Perché il meglio sta arrivando. Auguri di buon Anno Nuovo.


“Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale, cucina, albergo, radio, fonderia, in mare, su un aereo, in autostrada, a chi scavalca questa notte senza un saluto, bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta, a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta, a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando, a chi non è invitato in nessun posto, allo straniero che impara l’italiano, a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango, a chi si è alzato per cedere il posto, a chi non si può alzare, a chi arrossisce, a chi legge Dickens, a chi piange al cinema, a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio, a chi ha perduto tutto e ricomincia, all’astemio che fa uno sforzo di condivisione, a chi è nessuno per la persona amata, a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe, a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia, a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo, a chi restituisce da quello che ha avuto, a chi non capisce le barzellette, all’ultimo insulto che sia l’ultimo, ai pareggi, alle ics della schedina, a chi fa un passo avanti e così disfa la riga, a chi vuol farlo e poi non ce la fa, infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera e tra questi non ha trovato il suo.”

Erri de Luca

federica galetto

Auguri di Buon Anno
da tutto lo Staff di
WSF

Il dono di Natale – Per andare al di là di una data


erinni di terra

E’ arrivato il Natale 2012. Tra poco verranno anche gli auguri di tutta la non redazione per voi. Ma prima, vi lasciamo da leggere.

E’ un ebook di poesie.

La sua genesi nasce dallo scombinare la data del 25 dicembre,  o meglio, da mettere in credito questa data sacra con un’altra data laica, quella del 25 novembre, giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne che cade ad un mese esatto quindi. Avevamo già lungamente occupato quel giorno, promettendo un impegno che andasse al di là di un’unica data. E oggi, WSF e dodici poetesse, vi regalano l’ebook Delle foglie e dei tagli: Erinni di terra, edito su Calameo, scaricabile gratuitamente, che testimonia la forza della parola contro il silenzio che cala quando i fari si spengono nel tendone dei mass media.
E’ il nostro dono per il tempo di pace che porta Natale. Per chi entra nella vera festa, al di là del consumismo che ci rende, alla fine, incompiuti.

Buona lettura.

http://it.calameo.com/read/001650498042f9a61641c

LO STRANO FENOMENO CHE SI CHIAMA NATALE di Dino Buzzati


Abbiamo appena finito di riporre nell’armadio le candeline e i gingilli dell’albero, appena finito di rispondere agli auguri dell’anno scorso e già ricominciano a suonare le campane con quel suono così caaatteristico. Un altro Natale è arrivato, precipitando su di noi con la spaventosa velocità del tempo. Ed eccoci perciò alle prese con la famosa ricorrenza, la quale ogni anno si presenta esattamente identica, conservando intatto attraverso i cataclismi e i secoli il suo incanto.

natale di dino buzzati

Sul Natale sono state dette fiumane di parole, scritti centinaia di libri, migliaia di racconti e di poesie. A prima vista sembra che, per parlarne ancora, ci voglia una bella dose di coraggio. Ma non è vero. Non se ne parlerà mai abbastanza. Il natale ritorna ogni dodici mesi, allo stesso giorno, 25, con precisione matematica, non è quindi una cosa molto rara. Tutti sanno come è fatto, tutti potrebbero descrivere in anticipo nei minuti particolari quello che accadrà nelle case rispettive. Eppure se ne resta sembre sbalorditi.

Senza neppure chiedersi il perché, la gente si smarrisce in quella strana atmosfera di allegrezza, di riposo, di poesia, di bontà e, data l’abitudine, trova tutto molto naturale; però nel profondo dell’animo c’è lo stupore, l’incredulità. Come è possibile che esista un giorno così differente dagli altri 364 giorni dell’anno? Come si spiega che per l’occasione l’umanità si comporti esattamente al contrario del solito?

Certo, è un fenomeno straordinario, uno dei fenomeni più sbalorditivi che siano mai accaduti sulla terra. Più ci si medita, meno si riesce a capacitarsi. Una faccenda così terribilmente diversa da tutto il resto! Provate, per piacere. a pensarci un po’.

La situazione è la seguente: c’è da solennizzare un importante anniversario, il più importante anzi. La scoperta dell’America – tanto per fare degli esempi – o la caduta dell’Impero romano, che cosa volete che siano al paragone del la nascita di cristo, figlio di Dio sceso fra noi per farsi crocifiggere? Anche i cristiani di tiepida fede, anche i dubbiosi, anche i miscredenti, tutti d’accordo che questa è la data più grande della storia, dopodiché si è cambiata la faccia del mondo. Al confronto Waterloo e il trattato di Aquisgrana fanno ridere.

Ebbene – e qui comincia l’incredibile – che cosa decidono di fare gli uomini per festeggiare la ricorrenza massima dell’anno? Osservateli, prego, con grandissima attenzione. Forse che si riuniscono in cortei, come nei giorni di esultanza nazionale, per marciare fino in piazza con le bandierie e i labari, al suono di fanfare? Forse che chiudono la casa e si mettono a girare per il mondo come d’estate quando ci sono le vacanze? Neanche.  Oppure si travestono con allegre maschere e scorrazzano per le strade con pifferi, chitarre e bottiglie di buon vino? Ma neppure.  Vuol dire dunque che restano tutto il santo giorno in letto a sonnecchiare? O si affollano nelle osterie a vuotare fiaschi e botti? O invadono cinema e teatri? O vanno a caccia? O se ne stanno seduti ai tavolini del caffè a spettegolare? O giocano alla palla? O si danno interamente a far l’amore? Meno che mai.
E allora cosa fanno? Se non lo si constatasse coi nostri personali occhi, non lo si crederebbe. La raltà supera le più pazze favole. perché il fatto sbalorditivo è questo: gli uomini per godere la festa delle feste, non cercano gli spassi soliti; al contrario, essi scelgono proprio quello che normalmente riesce più ostico e ingrato, l’opposto delle abituali preferenze.
Per il giorno di Natale – credere o non credere – diventano buoni all’improvviso. Si mettono a eseguire con entusiasmo sincerissimo il comandamento più spinoso di Nostro Signore Gesù Cristo , che è quello di amare il nostro prossimo!

Cosa è successo? Sono forse diventeti tutti matti? Forse li prende un’arcana nostalgia della stagione remotissima quando tra gli alberi e i ruscelletti dell’Eden, Adamo ed Eva si aggiravano spensierati, senza neppure lontanamente  sospettare che cosa fosse desiderare il male? O è invece un anticipo, un presentimento, una prova generale dell’età futura, anch’essa lontanissima ma che certo un giorno arriverà, quando la cattiveria, l’odio e l’egoismo saranno spariti dal consorzio umano?

Quale che sia il motivo, guardateli uno per uno: la mano abituata a bastonare oggi accarezza, la bocca abituata ad imprecare oggi sorride, l’avaro è generoso, l’invidioso gode dei successi del collega, il vendicativo è pronto a perdonare. Sissignori, oggi uomini e donne trovano più soddisfazione nella gioia altrui che nella propria. E questo, salvo errore, si può dire un bel miracolo.

;a non è finita, non è ancora tutto. State attenti che il bello arriva adesso. Viene infatti istintivo di pensare: tanta bontà, tanto amor del prossimo è certamente una cosa splendida, ma chissà che fatica costa, che sacrifici, che travagli. Chissà che peso, per gli uomini, sostenere uno sforzo simile senza il minimo allenamento preventivo. Macché. Proprio il contrario. A vederli, non si sono mai trovati così bene. Che facce liete, che sguardi benevoli, che sorrisi luminosi, che parole soavi, piene di tolleranza e comprensione. Ciò che di solito è un castigo, cioè il sacrificarsi per il prossimo, diventa luce, soddisfazione, beatitudine. Felici sono, leggeri come piume.

Questo è il prodigio di Natale, sul quale non si scriverà mai abbastanza, da tanto è bello e misterioso. Resta infatti aperto un grande enigma: se in questo giorno gli uomini ci trovano tanta gioia a essere buoni, se si sentono cosìin pace con se stessi, perché non ci danno dentro, perché non perseverano, perché non si abbandonano definitivamente dopo averne provate le delizie, alle tentazioni del bene? Invece smettono subito. Basta che dal calendario cada il foglietto del 25 dicembre e che compaia il 26, tutto riprende come prima: gli affanni, le facce dure, gli occhi cattivi, l’avidità, le parolacce, gli scatti d’ira, le maldicenze, gli egoismi, l’inquietudine. Come se il Natale fosse stato un sogno, o una colpa vergognosa da nascondere, o una fuggevole pazzia su cui sarebbe pericoloso insistere. Per ventiquattr’ore gli uomini trovano la massima gioia nel fare quello che è nei desideri di Dio; e subito dopo, inesplicabilmente, tornano alle loro squallide abitudini. Perché questo voltafaccia? Ecco un problema che non siamo mai riusciti a decifrare. Perché buoni un solo giorno e poi basta fino all’anno successivo? Eppure sembrano felici.
Ben strana razza, gli uomini. Bravo chi li capisce.

Dino Buzzati

dino buzzati

Corriere d’informazione, 24-25 dicembre 1954

Verrà poi ripubblicato il 24-25 dicembre 1957 sempre sul “Corriere d’informazione” con il titolo Prodigio.

E poi, con il titolo Strano fenomeno, in Lo strano Natale di Mr Scrooge e altre storie, Mondadori, Milano 1990.

Un miagolio fra le righe: i Gatti nella Letteratura


Claudia Congiu

brano tratto da Il gatto in noi di William S. Burroughs

Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l’amore con niente. Come tutte le creature, pure i gatti sono pratici. Per capire una questione antica bisogna riportarla al presente. Il mio incontro con Ruski e la mia mutazione in uomo-gatto rimettono in scena il rapporto tra i primi gatti domestici e i loro protettori umani.

Si consideri la varietà dei felini selvatici, molti delle dimensioni di un gatto domestico, alcuni notevolmente più grandi, altri decisamente più piccoli, tali da avere in età adulta la taglia di un gattino domestico di tre mesi. Numerosi, in questo lignaggio gattesco, sono quelli che non possono essere addomesticati a nessuna età, tanto sono fieri e selvaggi nel loro spirito felino. Ma con la pazienza e gli incroci… otto etti di gatto senza pelo, sinuoso come una donnola, d’incredibile finezza, con lunghe zampe sottili, denti aguzzi, grandi orecchie,e occhi di un lucente colore ambrato. Non è che unadelle esotiche selezioni che fanno spuntare prezzi sbalorditivi nei negozi di gatti… gatti volanti e plananti… un gatto di un blu elettrico acceso,emanante un leggero odore di ozono… gatti acquatici con zampe palmate (torna in superficie con una grossa trota tra le mandibole)… delicati, sottili agtti di palude dall’ossatura leggera e larghe zampe piatte, possono sfrecciare su sabbie mobili e fango a incredibile velocità… minuscoli gatti lemuri con occhi enormi… un gatto scarlatto-arancione-verde dalla pelle di rettile, lungo collo nerboruto e zanne al veleno – un veleno simile a quello del polpo dall’anello azzurro: fai due passi e cadi a faccia i giù, e un’ora dopo sei morto… gatti moffetta con uno spruzzo mortale che uccide nel giro di secondi come artigli nel cuore… e gatti con artigli velenosi che schizzano il veleno da una grossa ghiandola posta al centro della zampa.

E poi ci sono i miei gatti impegnati, in un rito vecchio di migliaia di anni: leccarsi tranquilli dopo il pasto. Animali pratici, preferiscono che siano gli altri a provvedere il cibo… alcuni invece no. Deve esserci stata una scissione precisa tra i gatti che hanno accettato l’addomesticamento e quelli che non l’hanno accettato.

Torniamo pure, con un sospiro di noia, allo stato attuale. Ci saranno via via sempre meno begli animali esotici. Già estinto è il gatto messicano senza pelo. I minuscoli gatti selvatici, pesanti tra il chilo e il chilo e mezzo, che possono essere facilmente addomesticati, si fanno sempre più rari, distamti – melanconici spiriti smarriti, in attesa di una mano umana che non verrà mai, fragili esseri mesti come una barchetta di foglie morte che il bambino spinge nello stagno. O i fosforescenti pipistrelli che spuntano ogni sette anni riempiendo l’aria con impossibili tumulti di profumi… i melodiosi richiami lontanidei gatti pipistrello e dei lemuri plananti… le foreste pluviali del Borneoe del Sudamerica… Stanno scomparendo… e per lasciar posto a cosa?

Il gatto di Charles Baudelaire

Vieni bel gatto, vieni sul mio cuore amoroso;
trattieni i tuoi artigli
ch’io mi sprofondi dentro i tuoi begli occhi d’agata e metallo.
Quando a bell’agio le mie dita a lungo
ti carezzan la testa e il dorso elastico,
e gode la mia mano ebbra al toccare il tuo corpo elettrico,
vedo in spirito la mia donna:
profondo e freddo come il tuo, il suo sguardo, bestia amabile,
penetra tagliente come fosse una freccia,
e dai piedi alla testa
una sottile aria, rischioso effluvio,
tutt’intorno gira al suo corpo bruno.

Le Petit Chat di Edmond Rostand

E’ un gattino nero, sfrontato, oltre ogni dire,
Lo lascio spesso giocare sul mio tavolo.
A volte vi si siede senza far rumore,
Quasi un vivente fermacarte.
Gli occhi gialli e blu sono due agate.
A volte li socchiude, tirando su col naso,
Si rovescia, si prende il muso tra le zampe,
pare una tigre distesa su di un fianco.

Ma eccolo ora – smessa l’indolenza –
Inarcarsi – somiglia proprio ad un manicotto;
E allora, per incuriosirlo, gli faccio oscillare davanti,
Appeso ad una cordicella, un mio turacciolo.
Fugge al galoppo, tutto spaventato,
Poi ritorna, fissa il turacciolo, tiene un po’
Sospesa in aria – ripiegata – la zampetta,
poi abbatte il turacciolo, l’afferra; lo morde.
Allora, senza ch’egli la veda, tiro la cordicella,
ed il turacciolo si allontana, e il gatto lo segue,
descrivendo dei cerchi con la zampa,
poi salta di lato, ritorna, fugge di nuovo.
Ma appena gli dico “Devo lavorare,
vieni, siediti qua, da bravo!” si siede..
E mentre scribacchio sento
che si lecca col suo lieve struscio molle.

La Gatta di Umberto Saba

La tua gattina è diventata magra.
Altro male non è il suo che d’amore:
male che alle tue cure la consacra.
Non provi un’accorata tenerezza?
Non la senti vibrare come un cuore
sotto alla tua carezza?
Ai miei occhi è perfetta
come te questa tua selvaggia gatta,
ma come te ragazza
e innamorata, che sempre cercavi,
che senza pace qua e là t’aggiravi,
che tutti dicevano :”È pazza”.
È come te ragazza.

Il Gatto Nero di Rainer Maria Rilke

Anche il fantasma evanescente è vero.
Se un giorno riesci a intravederlo suona.
Questo nero sipario copre invece
lo sguardo acuto delle tue pupille,
come cella ovattata che ad un tratto
spezza veloce e insieme dissolvente
il terribile grido di un demente.
Sembra il custode antico di ogni sguardo
che vuol celato in lui:
tutti li stringe a sé
per sonnecchiarvi sopra,
ostile e pigro
del tutto in sé racchiusi, il lungo giorno.
Ma se a un tratto si desta
e volge il muso in pieno
volto, e ti guarda fissamente
ritrovi allora il lampo del tuo sguardo
nelle tonde pupille – misterioso –
chiuso in quell’ambra come morto insetto.

Il Gatto nella Casa Vuota di Wislawa Szymborska

Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
nella casa vuota.
Graffiare rampando sui muri.
Strofinarsi fra i mobili.
Qui nulla sembra mutato,
eppure è cambiato.
Nulla sembra spostato,
eppure è sconvolto.
E la sera la lampada non luce.

Si sentono i passi sulle scale,
ma non son quelli.
Anche la mano, che posa il pesce sul piattino,
non è più quella, che lo posava.

Qui qualcosa non comincia più
alla sua solita ora.
Qui qualcosa non si compie
come dovrebbe.
Qui qualcuno è stato, è stato,
ma poi di colpo è sparito
e caparbiamente ancora non c’è.

Ha guardato in tutti gli armadi.
Ha percorso le mensole.
Si è infilato sotto il tappeto a controllare.
Ha perfino infranto il divieto
E ha buttato all’aria le carte.
Che altro c’è da fare.
Dormire e attendere.

Ma lascia solo che torni,
che si faccia vedere.
Lo verrà a sapere
che così col gatto non si fa.
Camminerà verso di lui
Con l’aria di chi proprio non vuole,
piano  piano,
su zampe molto imbronciate.
E niente balzi e miàgoli all’inizio.

da Poesie Per un Gatto di Vivian Lamarque

Sei quasi commovente
quando mi segui per niente
quando ti sposti di stanza
solo perché io mi sposto di stanza
devi allora da capo cercare
nuovo luogo e modo di fare ciambella
una nuova posizione
è questo il tuo discreto modo
di dare dedizione.

…e io cado dalle stelle.


R.: “Nonna, hai sentito il papa? ha scritto nel suo libro che non c’erano il bue e l’asinello nella grotta…,”
N.: “Mappepiacere… e come se scallea quillu cristiano?”

Ecco, mia nonna ha 85 anni e da sempre sa che in quella grotta, assieme ad una donna “scelta” e ad un uomo, a cui invece non era stata data scelta, c’erano anche un bue ed un asino. Come lei credo infiniti altri anziani, adulti, bambini, animali e creature terrestri.
Molti di voi ricorderanno, come me, l’allestimento divertente e sacrale nello stesso tempo di un numero considerevole di presepi. Ecco, ripensate all’attenzione che canticchiando “… e venne in una grotta al freddo e al gelo…” ci mettevate nel riprodurre esattamente quello che “qualcuno” aveva riportato sapendo come erano andate le cose…
Ora, visto che sono grande, visto che amo credermi pensante e visto che è natale: parliamone…  Mi chiedo per quale ragione, dopo più di duemila anni sia stato deciso che: no, loro non c’erano!
Ho desiderato io stessa  – per la prima volta in vita mia – di leggere quel Suo libro. Così, per intercessione di una gentilissima persona, me lo sono visto arrivare a casa fresco di stampa: copertina bianca, cornice oro, titolo nero, nome dell’autore rosso cardinalizio. Premetto, con molta modestia, che io non sono né una critica letteraria né certamente una studiosa di teologia. Sono una donna di trentadue anni che non è cattolica più o meno dall’età della ragione e che cerca di guardare a quello che le succede intorno con occhi sempre critici e credo, per esempio, in Geronimo Stilton e nella sua Topazia.

geronimo

Leggendo ho tentato il più possibile di essere obiettiva, di non cedere ad alcun condizionamento e di non cadere in tentazione. E’ stato difficile, lo ammetto; l’autore ci impegna in un confronto tra il vecchio testamento di Luca e il nuovo testamento di Matteo, ci racconta come è nato Yhwh, da chi è stato annunciato, da chi è nato, perché è nato; propone delle sue considerazioni (sue e basta o del suo ruolo? Ovvio, Lui E’ il suo ruolo) insomma,  nulla di nuovo. La lettura non mi ha aiutato a trovare la fede e, a mio modesto parere, non è affatto un testo di facile comprensione, Voi direte: “vabbè, ma che pretendeva questa?”. Nulla in realtà, però questo conferma che autori così posso permettersi di scrivere proprio di tutto. Ribadisco, anche che il caro bue e il simpatico asinello non siano mai esistiti, almeno in quella grotta al freddo al gelo.
L’unica cosa su cui mi sono ritrovata a riflettere per l’ennesima volta (ma questo per mia spiccata predisposizione) è il valore del credo: quell’idea che diventa importante, che genera appartenenza, che guida azioni e intenzioni. Spesso credere diventa catarsi perché, in fin dei conti, ci si salva credendo. Alzo gli occhi al cielo, poi mi guardo le mani ed io non porto anelli…
Posto questo allora la gente crede a prescindere? Crederà anche quando oltre al “riscaldamento” avranno fatto una bella X su tutto il presepe?

Io dico di sì. Tanto quando arriva signor Natale, zitto zitto e col suo sorrisetto diabolico, si corre alla ricerca di un dono/di due doni/di tre doni/di quattro doni… perché si sa che se te lo fanno, devi rifarlo eh. Si prepara cibo che verrà riproposto in avanzi per giorni e giorni anche dopo il lieto evento; nelle scuole i bambini recitano la parte di Giuseppe, le bambine si sentono piccole madonne (quest’anno sicuramente i bambini che avrebbero dovuto fare il bue e l’asinello rivestiranno il già inflazionato ruolo del pastore) nessuno sa come realmente siano andate le cose, compresa mia nonna, ma stanno a quanto detto perché altrimenti è peccato.
Torniamo ai nostri, da sempre presenti, animali nella stalla; sembra siano stati scritti solo “come rappresentazione dell’umanità…” e dunque, ancora una volta, questa come altre mille interpretazioni, mille probabilità, mille eventualità…
Bene, vi sarò sembrata di parte ed in realtà lo sono però se uno decide di raccontare una favola allora la deve raccontare bene e con tutti i personaggi al loro posto, ancor di più se si ha la responsabilità del senso di appartenenza di qualche miliarduccio di persone… Ah e che nessuno si sogni di venire a dirmi che quel simpatico topino umano che vive su un’isola fatta a forma di formaggio e che di professione fa il giornalista, non esiste!

Maurizio Landini e la voce dell’assenza: appunti su “Lo zinco” – Marco Saya Edizioni


[…]Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte[…]

Dylan Marlais Thomas

zin

Aprendo questa piccola plaquette di Maurizio vedo che non ci sono parole che ci iniziano alla lettura e dunque a prepararci alle sue parole, ma si arriva al centro di esse passando per una dedica che mi tocca particolarmente.
Mi domando fin troppo spesso, se questo non sia un modo di donare/dedicare parole parlare a chi è andato via, mostrare quella parte di noi che resta sconosciuta forse a volte ed è come dice Maurizio nel primo lampo poetico, dove dice:

“Si va con la poesia
incontro alla morte[…]”

Si attraversa il libretto di Landini in punta di piedi, onorando ogni immagine che sento camminarmi addosso, piccoli disegni che lasciano impronte:

“L’agguato è tutto
nella luce dello sparo;

il mattino qualunque
sanguina gli anni indietro senza sbiadire”

La lettura per me, che ho un lutto/assenza infinitamente presente, arriva dritta al cuore assieme a domande sospese, quelle cose rimaste a mezz’aria, riaffiorano piano, nei versi di “Sprovvista” trovo il simbolo a me caro, che invece di sciogliersi – persiste ed è proprio la Neve:

“[…]di botta in bianco ci
pesa la neve, si va tutti in
letargo[…]”

Come se si fermasse ogni cosa per poi ripetersi di anno in anno, i gesti caldi tornano di volta in volta, raccolti come abbracci, anche se non rivestono abbastanza:

“[…]casa per casa io guardo
bussare e cadere
pezzi vissuti d’intonaco”

C’è una richiesta che si respira ad ogni pagina e la prima parte si chiude con quel pesante senso di perdita che è anche di aria che manca come se ci trovassimo:

“[…]in qualche sole
fermo”

La seconda parte, (-sonnia), mi è apparsa l’epilogo di una via crucis del dolore, una scala a scendere, filamenti collegati – sette frammenti rosario di una doloranza che permae e commuove.
Ottima questa piccolo immenso lavoro di Landini.

Plaquette acquistabile: http://www.marcosayaedizioni.com/