Inediti di Giuseppe Caracausi


Ana Mendieta

1

Si parte con una leggera depolarizzazione della città

tenendo  alto il flusso di cibo, le garanzie.

Il primo piccolo passaggio è di eliminare

sotto forma di scorie gli estremi della cittadinanza.

 

8

Sapere di preciso che esistono interazioni

per cui la spaccatura tende a verificarsi velocemente,

non significa ancora che il mediterraneo stia per piegare da qualche parte.

 

12

Il sistema migliore non è quello di lavorare sulle spaccature

che raggiungono il mediterraneo contrattosi nel frattempo.

Per superare le condizioni di dannosità in altre culture

impongono la morte dell’ospite.

 

19

Si trattava di vedere di condurre una linea al disordine geografico

nel rispetto della pertinenza dei luoghi e le zone interposte.

Una forza era applicata nel punto in cui il mediterraneo divide.

Biografia:
Risiede a Milano, lavora a Palermo, dove è nato e da qualche anno insegna scienze naturali  alle superiori.

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La speranza è appesa a un filo – E. Macioci


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Io voglio bene a Philippe Petit, per due motivi. In primo luogo perché il 7 agosto 1974 passeggiò lungo un filo teso fra i tetti delle Torri Gemelle, a centodieci piani e quattrocentosedici metri d’altezza, realizzando un’impresa a cavallo tra follia, coraggio e insondabile gratuità (ancor oggi, guardando le foto, non si riesce a credere ai propri occhi); in secondo luogo perché da quell’impresa trent’anni dopo l’irlandese Colum McCann ha tratto spunto per scrivere uno dei più bei romanzi contemporanei (no, non è un libro sull’11 settembre; e sì, lo è): Questo bacio vada al mondo intero, vincitore nel 2009 del National Book Award e nel 2011 sia dell’International Impac Dublin Literary Award che del Superpremio Bottari Lattes Grinzane (titolo originale Let the great world spin, Rizzoli editore, nell’eccellente traduzione di Marinella Magrì).

Il romanzo è un coro. Vi compaiono: un prete dannato in cerca d’una improbabile, francescana redenzione, uno scrittore smarrito che trova l’amore per la via più inaspettata e contorta, prostitute adulte e ragazzine e quasi bambine, giovani hacker irrispettosi, graffitari avvolti nel mistero, giudici quietamente rassegnati, madri depresse che hanno perduto i figli in guerra, artisti falliti e fuggitivi, persone disilluse ma tenaci, provate ma dignitose, spesso disperate ma mai davvero senza speranza. Il centro del coro è lui, Philippe Petit, l’acrobata sul filo; gli altri personaggi assisteranno, chi prima chi dopo, più o meno per caso (ma esiste il caso?), alla sua incredibile traversata, o ne saranno in qualche modo toccati; e lui stesso infine scenderà giù, di nuovo uomo fra gli uomini, per subire in tribunale le conseguenze del folle gesto, per risarcire il mondo ordinario, il mondo della noia, ferito da tanta prodigiosa irresponsabilità.

La bravura di McCann sta nell’orchestrare, con maestria vicina alla perfezione, le mutevoli vicende, stando sempre attento a che il perno narrativo e poetico resti il funambolo, la sua dolce utopia realizzata; ma oltre al senso del ritmo McCann sfodera uno stile struggente, semplice e profondo, né patetico né banale, capace di frugare nel quotidiano per trarne fuori autentiche perle di magia, vorrei dire di metafisica, comunque di mito.

Mai, neppure davanti alla malattia, alla morte e all’avvilimento più cupo, la luce che anima il racconto viene meno; una luce tenue, primaverile, la luce verde del fogliame, una luce che pervade le righe e le parole e perfino i silenzi tra le parole. È a una simile luce che io penso immediatamente quando penso al romanzo; e subito dopo al funambolo, minuscolo punto scuro contro l’immenso cielo di New York, fragile e indifeso eppure vincitore, sospeso sull’abisso che è la sua vita, la vita degli altri personaggi, la vita di tutti noi. “Sotto, gli spettatori inspirarono all’unisono. L’aria parve improvvisamente condivisa. L’uomo lassù era come una parola a tutti nota, sebbene nessuno l’avesse mai udita.”

Enrico Macioci

Prospettive: I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia – Nobuyoshi Araki


“Le donne mi interessano perché sono misteriose e perfide. A volte sono madonne, a volte sono prostitute. Con i loro aspetti complessi non mi annoiano mai”…”Non me ne frega niente di preservare. Per me può scomparire tutto. Anche i libri devono essere vissuti, consumati, maneggiati. Un po’ come le polaroid che piano piano si modificano nei colori, fino a svanire”.

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Nobuyoshi Araki maestro della fotografia erotica contemporanea. Nasce a Tokyo il 25 maggio 1940, dopo studi sulla fotografia e il cinema presso la Chiba University, si trasferisce per lavorare a Dentsu.
Qui conosce Yoko, sua futura sposa.
Dopo il matrimonio, pubblica una raccolta di fotografie (Sentimental journey, 1971), scattate alla moglie durante il loro viaggio di nozze. Yoko muore nel 1990 di cancro alle ovaie. Le foto dei suoi ultimi giorni vengono pubblicate dall’artista giapponese in un libro intimista dal titolo Winter journey.
Conosciuto da tutti per i suoi reportage sull’industria del sesso giapponese, si focalizza  prima su Kabukichō, storica zona a luci rosse di Shinjuku (raccolte in Tokyo lucky hole), per poi catturare con il suo obiettivo tutto ciò che rappresenta la caducità dell’essere e la sua trasformazione nel tempo.

Le sue immagini sono fiori sensuali, donne in kimono, strade affollate e caotiche, vicoli stretti, cieli solcati da nubi o tramonti struggenti. Nei suoi scatti ci sono varie forme di manifestazione del desiderio erotico sfociando nell’esplorazione della morte. Eros e thanatos si sfiorano e si mescolano.
Ammirato per la sensualità e disprezzato per la durezza, provocatorio ai limiti della pornografia.
In equilibrio tra tradizione e innovazione, dove si incontrano e scontrano passato e presente, le sue ragazze posano disinibite. Immagini di giovani donne legate con delle corde in stile Kinbaku, rimandano alla schiavitù sessuale, appese ai soffitti, distese sui tatami, o ritratte in camere d’albergo.
La donna e Tokyo divengono assolute protagoniste di un racconto in polaroid, bianchi e neri e pellicole ritoccate a mano, che esplora i confini tra il sacro e il profano e la realtà e la finzione.

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Exit – Alicia Giménez-Bartlett (Sellerio Editore 2012) – di CorpiFreddi Itinerari Noir


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Stupefacente è il primo aggettivo che mi viene in mente. Come ci immaginiamo la nostra morte? Vorremmo pianificarla, organizzarla, recitarla? Ci si può uccidere senza una apparente buona ragione? E decidere di morire deve per forza averla una buona ragione? E’ stato il romanzo di esordio della Bartlett, pubblicato solo adesso in Italia e per quanto, di solito, insospettiscano uscite tardive di opere prime di autori all’apice del successo, EXIT non delude. E’ una storia di paradossi, un romanzo dai toni vagamente surreali, che porta la mente ad ondeggiare, come la risacca sulla battigia, tra il tragico e la parodia.

EXIT è il nome, evocativo, di una residenza di classe, di una clinica per privilegiati, che si permettono il lusso di scegliere, quando e come congedarsi dalla vita. Sono assistiti da due medici, fini esteti e da una spigolosa infermiera che ha, fra le sue doti, capacità culinarie sopraffine. E si, perché ad EXIT si passano giornate allegre, fra pranzi, balli, banchetti, cibi raffinati e litri di champagne, discussioni e piacevoli chiacchierate. E’ un posto accogliente, elegante, circondato da un parco lussureggiante, dove si paga perché la vita sia gioiosa, fino a quando ciascuno non decida modi e tempi per andarsene. Il contratto, però, è a termine, scade allo scadere della stagione: chi non si suicida deve salutare e lasciare spazio agli ospiti successivi. Non ci sarà un secondo giro, non ci sarà una seconda possibilità. E la morte arriva, a interrompere per un momento la gioia artefatta della vita di comunità. E’ accompagnata da cerimonie bizzarre, che richiedono coreografie dettagliate. In un mondo che ha perso il senso del vivere e forse del morire, le vecchie liturgie non consolano più, se ne cercano altre, probabilmente vacue, ma su misura, come se fossero l’ultimo vestito da indossare per l’estrema rappresentazione di una vita che non si sa più vivere, ma solo recitare e rivedere nello sguardo degli altri, non amici, non parenti, neppure nemici, bensì pubblico.

Potrebbe sembrare un romanzo sull’eutanasia, in realtà è molto altro, ad EXIT non vanno i malati, anzi, per essere ammessi, occorre certificare di non essere affetti da patologie fisiche né tantomeno essere depressi, serve solo la volontà di farla finita. Badate bene, la volontà, non una presunta, ragionevole, socialmente accettabile, buona ragione per farla finita.

La Bartlett ha l’animo dell’investigatore e questa volta indaga, senza ipocrisie e con i tratti ironici che contraddistinguono il suo scrivere, nell’anima di una borghesia e di una società annoiata, alla quale sono venuti a mancare gli strumenti tradizionali e gli anticorpi per affrontare alla vita. Fra situazioni grottesche e colpi di scena, la tensione resta alta ed è facile scivolare nel mondo surreale di EXIT, sentirsi parte della strana compagine li radunata per morire, ma che ne frattempo vive, ama, odia, soffre e finisce, in poco tempo per diventare intima, un gruppo di amici, pronti a vivere e a confondersi nella partita del fato, del sentimento e dell’estrema decisione.

Non è un romanzo sulla buona morte, ma sulla cattiva vita, sulla mancanza di senso, o dell’incapacità di trovarlo, in noi e in quelli che ci stanno accanto, compagni scelti od occasionali di viaggio. Non c’è consolazione, non c’è disperazione, c’è una visione laica del vivere e del morire, che si apre con sguardo estetico ed estatico verso la bellezza della vita. Il senso del tragico scolorisce nell’ironia della prosa, nel fraseggio teatrale del testo, nello spazio chiuso della villa e nell’arco temporale di un’estate.

E’ un testo attuale, capace di molti registri e di strappare qualche risata, sicuramente di accompagnare verso riflessioni che prima o poi tutti incontriamo sul nostro cammino. E’ anche una sorta di manifesto del pensiero dell’autrice, si trovano già tutti i temi della produzione successiva il femminismo, il senso del tragico della vita e il tentativo di affrontarla sorridendo, senza prendersi troppo sul serio, mostrando quanto la vita, con i suoi paradossi, possa essere comica, per coloro che abbiano voglia e il coraggio di ridere.

articolo di Francesca Fossa – Corpifreddi Itinerari Noir

Inediti di Massimo Barbaro


*

            first harsh utterance fermati ai chiaroscuri alle lontananze cosa c’è sotto e non traspare della rigidità comoda della faccia contro il muro e passo dopo passo nella trama dell’intonaco percorri sentieri salite discese ti fermi esausto non ti eri mai mosso niente è più possibile neanche muovere un muscolo endovena stilla rubinetto chiuso labbra livide traccia esangue
macchia

il balsamo il balzo la pelle striature della tigre in quell’anno e la domanda sospesa per sempre da lì il cammino lungo di non chiedere non aspettarti non credere allegoria del sonno impasto di colori spatola movimenti del mouse dito sinistro dito destro pulsante sinistro destro
            smudge
*

           garde ton sourire per un momento vuoi dimenticarti che hai bisogno di allegria e la piega delle labbra si congela qualcosa di molto peggio molto meglio di un fermo immagine       dismetti come si fa con un abito venuto a noia ma non tu

della demotivazione il non voler prendere tutto una stanchezza       essere stufi       che viene da lontano e ti porterà lontanissimo da nessuna parte       esattamente
precisamente

il sottopassaggio ferroviario la pausa della morte che non ti appartiene e ti porta a pensare di farti carico di alleviare quelle degli altri se mai una cosa del genere sia possibile       in tempi di pioggia ti sembra difficile sollevare lo sguardo e allungare la prospettiva riempi le ore reggi sempre il collo in qualche modo farai ma si insinua il dubbio       non vuoi nulla da quello che fai il tuo maestro sarebbe orgoglioso di te a averne uno e così nessun orgoglio       tu neanche se non di avere avuto la forza di ritrovare foglie gialle bellissime neanche fossero petali di fiori di ciliegie in festa a tutte le ore       di giorno di notte       te ne basta ti basta sempre poco sai che dovresti prenderti cura di te ma non lo fai li hai sempre fatto continui a farlo
a tuo modo
*

stenti a riconoscere le tue parole le parole inutili le parole che si perdono che è inutile dire che non cambiano nulla e ti ripeti ormai come canto interno o musica d’ambiente per sonorizzare desolazioni dell’anima inesistente       resta una musica quella mai imparata a scandire l’aspirazione al silenzio
rumorosa

come una disciplina svogliata pratica senza sostanza voglia o applicazione       ti limiti a guardare foglie       gialle nella luce del giorno della notte foglie spinte dal vento       spazzate dal dolore dell’incomprensione       e la solitudine vista come parte finalmente
del paesaggio

e c’è ancora chi si dispiacerebbe per te       ascolti incredulo vedi incredulo i gesti sotto i segni dei giorni       resti a metà tra la lusinga e l’indifferenza o mescolate entrambe che si annullano a vicenda lasciando un vuoto un terreno di nessuno un nulla flebile       non ci credi non te ne fai niente pur dandone atto inevitabilmente e per un istante toccato ma solo uno pur ringraziando comunque non manchi mai
gentilezza oblige

ogni cosa che guardo poggiata sul nulla ogni zolla di terra ogni piantina trapiantata i silenzi l’amicizia formale e tutto la strana attenzione alle storie raccontate       questo dà la frequentazione dell’uomo aperture sull’impensato e scoprirsi sempre capaci di accettare il nuovo l’imprevisto e l’estraneo che poi non è mai       un fratello una sorella in ogni uomo e donna che incroci con cui incroci per un attimo gi attimi       e un grazie
stando attenti

luci di cortesia a tempo labbra a fior di labbra e dita che tastano le dita       il contatto necessario e inutile l’indifferenza spinta sempre più oltre avvelenare anche gli ultimi pozzi bruciare ponti salutandosi cortesemente ripromettendosi di vedersi ancora ascoltando l’altrui permanenza del sentimento increduli
indifferenti impassibili

qualcosa di retrattile le allegorie e succedanei della morte       anestesia inestetica ma tanto nessuno corre il rischio di accorgersene e tanto non ti interessa ti ritrai ma non c’è un dentro cui ritirarsi ti ritrai senza muovere un muscolo
ritratto

hai deciso di abbandonare la questione a se stessa non ti appartiene più con tutta l’incertezza del caso       recidere il nodo lasciando la corda intera       intenzioni buone per koan da pochi soldi non ti fidi della volontà e volentieri ne fai a meno e allora la decisione sembra piuttosto un voltarsi e proseguire passi come in un’altra direzione       che poi è la stessa quella verso dove non vai verso
nessuna parte

benefici della distensione scopri pagato il prezzo di sentirti d’ora in poi più spento       che poi non cambia niente niente era mai stato
comunque

niente si risolve e gli eventi entrano dalla porta lasciata aperta       mordi il labbro della mancanza di coraggio del tenere la porta chiusa       ti sfiora comunque il pensiero della vita che crea i suoi eventi       rimproveri anche questo come cosa da non farsi e in tutto quel che poi è ben presente il senso di inutilità e il vuoto       niente più ti spinge niente più sarebbe capace in ogni cosa
che comunque fai

tutto poggia i piedi e cammina sul nulla       che solo tu vedi       e mai come una condanna       cos’ è la cosa non ti fa più piacere né rammarico come se fosse       un veleno inevitabile lo sguardo avvelenato che avvelena
ogni cosa

le cose fatte svogliatamente volute e disvolute un attimo dopo che si sono rivelate tali       unico prezzo pagato all’essere vivi spegnendo la spinta poco a poco ancora sempre
e non appena

farsi forza a dirlo quasi a spezzare la maledizione senza necessità quasi farsi forza per poi vederne conosciuta da sempre ma inaudita       la debolezza
estrema
Biografia:

Massimo Barbaro è nato a Taranto nel 1962. Ha iniziato a pubblicare dalla metà degli anni ’80 poesie e testi su riviste, e due raccolte di poesia (‘Il silenzio interrotto’, Firenze, Firenze Libri, 1989; ‘Nei giardini degli scettici’, Sesto S. Giovanni, Edizioni del Foglio Clandestino, 2009). È presente in alcune antologie. Gestisce il blog ‘System-Error. Come traduttore ed editor si è occupato di scienze cognitive, di meditazione di tradizione tibetana e di Zen giapponese. È consulente legale e counselor relazionale. Conduce Laboratori di scrittura e ascolto del corpo.

http://apofatie.wordpress.com/

Visioni di Chiara Vittorini


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Come hai iniziato a dedicarti alla fotografia?

Mio padre. E’ sempre stata una sua passione scattare. Fin da piccola ho amato la fotografia e le sue foto … man mano che crescevo mi avvicinavo sempre di più alle luci,alle ombre,ai paesaggi prima e ai ritratti poi. E’ stato lui a regalarmi la prima compatta, e dopo la reflex. Mi aiuta in consigli e un suo parere è per me molto importante.

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Cos’è per te una foto?

Una foto. Beh la parola fotografia vuol dire scrivere con la luce. Ed è proprio così. Mi piace rappresentare la realtà con i miei occhi e trasmetterla a chi osserva. Comunicare con gli esseri umani attraverso la realtà che vedono ogni giorno ma che magari non vedono con i miei stessi occhi. La fotografia mi unisce al mondo.

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Quali sono i tuoi soggetti preferiti?

Non ho soggetti preferiti,amo scattare qualsiasi cosa catturi la mia attenzione. Un po’ come il fanciullino di Pascoli,penso che molte realtà vengano assorbite nel quotidiano,perdendo magari la loro singolare bellezza. Così mi esercito spesso a conservare la mia fantasia e infantilità ricercando particolarità del reale e riproducendole in vari modi.

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C’è una foto a cui sei particolarmente legata? 

Quasi tutte le mie fotografie per me sono speciali,perchè mi ricordano un pensiero,un particolare periodo della mia vita. Una a cui sono molto affezionata è questa che io chiamo “Donna” perchè nello sguardo leggo molto di me. Mi ispira pazienza,rassegnazione ma al tempo stesso tanta vitalità,forza e coraggio. Caratteristiche tipiche di noi donne a mio parere.

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Quali sono i messaggi che vuoi comunicare con le tue foto?

Ogni fotografia ha il suo messaggio. Comunica più che altro il mio stato d’animo,i miei pensieri e riflessioni di quel preciso momento. Molte sono ritratti di donne,mi affascinano i loro sguardi e ciò che mi trasmettono.

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Di seguito i link per seguire Chiara Vittorini (prima foto).

http://www.chiaravittorini.blogspot.it/
http://500px.com/ChiaraVittorini
http://ask.fm/ChiaraVittorini
http://www.facebook.com/chiara.vittorini
http://www.facebook.com/pages/Chiara-Vittorini/174387506040695?ref=ts&fref=ts

Inediti di Roberta Liberti


*

Ritornelli di voci esauste. E’ notte e dovresti guardarmi sotto la pelle. E’ buio e dovrei odorarti la nuca senza perdere tempo. Cerchi concentrici e nessuna spinta per l’onda. Questo è/noi non siamo. Ritornelli di voci afone stanche di ripetizioni e ripetizioni. Quasi vuote ormai nella costrizione ciclica. Vorrei mi stupissi. Nel bene e nel male. Scuotimi la testa straziami la bocca.

*

Lascio spente tutte le luci così magari le ossa riescono a raccontarmi una storia per dormire. Ho il corpo stanco più di sempre e anche la voce non riconosco. Oggi mentre parlavo mi ascoltavo ed era strana la sensazione della mia voce. Spenta e distaccata. Questo è forse uno degli attimi più densi che mi siano capitati nella vita. Sono piena di rabbia e di dolore. Mi giudico di continuo e mi impietosisco da quasi 48 ore ormai. L’assenza di luce mi spinge le spalle e vorrei sentire un odore diverso dal mio. Sì, che possa offrirmi un’alternativa che possa magari accogliermi e prendersi cura di me come io non ho saputo fare per tanto offrendo smisurata fiducia ad istinti che mi hanno mentito di continuo almeno quanto il mio stesso e intimo odore.

*

Ho una collezione di lune
imbalsamate sul davanzale.

E poi ora l’immagine di tutte le madonne sul letto
di quei mariti e di quelle mogli di un tempo.
Flash odorosi e romanticamente antichi.
Erano bulbi attenti all’intimo della vita.
Erano anelli di promessa

non amplessi d’egoismo

in solitudine.

*

Un paese di pietre bianche e lisce dove l’odore di inverno ti fa pizzicare il naso. Mi riconoscono tutte quelle facce e mi salutano con slanci d’affetto impagabile. Mentre cammino e cerco di ritrovarmi dentro quei vicoli lascio che il vento mi sposti la sciarpa leggera, che tanto lei non si impegna a contrastarlo. Mi rivedo intorno a quella fontana. Bambina e poi adolescente. Mi guardo ora donna. E’ passato così tanto tempo eppure nei miei ricordi non sembra sia così lontano. Le persone di questo paese hanno gli occhi buoni e il cielo quando si fa notte è zeppo di punti luminosi che sembra non ti bastino i tuoi di occhi per rincorrerli ed è una visione così intensa che in un attimo in un momento smetti di sentire il peso di ogni cosa e potresti cominciare l’ascesa verso di loro verso di lui con la leggerezza dell’elio dentro la pelle ridendo forte mentre ti risucchia il blu. Avevo bisogno di morbidezze. Del camino dentro la stanza e una partita a scacchi mal riuscita come tutte quelle della mia vita. Io davanti agli scacchi con mio padre e lui che vince sempre. Non succedeva da troppo. Ho sempre paura non succeda più quando riparto. Continuo a chiedermi se è colpa sua. Se è per colpa di questo uomo che ormai si sta facendo vecchio che ho scelto l’amore dell’abbandono fino ad oggi. Non ho più il bisogno morboso di risposte. Prima di uscire da casa sempre mi volto indietro, come se volessi pregarla di fargli compagnia. Come se volessi raccomandarmi a lei perché stringa e scaldi la sua solitudine. Avrei voluto un’altra vita per loro, per entrambi, ed ho schiumato rabbia mille volte perché non volevo accettare la mia impotenza. Ora so che posso decidere solo per me e che loro hanno scelto per loro stessi e sceglieranno ancora. Le pietre bianche di questo paese restano per me confetti dolci e allora semplicemente non vedo l’ora che nevichi di nuovo.

*

Si era aggiustata le bretelle del reggiseno e aveva incrociato le gambe, un attimo dopo aveva ripreso a muovere le dita. Quella gola di musica le indicava la strada anche se lei spesso inciampava. Erano momenti così, felicemente fertili ma privi di ogni aspettativa. Nei “tra” forse qualche aspettativa si creava, ma era semplicemente desiderio di serenità e bello; un po’ come dire: “se succede allora volopertuttalavita…altrimenti canto”. Poteva stare ore e ore ad ascoltare i suoi racconti o a guardare i suoi occhi che si illuminavano come lanterne Kongming ad ogni pressione di emozione. Era così lui, senza nessuno strato intorno. Era così per lei/così con lei. Potevano correre o restare immobili uno dentro la bocca dell’altro, senza dover nulla al come si dovrebbe. La ricerca continua e mai stancante, guardata e lasciata libera. Muovevano un passo dopo l’altro certi e sempre curiosi. Credendo possibile ogni miracolo, magari solo attraverso la saliva. Si appoggiava lui, le si sistemava in parti un tempo naufragate ed era come ci avesse abitato da sempre. Lei si riscopriva un braccio e poi la mano risentiva lo stomaco pieno di bolle attraversava le sue tempie vibrando su ogni pensiero ritrovava il balletto della lingua nell’umido di qualcun’altro e il rumore che fa il ventre quando preme. Giocava/sentiva e finalmente respirava di nuovo aria autentica.

*

Concreta girellava nei suoi labirinti. Lei sempre affamata di emozione, che a volte per il tanto cercare perdeva di vista il senso vero e alterava il reale per donarsi pietosa qualcosa in cui riversare la malinconia che spesso sentiva avanzarle. Certe cose si fanno e certe non si fanno. Si era svegliata con addosso il ricordo di qualcosa che l’aveva resa leggera,  mentre si lavava i denti riflessa in quello specchio solito aveva capito che sarebbe stato un giorno bello. Oggi era un giorno bello. Le sue dita ritrovavano il giusto tremore, per l’anima e per tutto quello che stava latente appoggiato in qualche parte di lei.

Biografia:

Nasce e vive a Tivoli, dell’annata 1980 in un giugno qualunque.
Primi passi nella scrittura nel 2005 con l’apertura del suo blog.

Sito: http://walkin-blue.blogspot.it/

http://robertablue.wordpress.com