Occupy Hirst e la fenomenologia della coglion’arte – Artribune


Ho deciso. Julian Spalding mi piace proprio. Basta sentirlo parlare sul suo sito per convincersene: oltre a essere un signore veramente distinto, ha una bella dose d’ironia, verve e anche coraggio che non può che renderlo simpatico.

Damien Hirst

Come si fa a non parteggiare per Julian Spalding? Dopo aver scritto un articolo di fuoco, apparso sul Mail on Sunday e poi ripreso dall’Independent, contro l’onnipotente Damien Hirst, proprio alla vigilia della megapersonale alla Tate Modern, a Spalding è stato impedito di partecipare alla conferenza stampa sulla mostra, e si è visto elegantemente sbarrare la porta (come riporta lui stesso sul sito del Daily Mail, 7 aprile 2012). “È uno scandalo”, ha ribadito Spalding. “I responsabili della Tate non mi hanno permesso di entrare perché ho punti di vista diversi. Sono stato direttore di musei, ho scritto libri, sono una figura di riferimento internazionale nel campo dell’arte. La Tate dovrebbe incoraggiare il dibattito sull’arte, non affossarlo”.
Il motivo di tutta la polemica sta nel fatto che Spalding ha da un bel po’ preso di mira non solo Hirst, ma tutta l’arte con-temporanea/con-cettuale, che ha ribattezzato “Con Art” – che più o meno si potrebbe tradurre come “arte-truffa” (e se ci fosse un richiamo francese, diventerebbe… coglion’art). Secondo lui semplicemente non è arte, e chi ha commesso la leggerezza di comprarla, farebbe bene a rivenderla presto, perché, un po’ come i famosi titoli subprime, al momento ha quotazioni altissime, ma presto potrebbe crollare, rivelandosi semplice spazzatura.

Bazzana

Spalding spara a tutto campo: riprendendo la polemica anti-Hirst già innescata da David Hockney, che aveva polemicamente sottolineato che i suoi quadri lui “li dipinge da sé” (mentre, come è noto, Hirst fa lavorare una sessantina di assistenti), Spalding dice che quella di Hirst, che fa dipingere i quadri a punti colorati dai collaboratori, imbalsamare squali e vacche da artigiani specializzati ecc., non è arte. Non solo: per lui tutta l’arte “con”, indietro a Carl Andre, e su fino al padre Duchamp, allo stesso modo e per lo stesso motivo non c’entra niente con la “vera” arte.
Anzi, si leva pure qualche sfizio da “intenditore”, e arriva a sostenere che la “madre di tutte le opere d’arte-bluff”, cioè Fountain, 1917, il famigerato orinatoio, datato e firmato R. Mutt, unanimemente attribuito a Marcel Duchamp e considerato il primo ready-made della storia, ossia la prima, autentica opera d’arte compiutamente “contemporanea” – non è di Duchamp. L’artista francese infatti si sarebbe appropriato dell’idea della (allora) sua spasimante, la baronessa Elsa von Freytag Loringhoven, e l’orinatoio non avrebbe dunque un significato dadaista, ma femminista… Insomma: neanche il pezzo più noto e storicizzato della “con-art” sarebbe vera arte, non solo perché è un semplice pezzo di fornitura da bagno, ma anche perché nemmeno l’idea sarebbe “originale”! Troppa grazia Sant’Antonio.

Tanto Hirst è un antipatico supponente, tanto Spalding mi sta simpatico, ma con lui bisogna andarci piano. Se Duchamp abbia raccolto o meno i suggerimenti della eccentrica baronessa Freytag è del tutto indifferente. Tutti sanno che Fountain, come opera d’arte, non esiste, ma che il valore di provocazione che essa suscitò (testimoniato fra l’altro dalla “vera” opera di Duchamp, cioè la rivista Blindman) fu, ed è ancor oggi, di importanza epocale. Già per quanto riguarda l’opera di Andre qualche dubbio è legittimo, e senz’altro ancor più giustificato nel caso di Hirst. Se però il problema è che questi personaggi non sono artisti perché non “fanno” le opere con le loro mani, allora siamo completamente fuori strada: l’arte contemporanea è tale proprio perché è in grado di mettere in discussione la propria identità profonda – anche la propria radice “tecnica” e manuale, che invece, nella tradizione, era pacificamente accettata.
D’altra parte, per una cosa falsa Spalding ne dice due vere: la prima è che il successo commerciale nel caso di un artista non significa affatto valore culturale e importanza storica. Nell’Ottocento i pittori pompier spadroneggiavano nelle accademie e nelle gallerie, ma oggi le loro enormi e oleografiche tele stanno nei sotterranei dei musei, nessuno ne ricorda nemmeno il nome, e tutti corrono invece a visitare le mostre degli impressionisti, allora minoritari e rifiutati. Seconda cosa: il comportamento della Tate, se è andata davvero così, non è grave, ma, semplicemente, inquietante.

Marco Senaldi di Artribune: http://www.artribune.com/

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5 pensieri su “Occupy Hirst e la fenomenologia della coglion’arte – Artribune

  1. Ma dai, che articolo magnifico! Io che sono un’adoratrice di Elsa Von Freytag Loringhoven ( in programma presto su WSF) , l’unica vera grande ed esilarante artista dada, posso dirvi che è vero che molti furono i mariti, gli ex mariti e gli amanti che la defraudarono di idee e parole. Inizialmente mi piaceva molto Hirst, l’ho seguito con passione per poco, fino a rendermi conto che in effetti proprio si trattava di coglion’arte. Dice un’amica a WSF molto vicina: ” Hirst è il Fabio Volo dell’arte moderna” ed in effetti è una definizione che gli calza a pennello.Ecco però mi stupisce molto l’atteggiamento della Tate Gallery , dove spesso sono stata, polo d’attenzione internazionale per l’arte moderna, ma credo che difronte al dio denaro, nulla e nessuno può. Tutte le personali sono a pagamento, per una cifra che va dalle 15 alle 20 sterline, insomma immaginatevi il calo dei visitatori dopo aver ascoltato l’eventuale dibattito, l’eco della stampa, la faccina di Hirst beccato con le mani nella marmellata a parlare delle sue coglion sculture e installazioni, o comunque il danno di immagine per Hirst che molti inesperti reputano un guru! Insomma lo sentite questo suono? Dlin dlin Dlin ! Si????? Lui fa stronzate e la gente le compra. Perchè rovinarsi la festa in nome di un dibattito democratico? Per l’inciso ha intascato fino ad ora con la sua fuffa-art 215 milioni di euro.

    http://www.apollodoro.it/articolo/l-independent-attacca-damien-hirst-la-sua-arte-concettuale-e-una-truffa/6923/

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  2. Mi blocco sulla Tate. La cacciata del critico dissidente è l’evidente dimostrazione che gli interessi economici, che girano intorno all’arte, sono immensi. Non esclusivamente economici, anche se vendere per migliaia di sterline un pezzo di vacca è un bel “pacco” alla fontana di Trevi di De Curtiana memoria. Anche i’immenso ego da riporre a futura memoria nei manuali di storia dell’arte, è in ballo in questo alla Tate, il futuro in ridicolo o in gloria è ia mano armata di quella cacciata dal tempio. Solo che sono stati i mercanti a scacciare il divino: tempi moderni. L’ambizione dittatoriale di imporre la propria visione (taroccata) dell’arte ai posteri è l’ambizione finale del critico d’arte, oltre a quella naturale di riempirsi le tasche e dare un nome criptico alla “sua” corrente artistica. Su Hirst non perdo manco il tempo di una riga intera.

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  3. Ad essere sincero, nelle varie interviste Spalding non è che ci faccia proprio una gran figura… sembra un vecchietto un po’ rimbambito, il livello delle sue critiche è piuttosto triviale, anche al bar sotto casa parlano dell’arte contemporanea nello stesso identico modo.
    Il tenore delle risposte di Spalding è sempre questo: “Quella di Hirst non è arte” – “E perché?” – “Mettere uno squalo in formalina vi sembra arte?” – “Ma allora Duchamp?” – “Neanche Duchamp è arte” – “E perché?” – “Mettere un orinatoio in mostra vi sembra arte?”… e via dicendo.

    Buttare nella spazzatura tutto il ‘900 mi sembra un po’ drastico, e attaccare Hirst perché non dipinge lui stesso significa non aver proprio compreso cos’è successo negli ultimi trent’anni (se non di più, diciamo dopo Warhol). La Tate pare l’abbia respinto all’entrata perché era intenzionato a fare un comizio nella galleria, sparando a zero sulla personale di fronte a giornalisti e telecamere: decisione discutibile, certo, ma anche in qualche modo inevitabile se da mesi stai tirando su un polverone mediatico dicendo, di base, delle baggianate.

    Che Hirst sia divenuto negli anni il prototipo dell’artista “paraculo” è noto a tutti. Ma il disordinato rumore fatto da Spalding non credo valga granché, soprattutto a fronte delle discussioni che da anni critici ben più seri e incisivi stanno portando avanti per smascherare la “bolla” del mercato dell’arte e per metterne a nudo i meccanismi più segreti.

    Ad ogni modo, bell’articolo! 🙂

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