“La dissoluzione familiare” di Enrico Macioci [pt.1]


Del libro La dissoluzione familiare (Indiana Editrice, 2012) di Enrico Macioci ne ho parlato spesso proprio con lo stesso Enrico Macioci. Siamo Aquilani, siamo amici da diversi anni, era inevitabile. Ne ho persino scritta una recensione per Nazione Indiana (che potete trovare qui). Insomma ho già detto la mia. Permettetemi di ripetere, in estrema sintesi, cosa penso della DF, cosa ne penso prima di tutto da terremotato, poi da scrittore e solo in ultima analisi da amico: il libro di Enrico mi è piaciuto e molto, è un “dannatissimo” capolavoro, ben più di quanto lo stesso autore ammirabilmente ammetta. Non mi dilungo quindi sulla trama dell’opera, non una parola sullo stile del linguaggio, non tenterò di cavare il suo senso profondo. Lascio che sia lo stesso autore a parlarci del suo libro, il mio intento, in questa terza recensione dinamica, è soltanto uno: “distruggere” Enrico Macioci, vorrei cercare di metterlo alla corda o alla gogna, cavargli fuori l’anima se possibile, dissolverlo più di quanto la stessa stesura della DF non lo abbia già dissolto. La dissoluzione di Enrico Macioci.
Tuttavia una breve introduzione devo pur farla. Essenziale però. La DF è un libro che parla del terremoto dell’Aquila e della nascita di un bambino. Distruzione e costruzione. Morte e nascita. Un paradosso. Tesi e antitesi. Inevitabile quindi una sintesi. Questa sintesi è la dissoluzione. La dissoluzione di noi stessi fino alla misera semplice essenza. Resta poco e quel poco è tutto ciò che siamo. Dissoluto, l’essere umano diventa nuovo. Dissoluto l’essere umano è pronto per “festeggiare il Natale sulla Terra” (cit. A. Rimbaud).

[Enrico. La parola sta a te quindi. Vorrei iniziare chiedendoti la prima cosa che mi è passata per la testa non appena ho iniziato a leggere la DF: da dove ti è venuto fuori questo libro? Che diavolo ti frullava per la testa? E il paradosso, dimmi di quel cavolo di paradosso.]
Beh, anzitutto ti ringrazio, vista la tua intenzione di distruggermi…grazie tante davvero. Credo che il paradosso, quando iniziai a scrivere la DF (9 settembre 2009), risiedesse nel tempo: cinque mesi prima un devastante terremoto aveva sconvolto la mia città (e la mia esistenza), e sei giorni prima era nato mio figlio. Mi mancava letteralmente il tempo, stretto com’ero in questa tenaglia morte/vita, per capire cosa stava succedendo; così mi sono messo a scrivere il romanzone che, come tutto ciò che scrivo, è anche una riflessione sul tempo.

[Dopo Terremoto (Terre di Mezzo, 2010), un altro libro che tratta del sisma aquilano. Come credi che si possano collocare le tue due opere nello spettro ipotetico delle pubblicazioni post emergenziali, tra la speculazione più becera (non faccio esempi…) e il dovere (istinto) di raccontare quanto accaduto? Nella risposta precedente hai fatto cenno al tempo, è questo il tempo di scriverne? Non hai mai pensato di essere anche tu uno “sciacallo della catastrofe”?]
Certo che ho pensato di essere uno sciacallo, e forse in parte è vero. Cosa ci posso fare però se il terremoto mi ha reso uno scrittore migliore? È come se fossi in attesa di un tema, di un evento “reale”. Come se dormissi, da un punto di vista esistenziale. Del resto io scrivo sempre ciò che sento di dover scrivere in quel momento specifico, non sono mai uno scrittore “gratuito” – non mi sarebbe possibile. Diciamo che in Terremoto c’è un’analisi psicologica degli effetti del sisma, nella DF invece il terremoto è la “scusa” per analizzare un intero mondo, un’intera epoca, un’intera modalità umana terremotata. E ritengo che sì, sia questo il tempo giusto per scriverne, poiché il momento attuale è davvero sismico, sotto ogni punto di vista e ogni giorno di più.

[Che ne dici ti toglierci subito dai piedi David Foster Wallace? Hai dichiarato nelle interviste che hanno accompagnato l’uscita del libro di esserti ispirato al capolavoro di DFW Infinite Jest, che ti ha scatenato la lettura di quel romanzo? Come ti poni nei confronti di un modello così “mastodontico”? Non temi il confronto e, quindi, le critiche?]
La lettura di Infinite Jest per me ha rappresentato una scoperta e un divertimento impareggiabili. Quel libro è disperazione e gioia allo stato puro, vibra in una maniera infernale. Per cui da un certo punto di vista sono stato “costretto” a scrivere avendolo presente; e sì, sapevo che sarei andato incontro a qualche rischio – l’ombra di Wallace è bella grossa, nel panorama della letteratura contemporanea potremmo paragonarla suppergiù all’ombra d’una quercia secolare su un prato. Ma ho la presunzione di credere che il mio romanzo abbia tratto spunto da quello di Wallace in modo creativo. Per giunta le due opere, leggendole bene, sono molto diverse, a cominciare dal famoso elemento delle note: in Wallace stanno alla fine e uno può anche saltarle (benché siano spassosissime, specie la portentosa n. 24 sulla filmografia di Incandenza), nel mio romanzo invece le note s’intrecciano col testo fino a costituire una storia parallela, o meglio tante storie parallele. È come se La dissoluzione familiare consistesse in numerose strade e stradine che portano tutte allo stesso punto (l’OSF – Ospedale della Sacra Frattura), ma il lettore fosse comunque obbligato a percorrerle tutte…un tipo di perfidia del quale vado parecchio orgoglioso.

[Ecco, giusto alla perfidia volevo arrivare e più in generale al Male. Il mondo onirico che descrivi è maledettamente cattivo, perfido appunto. Nei vari reparti dell’OSF (scenario principale dell’opera) il protagonista incontra, al pari di Dante nei gironi infernali, la summa dei dolori e delle frustrazioni umane. Quanto questa perfidia è dentro di te, è tua, e quanto è fuori di te, quindi subita? E ancora il mondo dell’OSF è più metafora della realtà in generale o della realtà “terremotata”?]
In effetti, assai modestamente, avevo pensato all’Inferno dantesco mentre scrivevo le avventure del Principe Ham nei meandri osfiani…dunque sono contento se qualcuno, leggendole, opera il collegamento. La perfidia… Io faccio fatica a distinguere fra un dentro e un fuori quando si parla – astrattamente – del Male. Il Male è dentro di noi, certo, ma il mondo non è forse una gigantesca proiezione della nostra inesausta, infinita interiorità? Esisteva, sulla Terra, il concetto di Male prima di noi? Prima cioè che noi lo pensassimo? È chiaro: un terremoto, un’inondazione, una tempesta o un’era glaciale sono fenomeni esterni, ma non è quello il Male che m’interessa. A me interessa il Male intimo, il Male che fa parte delle cellule e della psiche (o anima) e che ci tenta ogni minuto d’ogni giorno, a ogni passo – un Male che, per giunta, diviene poi universale (tutto secondo me, macro e micro, è interconnesso ben oltre la nostra capacità di comprenderlo).

[Nel libro ci sono personaggi reali, da Berlusconi e Bertolaso a te (Ham Bank) e San G. (pseudonimo di un filosofo realmente esistente), anche se celati dietro nomignoli spassosi (vedi Berlusconi: l’Omni, il Vi-Deo, Il Più Grande Quel Che Vuoi Tu Di Tutti I Tempi, ecc..). Quanto ti ha messo in difficoltà raccontarli e quanto invece ci hai provato gusto? Non hai mai pensato alle conseguenze?]
Con Berlusconi e Bertolaso ci ho preso parecchio gusto, anche se mi rendo conto, adesso, che forse il romanzo ne esce indebolito. La cronaca invecchia subito, e Berlusconi e Bertolaso sono cronaca (Berlusconi anche storia, ma un tipo di storia fin troppo “romanzesca”, e dunque insidiosa da narrare). In sé i due non hanno nulla di cosmico; io ho tentato, attraverso la deformazione, il grottesco e lo straniamento, di renderli almeno un poco cosmici (amo le storie cosmiche, grandiose, d’ampio respiro, un poco incredibili); ma non so se ci sono riuscito. Riguardo gli altri personaggi che più o meno ricalcano mie conoscenze: no, non ho pensato a eventuali imbarazzi, era troppo divertente e necessario procedere; e poi il mio romanzo è palesemente esagerato, assurdo, parla di qualcosa che non può esistere. Mi rendo conto che ciò non mi giustifica a trecentosessanta gradi, e allora mi prendo tutte le responsabilità del caso…

[continua]

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