La luce complice – L’arte della cattura della luce di Candida Ferrari


Anche la minima riga, anche una microscopica linea

deve avere la sua ombra. La superficie piatta nelle mie opere non ci può stare

(Candida  Ferrari)

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Incontro Candida Ferrari mentre sta tramontando. Fuori i chiostri di San Domenico, sede dell’allestimento di Fragilità 2012, c’è ancora il bianco della neve. E’ un sinestetico segno. La sala che funge da cuore della mostra, che ne porta il titolo, è dedicata al bianco, l’invisibile colore dello spettro della luce, quello che per nascere ha bisogno di  tutti gli altri. La mostra si è aperta il primo dicembre e si chiuderà il sette gennaio.  Si legge nel catalogo, curato da Giorgio Bonomi, che “nella stanza bianca, il pavimento viene ricoperto da un tessuto plastico trasparente che lascia intravvedere una striscia dorata (l’oro è un colore d’affeZione dell’Artista) che impreziosisce il “vile” tessuto; il risultato è quello di una “nuvola” che vuole esprimere un bianco assoluto pur nell’evanescenza di nebulosa”.

“Se ci fossero dei bambini – indica Candida – si potrebbero divertire a smuovere la nube di plastica” Il movimento è per lei necessario, è la rotta da seguire per svolgere le mappe della sua ricerca. In ogni suo lavoro, Ferrari ne produce uno, non fissandone limiti di percezione. La grande sala è avvolta di opere dove il bianco acrilico è l’oggetto attivo della percezione, come una cometa di luce guida i sensi verso il muoversi della superficie. Le superfici, a loro volta, sono scelte  come elementi sensoriali del tempo. Lamiere, fogli di carta sensibili oscurati dalla luce e ancora riflettenti, acetati, grandi campionature di carta destinata alle scatole  dei profumi. E’ il tempo concreto quello che deve essere catturato. Che si svolga in futuro o in passato non ha importanza.

L’attraversamento del tempo è un altro gran leitmotiv delle creazioni della Ferrari. Le sue colonne di pexiglass, scorrono visive come fusi, ma avvicinandosi, si rivelano meno pure, hanno degli snodi, dei contorcimenti sotto le pennellate di acrilico che a tratti le decorano. “Molti vogliono le colonnine per i luoghi aperti – spiega l’artista – e quelli sono luoghi perfetti per accoglierle. Non sono chiuse, devo accogliere il tempo, devono dare traccia contemporaneamente di passato e presente. Qualcuna si è riempita di foglie, di terriccio, di sassi, qualche altra ha sbiadito il fogliame d’oro con cui era coperta”. Il tempo  – umano,naturale, cosmico- una variante importante che può quindi autodefinire le istallazioni, create con materiale “sensibile”, il pexiglass appunto, che finisce per “ricordare” il luogo e lo scorrere del tempo a cui viene legato.

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Le domando cosa ci sia nel suo concetto di tempo. E la incalzo. Cos’è per lei il futuro. “Il futuro non è solo giovane, il futuro è tutto. E’ un mondo naturale di attraversarlo è di farlo con l’Arte. Naturale è un concetto importante: non deve esserci un modo “enfatico”, ma l’opera d’arte deve essere pura”. Ritorno al catalogo. Scrive Bonomi che “è noto come il bianco abbia dei profondi significati simbolici, dalla purezza alla imperturbabile calma, dal silenzio alla serena visione paradisiaca e così via”. E li affianca tutti al nuovo lavoro della Ferrari in mostra. Il livello base dell’interpretazione, si potrebbe confermare. Eppure c’è di più in quel bianco, in qull’opera non enfatica, in quelle tracce contemporanee di futuro e di passato. Per dirla in subordinato pensiero personalissimo, di pace ce n’è ben poca. Il bianco non sta mai fermo, cerca continuamente di congiungersi con gli altri colori dello spettro, in ogni opera ci sono contorsioni nascoste dietro a masse liquide o a righe spruzzate. Il bianco qui è quello delle ossa corrose nelle cripte degli antichi, costruito dal tempo che ha rubato ogni altro colore dallo spettro del corpo per restituirlo al bianco. Non è un caso che il colore archetipo di  Candida Ferrari non sia il bianco ma il rosso.
“Ogni volta che ricomincio a creare, ogni volta che intraprendo una nuova strada o che ripenso a vecchie vie, devo attraversare il colore rosso – dichiara l’artista”. “La mia prima mostra, nel 1984 è stata svolta in 21 quadri che contenevano tutte le tonalità del rosso”. Il rosso conduce all’ultima stanza, dove le percezioni si fanno carnali, l’oro, il carminio, rientrano a chiedere spazio di vita selvaggia. Un ultimo passo porta a grandi libri d’artista. Dispiegati lungo un asse, l’uno sull’altro. Hanno dentro in micro, l’anima dei lavori di Candida. I materiali sono inaspettatamente cangianti nonostante la loro cupezza. Li ricoprono pexiglass che hanno già “vissuto” un’altra vita, hanno tagli di etichette o di scritte mancanti. Sono le “mappe” dell’oggi, del quotidiano.

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“Io vorrei fare e ancora fare. L’arte è avventura, di spazi diversi, di spazi lontani, dove affrontare altri pensieri, altre culture, altre nazioni”. Il futuro è un materiale che non si doma facilmente, nemmeno con pennellate di bitume.

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CANDIDA FERRARI

Candida Ferrari vive e lavora tra Parma e Milano. La sua galleria di riferimento è lo studio Maria Cilena Arte Contemporanea. L’ufficializzazione del suo talento è datata 1985, con la personale a palazzo dei Diamanti di Ferrara. Nel 1991, i grandi aceteti sovrapposti e stratificati si  aprono al pubblico.   Ha esposto e installato in Italia, Europa e Stati Uniti. Fra le ultime cose, segnaliamo la persona del 2005 a cura di Bonomi dal titolo Sfogliando pagine di luce e ombra. Aphrodite, opere per la superficie accquatica, Venezia 2009. Venetiandream, Instanbul città della cultura 2012, e la Luce della leggerezza, a Firenze 2011, a cura di Bonomi e C. Caramel.

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2 pensieri su “La luce complice – L’arte della cattura della luce di Candida Ferrari

  1. un incontro “sfaccettato” e candido “di pieni”
    nella nota colgo gli elementi tutti dell’arte, il tempo attraversato dalla materia-colore, il filo che dal rosso “invoca” il bianco e l’oro-passato e risplendenza
    un percorso ben delineato, necessario diviene il dialogo come il silenzio e il movimento
    grazie Meth
    elina miticocchio

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