Le costruttrici d’Oriente – II parte


Cinquant’anni di  indipendenza algerina. Due generazioni (quasi) in pace. Alle spalle, i vecchi e la  guerra, quella fatta senza aerei cyber, ma coniugata comunque  con morti e torture, sopraffazione e stragi,  croci nei cimiteri e fatiscente speranza, umanità senza altro diritto che l’istinto del sopravvivere.

Il ricordo è vicino, fra le disillusioni e la storia portata fra le rughe. Fra le donne, in armi. C’è stata in Algeria una generazione che ha usato armi e parole. Una generazione di poetesse ha parlato, ha costruito cerchi perfetti di parole, fino a divenire bersaglio, e i corpi in parole e carne sono state colpiti nel rosso del centro e hanno continuato a scrivere, celebrando lo spezzarsi della freccia nel loro essere. Si sono scelte forse le più conosciute, quelle che hanno scritto in francese, la lingua della colonizzazione, ma la tradizione orale del Magrebed, non viene enciclopizzata. Il francese era nelle terre algerine degli anni della conquista coloniale, la lingua delle poche donne alfabetizzate (il 4% della popolazione femminile).  Il suo uso era entrato come “prodotto dell’elitè che si confrontava nelle dinamiche del cambiamento sociopolitico economico e culturale della nuova realtà. La sua evoluzione, fin dal 1833, corrispondeva a quella del mercato linguistico e dei suoi bersagli potenziali nella società (oramai) dominata, nella colonia” (Abdellali Merdaci). La prima a firmare un testo letterario è Yasmina Larab, maestra in una scuola  del litorale algerina, dando alla luce negli anni 1928-1930 una serie di racconti – di cui Le tre barche – alla rivista La Voce degli Umili dell’associazione dei maestri algerini di origine indigena.

Il cammino va verso la cima (o il precipizio, dipende da quale Stato si guarda la storia) dopo la Seconda Guerra mondiale; la fronda anti coloniale è il Fronte di liberazione nazionale, un affare di uomini, ma le donne hanno un ruolo non marginale e subiscono tutte la prigionia. Sono quattro i nomi che ricordiamo oggi.

Daniéle Minnie, cambia il suo nome in Djamila. Il nome Djamila Amrane è un nome “in nero”, legato ad una strage in un bar d’Algeri. Djamila ha diciassette anni. Viene incarcerata nella prigione di Pau, dove comincia a scrivere poesie , ed amnistiata nel 1962. Lavorerà presso l’Università d’Algeri fino al 1999, poi si trasferirà in Francia.

No, sorelle mie non sono guarita

ho portato la bokala dai pozzi.

Ogni goccia che cadeva

portava il nome di un fratello ucciso

e ciascuna di queste gocce

Bruciava me per sempre.

Anche Leila Djabali ha diciassette anni quando viene catturata e messa nella prigione di Barberousse, nei dintorni della capitale algerina. La tortura è continua. Ma alla liberazione, il suo canto non conosce l’oblio. L’eversione sarà nelle sue parole, il luogo dove il male si può ritorcere al carnefice, depurandosi dal dolore rovesciandone la nemesi sull’umanità tutta, nell’immortalità del dolore. Il testo presentato è oggi canto universale, tradotto in numerevoli lingue.

Per il mio torturatore, il tenente D…. 

Mi avete schiaffeggiata

– nessuno l’aveva mai fatto –

La corrente elettrica

E il vostro pugno

E quel linguaggio da teppista

Troppo sanguinavo per poter ancora arrossire

Un’intera notte

Una locomotiva nel ventre

Arcobaleni dinanzi agli occhi

Era come se mangiassi la mia bocca

E affogassi i miei occhi

Avevo mani dovunque

E una gran voglia di ridere.

 Poi un mattino, è venuto un altro soldato

Vi rassomigliava come una goccia di sangue

Vostra moglie tenente,

Ha messo lo zucchero nel vostro caffè?

Vostra madre ha osato ammirare la vostra buona cera?

Avete carezzato i capelli dei vostri ragazzi?

Nella prigione di Barberousse viene rinchiusa anche Colette Grégoire, divenuta in seguito Anna Greki, attivista militante del Partito Comunista algerino. I suoi versi si consumano di nostalgia per la terra algerina e raccontano il calvario delle militanti rinchiuse nel carcere.

Anche in inverno la giornata è stata un orto dolce
Quando il collo di Guerza è soffocato sotto la neve
Le granate erano allora che della frutta – solo
La loro pelle sanguinava sotto le delizie di pelle
Ci si nascondeva nella boscaglia per ridere
Soli.I cannoni stavano cercando quel gioco.
E se la montagna di granito saltò
con la dinamite, è stata l’insegnante
Mio padre scavava la strada per la sua Citroen.
Nessuna delle case aveva bisogno delle porte
Poiché le facce si aprivano nelle facce
E i vicini si disperdevano, semplicemente apparivano
La notte non esisteva più fin quando ci addormentavamo

Ora è guerra anche nel mio *douar
ha rubato ai suoi chilometri la gioia
Come le ali in cima ad una grigia farfalla.
Polimorfico e fuma sotto le  baracche zingaresche
Tutta la felicità che poteva nascere e che non esiste più.

(douar,  villaggio berbero)

Sarà un giorno come qualsiasi altro giorno
Un mattino familiare  con le sue gioie conosciute
Collaudato perché sono quotidiane

Con le parole si brucia il cielo
Con le parole si traccia la strada
Che fanno la felicità  una questione di pazienza
Che fanno la felicità una questione d’intimità

E le donne orgogliose di avere il ventre arrossato
A forza di mettere al mondo i loro figli
Ogni alba, le donne si brunano nella pazienza
di chi ha  troppe voci per imparare a tacere.

Come una donna forte con le mani bruciate dall’ acciaio
Tu accarezzi i tuoi figli con attenzione
E quando la stanchezza ferisce la tua pazienza
cammini  nei loro occhi perché possano infine riposare. 

Nadia Guendouz nasce  nella Cashab di Algeri. Prima ancora di divenire infermiera, raccoglie fondi per i ribelli. Ha ventisette anni quando viene arrestata ed imprigionata. I suoi versi figurano nei testi scolastici degli alunni della generazione post coloniale.

“Tu sei ben nascosto mio cuore
Là nel tuo rifugio
Nessuno ti vede
Ben sicuro tu batti
Ma nessuno ti colpisce
Dimmi mio cuore dimmi
Il terrore
I berretti
I carri armati
Non ti colpiscono
Al sicuro dai proiettili
Ma mio cuore
Tu credi
Tu credi ai fuorilegge
Il loro sangue scende in te
E brucia, brucia
Come fuoco di fiamma
E le tue lacrime mio cuore
Sono indegne di te
Tu dovresti balzare
Scagliarti
Gridare
E non piangere” 

La mia città Algeri

La mia città dalle nuvole d’argento

la mia città dai marciapiedi inquinati

la mia città dai rifiuti

generati dai balconi

La mia città ha il vocabolario ristretto

La mia città disarticolata

La mia città aperta

La mia città vacante

La mia rivolta

Nutro

La mia rivolta

Ia cullo

La mia rivolta

Gli ho detto parole d’amore

Perché resti saggia la mia rivolta

Gli narro delle storie

Delle fiabe prima di dormire

Le ho inventate io stessa.

Ma è la mia rivolta

Vive nelle mie abitudini

Vive in casa mia

nella mia moschea

nella città, nel mio quartiere.

Il mio cuore sa la ragione

romba

Grida, urla, grida ancora una volta

furie cancerose l’imprigionano

mio cuore, il mio petto

E all’improvviso mi

manca l’aria

Apro come un pesce 

la bocca le labbra

per aspirare

Il cappio si stringe emissioni

L’aria è sottile. E calmo

Le mie paure le mie ossessioni

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6 pensieri su “Le costruttrici d’Oriente – II parte

  1. Stranamente, durante la lettura del primo articolo, la definitezza tutta di quel “costruttrici” non mi aveva indirizzato le sensazioni tanto quanto, invece, ha fatto adesso.
    Un termine che veste e investe, senza altro dover aggiungere. Così, l’articolo diventa, magicamente, una esplicazione puntuale e cesellata di quella espressione, recandole corpo e prospettiva.
    Ho trovato profonde differenze nei due articoli, probabilmente perché essi si sono spartiti le informazioni in maniera sapiente; nel primo guardavi i volti, le vesti, le tinte, qui ascolti le voci, i sussurri, i pensieri.
    E la circostanza che maggiormente colpisce l’immaginario è la consapevole, perpetuata, ferma assenza di grida.
    Molto bello.

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