ANTONELLA MONZONI – L’erosione della vita nei Reportages


Il tema del sopravvivere è in bianco e nero, ha bisogno della purezza dell’assoluto. Il colore non si vivifica nei toni timbrici ma viene asservito al viaggio umano che la foto sta raccontando. Il viaggio, il reportage. l reportage come luogo del mondo. Antonella Monzoni, ha fatto del suo mondo il luogo del riporto devoto dell’umano. I luoghi sono ovunque nella storia e nella terra. La sua fotografia si  accompagna prevalentemente con la purezza\crudezza del bianco e nero, nell’ottica non necessariamente a grandangolo, come a voler escludere l’infinito dalla foto per riempirla del suo contrario, il vissuto. Alcune si sgranano, e la vita comincia a scorrerci dentro, infinita.

Antonella Monzoni, la costruzione dei un reportage è lunga, pone il fotografo a servizio del mondo o della storia che vuole “estendere” in fotografia. (Ogni volta) come nasce il tuo reportage?

Nel reportage che amo fare la cosa più importante è il contatto, l’esserci. Da anni progetto un argomento all’anno da poter aggiungere alla mia collana di perle, alla mia “raccolta” di rituali, religiosi e non, sperando di farne, in futuro, una specifica pubblicazione. Sono andata in India per fotografare il Kumbha Mela, in Etiopia per raccontare la Pasqua copta-ortodossa che si vive a Lalibela, in Messico per vivere nei loro cimiteri, durante le veglie notturne dei giorni dei morti, in Birmania con la tribù animista dei Denti Neri per la festa del maiale, in Ucraina per due giorni di festeggiamenti di un matrimonio, in Armenia per documentare l’incredibile commemorazione del genocidio dimenticato, che si svolge ogni 24 aprile, un evento davvero unico …

Quasi sempre ho un contatto sul posto, conosciuto prima in Italia come nel caso dell’Ucraina e della Russia, o conosciuto durante il primo viaggio come in Armenia, o trovato al momento come nel caso di Madame (era il suo medico). Oppure il progetto prevede semplicemente trasferte in posti ben definiti, dove – si sa – si svolgono eventi e rituali. E poi ci vuole sempre un po’ di fortuna, ma soprattutto “eyes wide shut”: tre parole kubrickiane dalla difficoltosa traduzione (occhi apertamente chiusi?) nelle quali spesso ho trovato il mio inizio.

Eyes: gli occhi, la capacità del guardare, come magia, come veicolo.

Wide shut: un aggettivo solitamente a braccetto con l’opposto di chiuso (quindi: open).

A volte le cose sembrano non esserci, sembrano assenti ed invece ci sono, basta saperle “vedere”, serve solo lasciarsi andare al loro rivelarsi.

Dentro le tue foto, a volte, si assottiglia il mondo dei vivi con quello dei morti. Le maschere dei bimbi ad Halloween, la festa dei morti in Messico,  i tumuli sulle colline armene,  la veglia pasquale della città santa di Laibela. E’ un colloquio “intimo” fra chi resta e chi se ne andato, simile o diverso, a seconda della culture che hai messo nelle foto. E’ un tema “gravoso” eppure tu spesso lo scegli.

E’ il trapasso, è il mistero, il rivolgere questioni per  un’altra possible vita …

Sono attratta dalla spiritualità e ho la certezza che se qualcosa di misterioso accade, anche un semplice incontro,  non è mai un caso.

In effetti diversi miei reportage sviluppano questo tema e all’interno di tanti altri c’è quasi sempre lo scatto che riporta questa ricerca di altra dimensione … Difficile rispondere perchè lo faccio …

C’è un confine fra empatia e astrazione quando si fotografa? Ci sono foto fatte con più “anima” che tecnica che alla fine magari vengono scartate dal portfolio oppure l’esatto contrario, sono quelle che si mettono in apertura? Quando sai che è finito il “viaggio”, che è ora di mettersi a lavorare sulla stampa perché è stato tutto raccontato?

La fotografia che conosco non è proprio “tecnica”, durante lo scatto la mia preoccupazione è capire di più di me, capire in che direzione voglio andare. Un aspetto fondamentale che mi ha sempre colpito è la fiducia reciproca che si innesca nell’atto fotografico. Le mie fotografie di reportage non sono altro che fotografie d’incontro, di totale accettazione, sono tecnicamente gesti molto semplici, generati soprattutto dalla motivazione e dall’urgenza di comunicare. Quindi molta più anima che tecnica. Impossibile dire “ho finito”, non avviene mai, hai sempre nella mente altre immagini, altre situazioni, scatti che hai perso.

Nuovi progetti. O anche lavori che sono pronti per “venire alla luce”.

L’Iran. Ho iniziato nel 2011 e sono tornata nel 2012. Un paese incredibilmente interessante, ricco di fortissime contraddizioni dove il fascino della storia, dell’ambiente sociale e della modernità prorompente convivono con le rigidità di un governo che limita nei costumi soprattutto le donne. Chi gestisce il potere non ha alcuna capacità di comprendere le esigenze della stragrande maggioranza della popolazione, dove oltre il 70% ha meno di 25 anni, una gioventù alla quale si impedisce di sognare e le cui armi sono jeans ed internet.

Nemmeno i riformisti si oppongono al chador, alle retate dei Basiji contro le giovani non rigorosamente conciate da devote musulmane, al puritanesimo e all’intolleranza. Si vieta a donne e uomini senza legami di sangue o non sposati di stare in pubblico, si continua la separazione tra i sessi nei luoghi pubblici, si vigila con millimetrica attenzione sull’abbigliamento femminile, sulle acconciature, sul trucco, sulla musica che si ascolta e i libri che si leggono.

Vestendo il chador ho cercato di cogliere la solennità dei riti nelle moschee ma anche di raccogliere confidenzialmente i comportamenti liberatori e il pensiero delle giovani donne che incontravo.

E,  solo alla fine, ti chiediamo, se può avere un significato differente nel racconto fotografico, esser donna, avere lo sguardo di femmina su un mondo da raccontare.

Non credo in quella enorme diversità che spesso si cerca di raccontare tra sguardo femminile e maschile … A mio avviso si può parlare di diverse sensibilità, di racconti fotografici espressi in maniere differenti e soprattutto di approccio diverso durante l’incontro con “l’altro”. Conosco tante fotografie realizzate da uomini sature di visioni femminili… e le adoro.

http://www.antonellamonzoni.it/ 

ANTONELLA MONZONI

Antonella Monzoni vive a Modena. Pratica una fotografia di reportage profondamente umanista, concentrata sulla assimilazione culturale del ricordo, sui simboli e sui luoghi della memoria come tracce di appartenenza, come Madame (Premio Mario Giacomelli 2007 e Selezione PhotoEspana-Descubrimientos 2008), Somewhere in Russia (Premio Chatwin per la fotografia 2007), Silent Beauty (Menzione d’onore International Photography Awards 2008).

Nel 2009 con il reportage Ferita Armena riceve la Menzione Speciale Amnesty International dei Festival dei Diritti, è finalista al Premio Amilcare Ponchielli ed è selezionata al Visa pour l’Image di Perpignan. Sempre nel 2009 vince il Best Photographer Award al Photovernissage, di San Pietroburgo e nel 2010 è Autore dell’Anno FIAF.

Dal 2011 fa parte del Collettivo Synap(see).

Recentemente ha ricevuto il primo premio al Vienna International Photo Awards 2012.

I suoi libri: ”Benedic Anima Mea”, indagine sulle liturgie dei frati dell’Abbazia di Sant’Antimo (Siena), 2004; “Lalibela”, reportage delle cerimonie notturne ortodosse dalla capitale religiosa dell’Etiopia, 2005; “Il delicato sentimento del vedere”, monografia FIAF 2010 e nel 2011 pubblica “Madame” che riceve una menzione speciale dalla giuria del Premio Bastianelli 2012.

Ha esposto in mostre personali e collettive, sia in Italia che all’estero.

Opere di Antonella Monzoni fanno parte della Collezione fotografica della Galleria Civica di Modena.

www.antonellamonzoni.it

Anna Maria Giancarli, una voce


Anna Maria Giancarli è un’onda di suono, un grido, una sorta di radiazione di fondo, cosmica, ecco, è come il rumore del vento dentro una grotta, baritonale, che esiste, indipendentemente dal resto del mondo. È una forza dirompente, a tratti, di certo, persistente, in equilibrio ammaliante sulle stanghette delle parole. Non un caso isolato nel panorama poetico italiano ma un lavoro, sapiente, una costruzione, paziente, sul caos armonico del fluire creativo contemporaneo. Anna Maria si è saputa ricavare il suo posto, legittimo, anche sofferto, quel posto però oggi è suo e di nessun altro. La Giancarli è un punto di riferimento nella nostra regione, l’Abruzzo, e una dei protagonisti di spicco della nostra città, L’Aquila.
In questi anni ha pubblicato 10 libri di poesia, tra cui un’antologia di suoi testi tradotti in rumeno. Nel 2007 ha curato le pubblicazioni del volume Elzeviri di Laudomia Bonanni e dell’antologia La poesia femminile in Italia nel 2010 l’antologia La parola che ricostruisce – poeti italiani per L’Aquila, tutte per le edizioni Tracce di Pescara. È presente in numerose antologie, riviste e quotidiani, nonché trasmissioni radiofoniche (“Zapping” di RadioUno). Può vantare le recensione dei più autorevoli critici e scrittori contemporenei (Spaziani, Frabotta, Lunetta, Muzzioli, Carlino, Fontana, Balestrini). È stata inserita nel DVD multimediale Dialoghi con i poeti Sanguineti, Muzziolie Perilli (2004). Partecipa a numerosi festival e manifestazioni, readings e letture pubbliche. Anna Maria, ancora è presidente dell’Associazione Culturale “Itinerari Armonici”, con la quale ha realizzato l’iniziativa multimediale del Poetronics (Poesia elettronica, alla XIV edizione) e Lapoesiamanifesta! in occasione della Giornata Mondiale della Poesia 2012, patrocinata dall’UNESCO. Collabora come critico letterario con i tipi di Tracce di Pescara, curando anche la collana “Segni del suono”, e con il Centro Documentazione Artepoesia Angelus Novus dell’Aquila. È fondatrice e membro della giuria del Premio Letterario Internazionale di poesia “Città dell’Aquila” (intitolato a Laudomia Bonanni) e del Premio Letterario Nazionale “Scriveredonna” (alla XVIII ed.). Lo scorso ottobre le è stato assegnato il Premio di poesia “Franco Cavallo”, organizzato dall’Associazione Culturale Campana, e affidato il compito di segnalare altre sei autrici che con lei hanno dato corpo all’antologia tutta al femminile La poesia come luogo delle differenze, a cura di Alfonso Malinconico (Marcus Edizioni, Napoli).
Minuta di fisico, Anna Maria è corpo di poesia fatto di parole “indocili”, spese al servizio delle questioni di genere, impregnate di una vena politica sana, rivolte sempre alla ricerca del nuovo verso da scrivere. Anna Maria è una voce reale e indipendente.
[riferimenti biografici da La parola indocile, Anna Maria Giancarli, Impronte degli Uccelli, Roma 2011]

Il peso dolce/amaro del momento, un rituale. La creazione.

INQUIETO RITUALE (da I trucchi del reale, Manni editore, 1999)

Immobilità cerebrale vedere e non parlare
stendersi polvere d’oro sugli occhi enumerarsi all’infinito
i perché i percome i perquando
lavarsi i sudori inventarsi un nuovo look demenziale
dovunque massaggiarsi velarsi sentirsi angosciarsi
godersi una fatica lavorarsi una speranza cavalcarsi un delirio
nel frattempo sedersi a teatro a cinema al concerto al cesso
impostare il tempo da aspettarsi scriversi una lettera di ricordi
smemorarsi di tutto imbellettarsi di disperazione
inchiodarsi ai secondi urlarsi di (r)esistere con un’idea in mano

Il carico dell’amore del corpo, significato dalla passione e dal rimpianto del tempo.

ORE 6:30 – AUTO DA FÈ

Filodrammatico il corpo equivoco sconosciuto fin dalla nascita
manifesta segni pavidi di cedimento con ardori-rossori non abbandonarmi
ora naufrago nel mercato melma dello stige una frase
imbellettata può forse farti riemergere ribèllati al fato forse potrai
promuovere un baratto che facciamo forse avremmo potuto partire
e non siamo andati mi sento in colpa eri nuovo compatto rigoglioso
e ti ho trascurato ora ti coniugo al passato oggetto di memoria
d’affezione gioco suono mappa racconti la mia storia ogni centimetro
un video in bianco e blu fai parte di me non devi gettare bombe
americane e volare sono piena di senso e vuota di danze plano
su fogli bianchi imprimo segni navigo in pozzanghere e volo con la
scopa lento pede mi avvio oh principe straccione in tramonto con
balzo cromatico raggiungimi ti tratterò in guanti bianchi
stringiamoci tralasciando le questioni di principio avvinti in un
destino acrobatico un certo savoir faire ci vuole siamo dello stesso segno
zodiacale maniacale vivendo di ricordi compattiamo frammenti
vuoi o non vuoi fonderti col fuoco del mio distico (elegiaco?) in
xerocopie infinite guscio stretto farfalla ninne nanne cantandomi
mima nenie andremo lontano esperti di sete e fame amami ancora

Considerazione del reale, non più che ritmo, e speranza che senso denso dà a quel ritmo.

LO MI COR NON S’ALLEGRA DI COVELLE* (Inediti da Sconfina/menti, Campanotto Editore, Udine 2006)

Grazie ad una seria di risultati – premesso un corollario –
con oculata cura opino l’esistenza d’un sofista
su una serie di parvenze mi soffermo con fatalità
cercando un punto saldo di rilevanza
smemorata di me disarmata
qui non si sfugge si scrive col corpo
in realtà di reale esiste il ritmo
¿adios a-dios claro?
il dolore intreccia nodi e cerco di scovarlo
prima che diventi il mio assassino/altrimenti/
nelle terre di nessuno in balia d’ogni banda
si clonano ipocriti tra farse pubbliche e private
mille e mille lune si chiedono chi ha ucciso la collera
e i nostri pugni in alto a sedurre il futuro
anche i poeti hanno perso fascino e forza nella mente
tristezza avanza/amara persino la neve/
crudeli le piogge d’idiozia tra i doppi e tripli sensi
non è serio a rigore/è forse crepuscolare
ma è tempo di sfidare ancora stelle libere
avvolti da piumaggi allegri – cogitare – con sfarzo
secondo lingua lavata dal marcio della pazienza

* di alcunché, di nulla (da un sonetto di Cecco Angiolieri)

Del momento. Del silenzio che porta con sé tutto il mondo, universale, cosmico, lei custode e padrona.

ELOGIO DEL SILENZIO

Tu vesti il silenzio di memoria da ora tu
gioisci nel dolce ritmo del fluire tu incantato
sempre tu in quieta solitudine aromatica assapori
tu blandisci il corpo / allerti gli scippati sensi / odori
ti rifugi in era silenziosa con ali di carta
in un sogno tintinnante scivoli ed a tratti sparisci
sotto mentite spoglie
mi piace entrare in tale selva coi capelli al vento
con un passo di dea sulle radure lasciare orme leggere
invisibili segni e sorrisi mi piace intonare
in questa stasi densa-liquida mi piace s/vagare
col viso di luci ed ombre increspato mi piace che mi giochi
facendomi frutto vellutato raro come l’oro d’un tesoro
con leggerezza intonata
noi ci apriamo in foreste secolari di silenzio
in questi luoghi silenziamo anche il respiro
noi ascoltiamo assonanze d’incorrotto senso
nel minuzioso esplorare dubbi di sogno diluviamo
il silenzio inseguiamo ombre e folletti carichi di mito
come alberi per desiderio di luce in silenzio svettiamo

Anna Maria Giancarli, una voce.

Chiappanuvoli

 

Jhon Stezaker e la percezione delle immagini distraenti


Questo Signore nasce nel 1949 – professore di Storia e Studi Critici del “Royal College of Art” di Londra  sviluppa la sua opera negli ultimi quarant’anni e con essa si pianta prepotentemente nel panorama artistico contemporaneo.

Con questa foto vince, nello scorso settembre, uno dei premi di fotografia più importati al mondo: il Deutsche Börse Photography Prize 2012, spintonando via fotografi di tutto rispetto. Lui che, silenzioso e riservato, non è neanche propriamente un fotografo. Sì, perché Sterzaker nelle immagini in realtà ci entra, le denaturalizza, le scompone. Rende possibili giustapposizioni improbabili che offrono agli occhi di chi guarda scenari che si precisano, magari, solo su una linea. Soggetti, paesaggi, nasi, bocche che diventano nell’opera di questo artista “funamboli”.  Cerca  e cerca, per anni e anni in mercatini delle pulci, fiere della cartolina, negozi di libri usati o bric à brac; cerca vecchi ritratti di star dimenticate o scatti amatoriali dei primi del 900.

Milioni di immagini e di volti di un passato dimenticato. Non si cura di rappresentazioni significative o volti conosciuti, anzi, la sua attenzione si fissa proprio su quelle immagini e su quei volti meno noti volutamente, cercati e ritrovati; sembra quasi voglia offrire ad ogni scelta una nuova possibilità. Ed è anche per questo che le creazioni di Sterzaker, seppur nella loro precisa compostezza, sanno trascinare lo spettatore in una dimensione intima, di elegante nostalgia.

Nel suo ready made ricrea collage che apparentemente trasmettono la loro indiscussa semplicità, ma che, se visti passando attraverso l’intero processo di creazione, si impregnano di assoluta genialità. Quest’artista in ogni sua opera ci impegna ad una visione attenta, sfrutta la percezione e ce la propone come autentica possibilità. Prima ci arrivano i frammenti da lui scelti e con cura “risistemati” e poi l’intera immagine che mai però si definisce completamente.

“Don’t listen to the nonsense you get from art historians, teachers and critics. Just follow what your eyes tell you and what moves you.”

Lui:
nasce nel 1949 in Worcester (UK)
Vive e lavora a Londra.

Inediti di Annamaria Giannini


Di_stanze

contemplando un’unghia a scavare il cuore

nelle radici di un vecchio melo
che senza la cura dell’uomo
ha riempito uno spicchio di mondo

sei tu

delle allodole il precipitare
per poi riavere il cielo

sono io

poi piangere d’istinto, come le nuvole
alla distanza apparecchiata
e le posate inutili

Di_aria

eccoci nel grido del fiume prima di tracimare
nelle rose scomparse e le spine, quante

le ferite piovono fino a dissetare i semi
e sarà prato dalle macerie al cielo

le briciole a cantare il senso del pane
i davanzali aperti ai merli
foglie mai più strappate a scivolare, aria

un nido sottotetto per la stessa rondine

Spighe di grano

Supponiamo che sia giunto il tempo
di cercare sillabe nuove
negli anfratti inesplorati

le pronunceranno i figli
ognuno nelle mani una tavola di legno
per impastare acqua, farina e sale

un morso del pane a terra
un sorso del vino nel bicchiere
per i sorrisi che per strada abbiamo perso

li respiriamo spighe di grano
al vento che rimargina, al vento che riapre

Dei Passi

non siamo polvere
ma soffi di creta, respiriamo
come fanno gli oleandri
che la poca acqua riversano sui fiori

basta un petalo a ridestare i sogni

noi, nulla da perdere
da formiche a dinosauri
corse di lampioni a questa luna
_infanta_ tra le contadine

il nome della strada
lo cantano i passi
e_ nascosti dall’erba_
i grilli, tanti

Tre sillabe

(Libertà avrà sempre tre sillabe domani)

stiamo, come sassi a invidiarci la carne
senza tamponi a raccogliere sangue
scivola un macabro senso di fame
rassegnato alla strada

eppure siamo, sotto un cielo straniero
venuti dalla rabbia raccolta
parlando lingue diverse
i gesti uguali del sorriso scavato

lo stesso odore forte incide
di radice la radice, poi gemma
fiore, frutto e le mani piene

(come un temporale spazza noi viviamo)

da questo fianco mai più reso
avanti nasce il grido per i figli
e il cielo che ci riempie, nuovo

Isolillusione

se ascolti – c’è domanda nella risposta
come la foglia al vento resta alla radice

gli occhi decomposti negli sguardi
l’aprire, il chiudere, l’istante assente
può mutare il mondo o cambi tu
non torni mai com’eri, prima di partire

noi siamo isole esposte ai capricci
di ogni fiume, solitudine
un’illusione fatta di onde
a battere la carne

Gabbia_no

E grida questo silenzio di petali
sotto piedi usi a calpestare foglie

facile confondere il sillabare arancio
di un pensiero
col giallo amaro e secco del ricordo

e nulla più nel sogno
se non lo sguardo d’un gabbiano
che mai ha visto un’ ancora
fuori dal mare

Biografia:

Annamaria nasce a La Spezia, di ” sfuggita”. Ama dire sorridendo che è ligure per nascita, sarda per amore, come il grande Faber. Della Sardegna sono figlie tutte le donne di casa sua, marinai tutti gli uomini. A sei anni lascia l’isola e si trasferisce sulla costa romagnola. Zingara per costituzione passa gli anni dopo il diploma girando l’Europa in autostop, fermandosi a Londra per sei anni, dove frequenta una scuola per interpreti al Westminister College.A trent’anni un temporale spazza via tutto e a causa di un incidente gravissimo rimane bloccata a letto tre anni; comincia a scrivere, per ” sopravvivere”.Attualmente vive a Roma con il suo compagno e la sua cagnolina ,facendo la spola con Rimini dove vivono madre e figlia ventiduenne. Racconti brevi sono stati pubblicati da diverse antologie, e alcune sue poesie saranno presenti nell’antologia ” Kronos” Onirica edizioni.

http://scriveredischiena.wordpress.com/

Marina: L’iperbole sistematica di Duilio Caocci


Il 31 ottobre del 1941 un cappio ben stretto chiudeva definitivamente la gola di Marina. Una gola che aveva gridato versi stupendi e parole inquiete.
“Sono molto malata … /, sono finita in un vicolo cieco”. Queste sono le ultime parola che Marina Ivanova Cvetaeva lascia scritte a Mur, il suo figlio più piccolo, prima di concedersi l’estrema e più forte emozione.
L’ammalò il bisogno di gridare il grido del mondo, di tuffarsi nell’eterno dolore, di cogliere il senso dell’uomo.
L’ammalò la consapevolezza di essere una delle sorgenti dell’unico, ininterrotto fiume della poesia perché ”… in sostanza non esistono poeti, ma esiste il poeta, lo stesso dall’inizio alla fine del mondo: una forza che si tinge di volta in volta dei colori dei tempi, generazioni, paesi, idiomi, volti, che passa attraverso la forza degli elementi portanti, come un fiume che scorre con qualsiasi sponda, con qualsiasi cielo, con qualsiasi fondale”.
Ed allora lei volle essere insieme sponda e fondale, il letto stesso del fiume ad essere travolta e a sua volta travolgerlo.
Anna Achmatova, interpretando il gesto di Marina avrebbe sostenuto che “… l’ha uccisa l’epoca, l’epoca ci ha uccisi, come ha ucciso me. Noi eravamo sani era la pazzia a circondarci arresti, fucilazioni, sospetti, sfiducia di tutti verso tutto”.
La stessa epoca che, il 14 aprile del 1930, “… in un pianoro di codardi e codarde” dovette udire lo sparo “simile a un Etna” di Vladimir Majakovskj suicida.
La stessa epoca che, ancora per motivi politici, uccise Sergej Efron, marito di Marina, ed Ariadna, sua figlia. Ed infiammò lo spirito patriottico di Georgij che si trovava da poco in URSS e che, nato in esilio nel 1925, poté conoscere questa terra solo dai racconti che dovette fargli sua madre, Marina.
Eppure, paradossalmente, in questa epoca così intollerante ideologicamente, vissero oltre a Majakovskj, Boris Pasternak, Esenin (il “poeta contadino” morto a Leningrado nel 1925 anch’egli suicida) e si formarono i numerosi gruppi letterari che fecero della Russia un importantissimo centro di cultura. E noi sappiamo quanto siano numerose le epoche storiche caratterizzate da aspri regimi dittatoriali che videro fiorire grandi figure letterarie. La scrittura aveva voglia del nuovo, gridava contro il vecchio. Non si trattava, nel della Cvetaeva, di prese di posizioni politiche chiare ma di un inconsapevole grido CONTRO. La sperimentazione era vissuta come una febbre e le correnti letterarie nascevano numerose e spontaneamente. Ma Marina, insofferente e schiva, non poteva aderire pienamente a nessun gruppo ed iniziò la sua attività di “rottura e riconquista”. Nei suoi versi l’uso continuo del mio produce un reticolo figurale estremamente fitto. Non solo si attualizzano eroi della storia russa (penso a Stèphan Razin e ad altri) o il don Juan ma se ne opera una continua travisazione facendo recuperare loro una esemplarità rivoluzionaria.
Il personaggio di Don Juan, della grande tradizione europea, nel ciclo scritto dalla Cvetaeva, viene catturato dall’immaginazione e risemantizzato quasi totalmente. Diviene occasione per una protesta che si legge tra i versi “ … nella mia patria non c’è dove baciarsi … e le madonne guardano con occhi severi”.
Del Don Juan che conosciamo, nella prima parte, non resta che un uomo riconoscibile per il particolare colto cinematograficamente dalle labbra.
Nel dato biografico ritrovo la medesima tendenza al travisamento che costringe Marina a vivere una vita desiderata più che una vita vissuta a farsi scheggia nel mondo, a perdere una visione di se ed il non riconoscersi è ciò che la porta, con un radicale tentativo di ridarsi lo statuto perduto, al suicido.
Ed allora anche il suo procurarsi la morte diviene una ulteriore prova dell’amore folle per la vita. Lo stesso amore folle che le trasfigurava il sentimento per le cose e le persone. Ma bisogna anche dire che Marina dovette uccidersi per la sua perenne insoddisfazione oltre che per le continue umiliazioni che sopportò nell’esilio politico dal Maggio del ’22 al ’39.
“Amore folle per la vita febbrile, delirante sete di vivere”. “… la mia vita era un sogno sulla vita e non vita”. Queste sue parole sono del 1914 e rappresentano la presa di coscienza di uno stato di insopportabile insoddisfazione che se nella vita è rappresentato da gesti clamorosi come certe fughe, e dall’atteggiamento da “cane sciolto” che non vuole mai il peso della adesione ai vari gruppi nei quali sarebbe volentieri stata accolta fin dalle prime sue pubblicazioni, nella scrittura è constatabile a livello stilistico dalle continue interruzioni del ritmo ad opera di frequenti proposizioni incidentali, dall’uso di strofe costituite da preposizioni brevi che si legano l’una all’altra per scatti analogici.
Ed a livello contenutistico dalla tendenza alla iperbole che si rivela facilmente nei saggi su Pasternak e Majakovskj con frasi di questo tipo: Pasternak “avrà, anzi ha già, una moltitudine di assetati con lui, isolata fonte, dà da bere…In riva a Pasternak, come in riva ad un ruscello, ci si può incontrare per poi nuovamente lasciarci, dissetati, purificati, portando il ruscello in noi e su di noi. Su Majakovskj, invece come su di una piazza, o ci si affronta o ci si accorda. Pasternak ha tanti lettori quante teste. Majakovskj ha un solo lettore – la Russia”. “Majakvoskj s’avvera con la montagna. Con Pasternak – s’avvera la montagna. Majakvoskj si sentì, supponiamo, Urali Urali divenne. Non esiste Majakovskj, esistono gli Urali. Pasternak imbevutosi degli Urali, creò gli Urali – da sé. Non esistono gli Urali. Esiste Pasternak”.
E nella corrispondenza, ad esempio con Rilke, che non aveva mai conosciuto ed al quale, nel seguente esempio, scrive per la prima volta “Voi siete un fenomeno della natura … siete il quinto elemento incarnato – la poesia stessa siete ciò da cui nasce la poesia e che è più di lei stessa (di Voi)”.
Infine e soprattutto nella poetica della immedesimazione “Diventa tu stesso ponte o che il ponte diventi te, identificati oppure identifica…” e nel “Corno di Rolando”: “…io sole per tutti – fra tutti contro tutti, sto in piedi e mando, impietrita nello slancio, questo fragoroso appello nel vuoto dei cieli…”.
Questa concezione poetica di Marina ci fa comprendere anche lo stretto rapporto che si era instaurato tra vita letteratura e tutto il rapporto discorsivo che il suo essere poetessa esercitava sulla sua percezione del mondo.
“Come sempre la mia vita era un sogno sulla vita e non vita”.
Rapporto quindi strettissimo tra arte e vita che poteva trasformare una visione del mondo in una progressiva e schizofrenica appropriazione che poi divenne deleteria.
Ma qui naturalmente non si vuole fare della psicoanalisi spicciola di una poetessa. Si tratta semplicemente di evidenziare alcuni tratti di una personalità complessissima ed assai importante nel panorama letterario novecentesco. Non bisogna infatti dimenticare che il testo è anche derivazione del vissuto di un autore e che una giusta interpretazione non può e non deve prescindere dalla comprensione di una personalità. Con questo non si vuole tornare ad una concezione che vede il testo come diretta filiazione di una più o meno presumibile intentio auctoris, ma recuperare quanto di illuminante può esservi nella vita di ogni autore.
E nelle varie espressioni (anche paraletterarie). In questo senso si collocano questi miei appunti.
Nel senso della rivalutazione di alcune “parole chiave” che si incontrano nella scrittura di Marina. In particolare, se pare lecito inglobare i vari tratti, da me citati in precedenza, come iperbolici, come tratti sistematicamente deformati nel senso dell’esagerazione ed inseriti in un più generale gusto per il clamoroso, si potrebbero rivedere alcuni giudizi.
Mozzone e Sugliano titolano il saggio già citato “Amami, amami, amami” e proseguono leggendo l’opera di Marina come una epistola erotica. In questo senso suggeriscono la possibilità di una relazione lesbica con Soneka a cui la poetessa dedica il Racconto a Soneka. Estrapolerebbero questa conclusione da pagine di questo tipo “…io, il mio amore per lei, il suo amore per me, il nostro amore – non rientravano in alcun comandamente. Di me e di lei non cantavano in chiesa, non avevano scritto nei vangeli.” Forse è ingrato da parte mia soffermare l’attenzione su un particolare del loro saggio del resto eccellente. Forse nemmeno l’argomento merita tanto spazio.
E nemmeno mi sembra opportuno indugiare sul pettegolezzo. Ma, poiché questa illazione deriva da una scelta interpretativa più ampia mi sembra di dove obbiettare.
Quando la poetessa scrive “Vi amo!”, anche in altre circostanze, fa riferimento ad un amore tutto intellettuale e ciò è chiaro nella corrispondenza con Rilke ed in tanti altri luoghi.
“Dirti ti amo per un poeta assume un significato diverso dal volgere umano delle cose.
Amo i tuoi orizzonti impossibili …” dice Alda Merini che con la Cvetaeva ha molto in comune.
Questa è, a aprer mio, una adeguata considerazione dei “ti amo” di Marina: l’eroico slancio in ogni pur piccola manifestazione di sé, l’iperbole costante del dire, una poesia che è carne ed in cui l’autrice si mette in gioco come capro sacrificale.

Di Duilio Caocci
(articolo già presente nella Rivista di cultura poetica – Erbafoglio – anno VI – n.13/14 – giugno 1993)

Da “Agli ebrei”

Tu, che giorno per giorno mi misuri,
Sei mai stato con me, calda e randagia,
In giro per le piazze arroventate —
Quando spunta la luna?
E in una bettola pestifera,
Sotto il fischio d’un valzer travolgente,
Hai spezzato come un bifolco ubriaco
Le mie dita tornite?
Con che voce farfuglio mentre dormo —
Hai mai sentito? — Oh, fumo e cenere!
Che vuoi saper di me se non hai mai
Insieme a me bevuto né dormito?

*

Da “L’amica”

Ho un fiore appuntato sul petto,
Chi ce lo mise, – non me lo ricordo.
Insaziata è la mia fame
Di tristezza, amore e morte.
Col violoncello, o lo stridìo di porte,
Col tintinnìo di bicchierini,
Sferragliando gli sproni, o anche con l’urlo
Dei treni nella sera,
Con schioppettate di doppiette
O bubbole di troike —
Ma chiamatemi, chiamate,
Non amati da me!
E c’è ancora una delizia:
Sto aspettando chi per primo
Farà centro, fulminandomi
Come deve — a bruciapelo.

*

Ai miei versi scritti così presto

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca nel 1892 da Ivan Cvetaev, storico dell’arte e fondatore del Museo Puškin, e Marija Mejn, pianista di origini polacche. Trascorre l’infanzia con la sorella minore Anastasija (detta Asja) e i fratellastri Valerija e Andrej, figli del primo matrimonio del padre. Inizia a scrivere poesie a sei anni. Si iscrive a un ginnasio ma, per i continui viaggi della famiglia all’estero, continua gli studi in istituti privati in Svizzera e Germania (1903-1905), terminandoli poi a Mosca. Nel 1909 si trasferisce a Parigi dove frequenta lezioni di letteratura francese alla Sorbona. L’anno seguente pubblica la prima raccolta Album serale. Nel ’12 sposa Sergej Efron, cadetto dell’accademia ufficiali, esce la raccolta La lanterna magica e nasce la figlia Ariadna. Nel ’13 esce la terza raccolta: Da due libri. Dopo la Rivoluzione, inizia per lei un periodo di disperazione: la morte della figlia minore Irina, la malattia di Ariadna, la scomparsa del marito. Nella guerra civile Efron combatte coi bianchi e, dopo la vittoria dei bolscevichi, emigra. Nel maggio del ’22 Marina con la figlia si reca all’estero in cerca del marito, riparato a Praga. Negli anni Venti pubblica varie opere sulle riviste russe dell’emigrazione. Escono i volumi: Versi per Blok, Il distacco, Psiche, Il mestiere, la satira lirica L’acchiappatopi, e le tragedie Teseo e Fedra. Nel ’28 esce l’ultima raccolta: Dopo la Russia. Negli anni Trenta pubblica soprattutto saggi e racconti: Il mio Puškin, I poeti con la storia e i poeti senza storia, Il racconto di Sonečka. Nel ’39, dopo aver soggiornato a Berlino, in Cecoslovacchia e in Francia (qui per ben 14 anni), torna in URSS col figlio quattordicenne Georgij. Il marito era già rientrato. Tra agosto e ottobre il marito e la figlia Ariadna sono arrestati. L’8 agosto ’41 Marina raggiunge Elabuga (Repubblica tartara) insieme al figlio. Cerca invano un lavoro. Il 31 agosto si suicida, impiccandosi a una trave. Il 2 settembre viene sepolta in una fossa comune nel cimitero di Elabuga.

Più in là di un giorno. Interventi nella giornata contro la violenza sulle donne.


 

in collaborazione con Critica Impura

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LE COLPE IMPUDICHE

di Meth Sambiase

E’ il giorno contro la violenza delle donne. Da vari anni, nel calendario italiano ed occidentale in genere, si stanno intensificando le orazioni celebrative  dedicate ai pro o ai contro, alla memoria, alla salute, etc. Caviamo allora dall’almanacco di oggi, il giorno contro la violenza sulle donne, ma allontanandoci dalla geografia dei dati e dei convegni , che addensano questa data ma non la rivoluzionano, non sventrano i motivi della violenza rivoluzionando il dato “certo” per cominciare a ricercare le “cure certe”. Quindi, il limite di questo giorno, e di molti altri di questi giorni,  è nell’accettare la natura del male, sensibilizzandosi nello sdegno o nel compiacimento dell’andamento dei vari insiemi grafici, ma lasciando inespressa la soluzione.

foto di Antonella Monzoni

La stratificazione millenaria della non colpevolezza maschile per lo stupro e per l’uso sistematico della  violenza , beneficia generosamente dell’ immunità morale – quella stessa che fino a qualche spicciolo di tempo fa in questo Paese così pietoso di professione aveva nel codice il delitto d’onore – che finisce per impedire una rivoluzione legislativa e sociologica che imponga e definisca un’identità sessuale senza né vittime né carnefici giustificati. E’ nella continuità della visione debole della donna che nascono le variabili e croniche giustificazioni naturali\fisiologiche\morali\razziali\ sulla “naturalezza dell’esigenza” di predare da parte di non bene identificati maschi alfa una donna, femmina omega ma anche femmina zeta , se l’analfetizzazione di ritorno di questi tempi non consente di riconoscere l’omega-fine del mondo. E’ colpa del patriarcato, rispondono da alcune parti, anche dei movimenti femministi; è stato il patriarcato ad impedire di capovolgere la concessione “laica” della predazione della donna nel suo “naturale” opposto, il sacro tabù dell’inviolabilità. Patriarcato? Patriarca\il padre che vuole sapere di chi è\figlio che deve assomigliare al padre non solo alla \madre che alla fin fine è solo un’intercambiabile\donna.  Non è così illogica la concatenazione.

Ma è un falso. Non è stato il patriarcato. E’ stato ancor  prima della distinzione aristotelica tra uomini schiavi e donne, pensiero greco, pensiero genesi della filosofia occidentale. Sarà cominciato con la distribuzione della divinità nei simulacri delle statue? Sin, la Luna padre del tempio, Shamash, il Sole giudice del cielo e della terra, sono ugualmente uomini nella prima mitologia che ha lasciato tracce archeologiche, mentre la regina della terra, Ishtar è l’unica donna del pantheon semita. Nel suo tempio, vi erano due gradi di secerdotesse, le cosiddette “sgualdrine del tempio”, Qadischtu o Harimtu le sacre prostitute. Il sacro, riferimento per la costruzione del divieto, del tabù, viene quindi associato a cosa? alla prostituzione necessaria perché lo vuole da dea. Ti penetro in nome di quanto è più sacro, come potrebbe essere questo un tabù? E’ patriarcato? (un dettaglio specifico: non c’è concetto di proprietà privata come inviterebbe la sociologia del patriarcato).

Ergo non possono non essere consenzienti, le donne, non possono rifiutarsi, è sacrilegio. E’ fatta. Si continua a porre strati. La grande meretrice dell’Apocalisse seduta sulla bestia a sette teste (sette falli? numero perfetto?), “La donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione” (Giovanni, 3:20). Indurre alla fornicazione: non è stato l’uomo che ha fornicato ma la donna che ha indotto alla fornicazione. La portata rivoluzionaria – per questa parte di civiltà occidentale – del messaggio evangelico, si arena subito, modificandosi sulla morale. Si può rispettare il corpo della donna a patto che essa sia in una convenzione, sia dall’indubbia morale: ipotizziamo: paziente rinunciataria, obbediente, passiva. Merce inutile, tutto sommato, roba di poco conto. L’ultima santa popolare è una bimbetta massacrata che “perdona” il suo assassino, Maria Goretti. Chiediamoci quale uomo massacrato e sodomizzato avrebbe perdonato il suo assassino. Niente di niente  anche dalla  Rivoluzione laica per eccellenza,  quella delle idee illuminate, che transita e non passa sulle donne, “Jean-Jacques Rousseau, per certi versi filosofo della Rivoluzione, vedeva uomini e donne come creature separate, con diritti differenti” (H. C. Mansfield). Ma le rivoluzioni, seppur borghesi e maschili, non sono mai controllabili. Ed ecco, finalmente, una contestazione. A Rousseau risponde  Mary Wollstonecraft, con il suo libro La rivendicazione dei diritti delle donne (1792). Passionale, ardente, propositivo. E’ cominciato il femminismo? Si, a ben vedere, finalmente. Ma le prime femministe (la citata Wollstonecraft ed Elisabeth  Stanton) non si pongono il problema della violenza alle donne. Hanno la condizione femminile da dibattere, e la risolvono con la moralità. Anche la differenziazione tanto cara alla Beauvoir tra trascendenza (il crearsi) e l’immanenza (l’essere frutto della creazione degli altri) non regge interesse per la modifica delle regole del maschio alfa contro la violenza sulle donne. “Il secondo sesso” è un libro che con generosità d’idee e con coraggio,  trascende la forma dell’iconografia femminile, ma è concentrato sul sesso. “Come si può conquistare l’indipendenza dal sesso? vi chiederete. La Beauvoir pensa che sia la passività della donna nell’atto sessuale a renderla un oggetto erotico per gli uomini e anche per se stessa, impedendole così di diventare un soggetto indipendente. E’ quindi nel sesso, e non nella debolezza delle donne o nell’aggressività degli uomini (quasi mai nominata dalla Beavoir) che l’autrice individua la causa principale dell’oppressione femminile” (H.C. Mansfield). Della grande triade di intellettuali femministe degli anni della “rivoluzione sessuale degli anni ‘Sessanta” in poi, Betty Friedman, Kate Millet e Shulamith Firestone, non arriva nemmeno qui una preoccupazione né ai maltrattamenti fisici né alla  violenza sessuale E’ sotto esame la costruzione di una nuova identità femminile – si potrebbe obiettare – quindi si lasciano indietro porzioni di vita sociale che tutto sommato non toccano l'”insieme” delle donne, ma sono episodi isolati, sebbene cronicizzati. L’oppressione ha quindi due volti distinti? E in quale fascia d’attenzione si pone la differenziazione fra oppressione sociale e oppressione fisica? Sarebbe interessante lasciare i luoghi sociologici e ripartire da quelli corporali, il corpo sociale è un ossimoro, una definizione tanto vuota quanto piena di ogni pre-giudizio? Se indubbio sia il risultato di un peso maschile contro uno femminile sulla bilancia della forza fisica, la tara è nello scarto della giustificazione storiografica. Tagliare, troncare, sconsacrare quel pensiero “naturale” è il netto, la finalità del nuovo contro la coabitazione imposta della violenza. La Comunità Europea, nel 2000, in un rapporto (Rompere il silenzio) cita a proposito della violenza domestica “che essa è  il sintomo più evidente dello squilibrio di poteri nel rapporto tra uomini e donne”. Trattandosi di linguaggio squisitamente politico, la nuova struttura della “comprensione e spiegazione” della violenza, diventa squilibrio di potere. Da pochi anni, ricordiamo,  è nato  un neologismo, femminicidio. Farà strada, è una nuova forma di “comprensione” per definire la natura del male. Anche il fenomeno delle Indignate è di natura politica, sebbene sia immesso nei lavori  intellettuali per ridare dignità all’immagine della donna fuori dai nuovi ridicoli stereotipi del consumismo globale, che fanno leva sicura su quella immagine intercambiabile di sacra offerta. Fra i lavori in corso, quello di Loredana Lipperini, che nel suo libro “Ancora dalla parte delle bambine”, pone il problema anche dell’insufficiente attenzione verso la protezione dell’adolescenza da parte di una certa, incomprensibile, maternità che ha sposato appieno i valori dell’apparenza e del post-consumismo. Ancora oggi, il blog della giornalista è seguitissimo e fonte di spunti critici, ma la cifra sull’autodeterminazione sessuale della donna è fuorviante dalla domanda di cambiamento che in questo giorno si scrive. Sebbene una parte del nuovo femminismo americano abbia nuovamente preso la strada verso esso, dal quel valore “bellezza uguale desiderio” che Naomi Wolf, aveva messo a fuoco nel suo libro “Il mito della bellezza”, in cui spiegava che la bellezza è un mito imposto alle donne dagli uomini, e le donne ne sono ossessionate. Punto a suo favore: è vero. La Wolf, appena l’anno scorso, ha subito pesanti attacchi dalle femministe americane per il suo ultimo libro, “voci critiche mi accusano di essenzialismo – si difende la scrittrice – per aver ricacciato il genere del corpo. Una certa corrente ortodossa del pensiero femminista contemporanea sostiene che il genere sia sempre, ovunque e comunque “socialmente costruito”, vale a dire esistente solo negli schemi mentali o nei comportamenti mentali”. Se i comportamenti mentali derivati da schemi mentali sono ancora inattaccati, se l’abuso di un genere (e qui si ritorna allo schema della Beavoir) resta annesso nella concessione storica perché anche  l’ortodossia femminista si frantuma nel suo potenziale rivoluzionario, allora è facile credere che questo giorno contro la violenza della donna, lo metteranno nel calendario fino alla fine dei tempi.

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in collaborazione con Critica Impura

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SCRIVERE CON IL CORPO: Annemarie Schwarzenbach e il divenire mondo, una donna in viaggio oltre la modernità dissonante.

Di Antonella Pierangeli

In viaggio con le nostre biciclette e con la Ford, non cercavamo l’avventura, ma soltanto un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora e dove speravamo di fare l’impagabile esperienza che queste leggi non sono affatto inevitabili, immutabili, indispensabili. Provate a immaginare: il tempo non contava! Gli orologi, i calendari erano superflui! E avevamo perfino trovato persone, contadini, nomadi per i quali il denaro non significava niente”

                                                                         Annemarie Schwarzenbach,  Kabul, 1939

Scrivere con il corpo è, nel caso di Annemarie Schwarzenbach scrittrice, fotografa e viaggiatrice instancabile, dare voce ad una necessità insopprimibile dell’anima prima ancora che concretizzare, attraverso la trasmigrazione della scrittura dal corpo nomade alla pagina, quella sorta di essenzialismo temporaneo che, in attesa di un tempo utopico in cui non sarà più possibile parlare del binarismo dominante uomo-donna, realizzi finalmente un linguaggio che distrugga partizioni, classi e retoriche, regolamenti e codici.

L’angelo devastato – così Klaus Mann ebbe a definire l’efebica, inquieta, Schwarzenbach – e le sue opere, in un Novecento così profondamente immerso in una palude di cultura maschile e maschilista, nella loro essenza di opera aperta, trovano pace soltanto nel turbine tattico del nomadismo intellettuale e geografico in cui si dividono, si fanno testimonianza, si vitalizzano in una proliferante – e questa volta sì – femminilità generativa. La sua assillante urgenza espressiva è decifrare, non importa se con la scrittura o con la macchina fotografica, quella che Genet chiama “la spaziosa carne cantante” sulla quale si iscrive non si sa quale Io, più o meno umano, ma sempre in via di trasformazione. La scrittura ribelle e nomade e il suo vagare nel mondo, basti pensare al bellissimo Dalla parte dell’ombra fino allo struggente Morte in Persia,  è infatti l’unico luogo in cui la Schwarzenbach non è costretta a riprodurre steccati, in cui non deve piegarsi alle convenzioni familiari o sociali (che pure sconvolgerà con la sua vita anticonformista e assolutamente diversa, lei omosessuale, tossicomane, vagabonda eternamente in rivolta) ma è un altrove che scrive se stesso e che inventa altri mondi, anche scritti sul corpo, vivendo una sorta di trance erratica che non cancella le differenze, ma le anima, le persegue, le arricchisce. La sua avventura umana ed intellettuale che la spingerà insieme ad Ella Maillart fino in Afghanistan a bordo di una vecchia Ford, e che darà vita allo stupendo La via per Kabul, è una assoluta incarnazione di fierezza e coraggio di donna nello spento mondo della vecchia Europa abbrancata dallo spettro del Nazismo. Nella sua erranza di donna trova fondante, per riappropriarsi della propria identità, lo scrivere di se stessa e di quello che chiama “l’ascolto del proprio corpo in stato di grazia” e tale tattilità simultanea segna l’emergere dell’Io scrivente, non l’appiattirsi nella scrittura di genere. In questo modo la parola diviene, nell’asessuato trionfo della scrittura, carne linguistica, materia organica, scrittura dei vuoti, delle cadute e dei silenzi. Che poi la mano che muove la penna sia di una donna, non possiamo considerarlo soltanto un puro accidente…

“Situarsi in un posto nel mondo” è ciò che Annemarie vuole fare, appunto, scrivendo e viaggiando in quelle che lei chiama “cartografie della mente”, che sono poi mappe del suo pensiero errabondo, della sua randagìa esistenziale, ricostruibili dal luogo parziale dal quale lei stessa si guarda attorno. Nel suo desolato vagare, invita il lettore a considerare il suo viaggio “corporeo” come una mappa attraverso cui orientarsi e questa mappa ha un perno che nemmeno Annemarie immagina sarà così unico e irrinunciabile: fare della differenza – sessuale, culturale, esistenziale – qualcosa di positivo e creativo, sottraendola a quella tonalità negativa che le deriva dal fatto che ogni differenza, in un mondo dominato dalla logica del dominio maschile, è l’Altro, il che poi significherebbe che una donna è l’Altro dell’uomo, che lo straniero è l’Altro del cittadino socialmente riconosciuto e così via. Nella sua ricerca disperata della liberazione dal proprio ruolo, la viaggiatrice inquieta Annemarie ha un’unica domanda scritta sul corpo e quindi nella carne: come fare di questa differenza, anche se desolata e dissonante, qualcosa che apra uno spazio di soggettività intensiva, di aumento della consapevolezza e della percezione dell’essere?

La sua scrittura – nel costruire nuove pratiche di liberazione attraverso la sua vorticante espressività – finisce così per essere la forza che scombina la linearità dei procedimenti e delle pratiche di sopraffazione di un mondo profondamente violento e castrante, quello della ferinità maschile, che Annemarie aborre e fugge, mettendo in evidenza nelle sue opere come il “divenire donna”, contraddizioni, paradossi, punti di non ritorno compresi, crei e rigeneri la passione della libertà, la dignità, la giocosità e perfino la leggerezza dell’essere. Il suo viaggio iniziatico riguarda infatti una corporeità in divenire che va oltre i confini dell’Io e che la lega, come donna, in una rete di incontri con multipli altri, dove parti di sé contaminano e influenzano altre parti di sé. Il suo viaggio verso ciò che lei stessa definisce “la modernità” è, dunque,  l’opera aperta per eccellenza come la scrittura e il corpo sono, appunto, la matericità dell’opera. Un materialismo corporeo di donna, immanente, finalmente, si sottrae così al “fallologocentrismo” sociale, aberrazione della volontà che sta ad indicare ogni forma di dominio regolativo e di potere, di matrice maschile.

Ora proprio la figura della Schwarzenbach, androgina, eterea e in metamorfosi, è l’altro grande punto di forza del libertario e dissonante viaggio della scrittura verso la consapevolezza della sua forza: il divenire donna senza più padroni equivale infatti al divenire materia senza forma, che disgrega le identità per aprire a strade ambigue e nomadi. Così come le nevrosi di Annemarie fanno del suo corpo un relais di una rete tra umano e inumano, anche in questo contesto la sua opera apre un conflitto con l’immaginario maschile che, da sempre spaventato dal femminile per la sua materialità concreta e simbolica al medesimo tempo, si difende ricacciandolo in una dimensione di follia e di adimensionalità storica: Annemarie è infatti malata di mente, dunque condannata all’oblio dalla stessa maschilista scienza medica. Ma proprio in quel preciso istante in cui si emette la condanna al mutismo forzato e alla forzata pace interiore, le angosce che emergono come fantasmi fluttuanti dalla mente di Annemarie incidono nel suo destino i segni dell’affiorare di nuove possibilità del divenire. Sono infatti i luoghi ambigui che, nel reale della memoria, aprono tracce impreviste: la Persia favolosa percorsa in notti senza tempo, la materia senza forma della felicità di un istante fluttuante come le tende berbere in Turchia, la perdita di confini corporei nella notte cagliata di Kabul, lo sdoppiamento identitario, durante una festa in costume, con il cuore colmo di seduzioni sottili e di odalische impertinenti.

Annemarie Schwarzenbach è, dunque, veramente una creatura eccezionale. Attraverso le sue pagine, racconta la sua inesauribile voglia di sapere, capire o meglio comprendere la vita, il tutto con un’intensità tale da farci sentire una specie di richiamo, un urlo di libertà emergere dalle sue parole. Per anni dimenticata, caduta nell’oblio e oggi più che mai attuale. Una donna tra gli uomini del suo tempo, diversa, ribelle, il suo sguardo e la sua luce poetica a conferirle una posizione particolare nel mondo. Un’osservatrice attenta, dallo sguardo perspicace e rivelatore. Spinta dalla sua vita privata non facile, in un momento storico peculiare e indimenticabile come quello popolato dagli spettri del nazismo, Annemarie viaggia dunque disperatamente, tentando voracemente la fuga dalla sua gabbia dorata e dal suo ruolo di figlia. Proprio il viaggio è filo conduttore della sua poetica, una sorta di commutatio loci, in realtà anche terza via di fuga di fronte ad una scelta difficile tra una famiglia devota all’ideologia nazista ed un legame, quello con i fratelli Mann ed in particolare con il suo amore infelice Erika, di rotta contraria. Annemarie sembra votata alla distruzione, donna sempre in lotta e in fuga ma con forza sovrumana intraprende il suo percorso iniziatico alla ricerca della propria identità, verso la libertà, il buio e la vita.

Sono vicende umane, plasmate da un coraggio che conduce a sentieri impensabili. E’ proprio questo che la induce a dire, di fronte al deserto, in Afghanistan, in una notte senza stelle: “Si dovrebbe poter diventare un pezzo di deserto e un pezzo di montagna, e una striscia di cielo di sera. Ci si dovrebbe affidare a questo paese e disfarsi in esso. Vivere contro è una tale impresa che si muore di angoscia.”

http://www.youtube.com/watch?v=N6kbfB_e7BI&feature=relmfu

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in collaborazione con Critica Impura

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Nel paradiso dei poeti Rilke incontra Susana Chavez e …

di PINA PICCOLO                                                             

[..]un giorno vi sarà la fanciulla, e la donna, il cui nome non significherà più solo un opposto al maschile, ma qualcosa di proprio, qualcosa che non induca a pensare a complementi e confini ma soltanto a esistenza e vita: la creatura femminile.
Questo progresso trasformerà (dapprima assai contro la volontà dei maschi superati) l’esperienza dell’amore, che adesso è piena di errore, la cambierà dalla radice, la muterà in una relazione che è intesa da uomo a uomo, non più da maschio e femmina. E questo amore più umano (che si compirà infinitamente attento e lieve, e buono e chiaro nel legare e sciogliere) somiglierà a quello che noi lottando e con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra. [Rainer Maria Rilke, Lettera a un giovane poeta, 14 maggio 1904]

 

SANGUE NOSTRO

Sangue mio,

di alba,

di luna tagliata a metà

del silenzio.

della roccia morta,

di donna in un letto,

che salta nel vuoto,

Aperta alla pazzia.

Sangue chiaro e nitido,

fertile e seme,

Sangue che si muove incomprensibile,

Sangue liberazione di se stesso,

Sangue fiume dei miei canti,

Mare dei miei abissi.

Sangue istante nel quale nasco sofferente,

Nutrita dalla mia ultima presenza.

[Susana Chavez, Traduzione di Valeria Campilongo, poesia tratta dalla rivista letteraria Sagarana http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=319 ]

foto di Antonella Monzoni

Nell’epoca di Lady Gaga e di personaggi e pratiche che presumibilmente incarnano il superamento del femminismo in seguito a una sedicente  realizzazione delle sue rivendicazioni, il termine “fanciulle” contenuto nella lettera di Rilke, per il suo sapore arcaico, e la scelta di “uomo” per indicare persona, potrebbero suscitare in noi un moto di stizza. Tuttavia la sostanza liberatoria di quel prognostico a oltre  cento anni dal suo proferimento  è ben lungi dall’aver trovato attuazione, in nessun angolo della terra, compresi i paesi “nordici”. I rapporti tra uomo e donna hanno, nella maggioranza dei casi, continuato ad essere governati da errore e non manifestano quella leggerezza e attenzione auspicate dal poeta tedesco. Dal Messico all’Italia basta aprire i giornali per rendersi conto delle dimensioni  della crisi tra uomini e donne. La resistenza del maschio al cambiamento, giustamente sottolineata da Rilke, si esprime in una gamma di comportamenti che vanno da piccoli tiranneggiamenti quotidiani alla violenza esplosiva che lascia donne e ragazze morte sul campo.

Dal controcanto di Susana Chavez, in apparenza più attuale, alimentato com’è dall’ immagine del sangue creata dalla poeta/attivista vittima di femminicidio  a Ciudad Juarez, la città sprofondata a simbolo dell’uccisione di massa delle donne, si intuisce un ulteriore ammorbamento dei rapporti uomo-donna. Nella denuncia poetica si concretizza  allo stesso tempo la determinazione a uscire dal silenzio. Al grido di “No una mas”, le donne di Ciudad Juarez da anni chiedono la solidarietà di tutte/i, esponendosi in prima per persona per porre fine a questo stato di cose.  Questa rivolta si è estesa e ha portato all’adozione del termine femminicidio in moltissimi paesi del mondo per indicare l’uccisione di donne e ragazze quale eliminazione di “femmine” che cercano di liberarsi da un ruolo subalterno. Un’ulteriore svolta è stata l’istituzionalizzazione di una giornata, il 25 novembre, dedicata a livello internazionale a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne, la cui massima espressione è il femminicidio. E proprio in questa giornata mi piacerebbe immaginare l’incontro tra Susana Chavez e Rilke, nel paradiso dei poeti. Me li immagino come Damiel e Cassiel de “Il cielo sopra Berlino” dialogando, invisibili, su un autobus che percorre la periferia di una qualsiasi grande città del mondo.

E di che parlerebbero? La poesia e il femminicidio possono sembrare argomenti lontani tra di loro anni-luce ed è quindi lecito chiedersi come possa la poesia contribuire ad arginare questa fiumana di sangue.  Ai due “angeli a questo punto potrebbe aggiungersi Lorenzo Calogero, poeta di grande talento ma poco conosciuto , a differenza di Rilke escluso dall’amore e forse morto suicida che in uno dei suoi 804 quaderni di riflessioni poetiche, filosofiche e mediche affermava, “La poesia potrebbe essere definita come il modo con cui si realizza della vita e poiché il più alto vertice della vita è il sentimento amoroso si comprende come essa potrebbe essere definita come niente altro che il modo dell’amore[..]” Ripensando al rapporto poesia/femminicidio, i tre potrebbero discettare sul fatto che oltre a rendersi veicolo per rompere il silenzio denunciando con passione l’esistente, la poesia potrebbe fare leva sulla sua capacità di mettere in contatto concetti, spazi, elementi che nella logica lineare, quella che comanda il nostro prosaico vivere quotidiano, stanno su piani diversi e irreconciliabili. La contiguità di suoni apre la porta a suggestioni e commistioni che mai potrebbero essere generate dal linguaggio discorsivo, legato alla “concretezza” dell’esistente, a una sua presunta “naturalezza” e immutabilità. Le immagini e metafore che formano il tessuto della poesia  possono rafforzare l’anelito a un modo di rapportarsi diverso, possono scardinare l’ineluttabilità dei rapporti storici ed attuali. Anche se la poesia non è costituita che da suoni e silenzi, essa può svelare mondi e possibilità da attuarsi anche a piccoli passi nella vita quotidiana, nei rapporti tra uomo e donna, anche quelli che non siano di natura amorosa. I tre potrebbero ricordare che non a caso tra le diverse arti è proprio nella poesia che l’amore ha trovato il veicolo migliore per essere espresso, basti pensare alla vasta produzione incentrata sull’amore che caratterizza le origini della poesia in area italica e francese, la sua importanza nella poesia araba e persiana. E si auspicherebbero tra i poeti vivi la ripresa di una ricerca e  sperimentazione poetica che esplori nuovamente questo sentimento.

Mi raccontava un mio amico poeta e giornalista che da anni vive con i Rom che nei suoi vari tentativi di organizzare laboratori di poesia  tra i Rom in Kosovo e in Serbia, a sua grande sorpresa,  le uniche poesie generate da queste popolazioni che vivono in situazioni durissime erano poesie d’amore. Il mio amico si aspettava poesie piene di rabbia e di denuncia e invece loro riferivano che l’astio e la durezza riempivano i loro giorni, per la poesia riservavano un altro combustile ed era l’amore.  Guidati da una sorta di caparbietà nel voler preservare un nucleo di purezza in quello spazio sentivano l’esigenza di metterci dell’altro. Un anelito appunto di cambiamento. Allora alla discussione dei tre poeti, potrebbero aggiungersi anche le considerazioni degli aspiranti poeti tzigani.

Per finire  incorniciando in maniera più compiuta queste riflessioni sperando di alimentare ulteriori spunti e pensieri  vorrei proporre di nuovo parole di Rilke e di Susana Chavez, mondi e stili che possono sembrare irreconciliabili, ma che si ritrovano a praticare l’arte della poesia incarnati in sessi,  secoli e condizioni che non potrebbero essere più diversi. Se avessero avuto oggi la facoltà di dialogare fra di loro immagino potrebbero dar luogo a vulcaniche  commistioni poetiche in grado forse di rischiarare i tortuosi sentieri che ci si aprono davanti.

“Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno.”

Rainer Maria Rilke

DONNA ASCIA

Donna

lontana,

improbabile

mascherata di ragione,

forza senza sangue.

Piccola incantatrice nata dalle sue tempie

che chiamano dubbio.

Profondità dell’intimo che non conosce maniere

accattivante con i suoi silenzi.

Atroce,

irresistibile, il desiderio di mordere la notte

che barcolla tra delusioni

impreziosita da racconti

immobile nella distanza.

Donna istante,

ascia

che trascini,

che tagli lingue e le spargi

nella mano di Dio che si contorce dalle risate con te.

Fuggitiva dalla tua cattura andrò via

sapendo perfettamente

che sei invincibile.

Susana Chavez [traduzione di Valeria Campilongo, tratta dalla rivista Sagarana http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=319%5D

Prospettive: I fotografi che hanno fatto la storia della Fotografia – Jacques Henri Lartigue


Jacque Henri Lartigue nasce il 13 giugno 1894 a Courbevoie e muore il  12 Settembre 1986 a Nizza.
Pittore e fotografo francese.
Nato in una famiglia benestante, gli fu dato una fotocamera Brownie alla tenera età di sette anni e fin dall’inizio le sue fotografie sono state informali, riprese di soggetti impegnati nei lavori e nelle abitudini di tutti i giorni.
Fra il 1910 e 1920, Lartigue, entusiasmò per i soggetti fotografati, come le corse automobilistiche, le signore alla moda in riva al mare e al parco o a far volare gli aquiloni.
Queste fotografie rivelano da subito il suo spirito libero e l’amore per la vita, piuttosto che una preoccupazione per la tecnica fotografica, lui riusciva a catturare il senso di movimento.
Quando il suo lavoro fu scoperto era già il 1960, acclamato per i suoi ritratti e per la formalità del loro fascino e spontaneità ingenua e seducente.