Marina: L’iperbole sistematica di Duilio Caocci


Il 31 ottobre del 1941 un cappio ben stretto chiudeva definitivamente la gola di Marina. Una gola che aveva gridato versi stupendi e parole inquiete.
“Sono molto malata … /, sono finita in un vicolo cieco”. Queste sono le ultime parola che Marina Ivanova Cvetaeva lascia scritte a Mur, il suo figlio più piccolo, prima di concedersi l’estrema e più forte emozione.
L’ammalò il bisogno di gridare il grido del mondo, di tuffarsi nell’eterno dolore, di cogliere il senso dell’uomo.
L’ammalò la consapevolezza di essere una delle sorgenti dell’unico, ininterrotto fiume della poesia perché ”… in sostanza non esistono poeti, ma esiste il poeta, lo stesso dall’inizio alla fine del mondo: una forza che si tinge di volta in volta dei colori dei tempi, generazioni, paesi, idiomi, volti, che passa attraverso la forza degli elementi portanti, come un fiume che scorre con qualsiasi sponda, con qualsiasi cielo, con qualsiasi fondale”.
Ed allora lei volle essere insieme sponda e fondale, il letto stesso del fiume ad essere travolta e a sua volta travolgerlo.
Anna Achmatova, interpretando il gesto di Marina avrebbe sostenuto che “… l’ha uccisa l’epoca, l’epoca ci ha uccisi, come ha ucciso me. Noi eravamo sani era la pazzia a circondarci arresti, fucilazioni, sospetti, sfiducia di tutti verso tutto”.
La stessa epoca che, il 14 aprile del 1930, “… in un pianoro di codardi e codarde” dovette udire lo sparo “simile a un Etna” di Vladimir Majakovskj suicida.
La stessa epoca che, ancora per motivi politici, uccise Sergej Efron, marito di Marina, ed Ariadna, sua figlia. Ed infiammò lo spirito patriottico di Georgij che si trovava da poco in URSS e che, nato in esilio nel 1925, poté conoscere questa terra solo dai racconti che dovette fargli sua madre, Marina.
Eppure, paradossalmente, in questa epoca così intollerante ideologicamente, vissero oltre a Majakovskj, Boris Pasternak, Esenin (il “poeta contadino” morto a Leningrado nel 1925 anch’egli suicida) e si formarono i numerosi gruppi letterari che fecero della Russia un importantissimo centro di cultura. E noi sappiamo quanto siano numerose le epoche storiche caratterizzate da aspri regimi dittatoriali che videro fiorire grandi figure letterarie. La scrittura aveva voglia del nuovo, gridava contro il vecchio. Non si trattava, nel della Cvetaeva, di prese di posizioni politiche chiare ma di un inconsapevole grido CONTRO. La sperimentazione era vissuta come una febbre e le correnti letterarie nascevano numerose e spontaneamente. Ma Marina, insofferente e schiva, non poteva aderire pienamente a nessun gruppo ed iniziò la sua attività di “rottura e riconquista”. Nei suoi versi l’uso continuo del mio produce un reticolo figurale estremamente fitto. Non solo si attualizzano eroi della storia russa (penso a Stèphan Razin e ad altri) o il don Juan ma se ne opera una continua travisazione facendo recuperare loro una esemplarità rivoluzionaria.
Il personaggio di Don Juan, della grande tradizione europea, nel ciclo scritto dalla Cvetaeva, viene catturato dall’immaginazione e risemantizzato quasi totalmente. Diviene occasione per una protesta che si legge tra i versi “ … nella mia patria non c’è dove baciarsi … e le madonne guardano con occhi severi”.
Del Don Juan che conosciamo, nella prima parte, non resta che un uomo riconoscibile per il particolare colto cinematograficamente dalle labbra.
Nel dato biografico ritrovo la medesima tendenza al travisamento che costringe Marina a vivere una vita desiderata più che una vita vissuta a farsi scheggia nel mondo, a perdere una visione di se ed il non riconoscersi è ciò che la porta, con un radicale tentativo di ridarsi lo statuto perduto, al suicido.
Ed allora anche il suo procurarsi la morte diviene una ulteriore prova dell’amore folle per la vita. Lo stesso amore folle che le trasfigurava il sentimento per le cose e le persone. Ma bisogna anche dire che Marina dovette uccidersi per la sua perenne insoddisfazione oltre che per le continue umiliazioni che sopportò nell’esilio politico dal Maggio del ’22 al ’39.
“Amore folle per la vita febbrile, delirante sete di vivere”. “… la mia vita era un sogno sulla vita e non vita”. Queste sue parole sono del 1914 e rappresentano la presa di coscienza di uno stato di insopportabile insoddisfazione che se nella vita è rappresentato da gesti clamorosi come certe fughe, e dall’atteggiamento da “cane sciolto” che non vuole mai il peso della adesione ai vari gruppi nei quali sarebbe volentieri stata accolta fin dalle prime sue pubblicazioni, nella scrittura è constatabile a livello stilistico dalle continue interruzioni del ritmo ad opera di frequenti proposizioni incidentali, dall’uso di strofe costituite da preposizioni brevi che si legano l’una all’altra per scatti analogici.
Ed a livello contenutistico dalla tendenza alla iperbole che si rivela facilmente nei saggi su Pasternak e Majakovskj con frasi di questo tipo: Pasternak “avrà, anzi ha già, una moltitudine di assetati con lui, isolata fonte, dà da bere…In riva a Pasternak, come in riva ad un ruscello, ci si può incontrare per poi nuovamente lasciarci, dissetati, purificati, portando il ruscello in noi e su di noi. Su Majakovskj, invece come su di una piazza, o ci si affronta o ci si accorda. Pasternak ha tanti lettori quante teste. Majakovskj ha un solo lettore – la Russia”. “Majakvoskj s’avvera con la montagna. Con Pasternak – s’avvera la montagna. Majakvoskj si sentì, supponiamo, Urali Urali divenne. Non esiste Majakovskj, esistono gli Urali. Pasternak imbevutosi degli Urali, creò gli Urali – da sé. Non esistono gli Urali. Esiste Pasternak”.
E nella corrispondenza, ad esempio con Rilke, che non aveva mai conosciuto ed al quale, nel seguente esempio, scrive per la prima volta “Voi siete un fenomeno della natura … siete il quinto elemento incarnato – la poesia stessa siete ciò da cui nasce la poesia e che è più di lei stessa (di Voi)”.
Infine e soprattutto nella poetica della immedesimazione “Diventa tu stesso ponte o che il ponte diventi te, identificati oppure identifica…” e nel “Corno di Rolando”: “…io sole per tutti – fra tutti contro tutti, sto in piedi e mando, impietrita nello slancio, questo fragoroso appello nel vuoto dei cieli…”.
Questa concezione poetica di Marina ci fa comprendere anche lo stretto rapporto che si era instaurato tra vita letteratura e tutto il rapporto discorsivo che il suo essere poetessa esercitava sulla sua percezione del mondo.
“Come sempre la mia vita era un sogno sulla vita e non vita”.
Rapporto quindi strettissimo tra arte e vita che poteva trasformare una visione del mondo in una progressiva e schizofrenica appropriazione che poi divenne deleteria.
Ma qui naturalmente non si vuole fare della psicoanalisi spicciola di una poetessa. Si tratta semplicemente di evidenziare alcuni tratti di una personalità complessissima ed assai importante nel panorama letterario novecentesco. Non bisogna infatti dimenticare che il testo è anche derivazione del vissuto di un autore e che una giusta interpretazione non può e non deve prescindere dalla comprensione di una personalità. Con questo non si vuole tornare ad una concezione che vede il testo come diretta filiazione di una più o meno presumibile intentio auctoris, ma recuperare quanto di illuminante può esservi nella vita di ogni autore.
E nelle varie espressioni (anche paraletterarie). In questo senso si collocano questi miei appunti.
Nel senso della rivalutazione di alcune “parole chiave” che si incontrano nella scrittura di Marina. In particolare, se pare lecito inglobare i vari tratti, da me citati in precedenza, come iperbolici, come tratti sistematicamente deformati nel senso dell’esagerazione ed inseriti in un più generale gusto per il clamoroso, si potrebbero rivedere alcuni giudizi.
Mozzone e Sugliano titolano il saggio già citato “Amami, amami, amami” e proseguono leggendo l’opera di Marina come una epistola erotica. In questo senso suggeriscono la possibilità di una relazione lesbica con Soneka a cui la poetessa dedica il Racconto a Soneka. Estrapolerebbero questa conclusione da pagine di questo tipo “…io, il mio amore per lei, il suo amore per me, il nostro amore – non rientravano in alcun comandamente. Di me e di lei non cantavano in chiesa, non avevano scritto nei vangeli.” Forse è ingrato da parte mia soffermare l’attenzione su un particolare del loro saggio del resto eccellente. Forse nemmeno l’argomento merita tanto spazio.
E nemmeno mi sembra opportuno indugiare sul pettegolezzo. Ma, poiché questa illazione deriva da una scelta interpretativa più ampia mi sembra di dove obbiettare.
Quando la poetessa scrive “Vi amo!”, anche in altre circostanze, fa riferimento ad un amore tutto intellettuale e ciò è chiaro nella corrispondenza con Rilke ed in tanti altri luoghi.
“Dirti ti amo per un poeta assume un significato diverso dal volgere umano delle cose.
Amo i tuoi orizzonti impossibili …” dice Alda Merini che con la Cvetaeva ha molto in comune.
Questa è, a aprer mio, una adeguata considerazione dei “ti amo” di Marina: l’eroico slancio in ogni pur piccola manifestazione di sé, l’iperbole costante del dire, una poesia che è carne ed in cui l’autrice si mette in gioco come capro sacrificale.

Di Duilio Caocci
(articolo già presente nella Rivista di cultura poetica – Erbafoglio – anno VI – n.13/14 – giugno 1993)

Da “Agli ebrei”

Tu, che giorno per giorno mi misuri,
Sei mai stato con me, calda e randagia,
In giro per le piazze arroventate —
Quando spunta la luna?
E in una bettola pestifera,
Sotto il fischio d’un valzer travolgente,
Hai spezzato come un bifolco ubriaco
Le mie dita tornite?
Con che voce farfuglio mentre dormo —
Hai mai sentito? — Oh, fumo e cenere!
Che vuoi saper di me se non hai mai
Insieme a me bevuto né dormito?

*

Da “L’amica”

Ho un fiore appuntato sul petto,
Chi ce lo mise, – non me lo ricordo.
Insaziata è la mia fame
Di tristezza, amore e morte.
Col violoncello, o lo stridìo di porte,
Col tintinnìo di bicchierini,
Sferragliando gli sproni, o anche con l’urlo
Dei treni nella sera,
Con schioppettate di doppiette
O bubbole di troike —
Ma chiamatemi, chiamate,
Non amati da me!
E c’è ancora una delizia:
Sto aspettando chi per primo
Farà centro, fulminandomi
Come deve — a bruciapelo.

*

Ai miei versi scritti così presto

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca nel 1892 da Ivan Cvetaev, storico dell’arte e fondatore del Museo Puškin, e Marija Mejn, pianista di origini polacche. Trascorre l’infanzia con la sorella minore Anastasija (detta Asja) e i fratellastri Valerija e Andrej, figli del primo matrimonio del padre. Inizia a scrivere poesie a sei anni. Si iscrive a un ginnasio ma, per i continui viaggi della famiglia all’estero, continua gli studi in istituti privati in Svizzera e Germania (1903-1905), terminandoli poi a Mosca. Nel 1909 si trasferisce a Parigi dove frequenta lezioni di letteratura francese alla Sorbona. L’anno seguente pubblica la prima raccolta Album serale. Nel ’12 sposa Sergej Efron, cadetto dell’accademia ufficiali, esce la raccolta La lanterna magica e nasce la figlia Ariadna. Nel ’13 esce la terza raccolta: Da due libri. Dopo la Rivoluzione, inizia per lei un periodo di disperazione: la morte della figlia minore Irina, la malattia di Ariadna, la scomparsa del marito. Nella guerra civile Efron combatte coi bianchi e, dopo la vittoria dei bolscevichi, emigra. Nel maggio del ’22 Marina con la figlia si reca all’estero in cerca del marito, riparato a Praga. Negli anni Venti pubblica varie opere sulle riviste russe dell’emigrazione. Escono i volumi: Versi per Blok, Il distacco, Psiche, Il mestiere, la satira lirica L’acchiappatopi, e le tragedie Teseo e Fedra. Nel ’28 esce l’ultima raccolta: Dopo la Russia. Negli anni Trenta pubblica soprattutto saggi e racconti: Il mio Puškin, I poeti con la storia e i poeti senza storia, Il racconto di Sonečka. Nel ’39, dopo aver soggiornato a Berlino, in Cecoslovacchia e in Francia (qui per ben 14 anni), torna in URSS col figlio quattordicenne Georgij. Il marito era già rientrato. Tra agosto e ottobre il marito e la figlia Ariadna sono arrestati. L’8 agosto ’41 Marina raggiunge Elabuga (Repubblica tartara) insieme al figlio. Cerca invano un lavoro. Il 31 agosto si suicida, impiccandosi a una trave. Il 2 settembre viene sepolta in una fossa comune nel cimitero di Elabuga.

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11 pensieri su “Marina: L’iperbole sistematica di Duilio Caocci

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  1. Sono daccordo. Censurare chi esagera è giusto. Comincia a essere un sito come tutti gli altri e questa è una buona cosa.
    Bello l’articolo e scusate le domande, mi sento più a mio agio adesso, la libertà finisce dove inizia quella di un altro.

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  2. La Cavtaeva per me è un tale faro che non mi posso permettere alcuna parola.
    Solo ringraziare chi l’ha portata qui. Ad illuminare.

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    • si, luce e fuoco. Spesso è anche una montagna. Immensa.
      E chi ha rispetto e amore per versi e prosa non può che rispettarne ogni suo spazio. Chi vive con la poesia sul cruscotto o la prosa nella cartella del computer si riconosce. E a buon intenditor poche parole. Grazie Samoa per esserti fermato a leggere di Marina.

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  3. Oh che pezzo fantastico.
    Che articolo potente, sensibile, ben costruito e montato, appassionante e giusto.
    Mi genufletto di fronte all’autore.
    Su Marina non c’è qualcosa che io possa dire che non sia già stato detto da Caocci o da chi ha commentato prima di me. Solo che un tale amore in un’esistenza è commovente. La prova che esistono creature che spandono luce sull’umanità tutta.

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