Inedito di Luca Benassi


Vietato abbandonarla

Mio figlio

Straniero nella terra dell’abbandono

in queste mura bianche
della casa dei nonni
straniero su di un letto d’alghe
sotto la torre presa dalla luna
nel letto, davanti alla piazza.

Salivamo la sera, salivamo alla memoria
di notte, dopo la birra, i sorrisi,
il bar, il racconto del naufragio, dopo l’amore
con il sapore delle madrepore
sulle labbra di torrone, nei seni di pecora
con i capelli di poseidonie lucide di sale.

Ho portato mia moglie al fiume
alla codula di luna, al Margine
l’ho portata al Supramonte
oltre la miniera del rame
lei che non sa di questo sangue
della gioia consumata nel
vento di grecale.

L’ho guardata negli occhi
nei seni e il grembo che portò mio figlio
le ho guardato le mani di lentischio
la radice ritorta, aggrappata alla pietra
del noi, al tempio del ventre
nero di sole, molle di vita.

Conosco quel suo passo lento
piegato di lato, come a scoprire
la verità dei ciottoli, a tenere
un tempo, un’essenza di pianto

Si è avvicinata al fiume
all’acqua verde che non conosce la storia
quando entro nudo in quello specchio
che mi rimanda un tempo senza
lei, di lama e corallo,
di mestruo senza dolore
di piacere rosso.

So cosa pensa quando posa la pupilla
sui solchi della mia schiena
sulle colline delle vertebre, oltre
l’architrave del petto,
quando il fiore delle dita
si schiude sull’azzurro delle vene.

So cosa pensa, la sera, quando mi regala
un abisso di tristezza
nella lentezza viola delle palpebre.

Lei è straniera fra queste rocce
bianche, mentre sbava
al muggire delle maschere, al suono dei passi
ritmati nel bronzo, incisi nel legno.

Lei è straniera fra le mura
quando torniamo a casa
e attraversiamo il mare del noi.

È straniera quando le conto le stelle della pelle
le costellazioni sulle scapole di madre.

Ti ho portato qui, straniera
nella terra dell’abbandono
al fiume, alla codula di luna
e tu sei femmina
sei acqua di vena, sei
fiore selvaggio, vento di maestrale.

Ti metto una mano sul ventre
come a cercare una porta
una spirale al centro del fuoco
un utero rosso di porfido.

Tu sei lì, regina del bianco
signora del mare.

Ci guarda nostro figlio
vietato abbandonarla, sussurra.
(testo tratto da “il guado della neve”, di prossima pubblicazione per Edizioni CFR)

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