Dualismi e duelli verbali: Note critiche di Raffaele di Pietro su alcune poesie da Metastasi di autonomia di Sabatina Napolitano


Metastasi d’autonomia, (Nuovi echi 5),
La Scuola di Pitagora, Napoli 2011, 22 pp.

La lettura di Metastasi d’autonomia, raccolta di poesiedi Sabatina Napolitano,mi ha portato a stendere due note critiche che, partendo dal percorso di scrittura di questa giovane autrice,riguardano però principalmente una riflessione sul tema del “dualismo”, esperienza che porta a confrontarsi con se stessi prima che con la pagina bianca.

Il dualismo è la prima inevitabile acquisizione che segue ogni rivendicazione autonoma di pensiero. L’autonomia rappresenta per uno scrittore la singolarità della sua ricerca, quella che lo conducealla necessità di codificare una sua propria poetica.

Il concepimento di una poetica richiede un’elaborazione che può anche rivelarsi infruttuosa; questo è tanto più vero quanto ormai si tenda a sostituire questa concezione con la definizione di “cifra stilistica”, cosa cheindubbiamente non è la stessa cosa.

Scrive Albert Camus nel Mito di Sisifo: «Di tutte le scuole della pazienza e della lucidità, quella della creazione è la più efficace, ed è pure la sconvolgente prova della sola dignità dell’uomo: la tenace rivolta contro la propria condizione, la perseveranza in uno sforzo ritenuto sterile» (Bompiani, Milano 2011, p. 111).

La contraddizione che si sperimenta con l’atto della scrittura sta proprio in questo moto di rivolta “contro la propria condizione”, per rispondere a una domanda interiore che pone l’individuo di fronte ad uno specchio di pagina.

Con la proposta di un titolo, l’autrice dichiara una prima identità della sua opera. Lesue intenzioni sono quelle di accostare due termini come autonomiaemetastasi. Alla mia lettura, il termine metastasi sta a indicare ogni singola composizione poetica e forse all’interno di ogni poesia altri elementi oggetto di un processo deduttivo; mi riferisco all’unità dei versi, alla parcellizzazione prima delle espressioni e infine all’accentazione posta sulla scelta di singole parole.

Quello che l’autrice componeè un quadro “clinico” e allo stesso tempo poetico. Il processo di autonomia dichiarato mostra la necessità dell’autrice di scrivere per documentare non solo una richiesta di attenzione individuale, personale e soggettiva – come lo è appunto per le metastasi –, ma anche una sequenza produttiva frammentata, frammentaria e diffusa data da presenze metastatiche verbali.

È Sabatina stessa ad affermare che la selezione di poesie che propone provengono da un arco temporaleche per lei rappresenta quello giovanile della propria formazionepersonale, sentimentale e culturale. La conferma ci viene testimoniata dalla capacità tutta giovanile di effettuare una auto-biopsia con la quale porta alla luce i nodi più intimi della sua sfera individuale e caratterizzante.

L’apertura dei primi componimenti propone subito una dimensione dualistica.

Delusione da un amico-poeta

Titubo nell’alta sensibilità,
ti guardo cigolare ansie,
ti guardo come uno sparviero
nel suo tentativo di sferragliamento.
Aspetto che diano un nome
alle mie riservatezze implose,
nascosta dietro alle pratiche reali,
di materia.
Conto gli aspetti acidi ma non mi arrendo
al concreto, al razionale triste…
Come ti portavo con me nell’astrattismo
delle immagini colorate!
Come erano belli i nostri tocchi al reale,
le grida del violino della nostra amicizia!
Ti sei arresa alla noia e alla dolcezza
del tuo tempo immutevole e molle,
non c’è più spazio in te
per sbuffi buffi
e per i miei affannati getti di vapore.

Qui appare l’amico-poeta, che nel titolo è legato da un trattino, dal quale deriva una delusione, letta come una patologia. Questa concezione si scinde successivamente in due figure L’amico e il poeta, questa distinzione è un elemento di incomunicabilità in quanto ogni figura si propone all’altro nel ruolo di una contrapposizione non dialogica.

Il poeta e l’amico

Il poeta e il suo amico sentono
una feroce irrequietezza sul collo:
il poeta crede,
rispecchia un sapore costante di speme,
l’altro miete campi di abitudini spente e ostili.
Il poeta immagina altri celi,
stelle che brillano alla notte
senza alcuna voce,
figure leggiadre che chiamano
i pensieri per farli piangere.
Insieme hanno occasioni di poesia,
e di risi che si fanno alla vita:
giocare con la mente
a ricordare le cadenze
che prende la voce
e sentire un fortissimo calore
quando si pensa tutto questo.
Ma il poeta gli getta contro l’anima
con la sua materia estensibile,
senza i contorni e senza limiti
gli mostra la disgrazia che ha dentro.
Gli dice che soffre molto
e il soffrire è tale
che la sofferenza è lenta
e non si muove.
Ha una sofferenza
che disappara il Sonno,
il combattimento, le croci dentro:
voci d’arpie, ululi funesti
e nel suo corpo più fondo la fine.
Lui dentro ha una disgrazia,
alle volte si apre, e la sente
e non sa se è una porta d’ognuno,
non sa se è una porta o un canale.
Eppure l’amico irriga
campi di disattenzioni
aspettando la sua energia,
a trapiantare dolcezza e pace.
Ha deciso che anche uno sguardo
può essere sciupato da occhi estranei,
ma nella sua completa attesa,
in quell’attimo di profondo nuovo,
si consuma la sete assoluta dei sensi,
e la vita tentacolare.

Dialogo con musa intorno al preludio di Bach: in quest’altra poesia l’autrice apre un dialogo tutto interiore tra ricordo e dimenticanza, accompagnato da una colonna sonora che sostituisce l’assenza nel testo di ritmi e di armonie significative; il recupero virtuale del trait-d’unionverbale del dialogo rappresenta l’aspetto personale di una riflessione, l’immagine che viene restituita è quella comunque frammentata di uno specchio infranto, infatti la scelta delle parole è fatta di alternanze, dittologie e associazioni che attribuiscono ancora una volta dualismo, ambiguità e molteplicità ad ogni espressione che si conclude appunto con la bella figura «dentro ero un pianto afoso» che riunifica nell’identità del pianto il coefficiente liquido e sensibile con quello del vapore che è per sua natura una sublimazione.

L’identificazione in prima persona dell’autrice in Erato opera una moltiplicazione di sé, autrice e musa di se stessa, in un conflitto di assurdità, in un corto circuito, dove persino l’altra voce salmodiante del coro porta l’iniziale “S.” del suo nome. Prendo ancora in prestito le parole di Camus: «Nella condizione umana – è questo il luogo comune di tutte le letterature – c’è un’assurdità e, al tempo stesso, un’implacabile grandezza» (ibid., p. 128).

Dialogo con musa intorno al preludio di Bach

 

E: Nello scrivere questa poesia
risento nella mente il tuo preludio
e rivivo una conoscenza
che sapeva ma non sentiva.
Essa chiamava un attimo
che non era blu,
cigolando s’intratteneva
per meandri caldi.

S: Erato sei vicina a me,
eppure non ti sento.
Sei dentro? Eppure ti scaccio,
follemente ti odio.
Però ti voglio e indago la tua aria.
Erato non ti sento
eppure sei ostile, eccoti:
l’aria intorno sembra intessuta di spago.
E-r-a-t-o, E-r-a-t-o, sottovoce.

E: La mente dimenticava la tecnica,
dimenticava il fatto,
dimenticava il suono
e nella dimenticanza ricordava.
La semplice luce rimandava al caldo,
al tuo corpo e al mio esploso
alle scaglie d’oro intorno.

S: Erato sei il corpo,
l’aria il pensiero tenue?
Scorri in un sacrificio
di lacrima muta e assente…
Portami classiche voci auree d’incanto
(scultura d’argento a piaghe di pianto spento).

E: Tutto il mio corpo era una festa,
te come mio regalo e rifugio,
la pace dei sensi, la profonda attesa,
la lacrima.
E in questa semplice dimenticanza
risuonava il tuo Bach
dentro ero un pianto afoso.

Credo che l’autrice abbia in mano, oltre a delle carte, una buona penna, alla quale mi sento, però, di consigliare una maggiore cura nella fase che segue l’afflato creativo della composizione, per superare la fascinazione incantatrice delle belle lettrese per dedicarsi, dunque, ad una scrittura che le sia più contemporanea e vicina.

Camus continuava il suo pensiero con queste parole: «La creazione richiede uno sforzo quotidiano, la padronanza di sé, l’esatto apprezzamento dei limiti del vero, la misura e la forza. Costituisce un’ascesi»(ibid., p. 111).

Vale qui un monito che addita come caratteristica della poesia di dare col dire ma anche senza dire, perché ogni misura parte da uno zero metafisico o metastatico, la forza invece ha insita una virtualità, non intesa come condizione alternativa alla realtà, ma come atto che ha in sé un potere di cui la poesia può essere una manifestazione, una patologia e allo stesso tempo una asceticacura.

di Raffaele di Pietro

http://www.runondown.wordpress.com

Sabatina Napolitano: http://gapemotivo.wordpress.com/

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