The Colour of Saying (Il Colore del Dire) – Una celebrazione di Dylan Thomas


The Colour of Saying (Il Colore del Dire) – Una celebrazione di Dylan Thomas

apertura ufficiale del concorso 27 ottobre 2012

http://www.dylandowntheups.org.uk/

Finalità:

. produzione di lavori nuovi e originali di scrittura creativa basati sulla poesia di Dylan Thomas ‘’The Hunchback in the Park’’  (‘’Il Gobbetto nel Parco’’)

 http://immaginepoesia.wordpress.com/2012/09/25/il-gobbetto-nel-parco-poesia-di-dylan-thomas/

. creare un programma su base quinquennale che includa altre discipline, come poesia accompagnata da musica, sceneggiature di film o opere teatrali e monologhi drammatici.

. incoraggiare le vittime di traumi o di guerra, prigionieri, donne o uomini che hanno subito maltrattamenti, immigrati o rifugiati in un nuovo paese e che non ne parlano la lingua

Linee Guida:

. Età dei concorrenti da 10 a 100 anni

. Le risposte alla poesia ‘’Il Gobbetto nel Parco’’ possono essere in poesia, prosa poetica, prosa, in

forma di diario o di lettera

. Le opere presentate di scrittura creativa devono essere originali

. Le opere presentate di scrittura creativa devono essere inedite

. Le opere presentate di scrittura creativa possono essere scritte nella madre lingua dell’autore

(qualunque essa sia)  o nel dialetto dell’autore, insieme (se possibile) alla traduzione inglese

. Le opere presentate sono limitate ad una pagina per l’originale e una pagina per la traduzione

. Le opere proposte devono essere inviate a colour@dylandowntheups.org.uk

. Riferimenti in allegato devono includere i dati e l’età del concorrente e le modalità di contatto

. L’iscrizione è gratuita

. La scadenza è il 27 aprile 2014 (giorno del compleanno della madre di Dylan Florrie Thomas)

Le migliori opere presentate saranno giudicate da scrittori/traduttori internazionali e appariranno in una antologia che sarà pubblicata il 27 ottobre 2014, nel centenario della nascita di Dylan Thomas, da The Seventh Quarry Press UK congiuntamente a

Cross-Cultural Communications, USA

Citazioni delle altre opere proposte saranno pubblicate nel sito:

www.dylandowntheups.org.uk

Organizzatori: Annie Pelleschi e il poeta gallese Peter Thabit Jones in collaborazione con

Stanley H. Barkan di New York

Giudici per la lingua inglese: Peter Thabit Jones e Anne Pelleschi del Galles; Stanley H. Barkan, Carolyn Mary Kleefeld, Maria Mazziotti Gillan e John Dotson degli Stati Uniti d’America

I giudici per le altre lingue saranno scelti da Stanley H. Barkan e Peter Thabit Jones

http://immaginepoesia.wordpress.com/2012/09/25/the-colour-of-saying-il-colore-del-dire-una-celebrazione-di-dylan-thomas/

Cafés Maudits di Bizzarro Bazar


Toulouse Lautrec

La bohème dei decadentisti esercita ancora su di noi un fascino irresistibile. Nell’immaginario moderno, gli eccessi dei poeti maledetti sono indissolubilmente associati a Montmartre, ai café-concert nei quali Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Musset e compagnia bella si perdevano nel florilegio di visioni sbocciate dal loro assenzio. Pochi anni più tardi, durante la Belle Époque, Parigi era un ribollire di mode, tendenze e stimoli artistici diversi: il Novecento si annunciava ottimisticamente come un secolo di progresso, di pace e di benessere, il cinema e la radio erano appena nati, perfino la morale stava cambiando e la zona dei divertimenti notturni “proibiti”, attorno a Pigalle, conosceva il suo apogeo.

A Pigalle non c’erano soltanto il cabaret con i suoi can-can e le prostitute. All’epoca sorgevano come funghi piccoli locali “a tema”, i cui esercenti facevano a gara per attirare il pubblico superandosi l’un l’altro in fantasia e bizzarrie. C’erano cabaret di ispirazione medievale, caffè lillipuziani, oppure ambientati nei fondali marini, e via dicendo – oltre ovviamente al Grand Guignol (di cui abbiamo parlato qui).

Fra i locali più incredibili spiccavano tre piccoli caffè, fondati alla fine dell’Ottocento e gestiti da un unico proprietario, che promettevano meraviglie già dal nome: il Cabaret de l’Enfer, il Cabaret du Ciel e il Cabaret du Néant.

Il Cabaret “dell’Inferno” e quello “del Cielo” erano situati sul Boulevard de Clichy accanto all’Hotel de Place Blanche, e già a vederli dalla strada si proponevano come locali gemelli, o per meglio dire speculari.

Si poteva scegliere di rilassarsi nell’angelica atmosfera del Paradiso, dove si veniva accolti da camerieri travestiti da cherubini, con tanto di ali e parrucca bionda. Nella grande sala, simile all’interno di una cattedrale gotica e allietata dalla musica di un organo, si sorseggiava il liquore dalla “sacra coppa”; cominciavano poi vari spettacoli e pantomime che sbeffeggiavano la liturgia cristiana, balletti celestiali piuttosto “discinti”, esibizioni di cori angelici.

Alla fine di questi spettacoli, un attore che impersonava San Pietro apriva con la sua enorme chiave la porta che conduceva alla seconda sala, una sorta di grotta dorata dalle cui stalattiti pendevano statuine di angeli e altri arredi sacri. Qui un ultimo numero di varietà concludeva la serata.

Ma molti preferivano entrare attraverso le enormi fauci che portavano dritti al regno di Satana. Qui erano i diavoli a dare il benvenuto all’avventore, e a scagliarlo in una sorta di pacchiana e impressionante raffigurazione di un girone infernale.

Le pareti della cupa e oscura grotta erano ricoperte da una babele di altorilievi raffiguranti la dannazione eterna delle anime peccatrici e dei tormenti che i demoni infliggevano loro. Mani artigliate, piedi, volti contorti dall’agonia sporgevano dalle pareti proprio sopra i tavolini dove il pubblico si fermava a bere. Anche qui venivano messe in scena delle rappresentazioni grottesche: un dannato veniva cotto da alcuni diavoli in un grande calderone, e altre attrazioni prevedevano differenti e crudeli supplizi.
Seguendo la stessa falsariga, verso la fine della serata si veniva invitati ad entrare nella seconda sala, l’”Antro di Satana”, in cui si assisteva ad un ultimo spettacolo in cui Mephisto torturava alcuni peccatori, sempre in maniera esagerata e goliardica.
Il Cabaret du Néant (“Cabaret del Nulla”) stava poco distante dagli altri due, e oltre ad essere il locale più antico fu anche quello che godette di maggior fama, tanto da inaugurare per breve tempo una succursale anche a New York.
Dopo aver pagato l’ingresso e ricevuto il gettone, l’avventore veniva introdotto nella buia sala “dell’intossicazione” da camerieri incipriati di bianco e vestiti come becchini. Qui tutto l’arredamento rimandava alla morte: bare al posto dei tavoli, pareti tappezzate di aforismi sul Tristo Mietitore, un lampadario costruito con vere ossa umane e teschi appesi ai muri. Una volta accomodatisi ad una bara, il cameriere accendeva il cero funebre e prendeva le ordinazioni: i drink offerti dal menu portavano i nomi dei più celebri bacilli, germi mortiferi e morbi incurabili. L’ospite, così, sceglieva “di che morte morire” e ordinava la dipartita a lui più congeniale.
Dopo aver bevuto il pubblico veniva fatto spostare nella cameretta sul retro, la Grotta dei Trapassati. Mentre un monaco suonava un organo, un volontario veniva fatto entrare in una bara, avvolto in un sudario e infine “trasformato” di fronte agli occhi degli avventori in uno scheletro (mediante l’effetto Pepper’s Ghost di cui abbiamo già parlato in questo articolo).
Il Cabaret de l’Enfer e quello du Ciel rimasero in piedi fino agli anni ’50, prima di essere smantellati; il Cabaret du Néant venne chiuso un po’ più tardi, all’inizio degli anni ’60.

Bizzarro Bazar: http://bizzarrobazar.com/

Prospettive: i fotografi che hanno fatto la storia della Fotografia – Clarence John Laughlin


Biografia

Clarence John Laughlin fotografo statunitense (Lake Charles 1905-1985). Si dedicò alla fotografia solo a partire dal 1936, anno in cui il governo gli affidò l’incarico di documentare sistematicamente l’architettura di New Orleans; frutto di questo impegno, che si protrasse fino al 1940, fu una raccolta di ca. 4000 immagini. In seguito collaborò con le riviste Harper’s Bazaar, Vogue e Life come fotografo di moda, ma il suo nome è legato soprattutto al volume Ghosts along the Mississippi (1948; Fantasmi lungo il Mississippi) in cui le antiche dimore dei piantatori, ormai in abbandono, sembrano riprendere vita in virtù di raffinati giochi di ombre e riflessi. Tra le altre opere di argomento architettonico, New Orleans and its living past (1941), Photographs of Victorian Chicago (1968), Clarence John Laughlin (1979).

CONFINI- IL DOVE DELLA POESIA ITALIANA. Laura La Sala


(IL DOVE DI)

LAURA LA SALA

VERMI PINZANTI! 

Sugnu disillusa, forsi cunfusa,
amariggiàta di l’ipocrisia ca c’è ngiru
di , cu si senti onnipotenti
cridènnu, ca  ci spetta tuttu
o si pigghia lu lussu, di giudicàri
o mettiri parola su ogni cosa
Senza taliàrisi;
Nun cànuscènnu li sò difetti
Semu tutti imperfetti!
Na mànna di pecuri,
Ca persiru la via di ritornu
Semu tutti pronti a giudicàri
Comu si nun ci fussi un Diu
A pigghiari li retini, e rìmannarìcci
A lu giudiziu Universali!
Semu, un formicaiu ,cunfusu…
Ma chi dicu: Iddi;
sunnu travagghiatura
Nuàtri  essiri viventi
Semu: vermi pinzanti!
Nta sta terra di giudici e giudicanti
Ca scanciànu ,fischi pi fiàschi
E nni mbriacàmu di nuatri stessi.

(Vermi pensanti

Sono disillusa/Forse confusa,amareggiata/Dell’ipocrisia che c’è in giro/Di chi si sente onnipotente/

Credendo che tutto gli è dovuto/O prendersi il lusso di poter giudicare/O mettere parola su ogni cosa/

senza guardarsi mai dentro/Non riconoscono i loro difetti:/siamo tutti degli imperfetti./

Un gregge di pecore smarriti/Che hanno perso la via del ritorno/Siamo tutti pronti a giudicare come se/

non ci fosse un dio a prendere le redini/e spedirci all’era del giudizio universale/

Siamo uno sciame di formiche/Ma che dico: loro sono laboriose:/Siamo vermi pensanti!/

In questa terra di giudici e giudicanti/Oltre che delle inguaribili ignoranti/Che cambiano fischi per fiaschi/

E ci ubriachiamo solo di noi stessi)

SPARTISSI LU ME CORPU

Spartissi lu me corpu
n’quattru pezza:
pi dari all’atri ca, nun  hannu ciatu
lu privilegiu di campari ancora
e  godìri la vita chiù filici
Dassi  lu cori, a un marinaru
Ca spazia navigannu tra
l’azzuru,mari e celu
E porta li so sogni tra lu ventu
L’occhi, li dassi: a cu nun vidi nenti
E, canuscissi tutti li culura di sta terra
Giujri quannu spunta un ciuri
Vidiri l’acidduzzi vulàri
Li ammi , a un’omu sportivu; ca nni fù privu
Pi currìri sempri e quannu voli
Scupriri terra ,munti e mari
Mentri lu so cori fa parpitàri
E duna adrinalina
Li vrazza: ci li mittissi a un picciriddu:
ca li persi ,pi na bumma n’guerra
p’abbrazzari a cu ci duna amuri
pi ghiùnciri li manu e prijari
ca, nta stu munnu,
nun finissi mai la paci
Sulu accussì:
Mi sintissi, puru all’atru munnu
Libira e felici

( vorrei dividere il mio corpo / in quattro pezzi/ per dare a gli altri/ che non hanno fiato/ il privilegio/ di vivere ancora/ e godersi la vita più felice/ Il cuore ,lo darei a un marinaio/ che spazia navigando tra cielo e mare/ e i suoi sogni / li trasporta il vento/

Gli occhi: li darei a chi non vede/ per scoprire tutti i colori della terra/ quando spunta un fiore/ o vola un uccello/ Le gambe,li metterei a un uomo sportivo; che ne fu privo/ per correre / sempre e quando vuole lui/ attraversando mari e monti/ e il suo cuore palpitare/ così avrà più adrenalina/

Le braccia,li metterei a un bambino che li ha persi /per una bomba dove c’è guerra/ per abbracciare chi gli dà amore/ giungere le mani e pregare/ che in questo mondo non finisse mai la pace/ soltanto così/ anche all’altro mondo/ mi sentirei felice)

 

Ritorniamo nei confini della lingua di Trinacria, con la poetessa Laura La Sala. Palermitana, ama raccontare di sè che ha vissuto come un personaggio di Dickens solo che alle nebbie di Londra veniva il sole siciliano. E’ un’autrice autodidatta, scrive di lei il poeta suo concittadino Salvatore Di Marco ” nata e cresciuta nel segno delle condizioni umili, le sono mancati gli studi regolari fin da bambina, si è perciò data da sé negli anni e con un continuo impegno, buona cultura e conoscenza da autodidatta. Entrata così nella stagione della propria maturità umana ed intellettuale, ha trovato nella scrittura, anzi nella pratica della scrittura letteraria l’occasione più adatta per esprimere tutto ciò che le voci più profonde del cuore le dettavano”. Riportiamo una delle sue poesie preferite, legate ad un episodio della sua vita che racconta  a WSF. “Un giorno come tanti, i miei nipotini  litigavano per un giocattolo. E io indispettita da tanto chiasso,  dissi loro che da bambina non avevo mai avuto un vero giocattolo. E loro ai tempi in cui viviamo ne hanno da buttare e non sono mai contenti. Con questa frase attirai l’attenzione di una dei miei nipoti che allora aveva sette anni. Mi disse che desiderava conoscere la mia storia fin da bambina e io con molta semplicità le raccontai che ero rimasta orfana all’età di 12 anni, rimasta sola con quattro dei miei cinque fratelli, facevo loro da capo famiglia e ho imparato molto presto a fare le faccende di casa, perciò  il tempo  di giocare e di sognare non mi appartenevano e nemmeno un giocattolo. Era solo con la fantasia che costruivo la mia bambola di pezza. La bambina era rimasta molto colpita della mia storia. Per farla breve un giorno l’ho vista arrivare con un pacchetto,dicendomi che aveva un regalo per me. Rimasi impressionata:  non era  il mio compleanno. Aprendo quel pacchetto vidi una a bambolina di quelle che fin da bambina avevo sempre sognato: e da li si sono sciolte  le mie lacrime accumulate per ben 58 anni di sofferenze . Anche gioie non si può negare, perche nel frattempo avevo avuto un matrimonio e tre figli stupendi, ma la mia infanzia mi aveva segnato e tanto. Così nell’amaro delle lacrime che finalmente scorrevano, ho incominciato a scrivere la mia storia personale , una Pandora che ha ritappato il vaso. Il mio vaso. E da quel momento ho capito che per me  la vita era appena ri-cominciata”

BAMBOLINA DI PEZZA

Pigghiavi na pezza di tanti ritagghi di tanti culura,
facia na forma di pupidda:
Facia lu corpu, li vrazza ,
li manu, la facci l’occhi,la vucca
e pirsinu li capiddi
Ma sugnavu sempri na vera bambolina
chidda ca si vidi dintra la vitrina
Ma nuddu mi la putÏa rial‡ri
E quannu avia persu la spiranza,
vinni na picciridda…me niputi,
ca pi sintimenti Ë la prima, mi dissi,
chista Ë la bambolina chi tantu addisi‡vi…
du lacrimi mi scinneru silinziusi
PicchÏ na picciridda avia caputu
Chiddu chi nun avianu fattu mai,li granni.

O preso stoffa/ di tanti ritagli e tanti colori/ facevo una forma di bambolina/ facevo il corpo/ le braccia, le mani/ gli occhi ,la bocca/ e  i capelli/
Ma sognavo una vera bambolina/ quella che si vide / dietro una vetrina/ Nessuno me la poteva regalare/ e quando avevo perso la speranza, viene una bambina, mia nipote/che per sentimenti è la prima/mi disse tieni: questa è la bambolina che desideravi/…Due lacrime scesero silenziose/ perchè, una bambina/ aveva capito/ quello che non aveva fatto mai/ i grandi.

Ingrid Dee Magidson – Incarnazioni


memories of a winter’s garden

Ingrid Dee Magidson è un’artista statunitense originaria di Dallas, Texas. Vive e lavora ad Aspen, Colorado, dove ha il suo studio e crea le sue stupefacenti opere d’Arte. Famosa in tutto il mondo, le sue opere fanno parte di notevoli collezioni fra cui: Antonio Banderas & Melanie Griffith, NYC; Jackie Bezos, Seattle; Sarah & Gideon Gartner, NYC; and Sam & Cheryl Wyly, Aspen/Dallas. Ideatrice di una spettacolare tecnica “a strati” su cui si basa il suo lavoro, Ingrid rende possibile un viaggio attraverso il Tempo, aprendo una finestra ideale su epoche passate, offrendo un passaggio di interscambio fra i personaggi protagonisti e lo spettatore che ammira le sue opere. La sua vena creativa è tenacemente percorsa da una fede illimitata nella sensibilità soggettiva dell’artista, tramite attraverso cui i suoi personaggi parlano e raccontano i loro mondi e le loro emozioni. La sua idea di partenza è quella di credere fortemente nei soggetti che ritrae, nelle loro vite, nelle loro imprese; in questo modo l’artista getta un ponte spazio temporale che lo spettatore finale potrà varcare per inoltrarsi nel vero cuore dell’opera. La sua mano è solo un mezzo che permette all’Arte di restituire a noi la Bellezza e la Verità dei protagonisti ritratti, è un salto verso la ri-creazione di un passato svanito eppure ancora presente e parlante, vivente, pregno di vita propria. Una magia che lascia senza fiato e fa rabbrividire d’emozione. Ogni volta che si osserva un quadro di Ingrid, ecco che la vita (ri)appare e (ri)viene al mondo, ritorna a noi prima come un sogno, poi come un’ineludibile materia pittorica, materica, scansionando tutti i sensi, che si estendono e diventano sei. Il sesto senso è l’ultimo stadio a cui si approda dall’osservazione di un quadro della Magidson e se si riesce ad oltrepassarlo è possibile, molto probabile, che ci si addormenti in un trance profondo. Ipnotici, delicati, ammalianti, enigmatici, profondi, i personaggi della Magidson ci guardano tendendoci una mano, e infine ci parlano dalla loro nuova incarnazione. Ho intervistato questa straordinaria artista per WSF. Enjoy.

Ingrid Dee Magidson is an american artist born in Dallas, Texas. She lives and works in Aspen, Colorado, where she’s got her studio and creates her beautiful work. Ingrid’s work is in notable collections throughout the world, including: Antonio Banderas & Melanie Griffith, NYC; Jackie Bezos, Seattle; Sarah & Gideon Gartner, NYC; and Sam & Cheryl Wyly, Aspen/Dallas. Inventor of a spectacular layering technique on which her work is based, Ingrid allows a journey through the time opening an ideal window on past times, offering a passage of interchange between the character and the viewer. Her creative vein is strongly pervaded by an unlimited faith in the artist’s sensibility through which her characters talk and tell about their worlds and emotions. Her starting idea is to believe in the subjects she depicts, in their lives and deeds; doing this the artist creates a continuum space time connection the viewer can cross to enter the heart of the work. Her hand is just a mere means which allows the Art to give us back the Beauty and the Truth of the depicted characters, it’s a jump toward the re-creation of a vanished past that’s still present, talking and has a life of its own. Her magic takes the breath away and makes jump. Every time you observe an Ingrid’s piece of work, life (re)appears and comes into the world again, it comes back to us like a dream first, then like an inescapable pictorial matter, material, scanning the whole expanded senses that become six. The sixth sense is the last stage you come to when observing a Magidson’s piece of Art. If you are able to cross it, it is possible you go into a trance. Hypnotic, delicate, haunting, enigmatic, deep, the subjects of Ingrid look at us holding out one hand, finally talking us about their new incarnation. I interviewed this extraordinary artist for WSF. Enjoy.

Ingrid Dee Magidson

FG. Benvenuta su WSF, Ingrid. Grazie di essere qui. Quando hai iniziato la tua carriera artistica e come definiresti la tua Arte?

I. La mia carriera si è sviluppata in due momenti. Entrambi i miei genitori sono artisti e spesso da bambina mi portavano a visitare musei. Una volta mi dissero che ci sono molte più opere d’arte nelle cantine che sui muri. Questo mi portò a chiedermi se c’era un modo di portare quelle opere alla luce in modo che più gente potesse vederle. Questo pensiero non mi lasciò mai. Mi dedicai a molte altre attività fino a che iniziai a lavorare per una galleria d’arte di Aspen. Il proprietario è ora mio marito da sedici anni. Lavorare in una galleria mi fece stare a contatto con tantissimi artisti e con l’Arte. La mia idea originaria continuò a frullarmi nel subconscio fino al 2005, quando affiorò in superficie. In un susseguirsi di sperimentazione giunsi alla mia attuale tecnica basata sulla stratificazione di immagini rinascimentali su strati trasparenti. C’erano enormi difficoltà tecniche da superare.

FG. Qual’è il rapporto fra l’inconsistenza e gli elementi materici che adotti nel tuo lavoro? Qual’è il criterio di base nella scelta dei soggetti delle tue opere?

I. Tutti i soggetti che scelgo devono parlarmi. Mi sono state commissionate opere con soggetti che non mi emozionavano e sono stata costretta a rifiutare. Devo conoscere i soggetti, storicamente e personalmente. Per me sono reali e mi dicono come essi desiderano essere presentati nella loro nuova incarnazione tramite la mia Arte. Per loro è una specie di finestra da cui guardare l’esterno, e per noi in cui affacciarci. Io incapsulo il loro spirito negli strati del mio lavoro. Mi auguro questo non suoni un po’ folle ma io di notte lascio accesa la musica classica nel mio studio, per non farli sentire soli.

memories

FG. Cos’è per te l’Arte? Personaggi storici, gente che viene dal passato sono i tuoi soggetti preferiti. Perché?

I. L’Arte è la comunicazione di espressività ed emozione fra l’oggetto e lo spettatore. Una volta che l’artista crea l’oggetto (l’opera), lui o lei viene liberato. Ecco perché possiamo guardare un’opera d’arte di cento anni fa, non avere idea di chi sia l’artista, ed emozionarci ancora nel guardarla. L’Arte parla attraverso i secoli tanto facilmente quanto lo è per noi parlarci l’un l’altro di persona. I miei personaggi preferiti sono quelli di donne forti. Uso spesso figure di regine e principesse nel mio lavoro. Hanno dovuto superare enormi avversità talvolta, per fare ciò che hanno fatto. Mi ispirano e auspico ispirino anche coloro che le ritrovano nei miei quadri. Utilizzo anche figure maschili, per le stesse ragioni. Francois I è un personaggio che mi affascina. Era un amante dell’Arte e ha portato la Monna Lisa alla Francia. Molti dei miei soggetti non sono molto conosciuti e spesso ritraggo bambini. La loro innocenza mi attrae, così come la loro forza.

FG. Vuoi parlarci della tua peculiare tecnica artistica e del tuo recente lavoro sperimentale?

I. La mia tecnica è complessa. Uso strati multipli trasparenti per costruire immagini composite. Tra gli spazi posiziono oggetti che mi parlano, come spartiti musicali, farfalle, tessuti, giocattoli, persino grucce se il lavoro lo richiede. Il mio lavoro più recente si discosta leggermente da questo. Lo strato posteriore ha il soggetto in bianco e nero e gli oggetti vengono stratificati davanti ad esso. In questo modo risultano più ammalianti e delicati. Forse, il mio preferito di questo gruppo è “Memories of a winter’s garden”.

Intervista e traduzione di Federica Galetto

FG: Welcome on WSF, Ingrid.Thank you for being here. When did you start your artistic career and how would you define your Art?

IM: My career developed in two stages. Both my parents are artists and often took me to museums as a child. Once they told me there are far more pieces in the basement than on the walls. That got me thinking, was there a way to bring these painting into the light so more people could see them. This thought never left me. I went through many other careers until I began working for an art gallery in Aspen. The owner is now my husband of 16 years. Being in a gallery exposed me to a lot of art and artists. My original idea continued to stir in my subconscious until 2005 when it burst to the surface. In a flurry of experimentation I came up with my current technique of layering renaissance images on transparent layers. There were massive technical hurtles to overcome.

FG: What’s the relationship between the insubstantial and the material elements used in your work? What’s the basic criteria you adopt when choosing subjects in your pieces?

IM: All the subjects I choose must speak to me. I’ve been offered commissions of certain subjects that didn’t move me and I was forced to turn them down. I get to know the subjects, historically and personally. They are real to me and tell me how they want to be presented in their new incarnation in my art. It is a kind of window for them to look out of and for us to look in at. I encapsulate their spirit into the layers of my work. I hope it doesn’t sound too crazy, but I leave classical music going in my studio at night so they don’t get lonely.

FG: What’s art for you? Historic characters, people coming from the past, are your favorites. Why?

IM: Art is the communication of expression and emotion from object to viewer. Once the artist creates the object (artwork), he or she is released from this loop. That is why we can look at artwork from hundreds of year ago, have no idea who the artist was, and still be moved by the work. Art speaks across the centuries as easily as we speak to each other in person. My favorite characters are those of strong women. I often use queens and princesses in my work. They overcame great odds sometimes to do what they did. They inspire me and hopefully those who see them again in my work. I do use men as well, for the same reasons. Francois I is a fascinating character to me. He was a lover of art and brought the Mona Lisa to France. Many of my subjects are not well known, and I often use children as subjects. Their innocence appeals to me as does their strength.

FG: Would you please tell us something about your peculiar technique and your recent experimental work?

IM: My technique is complex. I use multiple transparent layers to build a composite of images. In the spaces between, I place objects that speak to me such as music sheets, butterflies, fabric, toys, even coat hangers if the work calls for it. My most recent work is a slight departure from this. The back layer has the subject in black and white and the objects are layered in front of it. They are more haunting and subtle. Perhaps my favorite of this group is called “Memories of a Winter’s Garden.”

Sito web: http://www.ingridmagidson.com/

Blog: http://blog.ingridmagidson.com/

destiny’s memory

Whispered Memories

Queen of masquerade

Tutte le immagini e i video pubblicati in  questo articolo appartengono a Ingrid Dee Magidson  © All rights reserved.

http://www.ingridmagidson.com/

articolo e intervista a cura di Federica Galetto

Inediti di Giovanni Parentignoti


Rimbaud

 

Ebbro di vita,
alla ricerca ostile
e anticoncezionale;
l’oraison du soir,
maledetta da Verlaine,
freddo tra le porte e gli inferi,
romantici suicidi,
tra beffarde ironiche rime,
ai seduti,precursori del non fare
e alle audaci e pettegole
cercatrici di pidocchi.
Per te,
Paris se repeuple,
e l’aspra repressione,
uccidi tra le righe,
mentre sogni
e i tuoi  sogni ispirano,
noi poeti maledetti.

Strawberry Squirt

 

Papille gustative sulle tue ghiandole di Skene,
chiudo gli occhi,ma l’estasi ti osserva
“nothing is real And nothing to get hungabout…”
orgasmo uditivo,di ogni senso,di ogni cellula,
il tuo viaggio verso limiti sublimi
no one I Think is my tree…”
d’incanto l’unificazione dei corpi,
viaggiano coiti nell’Eden
but it’s all wrong,that is I think I disagree…”
odore,umori,istinti di passione,
sublime donarsi di egoistico godere
“  ‘cos I’m going to Strawberry Fields…”

Requiem delle foglie morte

 

Piangono ora,
sinfonie di Mozart,
distoniche armonie d’estate.
Così le tue mani,
sopra quel piano,
a rallegrar paesaggi e proferir candore.
Solo ora foglia d’autunno,
misera e triste,
fermato hai la mano incantata.
e ingialliti aceri tremanti a osservare,
il tuo fragile corpo,
questo requiem suonare.
Nei miei ricordi sollazzano note,
mi appare il tuo volto,
stagione vile e beffarda.
Autunno furtivo di vita,
caduco e triste,
a coprire velati ricordi.

Linyphia

Circolare, tesa, trappola, Aracne,
incubatrice setosa di Epeira,
culla di ombra, pagana, pianto di strega.
Semi cheliceri, anestetico, lingue di sesso,
vittime ignare di odori d’amplesso,
feticci, schiavi, legati allo skene.
Piccoli seni, le prime filiere,
occhi a marchiare il virgineo ventre,
battesimo, sabba, rituali di fuoco.
“When night falls she cloaks the world
in impenetrable darkness.
Suddenly life has new meaning”
Ti muovi e seduci le tue vittime ignare,
penetrare ti lasci in un coito vaginale,
sul pene rilasci liquido e squame;
Si scioglie la pelle come plastica fusa,
s’unisce al tuo corpo colata di linfa,
unione completa, orgasmo asessuato.
Dona Linyphia il suo candido imene,
Hic est enim calix sanguinis mei,
sperma, lussuria, goduria e morte.
Lei ama, non vuole l’estrema fusione,
l’ira di Midian discioglie le ovaie
hoc est enim corpus meum.
Messa, la danza, liquidi organici,
paralitica vittima, succhi mortali;
cheliceri, anestetiche vittime umane.
” Non casca la stella, ma casca l’amante,
che non possa piu’ vivere ne’ possa fiatare,
finche’ a casa mia non viene a picchiare.”
Madre perdona; mi bagno d’incenso,
fuggo tra boschi, trafiggo il mio corpo,
strega che muori riformami donna.
Di sangue risplende la via della fuga,
danzano amanti la morte e la vita,
Linyphia sorride sul suo ventre è marcita.
Requiem di troll aldila’ della siepe,
cimbali e flauti a spianare il viaggio,
anima inquieta ora filtro d’amore.

Notturna

A te, procreatrice di vecchiaia e morte,
signora di miseria eppur di sogni ed Esperidi,
arpeggiata d’archi e fiati, cantata e osannata da piani,
romantiche, fantasie visionarie le Nachtstucke di Schumann,
dolci carezze alla luna Mozart e Haydn,
Les Nuits di De Musset;
coltelli nebbie e cristalli, orrendi sanguinanti mari,
quiete sopra i tetti, fitta,
nera, paurosa, densa,
breve d’estate, gotica d’inverno;
notte d’avventura e d’eclisse,
silenzi che fan l’alba,
notti romane al sepolcro de Scipioni di Verri,
paurosa del Gozzano, dolce di Leopardi;
a voi notti dei miei pianti e dei miei silenzi,
del pensiero mesto e di occhi chiusi a speranze e visioni,
a voi buie come la placenta che m’ha contenuto,
profonde e fredde come la terra che m’aspetta,
a voi contenitori di oniriche presenze
sfumature di un volto che mai sarà;
avvolgetemi notti nel vostro manto,
lontano, distaccato, isolato da tutto,
avvolgetemi e e portatemi via,
diafano e spento;
notte,
qual più fedele e onesto amico del tuo silenzio…notte!

Biografia:

Giovanni Parentignoti  il primo settembre 1974 ad Avola (Sr).
Pubblica nel 2009 “Homo minor mundis” raccolta di poesie e racconti.

Vincitore nel 1998 del concorso un racconto per un segnalibro-ed.Gepas-Avola.
Vincitore del concorso “Streghe e vampiri” con la poesia “Linyphia” indetto dalla casa editrice Giovane holden-2010.
Selezionato per la raccolta “aa.vv. Storie da nomadi” dedicata alla famosa band italiana col racconto Naracauli-2011.
Attestato di merito al concorso “Io esisto” con la poesia “La preghiera del disabile” -2011
Vincitore del concorso “esordiAmo” col racconto “Lei dov’era”- 2012.
Vincitore del concorso esordiAmo-2012- indetto dallo scrittore Lorenzo Spurio.

Dagherrotopia – Il luogo della parola riproducibile – 4


Anche la parola ha gesti transitori

e talvolta vive di omissioni

LILIANA ZINETTI

Accendere la parola per entrare nella vastità del mondo. Fare l’appello, l’appello delle cose, della natura, dei pensieri , e gli  atti sono nudi, non dispongono di sovrastrutture confortanti, delle illusioni dei sentimenti.

Nelle liriche di Liliana Zinetti, ogni azione deve conquistare un tempo per essere riconosciuta, svelata, ben sapendo che non si riuscirà  a trovare conforto o direzione, perché in ogni possibilità\vibrazione\stagione\sentimento c’è il tutto e il suo contrario. L’occhio indagatore si apre ai confini, apre le strade “dove finisce l’azzurro”, dove vibra la neve, e la sera può avere la natura di un aprile che ripete l’inverno. Distrutta ogni illusione rimane costante lo sguardo, che non si smarrisce ma misura il mondo: la pesa non si arrotola nella consolazione ma talvolta, una voce lontana, come di un coro di sagome abbozzate per troppo dolore, inaspettato, può comparire, e cantare la malinconia di quelle luci così chiare, di quelle ombre d’amore che non ci lasciano mai fino in fondo.  La mimesi del fiore che sfoglia i ricordi, i luoghi che ci tengono come un ricordo, un qualcosa rimasto nel fondo incomprensibile. Non ci sorregge nessuna fede, il nulla è accanto e il poeta deve riempirlo con la verità del suo sguardo. Lo sguardo quindi è l’unica misura certa, l’unica possibile dell’indagine su tutto il Creato, da piccolo margine ai ghiacci eterni, dall’uomo accende la parola per (ri)trovare una luce da cui far discendere un colore (simbolo molto amato dalla poeta)  o lo spetto di tutti i colori, segno primario di luce e di vita. La fonia scende a levigare le immagini, dubbiose ma non dome: i punti interrogativi invitano a cercare i suoi opposti, gli esclamativi, gli “eureka” che in qualche luogo del cuore, potrebbero germinare improvvisamente. La parola deve essere accesa, abbiamo già scritto. “Tu mi chiedi cosa sia la poesia – risponde Liliana Zinetti a WSF  – mi chiedi un’idea mia di poetica, ecco, io credo vi siano domande che è inutile porsi, perché non abbiamo una risposta. Come disse la Szymborska, io non so cos’è la poesia, ma il suo esistere nei miei giorni li rende migliori. Definirla non  è possibile, poiché sono molte le definizioni che si possono dare, comunque tutte insufficienti. È forse il limite a cui tendiamo per un’inesausta ricerca di autenticità, di un senso in una società sempre più inautentica. Come dice Heidegger  L’uomo posto di fronte alle scelte che deve compiere, ha dapprima una conoscenza ontica del mondo, cioè lo assume come dato, poi però riflettendo si perviene ad una conoscenza ontologica cioè delle strutture dell’esserci che danno un senso al mondo. La poesia, credo, sollecita il passaggio dall’ontico all’ontologicoL’essere cosa, in ogni luogo, in ogni stagione, in ogni sentimento, puri, ricordando anche  che dobbiamo imparare la distanza, subirla è il dolore”.  

POESIE SCELTE

(ad un mondo crudele e rozzo
ad un Dio che non ci ha salvato
Anna Achmatova)

Fu questo. Il luogo
cercava i suoi confini, l’aperto
entrava nel nome delle cose,
devastava i margini con secchi
rumori, rigettava nel nulla i giorni
fino al patto, fino a nessun amore.
Chiuso cerchio, la misura.
Battito oscuro di fronde e stelle
fredde. Ghiaccio di rami che saliva i vetri
con unghie affilate, strappava le ali agli uccelli.
Neve e vento, foglie putride.

C’era sangue ovunque, l’hai visto? Era una sera.
Gli alberi se ne andarono, volarono
in un vento scurissimo, senza nome.

Se scrivo ciò che sento è perché così facendo
abbasso la febbre di sentire.
F. Pessoa

I

Verso il margine. Fruga l’aperto, il duro
cielo di novembre, qualcosa rimasto
nel fondo incomprensibile. Il tempo osserva.
Polvere e petali, ghiacci eterni.
Alla fine dei nomi forme senza tempo.
È poco, è tutto.
Pare strano non sanguini la luna.

II

Lingua di fiori, il sentiero ha colori
transitori. Per il nulla
fiorisce la rosa. Dove finisce l’azzurro
cade il nome, i libri scordano le parole.
Ripetere per la notte, per la distanza
delle mani, per il nulla
in fine?

III

Le strade si aprivano, ma
non era questo. Era trovare la direzione,
fosse pure la coda tesa di un gatto
o una piccola stella
o una cosa ancora senza nome
una nota da inventare
che inverasse la luce.
Come dire: una sera, una sera
d’ombre chiare sono stato qui, era
questo il luogo, la recinzione
traboccava di rose fiorite per nessuno.

***

Ritorniamo come

un vizio, una parola ripetuta,

nel ramo ardente di un’estate

cercata

nei luoghi che  ci tengono

come un ricordo mai sopito, cieli

lasciati

vasti

cortili stanze viali

la strada

un lungo

ripetere gesti per il vuoto

che improvviso

ci coglie alle spalle

preme sulla fronte

in sere così che piove sulle mani

che ritornare sono le ginocchia

è disimparare anche il pianto,

il crollo secco di qualcosa

lungamente spezzato, sua eco

interminabile

verticale

PER ALICE

La carezza complice che mi sfiora la spalla

lo sguardo cobalto dove imparo il volo.

Ritrovano un ordine le cose

nella stretta felpata della sua mano

che tiene il mondo

come un cavalluccio di legno

e fiorisce primavere e attese

che ride promesse e acque trillanti

trottola di colori e stupore

ali della meraviglia

sei l’alba e il ritorno

sei l’assenso che gonfia maree

e colora la luna