In memoria di Andrea Di Marco – di Artribune


Di Andrea Di Marco ho amato tutto, subito. Un amore che è stato intesa immediata e che negli anni è cresciuto, diventando legame. Un amore di fratelli, di compagni d’avventura, autentico, tenero, intellettuale. Parlavamo moltissimo, io e Andrea. Quasi a fingere di scrivere pagine di letteratura, tra il suo studio polveroso, i soliti locali della Vucciria, le serate chiassose tra i musei e le gallerie, e quei nostri vagabondaggi inquieti, biografici quanto mentali. Parlavamo d’arte, soprattutto. Ed era passione, che bruciava tra le pupille e il petto, tra un whisky e una telefonata, tra catene di sogni sempre nuovi e quel retrogusto un filo bohémien, che non ci piaceva ma che ci abitava, nel profumo mortale di questa città, nell’odore salato dei venti d’agosto e in quello umidissimo di inverni africani, saturi di pigrizia e di pioggia.
Questo era Andrea, questa ero io, questa era la terra in cui volevamo restare, ossessionati dal senso di un’appartenenza di cui cercavamo il perché, come segugi fieramente randagi. Non andare via dalla Sicilia, da Palermo: un imperativo categorico, un amplesso mai concluso, una geografia religiosa scritta con la dedizione dell’esploratore. Noi volevamo capire: essere cosa, essere chi, essere figli prima che padri, essere nella morte e nell’amore, cultori di mitologie infuocate ed eredi di tradizioni infiacchite. E di tutto questo farne le spese, con l’infelicità e la gioia, con la precarietà e la concentrazione, col desiderio e l’abbandono. Stare in un luogo per diventare luogo, noi stessi. Umani troppo umani, fatalmente.

Andrea è morto la notte del 1 novembre. Aveva 42 anni ma sembrava un ragazzino. Sono arrivata in quella casa, alle 3 di quella notte maledetta, che lui era già spirato, da un paio d’ore almeno. Un viaggio in macchina, ipnotico e furioso, come se stessi sfrecciando contromano nel mezzo di un sogno: correre forte per arrivare al risveglio. Ma risveglio non fu. Andrea era morto davvero.
Lo abbiamo vegliato fino alla sera successiva, senza fermare le lacrime, quasi che il buio ci fosse franato addosso. La piccola famiglia dell’arte si vestiva a lutto. Colpita al cuore, privata di un fratello, come nel più atroce dei film.
E in quella notte sbiadita, che aveva l’aura di una pellicola tragicamente surreale, io mi spostavo dal letto di Andrea al divano in soggiorno, facendo esercizi di coscienza ed attenzione: non scambiare l’incubo con la verità, non arrendersi alla stretta del sogno, distinguere la realtà dall’immaginazione. La vista del cadavere serviva a poco. Quello non era Andrea, quella non ero io.
E nel tumulto di sensazioni opache, nel vivo di un dolore che prendeva lo stomaco, facendosi beffa della ragione, continuavo a  vedere scorrere – dall’occhio destro a quello sinistro, come in un lungo piano sequenza – tutta la pittura di Andrea. I suoi quadri sono stati, assieme alla sua faccia pallida e fredda, la mia ossessione notturna, il mio inferno sbagliato. Li vedevo tutti, alcuni in particolare, mi passavano davanti come se fossi io sul punto di morire; e anziché ricordarmi in un flash della mia vita, mi ricordavo di lei, della pittura di Andrea. Lui moriva in me, mentre io resistevo in lui, scambiandoci i tempi ed i ruoli, in una danza luttuosa. Passaggi di immagini: tra me, in piedi e con la testa troppo calda, e lui, disteso, ormai abituatosi al gelo.
Io e Andrea ci siamo parlati quella notte. E se non è stato un fatto di anime e di resurrezione, è stato un fatto di pittura. Che poi, in fondo, è un po’ la stessa cosa.

Andrea Di Marco è un pittore con una cifra personalissima, inconfondibile. È uno che non ha avuto paura di mandare a quel paese le mode, i cliché, le regole e i rituali compiacenti del sistema. Non si poneva nemmeno il problema. Studiare, mettersi in gioco, forzare il limite della propria pittura, sempre; ma solo per raggiungere un presente che fosse contemporaneo davvero. Ché la parola  “contemporaneo”, per uno come Andrea, significava l’esatto contrario della parola “trendy”. Siamo davvero contemporanei? Ce lo siamo chiesto tante volte: io come lui, Francesco de Grandi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan, i ragazzi di quella “Scuola di Palermo”, battezzati dal “blues” di una prima collettiva importante, ai Cantieri Culturali alla Zisa, undici anni fa.
Bazan, per esempio, chiamò la sua recente mostra alla Gam “Moderna” e volle un catalogo tutto in bianco e nero. Nostalgico? No, ironico. Come sempre. Siamo tutti moderni, fuori dal postmoderno per non esserci mai entrati davvero. Un discorso delicato. Che forse si riassume così: non esiste attualità senza autenticità, non esiste libertà senza identità, non c’è presente senza radici. Nessuna rivolta senza il gusto della storia.
Andrea Di Marco, affezionato al colorismo ottocentesco del maestro Francesco Lojacono, mi ha spesso riportato alla mente anche Giorgio Morandi. Quei barattoli e quelle bottiglie, categoricamente contemporanei, annegavano nel silenzio lattiginoso di una tradizione nobile, docilmente aperta al mutare dei tempi. Niente chiasso, niente clamore, niente mode né proclami. Nel rigore di uno studiolo, in una quieta Bologna mai tradita, quell’uomo scriveva una pagina di storia della pittura italiana. Senza emuli, senza doppioni, senza mercanti né padroni.

Andrea era così. Uguale. Nel suo studio di via Gemmellaro, diviso con l’amico fraterno Francesco, coltivava il suo sogno discreto, tanto febbrile quanto sobrio.  Essere un pittore, italiano e siciliano, semplicemente figurativo. Essere pittore della crisi, in un tempo di macerie e disorientamenti, con la voglia di contrapporre all’iconoclastia del concetto e al fantasma della cosa, la certezza di una tradizione, l’approdo di un’immagine concreta. Il punto? Creare un aggancio solido al mondo, senza che fosse verismo, realismo, lettura sociale; una meditazione incompiuta che lasciasse avanzare, lungo i contorni di luoghi ed oggetti, quel senso profondo dell’essere uomini, comuni e mortali.
Immaginarsi, allora, come una comunità che viene, mai trascendente, mai assoluta, offerta alle molte latitudini e alla storia. Eppure armonica, coesa.
Nel movimento luminoso e denso del colore si compiva un percorso accidentato, fatto di ancoraggi ed aperture, di mutazioni e resistenze, di contaminazioni e identità, di giovani macerie e orizzonti perenni. Incastri, tra la salvezza e il destino.
Questa era la vita, per Andrea. E questa è oggi la sua pittura: tattile, corposa, lucida. Un mucchio di oggetti muti, messi in parentesi, fermi, senza presente né futuro, senza funzione né voce, derubati di ogni presenza umana e di ogni narrazione: barche capovolte e dormienti, stazioni di rifornimento abbandonate, statue equestri nel trionfo di piazze nordiche, camion solitari, saracinesche chiuse, tendoni di strada calati come drappi preziosi, giostre immobili che non girano più, sedie austere e sbilenche su cui nessuno si è seduto mai e mai si siederà.
Pretesti. Utili a rintracciare lo schema invisibile del creato, ipotizzando il suo passaggio in visione.

Quello di Andrea Di Marco è un catalogo visivo sospeso tra antropologia e spiritualità, tra logica e sentimento, nel tentativo di intravedere, sotto le pelle del mondo, sentieri che unissero prosa, poesia e concetto. Geometrie dello spirito, forme esatte scolpite nella materia povera del mondo e tramutate, sottovoce, in icona.
Di quel sabato mattina, di fronte alla chiesetta di Santa Susanna, ricorderò soprattutto il sole. Un sole d’autunno, nel mese dei morti e dei santi, a investire la folla assiepata, in attesa del definitivo commiato. Il cielo era sgombro, di un azzurro insolente; e il sole caldissimo, fuori stagione. Un mattino allegro, come allegro sempre era Andrea.
E così mi ricorderò di lui, cercandolo ancora dove il sole si farà sfacciato, nei mattini a venire e in quelli da desiderare; cercandolo nei vicoli e nelle luci gialle, di una Palermo che odora di morte, di sale e di rose. E cercherò quell’eco squillante di risata, nel baccano del centro storico, nelle discussioni accese degli amici, negli opening affollati, nei vecchi palazzi coi soffitti affrescati, tra le periferie pallide e le distese di sabbia, tra i cani sgualciti e sporchi, come vecchie camicie stese al puzzo di “stigghiole”, tra le scie di gelsomino, a decorare primavere umide e sensuali.
E di nuovo lo cercherò, nelle chiacchiere spese sui marciapiedi o negli appartamenti, dove si parlerà di arte e poi di arte ancora, di politica e di sogni stanchi, di sfide e di rivolte, della nostra guerra da perdenti con in testa l’utopia della vittoria. Quando forse i vincenti eravamo noi, che puntavamo a un’imprecisata felicità, con tutta quell’umanità debordante, lieve come striature di scirocco, greve come il vulcano, impetuosa come un pezzetto di mare infranto sugli scogli, in autunno. Lo stesso autunno che ti baciò, che ti addormentò, che ti rubò e che ci condannò, tutti, alla solitudine.

Tutti quanti noi, combattenti a intermittenza, senza ambizioni a parte l’amore, senza corse fasulle, senza carriere alla porta, senza brame di trofei. Spesso in trincea, affamati e discreti, con la nostra preghiera da scandire: lavorare per scoperchiare un pezzetto d’infinito, per prenderci uno sputo di verità, per avvicinarci alla bellezza e al cielo. Noi, che resteremo dove tu eri voluto rimanere. A dedicarti nuovi fallimenti e conquiste sincere, a raccontare di te, a renderti omaggio.
E non saremo soli, Andrea, nemmeno in questo gelo finale. La luce è la stessa che avevi immaginato tu: tersa, viva, celeste, mediterranea, luce di contrasti e di vette gioiose. Luce alta, a vegliare su di noi pure quando sarà sera. Luce di lavoro, di alba e di pittura. E così, nei tuoi neri barocchi, nei tuoi bianchi di neve, nei blu purissimi, nei rosa cipriati e a volte squillanti, negli azzurri di polvere e pioggia, nei grigi di fango e di nebbia, nei gialli di grano e d’aurora, nei marroni mesti come vecchi cappotti, nei bruni screziati di porpora, come foglie morenti: qui ti cercherò e ti celebrerò, qui troverò il timbro e la voce per dire chi sei. E per farti indimenticabile stella, nei cieli del ricordo e della letteratura.

articolo di Helga Marsala

(già apparso su Artribune: http://www.artribune.co)

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5 pensieri su “In memoria di Andrea Di Marco – di Artribune

  1. Quando si perde un amico, resta bianca una tela che avevamo immaginato di riempire a quattro mani, magari durante una sbronza, ridendo di noi due, vedendoci poveri e vecchi ancora attaccati a consunti ideali. Lo trovo pieno d’amore questo articolo e bellissimo. Grazie.

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