Raoul Vaneigem BANALITÀ DI BASE – a cura di Carmine Mangone – Gwynplaine Edizioni 2012


Raoul Vaneigem
Banalità di base
Testo in quarta di copertina

Il saggio Banalità di base è il primo grande scritto teorico di Raoul Vaneigem. Apparso originariamente sui numeri 7 e 8 della rivista “Internationale Situationniste”, esso anticipa e sintetizza alcuni dei temi centrali della sua opera posteriore più nota, il Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni (1967). Nell’ottica di un rovesciamento radicale del mondo capitalista, l’autore critica le basi dell’asservimento e le dinamiche consumiste della società contemporanea, interrogandosi sull’eventuale ruolo rivoluzionario della “cultura” e introducendo concetti (come quelli di spettacolo e détournement) che faranno la fortuna postuma dei situazionisti. Il testo di Vaneigem è accompagnato da un breve saggio di Carmine Mangone, che contestualizza e critica la brillante esperienza situazionista alla luce dei processi storico-culturali che ne hanno visto l’emergenza e il repentino recupero culturale.

Il belga Raoul Vaneigem è stato membro dell’Internazionale situazionista dal 1961 al 1970. Insieme a Guy Debord, è da considerarsi il maggior teorico del movimento, rappresentandone senza flessioni la tendenza più libertaria e passionale. A partire da Banalità di base, i suoi testi punteggiano il pensiero radicale degli ultimi cinquant’anni fornendo ogni volta una visione gioiosa e umana della sovversione possibile.

Carmine Mangone è nato a Salerno nel 1967. Critico dei movimenti radicali della contemporaneità, ha già pubblicato per Gwynplaine La qualità dell’ingovernabile (2011) e curato un volume sull’anarchico Emile Henry (Aforismi di un terrorista, 2010).

Raoul Vaneigem
Banalità di base
Frammenti

(…) Il mito ha la funzione di unificare e di eternare, in una successione di momenti statici, la dialettica del “volervivere”e del suo contrario. Una tale unità fittizia, ovunque dominante, raggiunge nella comunicazione, e in particolare nel linguaggio, la sua rappresentazione più tangibile, più concreta. A questo livello, l’ambiguità è più manifesta, si apre sull’assenza di comunicazione reale, consegna l’analista a fantasmi derisori, a parole – istanti eterni e mutevoli – che cambiano di contenuto a seconda di chi le pronuncia, così come cambia la nozione di sacrificio. Messo alla prova, il linguaggio cessa di dissimulare il malinteso fondamentale e sfocia nella crisi della partecipazione. Nel linguaggio di un’epoca, si può seguire la traccia della rivoluzione totale, incompiuta e sempre imminente. Sono segni esaltanti e spaventosi, per gli sconvolgimenti che preannunciano, ma chi mai li prenderebbe sul serio? Il discredito che colpisce il linguaggio è profondo e istintivo quanto la diffidenza con cui si circondano i miti, ai quali tuttavia si resta fortemente legati. In che modo individuare le parole-chiave per mezzo di altre parole? Come mostrare, aiutandosi con delle frasi, i segni che denunciano l’organizzazione fraseologica dell’apparenza? I testi migliori aspettano la loro giustificazione. Quando una poesia di Mallarmé apparirà come la sola spiegazione di un atto di rivolta, allora sarà permesso parlare di poesia e rivoluzione senza ambiguità. Attendere e preparare questo momento significa manipolare l’informazione, non certo come l’ultima onda d’urto di cui tutti ignorano l’importanza, bensì come la prima ripercussione di un atto a venire. (…)

Attaccando frontalmente l’organizzazione mitica dell’apparenza, le rivoluzioni borghesi andavano a colpire, loro malgrado, il punto nevralgico, non soltanto del potere unitario, ma soprattutto del potere gerarchizzato sotto qualunque sua forma. Quest’errore inevitabile spiegherebbe il complesso di colpa che è uno dei tratti dominanti dello spirito borghese? Fuor di dubbio, si tratta davvero di un errore inevitabile.

Errore, anzitutto, perché una volta infranta l’opacità menzognera che dissimula la proprietà privata, il mito esplode e lascia un vuoto che solo la libertà delirante e la grande poesia vengono a colmare. Certo, la poesia orgiastica non è riuscita finora ad abbattere il potere. Non vi è riuscita per ragioni facilmente dimostrabili: i suoi segni ambigui denunciano i colpi che vengono inferti e allo stesso tempo cicatrizzano le ferite. E tuttavia – lasciamo gli storici e gli esteti alle loro collezioni – basta grattare la crosta del ricordo perché le grida, le parole, i gesti antichi facciano di nuovo sanguinare il potere in tutta la sua estensione. L’intera organizzazione della sopravvivenza dei ricordi non impedirà all’oblio di cancellarli man mano che, divenuti vivi, cominceranno a dissolversi; allo stesso modo, la nostra sopravvivenza si dissolverà nella costruzione della nostra vita quotidiana.

Processo inevitabile: come ha mostrato Marx, l’apparizione del valore di scambio e la sua sostituzione simbolica da parte del denaro aprono una crisi profonda e latente in seno al mondo unitario. La merce introduce nelle relazioni umane un carattere universale (un biglietto da mille franchi rappresenta tutto ciò che si può comprare con quella somma), nonché un carattere egualitario (vi è scambio di cose uguali). Questa “universalità egualitaria”, almeno in parte,sfugge sia allo sfruttatore sia allo sfruttato, ma l’uno e l’altro vi si riconoscono. Si ritrovano faccia a faccia, non più a confronto nel mistero della nascita e dell’ascendenza divina, come nel caso della nobiltà, ma in una trascendenza intelligibile, che è il Logos, un insieme di leggi comprensibili per tutti, benché una simile comprensione resti pervasa dal mistero. Un mistero che ha i suoi iniziati, in primis i preti, che si sforzano di mantenere il Logos nel limbo della mistica divina, per cedere ben presto il posto, come pure la dignità della sacra missione, ai filosofi e successivamente ai tecnici. Dalla Repubblica platonica allo Stato cibernetico.

Così, sotto la pressione del valore di scambio e della tecnica (che potremmo definire la “mediazione a portata di mano”), il mito si laicizza lentamente. Tuttavia, sono da registrare due fatti:

a) il Logos che si libera dell’unità mistica si afferma in essa e, allo stesso tempo, contro di essa. Alle strutture comportamentali magiche e analogiche vanno a sovrimporsi strutture comportamentali razionali e logiche, che le negano e le conservano (matematica, poetica, economia, estetica, psicologia, ecc.);

b) ogniqualvolta il Logos, ossia l’“organizzazione dell’apparenza intelligibile”, guadagna in autonomia, esso tende a staccarsi dal sacro e a frammentarsi. In questo modo, viene a crearsi un doppio pericolo per il potere unitario. Si sa già che il sacro esprime l’esproprio della totalità da parte del potere e che chiunque voglia accedere alla totalità deve passare per l’intermediazione del potere: l’interdetto che colpisce i mistici, gli alchimisti, gli gnostici lo prova a sufficienza. Ciò spiega anche perché il potere attuale “protegga”gli specialisti, nei quali riconosce confusamente i missionari di un Logos risacralizzato, senza per questo conceder loro piena fiducia. Storicamente esistono dei segni che attestano gli sforzi compiuti per fondare, nel potere unitario mistico, un potere rivale che rivendichi una propria unità del Logos: appaiono tali il sincretismo cristiano, che rende Dio conoscibile psicologicamente, il movimento del Rinascimento, la Riforma e l’Aufklärung.

Sforzandosi di mantenere l’unità del Logos, tutti i padroni avevano coscienza del fatto che soltanto quest’unità rendeva stabile il potere. Se si analizzano più da vicino, i loro sforzi non sono stati poi così vani come sembra dimostrare la parcellizzazione del Logos nel XIX e XX sec. Nel movimento generale di atomizzazione, il Logos si è sbriciolato in tecniche specializzate (fisica, biologia, sociologia, papirologia e cosi via); ma il ritorno alla totalità s’impone simultaneamente con maggior forza. Non si dimentichi che basterebbe un potere tecnocraticamente onnipotente affinché sia messa in opera la pianificazione della totalità e per far sì che il Logos succeda al mito in quanto confisca della totalità da parte del potere unitario futuro (cibernetico). In una simile prospettiva, il sogno degli Enciclopedisti (progresso indefinito rigorosamente razionalizzato) avrebbe avuto solo una dilazione di due secoli prima di realizzarsi. È proprio in tal senso che gli stalino-cibernetici preparano l’avvenire. In questa prospettiva, bisogna capire che la coesistenza pacifica innesca l’unità totalitaria. È tempo che ognuno prenda coscienza che c’è già chi si oppone a tutto ciò. (…)

Carmine Mangone
Contro ogni alienazione, I
[introduzione a Banalità di base di Raoul Vaneigem]

(…) La Rivoluzione francese frammenta definitivamente l’unità spirituale e culturale del mondo feudale. I saperi vengono nazionalizzati, individualizzati; la totalità magica delle religioni viene abbattuta perché di ostacolo al movimento del capitale. Dio muore, ma la sua ombra continua ad aleggiare in tutte le strutture di pensiero che si accontentano di rappresentare il mondo senza muoverlo, senza reinventarsi criticamente nel movimento materiale dell’esistente.

La frammentazione dei saperi porta alla proliferazione di ambiti separati, dove il ruolo culturale (artista, letterato, intellettuale, ecc.) è fondato sulla specializzazione e sulla valorizzazione della propria opera dentro circuiti determinati, tendenti invariabilmente ad una museificazione dell’opera stessa e alla neutralizzazione del gesto creativo in categorie estetiche.

Tale separazione è la falsa coscienza del creativo, il suo determinarsi idealisticamente a partire dall’opera, nonché la lotta formale che egli ingaggia invano per ricollocare il proprio agire in relazione al mondo materiale.

Tutte le contraddizioni scatenate dal dominio del capitale e dai limiti materiali del proprio intervento creativo, risuonano in un’espressione del pittore comunardo Gustave Courbet (1818-1877): «In arte, l’immaginazione consiste nel saper trovare la più completa espressione di una cosa esistente, ma giammai nel supporre o nel creare questa medesima cosa.». La rappresentazione della “cosa esistente”, per quanto possa tendere formalmente alla completezza, si ferma pur sempre alla cosa stessa, ne fa l’oggetto del proprio agire, del proprio lavorio, e rimane quindi dentro una cornice data (quella del capitale), non rendendosi conto, o non volendo sapere, che il “supporre o creare” le cose, compresa la possibilità di una rottura reale con l’esistente ridotto a cosa, concerne più propriamente la continuità tra i vari saperi, nonché tra questi e l’intervento umano costantemente verificato dentro i propri rapporti col mondo.

L’opera artistica o letteraria è un residuo, un paravento; figura fissata per sempre in una catalogazione mortifera. Solo quando essa viene ricreata come volontà o desiderio, dentro la gratuità del movimento che affratella i viventi annientando la valorizzazione dei loro legami, solo in certi frangenti, e nella continuità che rende molteplici le esperienze ancorché invariante la loro intensità, solo allora abbiamo lo scioglimento delle creazioni parziali in una creazione superiore, compiuta, che non ha bisogno di fissare delle forme, in quanto le accoglie e raccoglie già tutte nel suo stesso movimento, nel suo stesso possibile. L’espressione totale non ha quindi bisogno di ridursi all’arte, perché è splendore senza volto – con tutti i volti possibili –, in continuità da sempre con la lotta degli uomini contro ogni alienazione.

Anche Goethe, quando afferma che «ogni epoca di regresso e dissoluzione è soggettiva, mentre ogni epoca di progresso è oggettiva», non s’interroga sulla separazione tra la dimensione soggettiva e quella oggettiva, tra l’individuale e il comunitario, restando perciò ancora tutto preso dalle strutture culturali alienate e limitandosi unicamente a mutare la “torre d’avorio” idealista in un placido condominio borghese.

Dalla seconda metà dell’Ottocento, abbiamo dunque una tensione sempre più forte verso una ricomposizione delle contraddizioni in seno all’ambito culturale, tensione che va sdoppiandosi essenzialmente in due direzioni principali: a) un superamento individuale e formale di tutti i limiti sociali posti all’espressione umana (emblematici, in letteratura, i casi di Rimbaud e di Isidore Ducasse/Lautréamont); b) il posizionamento del proprio agire artistico e intellettuale su un piano sociale o comunitario dalla marcata caratterizzazione politica.

La seconda tendenza, da leggere come un tentativo di superamento dialettico o idealistico della prima, segnerà tutte le avanguardie del Novecento e condurrà alla critica totale dell’arte e degli artisti fatta dai situazionisti francesi negli anni Sessanta. (…)

Link di riferimento
Carmine Mangone: http://carminemangone.com/
Gwynplaine Edizioni: http://www.gwynplaine.it/

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4 pensieri su “Raoul Vaneigem BANALITÀ DI BASE – a cura di Carmine Mangone – Gwynplaine Edizioni 2012

  1. Adoro i saggi. Penso siano una forma alta di espressione, in quanto dispiegano una ricerca, una speculazione profonda su principi sia filosofici, sia antropologici. Mito e Logos sono inevitabilmente legati, oserei dire che non si potrebbe ammettere la loro esistenza se non a livello teorico. E’ impossibile lasciar parlare le cose senza imporre loro un senso estraneo. E l’estraneo ha forme molteplici .

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