“TUTTO IL RESTO” E GLI SCRITTORI PRECARI: a dieci dita con Simone Ghelli.


R.: Una sensazione di impietosa delusione che smuove menti e istinti e creatività e mani e dita e testa, di quelle persone che hanno scelto consapevolmente, nel loro intimo, di essere scrittori. Il senso di frustrazione profonda che provoca la consapevolezza di doversi probabilmente “spendere male”  per vedersi riconosciuto il ruolo scelto. Quindi, l’istinto di sopravvivenza che porta qualcuno o molti a tentare il tentabile, ad inventarsi modi e spazi, ad usare quanto più possibile i mezzi a disposizione per emergere senza piegarsi a quanto sta succedendo (da anni ormai) in questo “sporcato” mondo della letteratura. Quando questo istinto di sopravvivenza diventa impegno attivo e concreto ci si trova di fronte a realtà di bellezza autentica. Cercando nel web, contenitore ancora poco riconosciuto e mezzo veicolante di scrittura (e di mille altre arti) incontriamo temerarie menti che sono ben lontane da quello che ormai ci vuol far conoscere il mercato editoriale in genere, propinandoci libri che poi ritroveremo in autogrill scontati o, ancor peggio, facendoci pagare il nostro “prodotto”.

Credo si debba,  tra questi pixel che ci permettono tanto, quanto più possibile dare spazio a tutto il resto, perché se è ancora probabile un cambiamento noi è lì che dobbiamo guardare.

Scrittori precari è già molto di tutto il resto…

 E’ un collettivo che nasce nel 2008, nel loro blog (http://scrittoriprecari.wordpress.com/) si descrivono così: “Scrittori precari  nasce come rivendicazione della centralità della scrittura e della sua condivisione attraverso la lettura pubblica, in particolare nelle forme di una narrazione in grado di declinare questi nostri anni sacrificati sull’altare della flessibilità …” . Dunque la lettura pubblica come ponte tra chi scrive e chi ascolta, ritrovando e rivisitando a mio parere, in qualche modo, l’antico ruolo dell’oratore. L’impegno sociale palesemente chiarificato nel lavoro di questo gruppo di persone e il riconoscimento cosciente della loro precarietà di vita, che se essere precari significa questo con fierezza vorremmo esserlo tutti.

S.: E tutto il resto penso che sia tanto, forse la maggior parte…

È il gesto ad esempio: ché quello esce per forza di cose dalla pagina scritta. Il gesto di ritrovarsi, per l’appunto, e d’inventarsi tempi e spazi.  Sentiamo da tempo l’esigenza di uscire dallo schermo, di dare corpo per strada alla parola: è questa gestualità a tenerci uniti da così tanto tempo. E anche il modo di non prendersi mai troppo sul serio, certo. È il motivo per cui preferiamo tenerci a distanza dalle polemicucce letterarie: perché c’interessa in primo luogo raccontare – a voce o per scritto, su carta o su schermo. Credo che questo sia l’antidoto migliore nei confronti del senso di frustrazione e della coscienza dello “spendersi male”: nel senso che nella dimensione del raccontare si esce fuori dal dominio del mercato (che invece riguarda senz’altro aspetti come il pubblicare o il lavorare in una redazione), per entrare in uno spazio in cui l’unica moneta è la parola. La delusione si può semmai presentare quando ci si affaccia sull’abisso di un orizzonte vuoto – può capitare, e ci è capitato, di avere un uditorio scarsamente popolato, ma guai a dare la colpa a chi non c’è (e qui può venire in soccorso l’ironia, quel non prendersi troppo sul serio che non è certo sinonimo di sciatteria, bensì di semplice buon senso). Troppo facile dare infatti la colpa ai lettori, a una massa indefinita alla quale ci s’interessa solo quando fa comodo – quegli ignoranti dei lettori che non ci comprenderebbero. Preferisco invece pensare agli scrittori, che troppo spesso ignorano il lavoro dei loro colleghi, salvo poi lamentarsi perché i loro libri non vendono, perché non sono letti. Mi chiedo perché i lettori dovrebbero interessarsi al loro lavoro, quando questi scrittori sono i primi a pensare esclusivamente a se stessi. Ecco, mi pare questo il principio su cui si fonda il nostro collettivo: qualcosa che azzarderei definire come una propensione all’ascolto, al pensarsi lettori prima ancora che scrittori. E precari, certo, perché poi nasce tutto da là: da lavori che vanno e vengono e che hanno ridefinito il nostro modo di vivere il tempo – un tempo frazionato e perennemente a scadenza, che non poteva non influenzare il nostro modo di raccontare.

R.:

S.:

R.: Ci fumiamo una sigaretta?

S.: Sì, anche se cerco sempre di smettere.

R.: …quella cosa della propensione all’ascolto, lettori prima ancora che scrittori. Mi piace.

S: Piace anche a me, a dire il vero. Alla fine è più il tempo che passo a leggere di quello in cui sto impegnato a scrivere. Non è che uno debba per forza avere sempre qualcosa da dire.

R.: Benedetta condivisione che sempre appaga…

S.: Non lo so se sempre appaga: per certo è faticosa. Devi sempre stare in gioco, confrontarti, trovare nuove strade. Di certo non è come fare il genio chiuso nella propria casetta. Quello sì che è benedetto: nel senso che si dipinge in stato di grazia.

R.: Beh, qui sarebbe necessario rivisitare un po’ il concetto di: senso di grazia… ma così rischiamo di finire fuori tema.  Dove sarete prossimamente con scrittori precari?

S.: Il 13 ottobre alle 16 saremo al C.S.O.A. Ex Snia di Roma per Logos – Festa della Parola. Il 20 e 21 ottobre ci troverete invece in giro per la manifestazione Mal di Libri, che si terrà nel quartiere Pigneto, sempre a Roma. [*] [**]

R.: In azione continua. Grazie Simone.

[*] http://www.logosfest.org/ –  http://www.logosfest.org/

[**] la lettura a Logos è stata spostata a domenica 14 ottobre alle ore 17.

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37 pensieri su ““TUTTO IL RESTO” E GLI SCRITTORI PRECARI: a dieci dita con Simone Ghelli.

  1. ormai molti sono gli scriventi,speso anche scrivani,alcuni scrivanie,pochi gli scrittori e pochissimi quelli che si occupano realmente attivamente, non tanto di racimolare premi ed avere una vetrinetta di pastine e pasticcini, ma della realtà della vita, di essere uomini e donne fortemete innestati anche nella politica intesa e guardata dentro la sua più ricca radice umana.f.f.

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  2. A parte l’articolo, carinissimo, scritto anche bene…bah, io non condivido molto i principi che portano al concetto di ” precario” e a tutta l’analisi fatta che porta sempre allo stesso punto morto : perchè il libro non si vende? perchè nessuno legge o si interessa?.E non ditemi che la questione non è questa, perchè se no che si scrive a fare allora? Io direi che è davvero ora di smetterla con questa figura dello ” scrittore incompreso” e bastonato dalla società. Scegliere di fare lo scrittore, per la precisione portare il pane a casa tramite il mestiere di scrivere, non si differenzia molto da qualsiasi altra attività imprenditoriale in cui ci vuole intraprendenza, inventiva, coraggio di rischiare e un buon capitale iniziale per finanziare l’attività, per non parlare del coraggio di essere pronto a tutti i tipi di rischio tra cui anche grosse stroncature qua e là.Lo scrittore non è a mio avviso il messia della società e il lettore non è il pozzo senza fondo che deve per forza essere rimpinzato di ogni lagna o capolavoro che viene prodotto. Il lettore sceglie, si disinteressa, si appassiona, ricerca, ha il sacrosanto diritto di fare ciò che gli pare, pure infangare il libro e lo scrittore. Vi ricordo che questo succede anche con i prodotti del Mulino Bianco, tanto per fare un esempio. Il libro è un prodotto come tutti gli altri e come tale ha il suo mercato ben determinato, mercato appunto influenzato da numerosi ed incontrollabili parametri ,ecco perchè in quest’ottica, dico che personalmente preferirei vendere panini. Comodi, veloci, pratici con una domanda di mercato che copre il 100% della popolazione. Cosa vorrebbero gli scrittori portare il libro al livello di un panino? Ovvio che non è possibile e tutte le disamine del caso sull’argomento diventano un pò retoriche sinceramente.

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  3. @llmezzanottell:
    scusami, ma non capisco dove si parli di “scrittore incompreso”.
    Quanto alla questione della precarietà, noi ci riferiamo a una condizione lavorativa in generale, che è l’elemento che fa da collante al nostro collettivo, e non all’idea di una presunta condizione precaria dello scrittore in quanto soggetto privilegiato.

    Simone

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    • Simone guarda…ho letto ” Mal di libri” , ” centralità della parola”, ” la parola come unica moneta” , ” rivisitare il ruolo dell’oratore” , ” ponte tra chi scrive e chi ascolta” a parte questa idea , che certo vorrei approfondire, non fosse altro che così su due piedi mi pare un pò sull’onda di quella di una nuova religione o confraternita e mi fa rabbrividire quasi, ti stavi riferendo alla situazione lavorativa in generale del precariato? No perchè qui si esordisce con il parlare del mercato editoriale ecc…ecc…Lo ” scrittore incompreso” non è nominato certo, l’ho tirato in ballo io per quello che mi è parso il succo del discorso.

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    • prima di commentare, voglio avvertire simone, che in questo “non luogo” ho deciso che ci sia libertà con conseguente differenza di menti e piaceri e commenti.
      Non voglio che si pensi, questi invitano persone a scrivere e poi li massacrano.
      ognuno di noi porta qualcosa in questo centro sociale e come in un centro sociale si discute che sia bello o brutto, accetto l’assenso come il dissenso, niente salottini CULturali, che trovo in rete dove necessariamente ci dev’essere il commento positivo.
      Ovviamente vi escludo dai salottini, perchè cerchiamo sempre qualcosa o qualcuno che si muova controcorrente.
      Detto questo ora passo al commento.
      Sono felice di avervi ospiti qui e sono felice che sia stata Roberta a farlo, ci siamo ritrovate dopo anni di lontananza o meglio io sono convinta di un periodo necessario di crescita interiore per entrambe.
      Un’intervista fuori dai canoni soliti, come qui sappiamo dare…e soprattutto degni ospiti alla mano per me.
      Sono convinta che il vostro gruppo andrà avanti per molto…lo scrittore incompreso, credo che sia una questione che riguarda la letteratura in generale, lo vedo io stessa come direttore di collana in una casa editrice…però non basta saper impugnare una penna per diventare Scrittore, l’incompreso credo che sia più quello dalla parole buone sommerso nel pout pourrì di cose che arrivano da ogni dove.
      Il precariato, potrei unirmi anche se sono più disoccupata che precaria.
      Io sono convinta del vostro progetto ergo per me continuate così.

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  4. “Scrittore incompreso”? È il concetto posto a fondamento e ad origine di tutto il ‘comunicato’; ma, poiché manca sempre quel bronzo sulla faccia che ci consentirebbe di gridare ” io sono uno scrittore fighissimo e quello che osservo e restituisco e assolutamente più valido/utile/affascinante/interessante rispetto a tanta robaccia che è in giro”, soccorre alla lacuna quella sorta di dimessa espressione dietro la quale si nascondono le ire più funeste.
    Ed è questa ipocrisia a infastidire oltremodo.
    Perché, in realtà e come ha ben detto Mid, l’Arte non è prodotto valutabile secondo leggi di mercato o presunte tali, non costituisce un mestiere canonicamente inteso, non impiega, non assume, non assolda e questa non-caratteristica costringe gli ‘insoddisfatti’ a dover comunicare il loro malessere partendo da altri (fittizi e fallaci) punti di osservazione ed espressione.
    Personalmente, non amo nemmeno i salotti in cui si dichiara “noi artisti, voi coglioni”, ma almeno, lì, c’è una logica (noiosa, a mio avviso) di presunzione ed egocentrismo che sorregge il tutto senza fare acqua.
    Insomma, sopporto l’artista megalomane ma detesto, senza appello, le piccole fiammiferaie dell’Arte.

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  5. Mi pare evidente che non vi piaccia il nostro approccio alla scrittura e alla lettura (preferite il genio, va bene: io non ne conosco) però non mettetemi in bocca parole che non ho detto: addirittura accusarmi di voler fondare una nuova religione mi sembra al di là delle mie modeste possibilità 😀

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    • No Simone scusami, forse mi sono espressa male : io personalmente non ti accuso di nulla, vorrei chiarire. Ho solo detto che certi principi che tu hai espresso, a me sembrano dei precetti quasi religiosi. Ho detto comunque che sembra a me, non che è così e dunque è verità assoluta. Non ho neanche detto che non mi piace il vostro approccio o che preferisco il genio, ma chi è il genio, non ho capito a cosa ti riferisci.La vostra iniziativa è molto carina, quello che non mi va è un pò ciò da cui prende le mosse e tutta la solita storia dell’editoria, degli interessi personali , il male dei libri…e bla bla bla…Il libro è sempre stato un prodotto anomalo sin dalla storia che fu, ha sempre avuto un mercato infame alle spalle e spesso scrittori eccelsi del passato sono stati del tutto ignorati e bistrattati, quindi cosa c’è di nuovo oggi? A mio avviso nulla, a parte la storia che nel mondo del libro ci stanno entrando tutti, cani e porci. Tutti scrivono, tutti vogliono farsi leggere e ascoltare, tutti ne parlano….Ecco è tutto qui. Il mio è un discorso generale che nasce anche in base alla vostra iniziativa. L’oratore dici…perchè no, non è un’idea malvagia, guarda la trovo anche coraggiosa e propositiva, ci mancherebbe, solo che l’oratore che diffonde la parola perchè se ne comprenda il valore ” è un concetto che mi fa pensare a certe messe cantate, in cui davanti a certe filippiche ti ritrovi a dire : ” Che sonno ! ” Il valore della parola dici? Come ogni valore è un valore che ognuno intimamente coltiva e che è direttamente connesso con una certa sensibilità al mondo dell’arte. Un valore che comunque ognuno va a cercarsi, a coltivare e che di certo non manca se vuoi. Credo che nessuno abbia il bisogno di esserne persuaso in tal senso. Detto questo, nessun massacro tengo a precisare, solo una discussione in merito a temi che interessano tutti noi.

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  6. Mi spiace che ti sia sembrata una filippica, alla fine si voleva solo parlare dell’idea della narrazione come oralità (la quale non è certo in contraddizione con il libro scritto)… ti assicuro che non potrei essere più lontano da posizioni da santone o robe del genere… comunque, se ti capiterà di vederci dal vivo magari ti farai un’idea più chiara 😉

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  7. Io dico che qui davvero, nella fantasia di chi legge, si sconfina in territori che nessuno in questa sede ha mai neppure immaginato. L’intervista mi è parsa molto chiara, non ho letto sottintesi, non ho accusato alcun disturbo da parole che potevano evocare sette o altro, e nemmeno ho minimamente pensato che questo collettivo abbia come fine ultimo vendere o lamentarsi del perche non si vende un libro ( ma anche fosse?). Piccole fiammiferaie dell’Arte? Ma che significa? Nuova religione o confraternita? “manca sempre quel bronzo sulla faccia che ci consentirebbe di gridare ” io sono uno scrittore fighissimo….” Sinceramente mi sembra che sia tutto un altro film questo. C’è chi muore di lavoro precario (passatemi l’esagerazione ma neanche tanto a ben vedere sentendo i fatti di cronaca) e qui che c’è un collettivo che impiega il suo tempo precario (per usare il termine dell’intervistato che tra l’altro spiega chiaramente cosa intende) a “raccontare” (forse anche per non dare di matto), che si fa?? Si affonda un coltello nel fianco? Ho visto solo un gruppo di persone che ama la parola e la vuole diffondere oralmente. Che male c’è in questo?? Boh.

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    • ” Una sensazione di impietosa delusione che smuove menti e istinti e creatività e mani e dita e testa, di quelle persone che hanno scelto consapevolmente, nel loro intimo, di essere scrittori …..”

      così esordisce Roberta. Ora penso che questo esordio non possa dare adito ad equivoci e posso dunque tranquillamente tralasciare altri punti focali dell’articolo. Nessuno ha detto che è un male l’iniziativa : poi ci mancherebbe, c’è chi come me preferisce leggersi un libro in solitudine, un libro che scelgo e di mio gusto, piuttosto che stare ad ascoltare, ma questa è un’altra storia. Se in questo articolo si parla di un’inziativa che ha un obiettivo ben preciso e riporto dall’articolo che quest’ultimo è creare un ” ponte tra chi scrive e chi ascolta ” , ” è un impegno sociale ” , ” la parola come unica moneta per uscire dal dominio del mercato ” , scusate, a me queste affermazioni risultano quanto meno pretenziose e inoltre trovo che abbiano il colore di certi predicozzi insopportabili. Se qui ci fosse scritto che il tutto viene fatto con l’obiettivo di alimentare una passione , per rinfocillare sempre l’entusiasmo, per divertimento, io non avrei detto A.

      Rispondi
  8. Federica, io ho, invece, colto attinenza fra ciò che ho rilevato e ciò che ho detto (del resto, in caso contrario non l’avrai detto :)).
    Mi spiego con più puntualità, per quanto mi sia possibile.
    Nell’espressione “sporcato mondo della letteratura” non possono rinvenirsi equivoci di sorta (a meno di voler fare quei clamorosi passi indietro che spesso ho visto perpetrare ai danni della propria, tentata, verità ed
    affermazione, nel qual caso, lo dico fin da subito, lo scambio non potrà, per me, continuare ad essere realistico).
    Dunque, che si dica a gran voce e senza mediazioni Chi o Cosa sporca.
    È nell’assenza di presa radicale di posizione che, personalmente, rinvengo quel famoso bronzo mancante. Ed è sempre in quei paraggi che scorgo mantelline da piccola fiammiferaia.
    Se si fosse detto tutto ciò che si è detto senza preamboli, senza sottolineare l’attuale impurità del mondo letterario, senza lasciar intendere che ‘se non c’è spazio per la vera Arte è perchè l’Arte presunta ne usurpa intenti e luoghi di espressione’, beh, certamente anch’io non avrei trovato spunto per le mie parole.
    Resta, ripeto, un dibattito assai interessante. 🙂

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  9. Mi permetto di lasciare un commento in questo spazio, nella speranza venga accolto come suggerimento. Spero gli autori del pezzo non si sentano e non si siano sentiti costretti alla “difesa”, perché leggendo i commenti appena sopra, non mi pare si tenti un approfondimento di ciò che viene proposto, (che se non di interesse forse meriterebbe meno energie, magari da spendere in letture solitarie). Mi pare invece di scorgere fastidi personali. Forse mi contraddico, perché sto evidentemente rispondendo a voi commentatori e per di più lo sto facendo esprimendo un mio fastidio. Solo speravo di rintracciare nei vostri commenti qualcosa di più, rispetto all’argomento e mi dolgo del tempo dedicato a voi. Credo sarebbe molto interessante ripensare gli scopi di un dibattito, prima di impegnarsi in esso.

    Rispondi
    • Per me c’è il dialogo invece.
      Il dire ciò che si pensa e proporlo e discuterne è un dialogo a mio avviso, non so se è abituata a luoghi dove ci deve essere per forza l’assenso perpetuo e che ogni commento è una “leccatina di culo” donata all’ospite di turno.
      Qui vige la democrazia, non verrò a dirti devi pensarla così, ma pensala un po’ come ti pare, dillo e discutine se serve.
      In questo “non luogo” il dissenso è accettato nello stesso modo equo e solidale dell’assenso, purchè si parli e si discuta con un’immaginaria pinta di birra in mano.

      Rispondi
    • Nessun fastidio personale. Non conosco personalmente gli autori e spero di poterlo fare in futuro, tanto per chiarire. Mi verrebbe da chiederti cosa intendi tu per dibattito, e di cosa secondo te Goliarda si dovrebbe discutere, dal momento che io mi sono attenuta a parlare dei loro principi ispiratori e di libri in generale, esulando ovviamente dalle singole persone e loro vicende personali. Di cosa dibatteresti in questo articolo? Sono curiosa

      Rispondi
    • Signora Goliardata, il suo commento lo trovo estremamente fuori luogo. Innanzi tutto le vado a spiegare, qualcosa che in teoria dovrebbe essere palese ma che mi vedo costretto a ripetere. Gli altri e RIPETO ALTRI spazi funzionano in modo completamente opposto da WSF.
      Si postano i cosidetti compagnucci di merende e li si riempie di compimenti, con la totale connivenza degli altri redattori. Capirà sicuramente che in tutto questo l’arte non è minimamente condivisa ma bensì relegata a mero intrattenimento in favore dei rapporti personali.
      L’amicizia e il perbenismo non possono, anzi non devono prevaricare sul giudizio critico dell’artista in questione.
      Altra considerazione…ci siamo un po’ rotti le scatole di persone che vengono a casa nostra, sporcano il pavimento e poi pretendono di insegnarci come ramazzare per terra(metafora forte ma che rende l’idea). Siamo sicuramente una massa di incompetenti, reietti e poco amati dalla rete ma altrettanto le posso asserire con estrema certezza che tacciarci di superficialità è un modo, questo sì superficiale, di descriverci.
      Spero lei possa ripassare, testando il valore di WSF e magari “consigliandoci” dei veri miglioramenti.
      Un saluto.

      Rispondi
  10. A me questi ragazzi sono sempre piaciuti, ma venendo al merito del post, pur trovando il loro lavoro affascinante, ho mille dubbi su quanto affermano riguardo alla potenza della lettura in pubblico che a mio avviso può completare sì, ma crea spettatori più o meno passivi andando forse ad annientare il potere metafisico di una parola letta che dal foglio schizza nella testa facendo un gran casino e te la porti al letto, a fumare la sigaretta e ci vai in giro col cane. Forse uno scrittore ha bisogno di pensare che sta creando un mondo nella vita di qualcun altro di cui non vedrà mai la faccia…è un pensiero erotico. L’oratore oggi si scontra con teste detestate e orecchie disabituate all’attenzione verso qualcosa che duri più di proclami o slogan. Magari mi sbaglio. Bel post!

    Rispondi
  11. Sottoscrivo tutti gli scambi seguiti, ovviamente, per l’intelligenza e la pacatezza che li hanno caratterizzati.
    Riservandomi la libertà, invece, di non rispondere a Goliarda, considerato il piano sul quale sembra voler trascinare il dibattito! 😀

    Rispondi
    • La quale Goliarda, parla di aspettativa di approfondimento, ma ella stessa poi anzichè approfondire e darci così un esempio di come si dibatte, si spende nella critica ai commentatori anzichè agli autori. Un pò di coerenza ancorchè di verità illuminanti circa la definizione di dibattito, non guasterebbe. 😀 Che di un commento così “(che se non di interesse forse meriterebbe meno energie, magari da spendere in letture solitarie) ” se ne può fare anche a meno.

      Rispondi
  12. E’ bello vedere tanti commenti, altroché. Io credo che qualche malinteso nasca dal fatto che con Roberta abbiamo voluto creare comunque un testo che avesse una certa “letterarietà”, e forse questo può esser sembrato a tratti pretestuoso.
    Quello che posso dire è che nessuno di noi 4 “scrittori precari” campa coi libri, che facciamo dunque tutto per passione (su queste cose ho scritto diversi interventi in vari siti, ma non voglio ammorbarvi e dilungarmi con link e altro), con la speranza certo di ripagarci almeno le spese quando ci spostiamo e cose di questo tipo… quando leggiamo in pubblico non lo facciamo per indottrinare o cose del genere, bensì con l’intento di divertirci e divertire, di raccontare storie che possano riguardare non solo noi ma anche gli altri… forse è poco, ma a pare già molto 😉

    Rispondi
  13. Rettifica in corso: la nostra lettura a Logos è stata spostata a domenica 14 ottobre alle ore 17.
    Grazie
    Simone

    Rispondi
  14. Mi persuade quanto meno al dubbio, la risposta di Simone. Il che, unito all’apertura con la quale ha dato modo di partecipare a questa discussione, mi fa, altresì, propendere per una conclusione assolutamente felice di tutta la faccenduola 🙂

    Mi piacerebbe, in ogni caso, e magari con altra collocazione, approfondire il discorso originato da questo post e relativo al ‘poco bronzo’ sulla faccia degli artisti insoddisfatti. Sarebbe auspicabile, a mio avviso, nonché foriero di grossssssissime novità sul tema, che tante persone che bazzicano le svariate forme artistiche iniziassero a gridare la ‘propria’ verità (una apparente contraddizione in termini che adoro perché sottrae canonicità ad entrambi i concetti) con spocchia, con arroganza, con presunzione, senza temere di essere accolti con un sonoro ‘mavaccagare’ all’atto dell’affermata propria superiorità artistica rispetto a gran parte dell’intorno. Sarebbe interessante (assai più di tanti dibattiti noiosi sull’editoria, i premi, i numeri, gli scaffali commerciali, i discepoli da indottrinare), divertente, stimolante, coraggioso, leale.
    Del resto, a mio avviso, l’Arte DEVE macchiarsi di colpe e quella di ritenersi ‘superiori alla marmaglia’ mi sembre, invero, una colpa deliziosa assai. 🙂

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