Del bosco di Elisa Biagini


Nel Bosco di Elisa Biagini

“Il bosco non è fuori ma dentro al corpo: è questa forse la chiave di lettura per entrare Nel bosco”, così scrive sul blog di Nazione Indiana la poeta Laura Pugno dell’opera di Elisa Biagini e mi pare il perfetto punto di partenza.

perché mi
vuoi passare
tra i rami –
che si impigliano
ciglia, che si
scheggiano
gambe –,
per specchiarti
nella mia pelle-
sapone, che ti
lavi di
crepe, angoli e ore,
per succhiarmi l’acqua
di luce dall’
occhio.

Nel bosco, tra i rami mi vuoi passare, edito nella collana bianca di Einaudi nel 2007. Criptata in tre sezioni: Cappuccetto rosso, La sorpresa dell’uovo, Gretel o del perdersi. Un percorso, come una discesa, una discesa oscura, tra i rami che ti sbattono in faccia. Rami che somigliano alle tua braccia, braccia attaccate a un corpo che sembra in tutto il tuo. Tu, piccola, celata dietro una mantellina rossa. Cappuccetto rosso.

la bocca piccola
per parole da
cannuccia, sputate
come noccioli, come
latte che deborda,

gli occhi due
semi sotto
ghiaccio, due
pesci intrappolati,

le orecchie
tazzine scordate,

e i denti persi
insieme alle
diottrie,
smussati da
maree di
silenzio, dal
buio che ti
sale ad
urti.

La vedo minuta, rossa, col viso di latte, come fosse una piccola Biagini, il lato più nascosto, come se entrare nel bosco fosse qualcosa che “ti ha / ritornata al / tondo della / pancia.” Più che un cammino è un ritorno all’essenza-duro-nucleo.

metti il cappuccio
per chiudere le
orecchie, per
non sentire il
fuori: chiuditi,
bimba, torna
tonda e da
uovo sii
sasso,
ascoltati d’eco
nella tua buccia
dura.

È far tesoro, è riportare con sé quell’oscuro chiarore bianco che c’è nel fondo più fondo del bosco. Purezza. No. Niente è puro. Pragmatismo. Per vivere. Ritornare. Ricordare. Il bianco non è mai bianco del tutto. Ma bisogna lasciarsi invadere, dentro, nel fondo. Il bosco è dentro di noi e noi siamo dentro nel bosco. Un rigirarci intorno. Il corpo è una porta.

beviti il
nero che ti
goccia
dentro al
cappuccio,
che insiste
nella bocca
come cappello
tra i denti
(e già è
macchiato il
bianco agli
occhi):

lasciati bere
e fa del bosco
pancia,
tornati a quel
ruotare
come di
lavatrice.

E poi dentro, dentro nel bosco, dentro nel corpo, c’è un uovo. Il corpo è un uovo. Dentro l’uovo c’è qualcosa. La sorpresa dell’uovo. Nel giallo nel tuorlo. Impastarci le mani. Entrarci dentro. Ancora più dentro.

(dopo)

sgusciata dal
mio primo cappotto,
sbucciata all’
ossigeno, al
suono, spellata di
placenta (una sorella),

questa mia pelle che
mi sbadiglia
infuori.

Come un’espulsione forzata, calda, una sorpresa che nasce e cresce e fuoriesce e stupisce là già dal fondo. Dentro c’è ancora qualcos’altro. Non sai più se dentro le carni o nel chiarore. Ormai ci sei dentro.

incinta della
mia mano,
di metri
d’unghie,
di ciglia:
il mio uovo
ha due gusci,
matrioska.

(Questo tuorlo
è la nostra
sorpresa).

È come una doppia natura, mai nata, sempre esistita. Come se non vi fosse accesso eppure vi si è già dentro. In qualche modo. Una “valigia a / doppio fondo”, dice la Biagini.

controlla la
scadenza a
queste uova,
cresciute
nottetempo
come funghi,
croste bianco-midollo,
senza entrata.

(Le mie, le tue:
circondata in
questa tua
valigia a
doppio fondo).

Rimando a qualcosa di accatastato da tanto, tanto tempo immemore. Come al fresco di una cantina. Stupisce. Ma non troppo. È come un ricordo. Qualcosa di atavico, che c’è sempre stato, torna a guidarci. Dobbiamo lasciarci guidare.

labbra sottili,
filo che si scioglie
(si sfila dopo
cotto come per
l’arrosto):

la grata
che dà sulla cantina.

Se c’è come c’è, allora. Tanto vale. Entrare. Perdersi. Pur lasciando sempre le tracce del proprio percorso. Perdersi. Lasciare le tracce non per tornare indietro, ma per ritrovare se stessi. Gretel o del perdersi.

il mio corpo che si cerca
converge all’ombelico,
si rivolta come calza
che sfugge il rammendo,
offre alla luce
le stalattiti dei polmoni.

Un perdersi tra…un perdersi doppio. La nostra essenza è doppia. La nostra essenza che forse è già persa. Eppure. Forse. Un forse piccolo, bianco, di latte. Candido come non lo siamo più. Forse la si più ancora sognare. Sfuggente. Solo a tratti, come per incanto. Come verso il sogno.

ho sognato la mappa,
l’incrocio d’ossa,
la via alla porta nella testa:

il fuoco al centro
della casa

(la saliva sul cuscino
è l’olio per quella
serratura).

Scivolare di qui è facile. È difficile. È difficile perdersi per ritrovarsi. È facile scivolare nei liquami, tra le carni, poche unghie, tutto latte. Ma cosa cercare? Perché andare? Perché il bosco ci attira? Perché sentiamo che un’essenza è covata tutta dentro, nel nucleo, nell’uovo? Perché scrivere di questi spazi? Facciamo rispondere la stessa Biagini, da Poeti degli Anni Zero, a cura di Vincenzo Ostuni (Ponte Sisto, 2011): “La responsabilità dello scrittore è quindi di cercare di tracciare una mappa, unire i puntini che formano un corpo comune: dar voce ad un pensiero che porti l’impronta del corpo, ad una parola che copra l’assenza tra un corpo e l’altro.” Riempire un vuoto che c’è, dunque.

che cosa cerco andando
in tondo e ancora
in tondo? la terra è fino
al cuore, i nervi
attorcigliati
alle forchette dei
capelli.

Chiappanuvoli

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9 pensieri su “Del bosco di Elisa Biagini

  1. La Poesia riconducibile ad elementi della vita quotidiana, tanto che uova, forchette, l’arrosto o i capelli, diventano mezzi fortunosi per veicolare gli impulsi di “nervi attorcigliati” o “saliva sul cuscino” . “Il fuoco al centro della casa” è un’immagine tanto espressiva e forte che rappresenta l’interezza nella partizione, lo smembramento necessario alla ricostituzione. In una base “terrosa” di concretezza palpabile si volatilizzano elementi impalpabili rivisitati dalla (ri)nascita che accade, come una sorpresa inattesa, un tonfo nel quotidiano divenire. Poesia questa, sottile di significati, pesante nel suo voler riordinare diversi tempi e condizioni nel tentativo di fermare un solo istante a rappresentarli tutti. Molto piaciuta.

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  2. la sensazione prima che mi ha dato questa poesia è fortemente fisica: La saliva, il midollo, la placenta ci aprono le porte a sapori terreni, si usano gli umori del corpo per rappresentare i sentimenti dell’anima, come fossero imprescindibili. Piaciutissima

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  3. Concordo in pieno con Annamaria,la poesia interessantissima della Biagini ( così come quella della Cavalli ) resta fatta di terra e sangue e per questo rappresenta dentro e fuori in una sorta di simultaneità quasi esasperata. Quasi non di capisce più dove ci si trovi ( dentro,fuori) ma le quinte sono gioco di segni e segnali che recano ad un’unica meta finale.
    Decisamente un articolo apprezzato

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  4. Personalmente non l’ho interpretata nel vostro stesso modo, ma d’altronde è anche questo il bello della poesia, ossia la sua infinita capacità evocativa.
    Non l’ho sentita né carnale, né terrena, anzi, semmai mentale ed a tratti anche disturbante (cosa totalmente voluta dall’autrice). Ci sono riferimenti al corpo, è vero, ma è un corpo in pezzi, a brandelli infelici, quasi una miriade di oggetti parziali in cui l’autrice si proietta e che vive e percepisce come ostili, violenti e persecutori. L’immagine intera manca, come manca la rassicurazione delle cose consuete. È il racconto di una nascita psicologica non riuscita.

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  5. Non la conoscevo, mea culpa.
    Hai stuzzicato una lettura più approfondita, alessandro.
    Cosa che farò.
    Complimenti ad elisa per il trasporto o anche solo per quel sentore di pienezza che ci vedo qui.

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  6. sono percorsi che chi scrive conosce. significare il vuoto, l’essenza. Dis.nascere per abbandonare sovrastrutture anche linguistiche ed avvicinarsi al battito primordiale dove segno e significato coincidono. La scrittura tende a significare qui, il percorso é conoscitivo e lirico ma non ancora dialogico. Ci somiglia

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