ambiente, modificato solo da forti ombre che tolgono temporalità all’immagine.
Sono “Quella degli scuri” come mi chiama la mia attuale gallerista Bruna Solinas, questo perché le mie immagini sprofondano nel nero. Devo dire che il soprannome mi si addice, pur non essendo assolutamente una dark lady.

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A.T: Parlateci della voce da dare alle parole e al corpo.

M.M: In questo caso mi sento di lasciare la risposta a Daniel che certamente ha affrontato da vicino questo tema, essendo lui ad aver partorito questo straordinario concertato di voci.
Le parti poetiche non sono da intendere in senso meramente didascalico, sono un continuum parallelo che scorre accanto alle immagini, le quali si rapportano al mio modo di intendere il lavoro in relazione a Ibsen.
Attraverso le sue poesie emerge anche il pensiero dell’autore stesso, il suo modo di intendere la persona, la figura femminile, la scrittura poetica/teatrale. Sono versi che nascondono tante confessioni dalle diverse sfumature.
Il contatto con i testi teatrali originali non lo abbiamo mai perso, Daniel in alcuni punti ha usato dei tecnicismi che rimandano a quelli utilizzati da Ibsen per il teatro solo trasposti in poesia.
Credo che lui abbia fatto un lavoro straordinario perché non solo ha studiato Ibsen attentamente, a livello storico e testuale, ma anche perché con estrema empatia è entrato nella mio lavoro per produrre un testo che fosse strada parallela alle immagini e che, proprio per il fatto di non esserne didascalia, abbia potuto diventarne vera integrazione. Le due cose si sono fuse insieme.
Per questo quando abbiamo presentato la mostra a Palazzo Rosso dal 20 aprile al 27 maggio 2012 non abbiamo voluto inserire accanto alle immagini le parti poetiche, ma renderle vive attraverso una installazione sonora che potesse accompagnare mentalmente il visitatore.

A.T: Il corpo come luogo da cui ripartire?

M.M: Certamente il corpo è ciò che per le donne ha un valore molto particolare. Al di là del semplice dato estetico, il corpo è la prima parte di noi a soffrire direttamente dei nostri pensieri.
Il corpo riflette tutto e nasconde molto poco.
Il corpo è il confine tra ciò che siamo e ciò che mostriamo all’esterno, lo vestiamo, lo cambiamo, lo modifichiamo, lo sottoponiamo a riflessioni e a interventi di ogni tipo.
Non starò qui a elencare tutte le cose che possiamo conoscere sull’uso che del corpo è stato fatto nella storia dell’arte o non avrei abbastanza spazio per contenerle tutte.
Certamente il mio non è un lavoro di Body art così come possiamo intenderlo nell’accezione della corrente artistica nata negli anni Sessanta, un fotografo che sento particolarmente vicino come
modalità di approccio alla fotografia è senza dubbio Duane Michals, così come Irina Ionesco, la grande maestra degli scuri…
Mi piace usare il corpo per narrare qualcosa, far parlare i corpi di altri per raccontare le proprie individuali esperienze in modo crudo e del tutto vero mostra un punto di vista diverso sulle problematiche che lo riguardano.
A partire dal mio interesse per Ibsen, non ho scelto le mie modelle casualmente. Io sono rimasta folgorata dalla bellezza di Alice dalla prima volta che l’ho vista tra i banchi di scuola e mi sono detta “questa ragazza deve diventare la mia musa” e così è stato effettivamente.
Alice l’ho scelta anche per altri motivi ben più profondi, la sua personalità camaleontica, in grado di cambiare ad ogni circostanza e situazione, può mostrarsi simbolista o contemporanea, può essere vittoriana o déco, riesce a essere tutto quello che vuole oltre sé stessa.
E’ una persona particolare, dal carattere freddo e impassibile; questo mi ha facilitata, oltre ad avermi affascinata, nella realizzazione della prima parte di Hedda Gabler, uno dei personaggi tra i più complessi dell’universo di Ibsen; Alice inoltre ha saputo sfoderare tutte le sue sfumature senza recitare.
Sia Alice stessa che Francesca, la ragazza che ha vestito i panni di Nora di Casa di Bambola, non sono né attrici né modelle professioniste, sono persone che hanno saputo mettere in gioco loro stesse e il proprio corpo per creare qualcosa, a partire da un testo d’autore, una nuova vita, una nuova discussione su loro stesse.
Si parte dal corpo… ma non solo.

1988_sussurri_cop

Alcuni testi di Daniel Nevoso, presenti nel pregevole libercolo:

da Nora – disattenzione nel buio

III

Sono sola.
Nessuno gestisce la mia parte.

Stanotte la luna non è buona.
E’ solo una luna.

Senza nastri e colori.

cosa potrebbe rallegrare la vista in questo momento?

Anche lei stasera
si è tolta il lume
del balocco Meraviglioso.

da Sussurri nella polvere

Seconda voce

Vivere.- – Eseguire, provare, soddisfare, placare – –

Portare a termine la missione
ciò che appare divino.
Ora l’idea mi distrugge,
la fedeltà mi sconfigge.

Ora sotto la sofferenza del corpo, schiacciata
fino in fondo, non capisco l’incombenza
del desiderio dentro di me.
E’ troppo forte,
divina e serena senza illusione,
incapace di prendere il volo.

da Risveglio dell’antico

Anziana

Avevo da ragazza
dolcezza sessuale nel viso
era l’enigma
che del sangue altrui
lasciava ardere i corpi.

La bellezza alla quale appartenevo
sventola ora appesa ad un ramo
accarezzata dal frivolo vento.

Ora non c’è più importanza
resta soltanto
l’antica sfilata di un personaggio
di cui tutti conoscono
le estinte passioni.

Oh la mia bellezza!
La mia bellezza è durata solo trent’anni.

Libro acquistabile qui: http://www.sagep.it/easyStore/SchedeVedi.asp?SchedaID=1988

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11 pensieri su “Daniel Nevoso&Martina Masserente – Ibsen e l’incontro fra gesti e parole: il corpo nei chiaroscuri di certi sussurri.

  1. Affascinante l’approccio. Oserei dire che il corpo è il linguaggio di ogni essere, donna, uomo, bambino, vecchio, giovane, barnone, omosessuale o animale. Racconta di noi. Certo bisogna saper cogliere i suggerimenti che ci indirizza un corpo. Talvolta non sono così evident! Sono abituata a leggere i corpi della strada, qui abbiamo ben altro approccio!

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    • sicuramente “raccontare” il corpo ha mille e mille sfaccettature…per il corpo accennato da te, ci si potrebbe pensare e avrei anche una persona che potrebbe parlare di un altro tipo di sguardo.

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      • ecco, anna, questo involontariamente non lo avevo letto nel commento di paroleacapo. presa dal senso del discorso su altre forme di sguardi. e sinceramente mi spiace leggerlo in lista, come se fosse differente, qualcosa di diverso e non lo è per me, tengo a ribadirlo.

  2. Morf, sul tuo sguardo non nutro alcun dubbio 🙂
    E credo, anche, che uno dei motivi di più intensa frizione, in questo senso, sia generato proprio dall’idea che ‘omosessuale’ appartenga al sesso e non alla sessualità! Il che, peraltro, sarebbe anche paradossale: una donna che sia attratta da donne o un uomo che sia attratto da uomini sono omosessuali proprio perché sessualmente ‘donna’ e ‘uomo’. Anche l’idea che una persona omosessuale sia considerata priva o carente di ‘femminilità o virilità’ mi ha sempre fatto sorridere… In ogni caso, intervengo, come sempre, appena qualcosa mi suoni stonato; ben cosciente, peraltro, che proprio questo discorso è uno dei più spinosi, perché la verità è che la sedicente ‘differenza’ (alla base di qualsivoglia atrutturata ‘categoria’) o la avverti o non la avverti: non c’è via di mezzo. E, in molti casi, non è dolosa, ma non la si può acchitare senza correre il rischio di apparire maldestri.
    🙂

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