Le bambine che volevano essere dio



Considerata una della più grandi voci del novecento e non solo, Sylvia Plath è ormai divenuta un’icona incontrastata della poesia mondiale. Impossibile voler scindere la poetica dalla sua biografia, che culmina con una fine tragica, disperata ma al tempo stesso organizzata e minuziosa.
Nasce a Boston, da genitori immigrati tedeschi e già all’età di otto anni perde il padre. Perdita che segnerà la sua esistenza per sempre, come anche il rapporto difficile con la madre Aurelia, figura autoritaria e introversa, che non riuscirà mai a capire la personalità complessa della figlia.
L’instabilità psicologica della Plath si manifesta fin dall’adolescenza, attraverso continui ricoveri ospedalieri, che le faranno provare la devastazione dell’elettroshock. Esperienze drammatiche che la renderanno una donna dalle tante personalità e maschere. La poesia della scrittrice è sicuramente potente, devastante e priva di banalità, studiata parola per parola, denudata da sovrastrutture, senza indugi o tentennamenti, che conduce direttamente dentro le sue ossessioni o forse sarebbe meglio dire le sue stratificazioni ma al contempo risulta monotematica, poco incline alla diversificazione.
In realtà la presunta grandezza letteraria di Sylvia Plath è dovuta soprattutto ai componimenti scritti negli ultimi tre anni della sua vita, anche se i suoi estimatori cercano in tutti i modi di rivalutare le opere dei primi anni della poetessa.


Nel 1957 conosce Anne Sexton, ad un corso di scrittura. Il loro diverrà un rapporto di amicizia basato non solo sull’amore per la letteratura ma soprattutto per la precarietà psicologica che le accompagna. La Sexton, nata da una famiglia agiata, scarsamente amata e da subito in continuo conflitto con il mondo, risulta però brillante e determinata, poco incline alle regole della società americana di metà novecento, che inserisce la donna in un contesto predeterminato, costruito sulla famiglia e le severe regole comuni. La Plath invece sembra anelare a tutto questo senza riuscirci. Timida, insicura sempre sull’orlo della depressione, in perenne lotta con se stessa, vuole quasi nascondersi dal mondo. Inevitabilmente questa dicotomia tra le poetesse è persistente anche per quel che riguarda le produzioni poetiche che meritano un’attenzione approfondita.
Lungi da me considerare la Plath una poetessa di secondo piano ma leggendo attentamente la Sexton non si denota una difformità così marcata tra le due scrittrici, come la critica e la solita pletora di fans internauti vorrebbero far passare. Anne è dotata di un talento fuori dall’ordinario. Tecnicamente, poco propensa a definire e definirsi uno stile, riesce come e quanto la Plath ad analizzare le ossessioni e le sue dipendenze: alcol, depressione e solitudine che la seguiranno per sempre, come il successo critico dei suoi libri. Stranamente tutta questa considerazione artistica che le venne riconosciuta in vita , improvvisamente sembra svanire nel tempo, lasciando spazio alla poetica della Plath e alla sua figura tragica, simbolo dell’impossibilità di conciliare genio e vita familiare. La poesia della Sexton è, mi si passi il termine, spudorata o come si definisce lei stessa “primitiva”, senza nessuno schermo intellettuale atto a filtrare le sue opere. Una scrittura tesa a l’identificazione di se come esistenza autonoma, che riporta alle teorie di Jung dell’individuazione. Come Edipo cerca ostinatamente l’origine del suo trauma e come Giocasta è consapevole della tragedia che può conseguirne (cit), ma non per questo smette di perseverare nel cercarsi, anzi in un certo senso continua ad analizzarsi anche se consapevole che il risultato finale sarà l’autodistruzione.

Ragionando obiettivamente credo sia giusto porsi delle domande.

Sylvia Plath è veramente quel mostro sacro che tanto si venera oppure la sua grandezza è stata amplificata, prima dalle sue vicende umane e poi dalla morte prematura per suicidio ?

Nell’immaginario popolare da sempre l’artista scomparso prematuramente ha goduto e gode di maggiore visibilità e investitura. Nel caso della Plath è vero che il suo suicidio ha consentito di elevare esponenzialmente il turbamento psicologico che assilla molti lettori e lettrici. Forse proprio quell’immedesimarsi o meglio camuffarsi da poeti pseudo-maledetti, fa si che la scrittrice americana sia considerata figura imprescindibile nel proprio bagaglio letterario. Il più delle volte, si venera la sua poesia senza sforzarsi di capire l’effettivo valore della scrittura, non si copia solo il senso poetico ma anche e soprattutto l’uso dell’immagine metaforica. Di solito l’imitatore che forse sarebbe meglio definire IMITATRICE di Sylvia Plath la si trova nei meandri dei siti letterari, alla voce introspezione, come se ogni essere vivente definitoSI poeta, infarcendo i suoi scritti con atmosfere cupe e termini tetri, possa avanzare il minimo accostamento alla poetessa. E così si formano schiere di “aspiranti suicide”, instabili mentalmente per induzione, che cercano di darsi un tono dark e misterioso ma che, semmai avessero il coraggio di infilare la testa in un forno, statene sicuri al massimo sarebbe quello della casa di Barbie.
Sono altresì certo che queste stesse poetastre del web non avrebbero letto nemmeno una riga della Plath se la sua scrittura non fosse direttamente legata in modo così intimista alle vicende della biografia. E’ vero che la scrittrice riesce a coinvolgere in modo morboso ma troppe volte è stata travisata e manipolata a proprio piacimento.
Ritenere Sylvia Plath una buona poeta non è delitto di lesa maestà. Da parte mia sarebbe esercizio di snobismo a cui non aspiro. Porsi delle riflessioni sulla sua effettiva grandezza è lecito, come altrettanto lecito è ritenerla per niente superiore a molti poeti del novecento compresa la stessa Anne Sexton.
Non credo sia giusto stilare classifiche di merito tra “grandi”, queste di solito sono incanalate da fattori esterni che poco hanno a che fare con l’arte, bisognerebbe evitare i guru letterari, i media, le associazioni culturali (o per meglio dire a scopo di lucro) che fanno a gara ad elevarsi padrini di questo o quell’altro artista, tralasciandone altri che meriterebbero sicuramente una conoscenza più approfondita.

In conclusione spero che questo mio articolo possa rendere alla Sexton e a tutti quegli artisti dimenticati il giusto riconoscimento. La poesia come tutte le forme d’arte non può seguire la moda del momento e neppure essere confinata nei limiti del gusto personale ma anzi ha bisogno di curiosità e soprattutto consapevolezza per sviluppare un vero senso critico senza scadere nel qualunquismo sciatto e nell’apatia.

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29 pensieri su “Le bambine che volevano essere dio

  1. Come mi è già capitato di scrivere in rete (provocando l’effetto di un mondo virtuale che mi volava agli occhi per cavarmeli), io preferisco di gran lunga la Sylvia Plath in prosa, quella di Johnny Panic per intenderci (meno quella della Campana di Vetro); mi unisco alla tua voce che ne nota un personaggio più che una persona per la maggior parte dei lettori tesi a impersonarla più che a capirla.
    Se si legge il suo Diario (e non so quanti se lo siano letto tutto, visto quant’è corposo – io l’ho fatto, è molto intenso, ma a tratti mortalmente noioso) o se si scorrono le Lettere alla Madre, a volte Sylvia Plath pare un carattere da Carolina Invernizio, solo un poco più psicotica e bipolare.
    La Sexton l’ho sempre avvertita come un passo oltre la Plath, in tutto. Dalla spavalderia alla sfida morale, dalla poetica estremamente cruda al pensiero più ossessivo.
    Si dice che alla Sexton girassero le balle parecchio che la Plath si fosse suicidata prima: in una cosa almeno, la Plath era stata un passo avanti.

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  2. Attendevo al varco il tuo articolo Gianluca, credendolo molto più cattivo lo ammetto, e sorrido nel leggerlo.
    E’ vero, mi tocca darti ragione, io sono fra quelle/i che si è letta passo dopo passo il diario di Sylvia e l’ho amata follemente ancor di più, ma ribadisco quello che hai detto, ogni cosa che scriveva era un parto doloroso, un pensarci e ripensarci, usare le parole al posto giusto e in caso cambiare dalla testa ai piedi tutto, era molto insicura, forse con il matrimonio ha pure peggiorato tutto, la ricerca anche di farsi una famiglia con Ted, la lunga rincorsa a quella serenità che tanto voleva e che alla fine non ha ottenuto, ho letto molto poco di Anne, ma mi rifarò, anche perchè io ero fra quelle che aveva letto in giro di una sorta di storia fra loro due, sbagliando ovviamente perchè la storia si c’era ma prettamente artistica.

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  3. Grazie a Cettina sono arrivata qui e devo dissentire sui contenuti. La Plath è la migliore poetessa del novecento e non paragonabile alla Sexton. Forse lei non ha pienamente capito il contenuto delle poesie di Sylvia Plath o forse non rientra nei suoi gusti personali. Dimenticavo, la parte del forno di Barbie è ironica ma sgradevole. Arrivederci.

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    • Benvenuta Valentina!
      Accettiamo il suo dissentire, ma voglio sapere da lei, ha letto Diari?
      premetto che io amo la plath, visceralmente, ma voglio sapere se ha letto quelle pagine così private e profonde o si è fermata alla sola lettura delle sue poesie?

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      • Veramente solo le poesie ma non vedo il nesso tra le cose. Comunque io parlavo di quel passaggio poco gradevole.

      • beh il nesso c’è, fermarsi alla poesia è non voler arrivare oltre, anch’io ero ferma alla poetica della plath, ma dopo aver letto i diari non solo ho amato ancor di più ciò che scriveva, ma ho anche compreso la fragilità dell’essere umano e della sua insicurezza e che le poesie erano solo la punta dell’iceberg.
        quel passaggio è una punzecchiatura, di cattivo gusto si forse, ma al mondo c’è di peggio.
        ma ribadisco accetto anche il suo dissentire

      • Non la trovo una punzecchiatura di cattivo gusto, quanto piuttosto ironia su un fatto oggettivo. Cattivo gusto perchè? Perchè ha nominato il forno di Barbie piuttosto di quello di Candy Candy? Io non avrei saputo trovare una cosa più azzeccata di quella che Gianluca ha detto.

    • Si sono sgradevole me lo dicono sempre. si ho letto la plath altrimenti non avrei postato l’articolo, pensi che mi sono incazzato per il solo fatto che si è commentato il decerebrato di Volo senza averlo letto…ergo abbiamo gusti diversi ma io scrivo come mi pare e lei commenta altrettanto.

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  4. Premetto che a me la poesia di Anne Sexton non piace minimamente. E’ una forma poetica la sua che trovo piatta, discorsiva, senza sorprese linguistiche e piuttosto egocentrica. Ho sbadigliato parecchio invero davanti ai suoi versi e se devo riassumere ciò che penso in merito alla sua poetica, direi : ” niente di nuovo”. Al contrario trovo che la Plath sia davvero un’autrice interessante . Le sue poesie sono visionarie, hanno immagini curiose e per certi versi molto sorprendenti. E’ un linguaggio abbacinante il suo, dove commuove quel senso di dispersione interiore che mi è risultato autentico. Per quanto riguarda il discorso che tu fai Gianluca, ovvero l’alludere alla schiera di madonnelle tristi che si nascondono dietro i paraventi della Plath per giustificare la propria lagna ed inadeguatezza scrittoria e non, o della schiera di separate, divorziate, tradite che si nascondono dietro i paraventi della Sexton per scrivere fiumi di rantoli e lamenti, bè non posso che darti ragione. Il web pullula di blog di donzelline che chiuse nelle loro camerette tinteggiate pastello scrivono post su post godendo dell’auto-flagellazione. In un certo senso mi fanno anche tenerezza, ma certo se volessi pormi nei panni della loro madre, direi che qualche bel calcetto sul popò , di certo non glielo negherei. Sai…a volte è salvifico. Non sono molto d’accordo con te sulla monotematicità. Ogni autore ha un suo centro poetico intorno a cui scrivere, ed è giusto che lo abbia. La diversificazione pur nel trattare lo stesso tema è giusto che ci sia e credo che la Plath abbia dimostrato di averlo. La Sexton, no, mi spiace. E sulla Sexton continuerei….ma ora devo andare, tornerò. PS: ahahaha il forno di Barbie? Ma non era quello delle WinKs? O no, scusa, credo fosse quello dei Mini-Pony 😀 ahahaha

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    • Per quel che riguarda la Sexton, pensa che io trovo questo egocentrismo che tu hai nominato, molto interessante e forse uno dei motivi perché mi piace. Inutile dire che anche io amo la poesia ricercata, quella della “parola” per intenderci, dove dietro ogni singolo termine c’è un universo intero e la plath ne è degna rappresentate ma leggendo attentamente la Sexton per certi versi ho scoperto quella spudoratezza genuina che mi ha conquistato. Per il resto commento…lo sai siamo d’accordo 🙂

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  5. Eccomi.
    Trovo che Sylvia Plath sia una figura emblematica non tanto per la poesia tout court ,quanto per il periodo storico del secondo novecento.
    Credo che la Plath sia legata da una parte al ruolo della donna in questa epoca,al suo desiderio di emancipazione,e dall’altra all’avvento devastante in ambito anglosassone e borghese della psicoanalisi freudiana.
    Fa bene chi sottolinea l’assoluta importanza della lettura dei diari della poetessa per una corretta esegesi dell’opera della stessa.
    Nei diari i fatti la Plath scrive di suo pugno un’autobiografia del fallimento. Sia come donna che come autrice.
    I continui ,incessanti,dolorosi paragoni da una parte col marito , Ted Huges ,poeta istituzionale e di successo ( curioso peraltro come la ribellione verso la figura paterna la spinga tra le braccia di un uomo così autorevole e egoticamente autoritario ) ,dall’altra con poetesse contemporanee di ben diversa consistenza ( certo la Sexton verso cui nutre ambigui sentimenti di sorellanza,ma soprattutto la Moore il cui successo sereno e accademico è per la Plath un’autentica spina nel fianco ) sono l’amissione di limiti che la Plath per prima riconosce nella propria opera che mai,fino all’esito fatale,la soddisfò realmente.
    Il confliggere del ruolo di Artista da una parte e di madre/moglie dall’altra,l’incapacità di andare oltre il dato esperienzale per giungere ad una creazione artistica universale,il trascendere dalla frustrazione per la propria condizione rendono la Plath una figura ,certo di spicco ,ma come dimezzata per quanto riguarda la possibilità di elaborare un’arte che possa scavalcare la contingenza.

    Per questo ,al di là dei gusti , l’effettivo valore della scrittura della Plath non può non patire una sorta di sudditanza dalla biografia della stessa e perdere qualsivoglia potenzialità una volta presa a se stante.
    Mi sembra che la Plath incarni ,più che la Poesia, il prototipo della rockstar maledetta. E cioè abbia molto più a che fare con figure che vanno da Jim Morrison a Curt Cobain, le cui opere non bastarono a colmare i buchi di dolore e solitudine e insignificanza, che quella del poeta non maledetto ,certo non esistono se non come pura fiction novecentesca, ma ben oltre la quotidianeità.
    Mancano alla Plath sia la capacità di una tensione metafisica che trascenda la condizione storica propria di una Dickinson ( pensate quanti universi in un’opera di un’autrice la cui biografia è praticamente inesistente!), sia ,scusate il termine,le palle di una Moore ( e intendo tutto quello che riguarda capacita intellettuali,mezzi tecnici,riflessivi e creativi ) .

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  6. Ma perchè date per scontato che un lettore non prescinda dalla biografia per esprimersi sulle opere? Esprimendo ciò che ho detto sulla Plath io l’ho fatto. La verità è forse una : scrivere un’autobiografia è un’arma a doppio taglio. Proprio non si riesce a prescindere da quell’odioso fatto umano che è la strumentalizzazione di ogni cosa,

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      • Bè si, le soap appassionano, ed in effetti c’è chi si costruisce set e sceneggiatura a proprio uso e consumo sulla base di film altrui quando va bene, sulla base di ciò che ha compreso del film quando va male. Non voglio negare che le vicende personali non contino per capire il tema dell’opera, voglio solo dire che l’opera a volte va anche guardata con occhi freddi di un chirurgo. In questo senso, liricamente e linguisticamente parlando trovo la Plath una interessante autrice,

  7. Insomma,e concludo,la Plath ben si presta alla mistificazione e alla manipolazione che portano alla creazione di una maschera finanche grottesca. Il fraintendimento della tragedia di una donna che paga con la vita il proprio senso di fallimento ( e qui l’onestà diventà la sua prima qualità ) è facile per coloro che invece, limitandosi alla superficie dell’estabilishment, ne idolatrano le vicende di nouvelle Justine della poesia. Esaltandone il versante masochistico come innocuo ( mentre nel cado della Plath è fatale ) e assumendolo nella propria scrittura come fosse un abito da ballo in maschera. Epigoni dell’amore per un dolore immaginato ( mentre nella Plath è del tutto reale ) e autoindulgente che ,di certo ,non fanno un bel servizio all’arte della poetessa da loro venerata.
    La scrittura della Plath ha valore proprio nella fragilità e nel fallimento che descrive. Nella curva che illustra l’impotenza della scrittura come auto medicamento . Di per se trovo che in questo ella abbia una sua grandezza e significanza.
    Ma sarebbe disonesto non sottolineare come sovente lo stile della Plath ceda ad una certo barocchismo pericolosamente vicino al Kitsch e all’autocommiserazione che nulla aggiungono e molto tolgono al desiderio di intelligibilità del significato che vorrebbero veicolare.

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  8. Gianluca leggere la Plath senza tenere conto della biografia dellla stessa sarebbe come leggere il Finnegan’s wake in mandarino ,tanto ne sono intrise le sue opere. Credimi a volte ,soprattutto in alcuni autori novecenteschi è del tutto impossibile.

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    • Non discuto il fatto che la biografia sia parte integrante ma di solito preferisco leggere oltre, non per snobismo ma cercando di farmi arrivare le parole senza i paleti prestabiliti che l’inconscio automaticamente determina ma questo non vuol dire che poi non sia parte importante di un poeta. Per il discorso massificazione fictionata concordo in parte, è certamente vero ciò che asserisci ma siamo NOI a dare un’impronta alle cose e tu sai meglio di me che c’è gente talmente morbosa e “maledetta” da essere attratta più dalla vita che dalle opere della Plath.

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  9. Anche io mi dichiaro di parte! La Sexton non l’ho mai amata/la Plath l’ho trovata e poi voluta. Condivido pienamente il concetto di autenticità espresso da Mezzanotte descrivendo la poetica della Plath, questo mi ha sempre commosso di lei (e non perché amo martoriarmi nei drammi di altri :)). Mentre invece, la Sexton in me non è mai arrivata “senza nessuno schermo intellettuale atto a filtrare le sue opere”. Ragionando poi sulle poetastre, il volersi maledette, l’aspirazione al suicidio ecc ecc… concordo con te, ammettendo che è noiosamente pieno e non solo il web, precisando però che credo sia qualcosa di “inevitabile” nell’arte in genere. Mi è venuto in mente questo pensiero di Bufalino “…si scrive per guarire se stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto…” e dunque, il singolo “usa” lo scritto/il quadro/la foto/una canzone nella sua vita ed, eventualmente, anche la vita stessa dell’autore essendo questa, ovviamente e per fortuna, parte viva dell’opera. Per il “vero senso critico” rimando che ora è troppo stretto il mio tempo… dico solo che per me l’arte tutta vive nel momento storico, nel gusto personale, nella società che la ospita, nella politica, nei valori e nelle mode di quel momento. Aspettavo questo tuo pezzo e come sempre non deludi 😉

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    • Questi commenti della non redazione, il tuo, quello di Mezzanotte e Morfea sono un piccolo manifesto sul fatto che le cose che postiamo sono totalmente libere e magari opinabili. Grazie roberta del tuo contributo e sai bene che il mio articolo, la parte ironica intendo, non è certamente rivolto a voi…:)

      Rispondi
      • Ma nell’assoluto Gianluca, non mi sento coinvolta e anche fosse ammetto che starei nella tua ironia piacevolmente a mio agio ;))) …sì, per quanto riguarda “noi” ribadisco quello che dico sempre: più stretti stiamo e meglio ci muoviamo liberi.

  10. er il “vero senso critico” rimando che ora è troppo stretto il mio tempo… dico solo che per me l’arte tutta vive nel momento storico, nel gusto personale, nella società che la ospita, nella politica, nei valori e nelle mode di quel momento.
    Assolutamente d’accordo.
    Gianluca credo che sia bene distinguere tra biografia fictionata per le masse ( cioè quelle vite di artisti trasformate in polpettoni da rotocalco,e si va da Van Gogh a Campana, da Baquiat a Caravaggio ) e biografia reale dell’artista. Tanto più nel caso del 900 dove ,proprio per un dato storico e culturale,la biografia, eccetto pochissime eccezioni ( penso a Kafka ) è il perno stesso dell’opera di un autore

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  11. Certo Gianluca ( ma sto sito come impila i commenti ed le risposte :-))? )
    Per bio fiction intendo proprio questo : l’operazione dell’Industria editoriale o artistica che manipola vita e opere di un artista per dare alle masse esattamente quello che vorrebbero e si aspettano di trovare. Tragedie e trionfi castrati da ogni evidenza ontologica e ridotti a mascherine da indossare o santini innocui da venerare. Una riduzione ai minimi termini del senso sia biografico che artistico e al suo intrecciarsi. Insomma la famosa domanda di offerta e richiesta che continua a macinare carne per il fast food della fruizione letteraria.

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  12. Oh! Finalmente qualcuno l’ha detto.
    E non è un discorso limitato alla Plath (che io, a differenza di Roberta, ho trovata e, poi, non più voluta) ma assai più vasto, fino, addirittura, a quei confini, rilevati da Corbellini, che separano la Poesia dalle minchiate (agevolate, attualmente, dalla facilità comunicativa di internet).
    Il mio parere, peraltro, è viziato in origine da quel senso di inutilità che, nel mio immaginario, accompagna, da sempre, la figura del ‘maledetto’. Voglio dire: i veramente maledetti si conteranno sulla punta delle dita e, per quanto mi riguarda, troppo spesso si confonde il ‘maledetto’ col ‘coglione’. Non parlo della Plath, in questo preciso caso, ma di tutta quella serie di artistucoli commercial-popolari che mai sono riuscita a considerare credibili (ma non faccio nomi ché, altrimenti, si apre un capitolo a parte) o, quanto meno, condivisibili sul piano emozionale.
    Quanto alla Plath, in particolare, l’ho cercata, trovata e, poi, lasciata lì. Alcunché aggiungeva al mio sentire, alcunché sono riuscita ad indossare di ciò che le è appartenuto e, per questo, non ne ho approfondita la conoscenza. In più, non mi è piaciuta. Troppo esasperata, troppo ‘consapevole’ di ciascuna movenza, posizione, intervallo.
    Magari la guarderò ancora. Magari no. In ogni caso, mi sono ritrovata interessatissima a questo parlarne.

    La biografia dell’artista? Interessante, assai interessante, è dedurla; anche allo scopo di scoprire le immensità espressive dell’arte. Così che nel confronto, poi, si possa notare quanta terminologia, immagine, coloritura riescano a condividere le esistenze umane; anche quelle più diverse fra loro. Questo aspetto mi ha sempre affascinata. A seguire, la scoperta della particolare esistenza che ha dettato quell’espressività può essere valore aggiunto, inteso alla conoscenza della persona e alla particolare prospettiva che la persona ha ‘inflitto’ alla comunicazione artistica.

    Il ‘forno di Barbie? Assolutamente divino! :

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    • Anna grazie. La parte iniziale del tuo commento è lo specchio di questo tempo, troppi pseudo-maledetti che invece sono veri coglioni, pensano basti una sigaretta, un liquore e tre parole sconquassate per sentirsi dei novelli Proust…per il resto inutile aggiungere altro perché in sintonia con il mio pensare.

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