L’Italia del Kitsch – Recensione del film “Reality” di Matteo Garrone


Cari Italiani, andate a vedere questo film, per noi è importante almeno quanto “Quarto Potere” di Orson Wells. Tutti ci rendiamo conto del potere che la televisione ha avuto in questi decenni, non propriamente gloriosi, insediandosi nei gangli nervosi più profondi delle nostre teste, cercando di colmare alla “meno peggio” il vuoto identitario generale derivato dal consumo della società dei consumi e poi, al peggio non c’è mai limite, dalla sua inarrestabile crisi. Ma cosa ha prodotto?

Messe da parte le Vele di Scampia, Garrone porta abilmente la telecamera, con la meravigliosa ripresa panoramica iniziale, su una Napoli vulcanica, distesa e dorata, zoomma pian piano verso la vita di Luciano Ciotola, un padre di famiglia che si divide tra un’attraente pescheria nei quartieri spagnoli e qualche piccola truffa per sbarcare il lunario. L’attore è il bravissimo Aniello Arena, ergastolano presso il carcere di Volterra, dove pare che Garrone lo abbia visto recitare proprio in eventi teatrali organizzati dal carcere. Senza nulla togliere al regista, è guardando all’autenticità e alla bravura degli attori interpreti della famiglia Ciotola, che ritorna in mente la frase del grande Orson quando disse: “In Italia basta prendere una macchina da presa e metterci delle persone davanti per far credere che si è registi”. Oltretutto Napoli in particolare, come città dei contrasti antropologici, della variegata bellezza e della decadenza, è una scenografia decisamente fertile e pronta per raccontare dell’Io collettivo, minimizzando di fatto anche l’azione dello scenografo.

Luciano, affascinato dalla facilità con cui un incapace uscito dal Grande Fratello diventa un “eroe” osannato, si lascia convincere dai figli a fare il provino, perché lui è davvero il “personaggio” dei personaggi ed è sicuro che verrà preso. Con questa convinzione e in maniera misera e impietosa, ma al contempo leggera e in un riuscito equilibrismo tra il dramma e la commedia, il bel condominio maledetto della famiglia Ciotola, che un po’ ricorda le atmosfere domestiche e la cornice del teatro di De Filippo, andrà sgretolandosi in una forsennata ossessione verso il successo, visto come “l’opportunità della vita che capita una volta sola”, fino a perdere totalmente il controllo della Realtà. Parola fondamentale nel film. Reality è un’aberrazione cromatica della realtà, qualcosa di talmente controllato da risultare tecnicamente incontrollabile, muovendosi in maniera persecutoria tra l’esistenza e l’illusione.

Il ruolo del Kitsch non è trascurabile in questo film, questi dettagli costruiscono una sonora visione d’insieme di quella realtà che il reality show vorrebbe scimmiottare, essenzialmente vuota, che sguazza nella soddisfazione di carrozze d’oro coi cavalli, matrimoni sfavillanti, improbabili vestiti sbrilluccicosi, marchingegni da cucina costosissimi e di dubbia utilità o tra gli arredi alla “Arancia Meccanica” della casa del Grande Fratello. L’apparire. Il reality è il più futile Kitsch che ci siamo concessi.

Il finale è sospeso e umiliante e si smorza in una risata amara, lo zoom indietro nel cielo nero disperde i sempre più piccoli e irrilevanti riflettori… È una storia vera, dice Garrone, anche se i protagonisti preferiscono rimanere anonimi. È forse La Storia degli anni zero, esasperata e vista dagli occhi di uno spettatore che è illuso cittadino. E per la seconda volta Garrone si prende il Premio Speciale della giuria di Cannes. What’s the next?

Annunci

12 pensieri su “L’Italia del Kitsch – Recensione del film “Reality” di Matteo Garrone

  1. Andrea, ti faccio i complimenti per questa recensione, è molto bella e riesce inoltre a mettere a fuoco i punti cardine di questa storia . Devo dire la verità, aspettavo questo film, o meglio aspettavo da tempo un film di Garrone che insieme ad Andrea Papini ( rif. La velocità della Luce e Corpo celeste) trovo sia un regista davvero interessante in fatto di soggetti, ripresa e fotografia. Rispetto agli altri film di Garrone, devo dire che questo mi ha un pò spiazzata, in primis anche per ciò che tu affermi, ovvero che il colore del film è dato in primo luogo dalla bravura degli attori che poi alla fin fine mettono in scena quella che è la loro vita normale. Una vita normale che per il borghese risulta grottesca e comica e quindi si ritrova davanti allo schermo a sorridere, se non a ridere, della pacchianeria di un matrimonio, della vendita-truffa del robottino tutto fare da cucina, del linguaggio sboccato delle vecchiette sdentate, di obese cellulitiche in bikini. Ora, poichè a mio avviso è questo che ha costituito buona parte del film e che ha fatto spettacolo, ecco…questa cosa l’ho trovata alquanto fastidiosa. Non nego che durante il film mi sono annoiata parecchio e che solo la fotografia e il finale del film sono riuscite per me ad assolvere questa pellicola dal risultare scontata e piatta. Il finale, come ho detto altrove, assolve il film e concentra il tutto nel tema affascinante e significativo: faccia a faccia con la propria illusione, l’ossessione e la follia.

    Rispondi
    • Grazie!
      Forse il borghese, rifiutando a tutti i costi un’identità con gli attori, ride su quelle scene come il protagonista ride alla fine del film, della stessa risata insomma. E’ quella liberta, dice bene sotto Anna, che Garrone ha scelto come chiave di violino, non tira fuori il dito dallo schermo, semmai ti prende la mano. Quindi ci tengo a sottolineare il ruolo essenziale del Kitsch per inquadrare la portata di questo film!

      Rispondi
  2. Oh! Un articolo che si è fatto attendere quanto la Befana! 🙂
    Ho visto il film, esaurendo una voglia che aveva cominciato a odorare di smania, alimentata dai morsi concessimi dal trailer. Quella famiglia che si inchinava ad un riconoscimento generato dal nulla, dalla sciocchezza collettiva, dai recessi meno illuminati delle umane menti e che imperava nel passaggio del trailer è riuscito ad avere l’attrattiva di uno stupefacente.
    Mi aspettavo troppo. Ho ricevuto tanto.
    L’offerta recitativa è stata di degno livello, consapevolmente capace, a mio avviso, di mantenere un distacco deciso dai colori del reale; un distacco che fosse in grado di indirizzare lo spettatore verso una visione altra e diversa, maggiormente suggestiva e meno aderente. Ha vinto il teatro, mi verrebbe quasi da dire. E, forse, un male non è.
    Raccontare di una simile alienazione e contestualizzarla in circostanze di miseria e ignoranza così assorbenti non era cosa agevole. Il rischio di approntare una sorta di film- denuncia non dissimile da tanti servizi giornalistici o articoli di alta levatura intellettuale (?) era alea assolutamente ponderabile. Garrone ha inteso, secondo me, saltare il fosso in misura decisiva e non ha fatto sconti alle richieste più canoniche della sceneggiatura. Ha osato, ha sfidato il ridicolo, ha puntato l’occhio già sul dopo, sulle conseguenze, sui rischi, che sembrano tinteggiare il film fin dalle prime scene. Poco spazio c’è stato per il reale, per il senso tradizionale, per il tratteggio critico inopinabile. La follia delle tonalità e delle espressioni si denuncia da subito. La ‘normalità’ è intesa come fattore cronicamente a rischio e di rischio. La normalità è spauracchio, e chi non lo avesse ancora compreso si prepari ad essere bersaglio facile.
    Penso che il film sia venuto fuori proprio come Garrone voleva che fosse.
    E reca il pregio, secondo me, di riuscire ad asfissiare il minimo dovuto, lasciando allo spettatore la libertà di addentrarsi o meno nella proiezione più veritiera e impietosa del tutto.
    Personalmente, ho patito ferocemente l’asfissia di una circostanza in particolare: quella sensazione tremenda di avvertirsi centro di attenzione altrui e che, sempre, si origina non veramente dallo sguardo dell’altro ma dalla forza ossessiva con la quale ‘noi’ guardiamo l’altro.
    Ritengo sia una fragilità umana che non farebbe sconti a chicchessia, in determinate circostanze di oggettiva (soggettiva?) destabilizzazione. E, nel film, si esaurisce in maniera straordinariamente crudele nella scena finale, dove la risatina patologicamente soffocante del protagonista compie lo scempio definitivo.

    Rispondi
  3. Sono realmente tentata di andare a vederlo, forse per questa psicosi da reality compulsivo che ancora è presente in questa Italietta dove chi ha un nome e un po’ di soldini è un nuovo ricco, che poi sia grezzo e assolutamente inadatto al ruolo questo è un altro paio di maniche.
    Non voglio dire che chi è benestante al giorno d’oggi è grezzo eh.
    Voglio solo dire che sta diventando mille volte più importante la partecipazione a qualche show per avere quello che un povero cristo si guadagna con sudore e fatica ogni mese, mostrare tette e culi alla lunga dibventerà angosciante lo spero.
    Complimenti ad Andrea.

    Rispondi
  4. Risparmiatevi di vedere questo fil!!!!. A me sinceramente non è piaciuto per niente!!!! Avrei preferito non averlo mai visto.

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...