“La dissoluzione familiare” di Enrico Macioci [pt.2]


[Il tuo è il primo vero romanzo sulla Città, la nostra città, L’Aquila, (il già citato Terremoto è una raccolta di racconti). Nella DF è lampante uno sbilanciamento, c’è una tua chiara presa di posizione. Descrivi e critichi capillarmente alcuni delicati aspetti che hanno caratterizzato questi ultimi tre anni. Non ne senti la responsabilità in qualche modo? Hai mai pensato che stai fissando una tua opinione nel tempo? Infine, quanto credi, a freddo, di essere stato oggettivo?]
Torna spesso nelle tue domande la parola responsabilità. È giusto. Per me, in quanto scrittore, l’unica responsabilità sta nella storia, e cioè nel linguaggio che utilizzo, nell’immaginazione che investo, nella coerenza interiore dell’opera. Il resto m’interessa poco perché, anche se leggendo la DF potrebbe sembrare strano, io sono lontanissimo da qualunque tipo di scrittura politica (in senso stretto; in senso lato ogni scrittura che pretende d’essere seria è politica). A me interessa comunicare qualcosa; dopo il terremoto avevo bisogno di comunicare un certo numero di questioni che ritenevo urgenti; ci ho provato. Ebbene sì, ho preso determinate posizioni, narrando; ma mentre narravo non ci pensavo nemmeno un po’. Io credo al detto di D. H. Lawrence: è la Storia, non colui che la racconta. Fra il settembre 2009 e il giugno 2010, mentre scrivevo la DF, io non ero io; io ero la DF. So che tutto questo può sembrare esagerato, fantasioso o peggio ancora presuntuoso (una sorta di romanticismo d’accatto), ma per quanto mi riguarda è la verità – e forse è anche uno dei motivi per cui, subito dopo aver scritto un libro, perdo nei confronti del medesimo quasi ogni interesse, come facesse parte d’un tempo oramai esplorato, spremuto fino al midollo.

[Ho detto che ti avrei “distrutto” invece sono stato fin troppo buono. Bisogna rimediare. Sai, alcuni aspetti tecnici della DF non riesco a condividerli, non mi sono chiare le motivazioni che ti hanno portato a tali scelte. Iniziamo dal primo. Perché fai un così largo uso (a mio avviso quasi “abuso”) di descrizioni naturalistiche? Qual è il significato che gli dai?]
La natura – specie la natura abruzzese, fatta di montagne, prati, boschi – ha sentenziato il mio immaginario (ho avuto un nonno forestale che me l’ha fatta amare). Per me la natura rappresenta un mezzo per esprimere simbolicamente, iconograficamente, ciò che altrimenti dovrei spiegare, argomentare, intellettualizzare. Nel libro la natura (spesso associata a Sylvanus – uno dei personaggi principali) è la purezza, mentre la città è l’ipocrisia, la nevrosi, il Male. Dopo di che, mi rendo conto alle volte d’esondare dal punto di vista descrittivo…e tieni conto che il romanzo è stato sottoposto a un editing severo, che ha “tagliato” qualcosa come 400 000 caratteri…

[E ancora. In alcuni momenti del libro sembri non voler dare respiro e pace al lettore, riversi su di lui montagne di “schifezze” (mi riferisco ai monologhi di Lady Tenebra per esempio), valanghe di Male allo stato puro, perfidia gratuita appunto, non ti è mai venuto in mente di aver esagerato? Non hai mai pensato di star abusando dell’anima dei tuoi lettori? Non hai paura di sporcargliela l’anima?]
Io non voglio dare pace al lettore. Il lettore deve perdere l’orientamento, sentirsi spiazzato, mettere in discussione le proprie certezze. Quando scrivo voglio che il lettore non sia mai tranquillo – nel senso di appagato, intellettualmente sazio. Però odio il male gratuito (anzi tutto ciò che è gratuito, come dicevo prima) in letteratura; ho odiato per esempio American Psycho di Bret Easton Ellis, su cui condivido appieno il giudizio di Stephen King: un pessimo libro scritto da un ottimo scrittore. Ho odiato Le particelle elementari di Houellebecq, altro esempio di qualità applicata male, mentre non ho mai odiato le crudeltà dei Demoni di Dostoevskij o della Metamorfosi di Kafka. Per cui se nel mio romanzo esiste perfidia gratuita, non posso far altro che scusarmene e assicurare che no, non volevo essere gratuito, che ho agito in buona fede.

[E continuo. Le note. La sovraumana quantità di note. Per tutto il libro non sono riuscito a trovare un modo definitivo per leggere testo e note. Ammetto di averle lette tutte, ma ogni nota la leggevo in modo differente e questo, nelle prime pagine, mi ha molto rallentato. Nella “nota alle note” suggerisci al lettore di leggerle ma non fornisci indicazioni su come farlo. Non ti sembra una minima e veniale mancanza di rispetto? Non ti sembra, per rimanere in tema, un gesto irresponsabile?]
In effetti le note sono un bell’inghippo. Io le ho scritte interrompendo il flusso del racconto principale e poi riprendendolo, per cui consiglierei di leggerle interrompendo la lettura del testo principale per poi tornarvi, ma mi rendo conto che ciascun lettore deve trovare il proprio metodo. L’importante è che le note vengano lette; ho il sospetto che la parte più divertente – se non la più importante – del libro se ne stia lì; il che mi fa sorgere più di qualche dubbio sulla riuscita del libro medesimo, un libro cioè il cui valore risiede “in nota”… Gesto irresponsabile? Uhm…A costo di risultare noioso, ripeto che in letteratura l’unica irresponsabilità mi pare la gratuità; io mentre scrivevo le oltre duecento note del mio romanzo non solo me la spassavo, ma bollivo; sentivo cioè che era giusto e necessario ramificare la narrazione, che quella narrazione doveva venir fuori così; così e basta. Certo, ora un libro del genere non lo scriverei più. Ma lo riscriverei allora, se mi spiego; e tanto basta a dichiararmi innocente per l’accusa di gratuità e colpevole per quella d’irresponsabilità. Sì, sono un irresponsabile. E quando ho trovato in narrativa qualcosa di davvero interessante, qualcosa che mi colpiva nel profondo, ho constatato che quasi sempre si trattava di opere irresponsabili, folli, che osano fino all’estremo rischio del fallimento. Solo rischiando di fallire puoi sperare di non fallire.

[Maledetto. Altro che distruzione, ti sei dissolto tra le mie grinfie senza permettermi di scalfirti minimamente. Diamo uno sguardo al futuro. Sei uno scrittore molto prolifico e ti invidio a morte per questo, che progetti stai realizzando? Cosa bolle in pentola?]
Sì sì, sono molto prolifico, e ho scritto molte schifezze. Sappi che il mio idolo è Rulfo, uno che ha scritto un solo libro (di genio) in tutta la vita. Comunque: c’è un romanzo che ruota attorno alla figura di Arthur Rimbaud (un altro che ha scritto pochissimo, ma talmente bene che se ne discuterà in eterno), e poi uno strano racconto che forse concluderà la  mia attuale fase creativa. Certo che prima di tacere – non so per quanto – dovevo scrivere qualcosa su Rimbaud: lo leggo e studio da oltre vent’anni e non smetto di meravigliarmi per ciò che ha fatto. Un ragazzino che cambia la storia della letteratura mondiale, e lo fa in pochi mesi, trovando una sintesi inedita e sconvolgente, una nuova lingua. E poi uno dice che non esistono i miracoli…

[Vorrei chiudere questa nostra chiacchierata riportando un po’ l’attenzione sulla nostra città, cosa che non fa mai male. Come vedi la situazione all’Aquila da un punto di vista prettamente culturale? Non vedi uno strano fermento? Cos’è L’Aquila oggi?]
L’Aquila oggi è un laboratorio. Ho la sensazione (magari mi sbaglio) che negli ultimi decenni non sia mai stata tanto vivace culturalmente quanto dopo il terremoto. È un triste paradosso, in un certo senso. Ma in un altro senso è naturale: un evento come il terremoto è anche necessariamente una rivoluzione; niente sarà mai più come prima. Oggi L’Aquila è una potenzialità in atto, in espansione; qualche mese fa ti avrei dato una risposta più pessimistica, mentre oggi intravedo nuovi orizzonti. E, per evitare il rischio di cadere nel più becero ottimismo, mi fermo qui.

[Mi fermo anche io qui. Non ti ho distrutto e comincio a credere di non averti distrutto perché tu ti sei già veramente dissolto. Se non fisicamente, almeno nella tua essenza di scrittore. Permettimi un’ultimissima domanda. La dissoluzione è davvero l’unica soluzione al Male della società, al Male covato dentro le nostre famiglie, al Male che è dentro ognuno di noi?]
Beh, dis-solvere significa sciogliere, dunque sciogliere i groppi, i nodi emotivi, le sofferenze. Anche nell’alchimia la fase della solutio è fondamentale, è la prima fase detta nigredo, poi c’è l’albedo (o purificazione) e la rubedo (o ricomposizione). La DF è il primo romanzo d’una trilogia in cui vorrei esplicitare questo processo. Credo infatti che noi funzioniamo alchemicamente, che abbiamo infinite capacità di recupero e trasformazione. Del resto mi sembra chiaro che il genere umano deve cambiare, a meno che non voglia estinguersi. La crisi economica, la crisi ambientale, la crisi religiosa, la crisi politica, la crisi culturale…tutto ci spinge verso un cambiamento, e io credo che cambieremo.

Grazie Enrico. Mi piace infinitamente sapere che un grande scrittore è anche un mio buon amico. Grazie anche a nome di tutta la redazione di WSF.
Grazie a te, a tutti voi. E anche tu sei molto bravo. E anche io sono contento di esserti amico. E adesso basta, prima che ci scappi la lacrimuccia.

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3 pensieri su ““La dissoluzione familiare” di Enrico Macioci [pt.2]

  1. sono convinta che il terremoto non ha solo scrollato la terra e abbattuto, si abbattutto un’intera città, ma ha scosso e segnato in maniera indelebile la vita di tutti gli aquilani, rendendolo quasi come una parte di se, un pezzo di voi, una muffa che incrosta e affatica il respiro e le parole, vostre.
    trovo l’intervista intensa.
    trovo che tutto quello che vi siete detti ha l’intensità che a volte viene a mancare nelle interviste.
    c’è un legame, che so d’infinita amicizia.
    ma anche ben oltre.
    grazie ad alessandro e grazie ad enrico per tutto quello che ci portate.

    morfea

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