Maryam Pezeshki : Alice e il peso delle meraviglie


Io non mi inserisco facilmente in un filone preciso, anche se c’è un collante comune tra tutte le cose che faccio; sono molto attenta ai miei sogni. ” Maryam Pezeshki

Maryam Pezeshki è una visual artist.  Scenografa, illustratrice, pittrice e scultrice,  l’arte di Maryam è magicamente poliedrica e giace in una oscillazione quasi  incantata tra una dimensione di fiabesca e studio razionalissimo delle forme. Artista camaleontica fonde arte e tecnica, filosofia e  personale simbolismo,  in un  particolarissimo intreccio sognante.   Tutti i suoi lavori sono caratterizzati da un’impronta che non rinuncia mai alla dimensione immaginifica ed estetica che anzi si fa armonico punto di equilibrio con la tensione del mondo reale. Tra le sue passioni più sentite, spiccano il teatro e la scenografia teatrale.

SCULTURE

La scultura di Maryam è influenzata dalla dimensione del sogno e del simbolo, attribuendo all’arte tutta  una dimensione e potenza prettamente premonitrice. Ogni sua creazione che sia dipinto o scultura, è una manifestazione dell’inconscio soggettivo a cui ella si affida completamente lasciando al tempo il potere chiarificatore del  significato.

DIPINTI  E ILLUSTRAZIONI

Dal set scelto di dipinti e illustrazioni è più evidente come l’artista non sia legata ad uno stile preciso e definito. Ha infatti dichiarato in un’intervista – cfr . nota 1 – : ” Io mi trasformo in continuazione, mi perdo e mi ritrovo e di nuovo mi perdo. Non sono legata a uno stile preciso e definito. Amo usare linguaggi diversi perché provo stati d’animo variabili. Questo linguaggio a volte è tridimensionale, a volte bidimensionale e alle volte piatto. Rimango sempre un allievo che nel suo percorso infinito di sperimentazione, cerca una sagoma, ci si spande dentro, esce e trova un’altra sagoma, ma la sostanza rimane sempre il sogno con gli occhi chiusi. Ciò che sento e guardo con gli occhi chiusi o aperti mi riguarda e mi sente. E’ uno scambio reciproco di energia. Qualche volta gli occhi sono due elementi ornamentali. Per vedere la forza dell’anima, non necessitano gli occhi spalancati. Con gli occhi chiusi ci si vede meglio, ci si vede quello che si vuole.  “

NOTA 1 :  Intervista a Maryam Pezeshki :  http://www.psychodreamtheater.org/maryam-pezeshki-contactart.html

BIOGRAFIA:

Nasce a Tehran il 18 agosto del 1977. Inizia a dipingere a tre anni. Il suo primo quadro fu un Pinocchio. Partecipa a concorsi e a festival nazionali e internazionali di pittura tra i bambini asiatici e iraniani, vincendo ogni volta il primo premio. A dieci anni partecipa a un programma televisivo che s’intitola “I piccoli Grandi Artisti”. A quattordici anni vince il premio del miglior disegno e scultura tra gli adolescenti iraniani, e s’iscrive al liceo artistico, continuando a fare le prime mostre personali di scultura, pittura e disegno. Dall’età di diciasette anni fino ai dicianove, vince per tre anni consecutivi il premio nazionale di miglior scultura al festival dei giovani. A diciasette anni s’iscrive all’Università dell’Arte nel settore grafica e a ventuno si laurea con il massimo dei voti. Nello stesso anno comincia a studiare per il master di grafica e riesce a d essere tra i sette studenti ammessi. A venticinque anni conclude i suoi studi e vince un concorso per l’insegnamento di disegno e scultura all’Università dell’Arte. Nel frattempo visita i musei Europei e Indiani. Affascinata da Firenze, decide di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Firenze per studiare scultura. Nel 2008 si laurea in scultura con 110 e lode e nel frattempo partecipa a mostre di pittura, illustrazione e scultura a Tokyo, Firenze, Roma e Bologna. Nel 2009, sempre all’Accademia di Belle Arti di Firenze, s’iscrive al biennio specialistico di Scenografia Teatrale (Scultura per il Teatro) e si laurea nel luglio 2011. Una delle sue passioni è il teatro e la scenografia teatrale. Lavora nel campo della scenografia e contemporaneamente recita nella compagna teatrale del Centro Internazionale di Teatro con la regia di Olga Melnik.
Le sue realizzazioni scenografici e teatrali sono:
– più di trenta mostre di illustrazione, pittura e scultura in Iran, Giappone, Italia;
– realizzazione pittorica dei fondali con lo scenografo Raffaele Del Savio, scenografie per balletto Don Chisciotte, presso il Teatro dell’Opera di Roma (marzo-aprile 2010);
– partecipazione a Simposio Marmo, Pontremoli (agosto 2010);
– progettazione, realizzazione e rappresentazione per il balletto “Per altri occhi” al Teatro Verdi di Montecatini Terme (marzo-giugno 2010);
– progettazione e realizzazione delle maschere per la rappresentazione di “Tutto nel mondo è burla” da “Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare, a Rocca Campiglia M.mma (4-5 agosto 2010);
– partecipazione al tirocinio “Scenari digitali”, Laboratorio di Formazione Creativa, Teatro Studio di Scandicci, Prof. F. Crisafulli, 2009;
– stage per tecnico delle luci e macchinista al Teatro Della Pergola, 2010;
– assistente alla realizzazione pittorica dei fondali per “Ernani” di Giuseppe Verdi con lo scenografo Raffaele Del Savio, nella stagione d’opera 2011, Bologna Teatro Comunale;
– realizzazione delle scene di “Salomè” di Oscar Wilde, per la regia di Olga Melnik, Teatro La Fonte (recita anche nella parte di Salomè) 2011;
– realizzazione delle scenografie – sculture, cornicioni, lampioni – per la “Traviata” di Giuseppe Verdi per l’Arena di Verona, presso il laboratorio di scenografie Barbaro, 2011;
– partecipazione a Simposio Marmo, Pontremoli (agosto 2011);
– decoratrice alla biennale dell’Antiquariato di Firenze a Palazzo Corsini (settembre 2011).
assistente alla realizzazione scenografica di (I Masnadieri) per il Teatro San Carlo ci Napoli, nel febbraio 2012
Mostra personale di scultura e pittura “Alice e il peso delle meravigile” a Palazzo Bastogi di Firenze”regione toscana”, nel maggio 2012.
vincitore di Extempore by Subbiano 2012

Facebook Page : http://www.facebook.com/pages/Maryam-Pezeshki-Art/304798179545007?ref=ts

Articolo di Mezzanotte

L’esoterismo alchemico di Cesare Minucci


Cesare Minucci, nasce a Salerno nel 1973, oltre a sue mostre private ha partecipato anche a mostre di pubblico rilievo.

Amante delle texture di Klimt, è a lui che si ispira principalmente nella sua arte digitale. Forma d’arte spesso svalutata, in quanto, si pensa che sia frutto di semplici “lavori computerizzati”, e che sia lasciato poco spazio alla bravura insita nel genio. Basta guardare una semplice opera di questo eccezionale artista per capire che non è così. Ogni lavoro è frutto di profondi studi dell’immagine e delle sue possibili fusioni. Come è possibile osservare da soli, i pennelli digitali, i filtri e i vari software grafici, non sono che  uno strumento nelle dita di questo moderno “pittore” che dà voce alla propria anima … Osservando le sue opere ci si sente sospesi in ammaliata osservazione, sull’abisso tumultuoso e vivo risvegliato dalle sue creature.

Con le sue “armi” tecnologiche riesce a sondare gli inferi della propria anima e quella della società, riscoprendo non solo se stesso, ma aiutando anche l’osservatore che cammina e sente (proprio come lui) a riscoprire gli aspetti più profondi della propria persona.

Come l’osservatore più ferrato in materia avrà notato, nelle creazioni di Minucci è possibile riscontrare una vasta presenza di elementi e tematiche esoteriche ed alchemiche con cui l’artista si nutre da diversi anni. Tuttavia è possibile capire che la maggior parte dei lavori non sono che un vero e proprio dialogo interiore dell’artista, il quale –come già detto – ci aiuta a penetrare in noi stessi.

FRAMMENTI

È nei frammenti (raccolta di opere) che inizia realmente la scoperta del nostro artista digitale. Qui Cesare Minucci con le sue capacità da alchimista, crea una vera e propria pietra filosofale – panacea di ogni debolezza dell’animo -, guidandoci con la sua stessa anima, a mo’ di psicopompo, dalla “disgregazione” dell’illusione materiale, ad una coagulazione dei “pensieri assemblati” dove l’oro risplende oltre noi.

LA MIA ANIMA

Con la serie di opere che sono racchiuse sotto il nome “La Mia anima”, Minucci, tenta seguendo le teorie freudiane di dare voce al proprio “Id”, cito l’autore: «l’Es (o Id), quella istanza intrapsichica che “rappresenta la voce della natura nell’animo dell’uomo”. L’Es, infatti, contiene quelle spinte pulsionali di carattere erotico (Eros), aggressive ed auto-distruttive (Thanatos) che sono il modo squisitamente umano in cui gli istinti si sono evoluti. È l’istanza intrapsichica più arcaica della nostra mente ed è definito anche inconscio (a differenza dell’Io che è parzialmente inconscio ma contiene anche la maggior parte degli elementi consci)».

In questo percorso illustrato si rivede la forza dell’artista, che si risveglia per ergersi aggressivamente, fino ad andare oltre le immagini della mente razionale e sondare gli archetipi.

HUMA-NO-ID

Le sue opere legate dal nome “HUMA-NO-ID” sono (come l’autore stesso dice) una provocazione alla psicoanalisi moderna, che ha completamente perso il ricordo della parte più interiore e pura dell’uomo: l’anima ancestrale. Ed è questa anima ancestrale che viene ricercata particolarmente attraverso queste opere.

L’uomo, detentore del libero arbitrio, non è schiavo della propria psiche ma artefice del proprio destino.

Riguardo alle stampe l’artista tende a precisare, che anche nelle opere digitali ogni immagine ha proprie peculiarutà, infatti in una sua intervista dichiara: “Tutto è riproducibile, ma nulla è simile anche nell´arte digitale, se la stampa non è in serie, si hanno, per calibrazioni e “tagli” ogni volta diversi, una sorta di opere uniche per quanto uguali, almeno apparentemente”.

Nella sua più recente evoluzione artistica, Minucci s’è avvicinato anche a creazioni d’artigianato. Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo al riguardo.

Com’è nato il progetto ARTEM e in cosa consiste?

ARTEM (che ovviamente sta per ARTigianato Esoterico Minucci) nasce da una intuizione involontaria. Nonostante il mio stile pittorico appartenga alla digital art,  i miei lavori subiscono sempre, dopo la stampa, una elaborazione manuale. La manualità è sempre stata parte fondante del mio Spirito Artistico. Dai Telai alle cornici prodotti da me, recuperando materiali o oggetti che a prima vista non si prestano allo scopo, ho sempre avuto quel fattore “percettivo” che mi forniva quella visione ulteriore, il “vedere” oltre la forma intuendo la possibile “trasformazione” dell’oggetto; per intenderci: come lo scultore che avendo un blocco di pietra dinanzi, in esso già vede la scultura delineata … così, ARTEM è nato così, come evoluzione di una predisposizione già prepotente e, come ogni mio progetto, non nasce mai da uno studio a tavolino di fattibilità bensì quasi come sfida con me stesso. Nel caso di ARTEM, una affettuosa affermazione di un Amico Artista ha innescato il processo: “hai una buona manualità, dovresti dedicarti anche alla manipolazione”. Bene, quella affermazione non ha suscitato in me la valutazione della fattibilità, quanto, il mettermi subito all’opera con la ricerca dei materiali, e, giorno dopo giorno, eccoci arrivati in pochi mesi, a quello che oggi è ARTEM, un laboratorio artigianale dove ogni gioiello è realizzato da me completamente a mano e senza ausilio di stampi … una sorta di dualismo artistico, dal digitale pittorico all’artigianato puro nella modellazione.

La prima linea ufficiale di creazioni è chiamata “Shaman Art” com’è nata l’idea?

Il simbolismo esoterico è alcune volte palesato, altre volte celato per dare vita ad oggetti essoterici all’occhio poco ricettivo ma, essendo caricati creativamente con materiali naturali e figure ancestrali, anche la persona non vicina al simbolismo riceve una sorta di richiamo dalle forme e dai tratti usati. Elementi come le rune ad esempio, sono strumenti divinatori che potremmo considerare come alla portata di tutti. Bene o male anche il profano, sa cosa sono altri elementi come le collane della linea Dono di Ninfa – linea costola di SHAMAN ART – che si rifanno al principio fondante dello sciamanesimo, e cioè la guarigione e il contatto con il mondo degli spiriti. La guarigione è sancita dall’utilizzo di materiali quale il legno, il bamboo e così via: tronchi spezzati che, abilmente lavorati e riportati allo splendore, tornano a vivere in nuova forma ma conservando la loro Natura Madre. Nella lavorazione delle collane sciamaniche vi è, quindi, una simbolica guarigione ritualistica ed artistica: da qui il termine SHAMAN ART.

Potremmo aggiungere che spesso il simbolismo è celato per smuovere la memoria ancestrale dell’uomo. Il fatto che si senta attratto da forme sconosciute e non subito facilmente riconoscibili ne è la dimostrazione.

Ha in mente altri progetti per il futuro?

Diversi sono i progetti in cantiere per il futuro. Posso anticiparti che, con la primavera, tornerò con una nuova collezione di dipinti questa volta ispirati alle carte dei tarocchi. Il progetto artistico si chiamerà “IO TAROT” progetto mirato ad una interpretazione personale degli Arcani Maggiori.

Sito personale dell’artista: www.cesareminucci.com

articolo di Luca Piccolo

Occupy Hirst e la fenomenologia della coglion’arte – Artribune


Ho deciso. Julian Spalding mi piace proprio. Basta sentirlo parlare sul suo sito per convincersene: oltre a essere un signore veramente distinto, ha una bella dose d’ironia, verve e anche coraggio che non può che renderlo simpatico.

Damien Hirst

Come si fa a non parteggiare per Julian Spalding? Dopo aver scritto un articolo di fuoco, apparso sul Mail on Sunday e poi ripreso dall’Independent, contro l’onnipotente Damien Hirst, proprio alla vigilia della megapersonale alla Tate Modern, a Spalding è stato impedito di partecipare alla conferenza stampa sulla mostra, e si è visto elegantemente sbarrare la porta (come riporta lui stesso sul sito del Daily Mail, 7 aprile 2012). “È uno scandalo”, ha ribadito Spalding. “I responsabili della Tate non mi hanno permesso di entrare perché ho punti di vista diversi. Sono stato direttore di musei, ho scritto libri, sono una figura di riferimento internazionale nel campo dell’arte. La Tate dovrebbe incoraggiare il dibattito sull’arte, non affossarlo”.
Il motivo di tutta la polemica sta nel fatto che Spalding ha da un bel po’ preso di mira non solo Hirst, ma tutta l’arte con-temporanea/con-cettuale, che ha ribattezzato “Con Art” – che più o meno si potrebbe tradurre come “arte-truffa” (e se ci fosse un richiamo francese, diventerebbe… coglion’art). Secondo lui semplicemente non è arte, e chi ha commesso la leggerezza di comprarla, farebbe bene a rivenderla presto, perché, un po’ come i famosi titoli subprime, al momento ha quotazioni altissime, ma presto potrebbe crollare, rivelandosi semplice spazzatura.

Bazzana

Spalding spara a tutto campo: riprendendo la polemica anti-Hirst già innescata da David Hockney, che aveva polemicamente sottolineato che i suoi quadri lui “li dipinge da sé” (mentre, come è noto, Hirst fa lavorare una sessantina di assistenti), Spalding dice che quella di Hirst, che fa dipingere i quadri a punti colorati dai collaboratori, imbalsamare squali e vacche da artigiani specializzati ecc., non è arte. Non solo: per lui tutta l’arte “con”, indietro a Carl Andre, e su fino al padre Duchamp, allo stesso modo e per lo stesso motivo non c’entra niente con la “vera” arte.
Anzi, si leva pure qualche sfizio da “intenditore”, e arriva a sostenere che la “madre di tutte le opere d’arte-bluff”, cioè Fountain, 1917, il famigerato orinatoio, datato e firmato R. Mutt, unanimemente attribuito a Marcel Duchamp e considerato il primo ready-made della storia, ossia la prima, autentica opera d’arte compiutamente “contemporanea” – non è di Duchamp. L’artista francese infatti si sarebbe appropriato dell’idea della (allora) sua spasimante, la baronessa Elsa von Freytag Loringhoven, e l’orinatoio non avrebbe dunque un significato dadaista, ma femminista… Insomma: neanche il pezzo più noto e storicizzato della “con-art” sarebbe vera arte, non solo perché è un semplice pezzo di fornitura da bagno, ma anche perché nemmeno l’idea sarebbe “originale”! Troppa grazia Sant’Antonio.

Tanto Hirst è un antipatico supponente, tanto Spalding mi sta simpatico, ma con lui bisogna andarci piano. Se Duchamp abbia raccolto o meno i suggerimenti della eccentrica baronessa Freytag è del tutto indifferente. Tutti sanno che Fountain, come opera d’arte, non esiste, ma che il valore di provocazione che essa suscitò (testimoniato fra l’altro dalla “vera” opera di Duchamp, cioè la rivista Blindman) fu, ed è ancor oggi, di importanza epocale. Già per quanto riguarda l’opera di Andre qualche dubbio è legittimo, e senz’altro ancor più giustificato nel caso di Hirst. Se però il problema è che questi personaggi non sono artisti perché non “fanno” le opere con le loro mani, allora siamo completamente fuori strada: l’arte contemporanea è tale proprio perché è in grado di mettere in discussione la propria identità profonda – anche la propria radice “tecnica” e manuale, che invece, nella tradizione, era pacificamente accettata.
D’altra parte, per una cosa falsa Spalding ne dice due vere: la prima è che il successo commerciale nel caso di un artista non significa affatto valore culturale e importanza storica. Nell’Ottocento i pittori pompier spadroneggiavano nelle accademie e nelle gallerie, ma oggi le loro enormi e oleografiche tele stanno nei sotterranei dei musei, nessuno ne ricorda nemmeno il nome, e tutti corrono invece a visitare le mostre degli impressionisti, allora minoritari e rifiutati. Seconda cosa: il comportamento della Tate, se è andata davvero così, non è grave, ma, semplicemente, inquietante.

Marco Senaldi di Artribune: http://www.artribune.com/

Recensione di Andrea Brancolini a “Moffie” di André Carl van der Merwe


Moffie, opera prima di Van der Merwe, racconta, come anticipa il sottotitolo “Un gay in guerra nel Sudafrica dell’apartheid”, la storia di un ragazzo gay che viene spedito dai propri genitori (per volontà del padre) a fare il servizio di leva nel Sudafrica degli anni ’80, in pieno apartheid, durante la guerra di confine sudafricana o guerra di indipendenza della Namibia. Il romanzo, miscuglio di biografia dell’autore e di fatti e persone solo immaginati, procede alternando il periodo pre-militare a quello del servizio sotto le armi. L’infanzia segnata dalla perdita dell’amato fratello, l’adolescenza e la scoperta di essere gay, i conflitti con il padre e con il suo ramo familiare, il diventare militare e la paura di essere scoperto, le amicizie e l’amore. Nicholas, questo il nome del protagonista e io narrante, ci fa dono del suo sguardo lungo il racconto e non evita niente al lettore, la guerra come il primo amore, l’imbarazzo come l’orgoglio, il sorriso come la disperazione. Ho riflettuto un po’ su come scriverne, e sono arrivato alla conclusione che mostrare qualcosa di ciò che il lettore affronterà sarebbe stata la soluzione migliore. Una sorta di intervista al romanzo in cui farò al libro delle domande e questi mi risponderà (credo)

Così, ecco cosa significa moffie direttamente dai genitori di Nicholas:

– E poi come puoi chiamare nostro figlio in quel modo? Dovresti vergognarti!

– Come?

– Lo sai a che mi riferisco, Peet.

– Ah, vuoi dire moffie?

– Appunto, la cosa più spregevole che si possa dire a qualcuno, figuriamoci poi a tuo figlio!

– Lo sai che intendevo dire.

– Che cosa volevi dire?

– Che è una femminuccia e non un maschio.

– Beh, dovresti pensarci meglio. Non voglio sentire quella parola in casa mia, mai più. Femminuccia basta e avanza.

– Beh, comunque è uno di quelli e spero davvero che sotto le armi glielo facciano passare a suon di frustate. Giuro davvero che ci ho provato, ma con lui mi ha detto male. (pag. 23 – 24)

Nel libro ci sono molti termini afrikaans, come moffie, appunto, ma alla fine c’è un prezioso glossario (in cui sono anche i termini gayle) che dirime le ovvie incomprensioni. Questo dialogo ci dice come il padre consideri Nich, ma cosa ne pensa il figlio?

– Ora vedrai come funziona davvero il mondo, ragazzo mio – mi dice. E poi, rivolgendosi a tutti:- Gli farà bene. È la cosa migliore per staccare i ragazzi dalle sottane delle mamme. Poppanti! Alla tua età io ero già un uomo.

Come si permette di parlare in questo modo? Ma che ne sa? Non ha mai fatto il militare. Questo è il suo governo, è quello in cui crede, che a me tocca andare a difendere. Sto andando a combattere in nome suo! Al pensiero mi si contorce lo stomaco. (pag. 23)

Il padre è un afrikaner duro e puro nei modi, uno di quelli casa e chiesa (riformata olandese), come quelli che governano il paese da nemmeno venti anni, all’epoca.

Appena tre anni prima, nel 1961, anno della mia nascita, il Sudafrica ha ottenuto l’indipendenza dall’Inghilterra diventando una repubblica; l’evento influenzerà la mia vita più di qualsiasi altro al mondo. Il nuovo governo è guidato da una minoranza di bianchi – per la stragrande maggioranza afrikaner, la gente di mio padre – e ci ha indirizzato su un tragico cammino; e tutto nel nome di Dio. (pag. 20)

Nel romanzo il bisogno di spiritualità del protagonista è evidente, come la sua ricerca di Dio, un Dio che non sia quello dell’esercito e della nazione che lo guida.

Il nostro cappellano, un dominee della Chiesa riformata olandese, ci ricorda durante i nostri momenti di aggregazione spirituale che stiamo combattendo nel nome di Cristo. Non un Cristo conciliatore, non un Cristo del perdono, ma un Cristo dell’assalto a colpi di fucile, un Cristo del massacro.

77529220BG fuciliere N. Van der Swart, gruppo sanguigno 0 positivo, addestrato ad ammazzare altri della sua specie, del suo fucile gli è stato detto: <<Impara a memoria la matricola: questa è tua moglie, la tua ragazza, la tua mamma: è la tua vita, perché senza, la vita smetti di averla>>. (pag. 128)

Sappiamo del padre, e della sua religione, mentre la madre è cattolica, è più dolce nei confronti del figlio e comprensiva, ma certo l’omosessualità non la considera cosa di cui andare fieri, tanto che Nicholas, a 15 anni, nel momento in cui si rende conto di essere gay e comprende cosa voglia dire questo per la società, medita disperatamente sulla sua condizione.

Non sono più in grado di fare pensieri logici. Non c’è più niente per cui valga la pena vivere. Sono gay e per me non c’è speranza, non c’è futuro, neppure nell’eternità; anzi, soprattutto nell’eternità. Le istituzioni mi chiedono di essere tutto quello che non sono. I miei genitori mi incoraggiano a essere tutto quello che non sono. Non vedo via d’uscita, non vedo felicità. Mi chiudo sempre di più in me stesso. Non c’è modo di scampare a tutto questo se non attraverso la mia eliminazione. Pianificare la propria morte è come aver ricevuto la chiave per una cella che si pensava senza porte. Sapere che c’è una via di fuga è più eccitante di qualsiasi altra cosa. (pag. 113)

Non è sempre così il romanzo, ci sono parti splendide dedicate alla natura, alla domestica nera di quando erano piccoli, al fratello perso in un incidente, ed ai primi momenti in cui si fa viva l’attrazione per le persone del suo stesso sesso.

Tra la folla, il cibo, gli asciugamani colorati e il chiasso eccitato dei bambini a bordo vasca, noto un uomo. Diventa l’attrazione della mia giornata. Ha da poco raggiunto l’età adulta, ed è un esemplare perfetto. Ogni parte di lui è compatta, i lineamenti precisi, la pelle liscia, abbronzata, tesa su una muscolatura che dimostra una chiara superiorità genetica; è al suo apice. È affascinante osservare una persona consapevole di essere bella e magnetica. (pag. 120)

E l’esercito, dove è stato mandato dal padre per diventare uomo, diviene occasione per diventare “un omosessuale consapevole”, come riporta la frase in quarta di copertina. Nicholas si nasconde, certo, ma riesce a trovare anche confidenti, col quale dividere il peso dell’essere, semplicemente, se stesso.

– Lo sai per me qual è stata la cosa peggiore di tutte? Non il fatto che li avessero pestati di brutto, ma quando sono stati portati alla mensa ed è calato il silenzio totale mentre loro erano lì in mezzo e qualcuno ha iniziato a dire in coro <<moffie, moffie, moffie>> e tutti gli altri gli sono andati dietro.

– Sì, me lo ricordo.

– Nick, ti giuro, non so se sopravviverei a quello. Sono orgoglioso di essere gay, ma non deve accadere per nessun motivo che qualcuno nell’esercito ci becchi, lo sai: è troppo pericoloso.

– No. Sai, per me la cosa più triste è che si sono lasciati. Voglio dire quello che ha tradito l’altro. […] Mi sono sempre sentito in colpa per non averlo potuto aiutare in qualche modo.

– Nick, ma che potevi fare? Diavolo, amico, meno male che non c’hai provato, altrimenti ti avrebbero sbattuto al reparto 22 insieme a loro, fottuto per la vita.

– Mi sento ancora un traditore. Non è patetico che siamo talmente abituati a vivere di sotterfugi e a nascondere i nostri sentimenti che ormai è diventata una seconda pelle? È che noi accettiamo il modo in cui ci trattano e basta. Merda, non abbiamo neppure idea di cosa voglia dire avere una relazione alla luce del sole con la persona che amiamo. Come quei vecchi che vivono una vita intera insieme come “grandi amici” senza mai venire allo scoperto, senza neppure dirlo ai propri genitori e alla famiglia. Lo sai, siamo perseguitati almeno quanto i neri in questo paese. Forse anche di più. Almeno non è illegale essere nero!

– Hai mai sperato di essere etero?

– Certo che sì. Pregavo per questo. (pag. 235)

Quello che accade, durante la lettura, è lo spostamento di prospettiva che si attua, spostamento che non va a cambiare le cose, che rimangono come sono, ma che cambia noi stessi, come dice l’io narrante

Le cose cambiano più per il modo in cui sono percepite che in se stesse. È questo che mi si chiarisce quando esco allo scoperto. (pag. 169)

C’è una guerra esterna ed una interna, e più il protagonista è immerso in quella fuori più scioglie i nodi di quella interiore. Tanto è duro e sconfortante l’ambiente intorno quanto cresce la forza dentro sé per andare avanti e lottare. Moffie è un romanzo teneramente duro, se si può definire così, che se descrive un contesto particolare come quello sudafricano tra gli anni ’60 e ’80 a me è sembrato anche e purtroppo vicino a certe posizioni odierne. D’altronde la paura di ciò che viene avvertito come “diverso” non cambia troppo i modi della sua manifestazione nel tempo. Un romanzo da leggere, con la consapevolezza di trovare pagine forti da digerire, che magari possono far venire voglia di interrompere la lettura, ma solo per un po’, perché ce ne sono altre che non va bene abbandonare.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

André Carl van der Merwe, Moffie (Un gay in guerra nel Sudafrica dell’apartheid), trad. Valentina Iacoponi, Iacobelli editore, Roma, 2012

André Carl van der Merwe è nato in Sudafrica, a Harrismith, nel Free State. Trasferitosi con la famiglia nella provincia del Capo, ha svolto i suoi studi a Welgemoed e poi a Stellenbosch. Assolti gli obblighi di leva nell’esercito sudafricano, è tornato a Cape Town dove ha studiato Belle Arti e ha fondato una casa di moda che ha gestito per oltre 15 anni. Oggi si occupa di architettura e arredamento, attività che alterna alla scrittura. Moffie è il suo primo romanzo.

Il sito dell’editore Iacobelli: qui.

La pagina del romanzo sul sito dell’editore: qui.

Una recensione di Antonella Finucci su flaneri.com

Articolo di Andrea Brancolini.

[articolo già apparso su Lankelot: http://www.lankelot.eu/%5D

Amour


AMOUR  –  Michael Haneke, 2012 (125 minuti) – Vincitore Palma d’oro Festival di Cannes 2012

di Daniele Bruni

Trama:

Una coppia di anziani insegnanti di musica vede stravolta la propria quotidianità da una crudele malattia.

Voto:  8/9

I consigli dei tizi del videonoleggio:

Imprescindibile per gli amanti di Haneke e per chi ama il Cinema con la “C” maiuscola.

Avvertenze: leggere bene il foglietto illustrativo. Può causare sonnolenza a chi non è abituato ai ritmi di Haneke e un forte senso di disagio anche a quelli che hanno visto tutti i suoi film.

Considerazioni:

“Amore” è una delle poche parole la cui etimologia sta proprio nella sua radice, che non deriva da altre. Amore deriva da amore. Amore è amore.

E così la pellicola di Haneke, vincitrice della Palma d’oro a Cannes, non poteva che essere un film unico, autarchico, inusuale.

L’amore. Cos’è l’amore? Credo che non servirebbero tutti i vocabolari e gli Umberto Eco del mondo per  trovare una definizione univoca. Ognuno ha la propria idea di amore ed ognuna è giusta, poichè si parla di amore. L’amore di Haneke è compassione, è devozione, è simbiosi, è pietà. L’amore di questa coppia ottuagenaria è quanto di più unico si sia mai visto su uno schermo.

Fanculo Jennifer Aniston, Cameron Diaz, Sofia Loren, quella con la faccia da cavallo di “Sex and the city” e altri troioni da trogolo.

Fanculo Jerry Maguire e quella sciattona di Renè Zellqualcosa.

Fanculo Bogart e la Bergman nella nebbia di Casablanca.

Fanculo tutte le coppie e tutte le stereotipate, insulse, inverosimili rappresentazioni dell’amore propinateci sul grande schermo da Méliès ai giorni nostri. Rappresentazioni che hanno causato più divorzi della Playstation e Facebook messi insieme, perchè ci hanno rimbecillito con situazioni, dialoghi, reazioni e aspettative del tutto incompatibili con la vita fuori dal grande schermo.

Fanculo tutto questo.

Haneke ci mostra due vecchi incartapecoriti che ancora si fanno i complimenti per come erano carini vestiti in quel modo, e continuano a farlo anche quando uno dei due si rincoglionisce peggio di Bossi dopo aver scopato con Luisa Corna.

Il film si apre con una porta sfondata dai pompieri. Haneke ci usa come arieti per entrare in una realtà che non vogliamo vedere nè tanto meno accettare, una situazione che viene trattata solo da Mara Venier a “La vita in diretta”. Dopo aver sfondato la porta dell’appartamento, il regista ci fa accomodare in un bel salone parigino. Tutti in ghingheri. Tutti composti e pronti ad assistere a un concerto per pianoforte. Si alza il sipario. Applausi. E si scopre che non siamo di fronte a un palco ma in mezzo a un ring, e più precisamente alle corde. C’è un vecchio canuto con la barba che ci tira tanti pugnetti sui reni e ogni tanto ci assesta un bel gancio sul naso. Iniziamo a sanguinare e tentiamo pateticamente di parare i colpi.

Invano.

Il vecchietto continua a lavorarci ai fianchi con quei pugni ossuti, e contemporaneamente sorride. Lo capiamo perchè non usa il paradenti. Tanto lo sa che non riusciremo a tirare un destro, figuriamoci a colpirlo al volto.

Dopo un pò siamo stremati, ma ci facciamo forza pensando che a momenti suonerà il gong. Sbagliato. Niente fine primo tempo. Si tira dritti, due ore e rotti a prendere cazzotti e quel signore canuto che ride. Verso la fine sbrilluccica tutto, ci gira la testa, vediamo solamente delle lucine e i pugni son diventati quasi necessari. Poi una scena surreale, che dopo tutti quei cazzottini non sappiamo se è dovuta a una commozione cerebrale o se è accaduta davvero. E infine il silenzio.

Fine.

Ci alziamo, ci guardiamo intorno e troviamo le stesse facce dietro a ogni naso presente in sala. Nel mio caso l’età media era pronta per il casting di “Cocoon”, e non ci voleva il dottor Paolo Crepet per capire che si stavano cacando sotto perchè di lì a poco sarebbe potuto capitare anche a loro. Ma anche io e la mia ragazza ci siam tenuti la mano per tutto il tempo, come la splendida coppia Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignan, sperando di arrivare a 80 anni con le idee ancora chiare su cosa significhi Amour.

Curiosità:

Haneke dà una lezione a tutti i cineasti del mondo, ossia come confezionare un capolavoro con un budget di 37.000 lire. Film INTERAMENTE girato in un appartamento parigino (la conferma di essere a Parigi la si ha prestando attenzione alla casa: grandissima, signorile, riccamente arredata e con un bagno degno di una bettola di Nuova Delhi. Come sono sudici i francesi…)

http://personaltrailer.wordpress.com/

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Recensioni facciali


Quando accendente il tg1 delle 13.30 il sabato, ed alla fine parte il Mollica Nazionale con il suo bel “Do Re Ciak Gulp” e le sue obiettive recensioni, non vi viene voglia di prendere il cactus di vostra madre e lanciarlo contro lo schermo?
Quando leggete Aldo Grasso sul sito  corriere.it non vi viene forse voglia di tirare la catena del wc appena finito l’ultimo paragrafo?
Quando cerchi la recensione di un libro sulla rete, non capisci mai se i 16 euri sonanti potrebbero essere spesi al libraio sotto casa o al mcdrive?
Ecco, noi non risolveremo il problema ma almeno non cercheremo di darvi la soluzione con paroloni altisonanti cercati su google sinonimi!
Ebbene, vogliamo recensire i libri di casa nostra , quelli che ci hanno regalato, quelli che non abbiamo mai restituito, quelli che abbiamo ricomprato solo per esposizione, quelli che abbiamo “trovato per caso” in pdf, quelli che abbiamo rubato da casa dei genitori, e lo vogliamo fare senza scrivere una sillaba ma usando unicamente la nostra (vostra?) faccia di gomma.
Qui nasce l’idea delle RecensioniFacciali – che nulla ha di porno – che hanno lo scopo di recensire tramite un unico scatto fotografico ed un unica espressione facciale il senso del libro che abbiamo letto e trovare il sunto definitivo dei nostri pareri a fine lettura.
I recensori siete voi, cari lettori da strapazzo, e tutto ciò che vi serve è un libro, un oggetto fotografante, i muscoli facciali funzionanti, un poco di alfabetizzazione e tanta ironia.

COME RECENSIRE
Perché una faccia è più efficace di mille parole!
Fare una recensione è tanto semplice:

  1. prendi un aggeggio fotografante
  2. prendi un libro (possibilmente letto)
  3. fai l’espressione facciale che meglio rappresenta il libercolo
  4. fatti fotografare mettendo in evidenza la tua faccia ed il titolo del libro
  5. possibilmente non vergognarti
  6. inviaci la foto e consigliaci un aggettivo da affibbiare alla tua recensione
  7. non chiederti perché lo stai facendo
  8. attendi la gloria

    Fabio Volo – Il Giorno In Più.
    BIFIDUS Plus!

Joe R. Lansdale – La Notte Del Drive-in.
Lisergico!

Douglas Adams – La Lunga Oscura Pausa Caffè Dell’Anima
Assurdo

George R. R. Martin – A Dance With Dragons.
Dark wings, dark words.


Isabella Santacroce – Amorino.
Dissoluto.

http://recensionifacciali.wordpress.com/

Recensione di Andrea Brancolini a “Le nostre assenze” di Sacha Naspini


Quasi per caso sto ascoltando un album, l’unico album che ho di questo gruppo che si chiama Forseti, il titolo è Erde. Scrivo così perché mi sembra stranamente appropriata, questa musica con questo libro. Il libro è Le nostre assenze, di Sacha Naspini, edito da Elliot. Ho fatto una breve interruzione perché ho avuto una sensazione: sono andato a cercare il significato della parola erde. In italiano è terra. Dunque non è strano che sia una musica appropriata per questo romanzo. È, infatti, un romanzo di terra. Terra che seppellisce, terra che custodisce, terra che trasforma, terra che restituisce o che, piuttosto, rimane indifferente.

La storia è ambientata tra la costa toscana sotto Livorno e l’America (intendendo con questa parola non solo gli Stati Uniti). C’è un padre che racconta di tesori etruschi, c’è un bambino grassottello cui manca il nonno, c’è un bambino povero di là da una rete, ci sono due bambine e storie che si ripetono, nonostante volontà contrarie. Il mondo di questo romanzo è un mondo di contrappassi, dove le cose non vanno mai come si sognano, e le persone sembrano incapaci di trattenere quel po’ di bene che gli può capitare tra le mani perché c’è sempre qualcosa e/o qualcuno che manca, e si vuole essere forti nella forza e non curare le proprie debolezze.

Il romanzo comincia con un nonno che se ne va, e finisce con un nonno che conosce sua nipote. Ho svelato la fine, sì, ma per il resto dovete leggere l’aletta della copertina, e in ogni caso sapere alcune cose della trama dice poco o nulla di quello che questo romanzo rappresenta. Né più né meno che la storia di un bambino che diventa uomo e padre, con tutti i suoi sogni da sfogliare e tutte le sue colpe da accettare. La scrittura, in prima persona, è terrena e lucida, brucia di fiamme fredde. Il protagonista descrive i fatti della sua vita a cercarne il senso, se ce n’è uno. Non voleva fare del male, ma l’ha fatto. Per paura, per stupidità, per incoscienza. Conosce tutti i suoi sbagli, e ci deve fare i conti, ne deve pagare le conseguenze, e ne fa pagare le conseguenze anche a chi l’ha incontrato. Ma non è ciò che tutti facciamo? Si cerca di vivere, in qualche modo, ma non siamo soli, volenti o nolenti c’è sempre qualcuno intorno, qualcuno da cui partire, qualcuno da cui andare, qualcuno da cui fuggire, qualcuno da inseguire, qualcuno con cui vivere, forse, persino.

Le nostre assenze sarebbe un libro d’avventura se ci fossero personaggi buoni e personaggi cattivi, vendette contro cattivi e punizioni solo per loro, perché è un romanzo dove ci sono bambini, dove c’è un grande tesoro, dove c’è un ladro e dove c’è una vendetta, e ci sono viaggi sognati e realizzati. Ma non è un libro d’avventura (anche se ogni libro è un’avventura, ma questa è un’altra storia) perché i personaggi non sono mai del tutto buoni, né del tutto cattivi, e si cercano vendette per rapine e abbandoni che non sono vere rapine e abbandoni, e tutto è filtrato da una penombra che impedisce di riconoscere bene i gesti, i fatti, una penombra che è (o almeno a me sembra sia) una paura pervasiva e persistente. Paura e desiderio di essere accettato.

“Dissi ‘Sei tu che hai cominciato’, e mi parvero subito parole imbecilli, lagnose, come quelle di un bimbo che non vuole ammettere un errore. Provai a rimettermi in carreggiata: ‘Se tu non avessi…’. Mio padre mi interruppe subito: ‘Cazzate. Ci sono colpe che neanche ti scegli’.” (pag. 178)

p.s. Devo aggiungere un paio di cose. La prima è questa:

“C’era un posto che aveva scoperto da un po’ di tempo, e che aveva un nome bellissimo: Buca delle Fate.

Si doveva fare un po’ di macchina verso il promontorio, poi cominciavano i tornanti. D’un tratto si apriva uno spiazzo sulla sinistra, in mezzo ai boschi. Lasciavamo la macchina lì, c’era solo da scavalcare una recinzione, salendo e scendendo delle scalette di legno. Dopo bastava seguire il sentiero buio e stretto che serpeggiava fino alla scogliera, in mezzo agli alberi che si chiudevano a cupola sopra le nostre teste….” (pag. 18)

L’equivalente, per me, di captatio benevolentiae d’un tempo. Perché Buca delle Fate è un posto che adoro. La seconda è che nella prima parte (delle tre in cui è diviso il romanzo) mi ha fatto pensare ad un altro libro, edito sempre da Elliot, di qualche anno fa: La voce segreta dei corvi, di Christopher Barzak. Di sicuro ci sono punti di contatto, come l’amicizia tra i due bambini, il senso dell’avventura, dell’incontro con l’ignoto, ed altro che ometto perché sarebbe svelare un po’ troppo, forse. Anche de La voce segreta dei corvi ho scritto qui.

Ora davvero “passo e chiudo”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sacha Naspini, “Le nostre assenze”, Elliot, Roma, 2012

Sacha Naspini – nato a Grosseto nel ’76, vive tra la Toscana e Parigi. Ha pubblicato i romanzi I sassi (Il Foglio), Never Alone (Voras) e, nel 2009 con Elliot Edizioni, I Cariolanti.

Il sito della casa editrice Elliot – il sito dell’autore: qui – Naspini in Lankelot

articolo di Andrea Brancolini.

[articolo già apparso su Lankelot: http://www.lankelot.eu/%5D