Albinos: gli angeli caduti di Gustavo Lacerda


Gustavo Lacerda, fotografo brasiliano di San Paolo, ha realizzato una serie di fotografie molto speciali: “Albinos”. In questa serie, ritrae esclusivamente modelli affetti da albinismo totale e con estrema delicatezza e abilità li restituisce al mondo in una versione naturale ritoccata unicamente dal suo occhio di fotografo attento. La sensibilità che accompagna le immagini non è che il riflesso di un complesso lavoro interpersonale e professionale intercorso fra Lacerda e i suoi modelli che nella loro timidezza e bellezza unica sono stati guidati mirabilmente verso un’autenticità che si fa Arte. Questo è un esempio calzante di quanto la Bellezza possa essere imperfetta eppure totalmente avulsa dall’errore (visibile ma non rilevante). Perfezione e Bellezza non sono sinonmi ma rappresentano una strada aperta al raggiungimento di una Verità che trascende lo stereotipo, il luogo comune, raggiungendo livelli altissimi di estetica e purezza. Il tocco del mestiere, la semplicità delle inquadrature e dei ritratti, ci offrono un’ampia visione di diversità nell’ordinario, di Bellezza nel più comune scatto all’imperfezione.

FG-Le tue foto della serie “Albinos” sono parte di un lavoro fotografico molto particolare. Come hai iniziato a pensarci e cosa ti ha condotto a fare questa scelta

FG-Your pictures “Albinos” are part of  a very peculiar photographic work. How did you start thinking about it and what did it lead you to this choice?

GL-For some years, albinism and its peculiar beauty arouse my attention. Since the beginning of 2009 I have been researching the universe of albinos and trying to bring them to the front of the camera.

I chose the posing portrait in studio, valuing and seeking to mystify the production processs: costumes, hair/makeup and backgrounds.

The idea was to put them clearly in the forefront, a new situation for those who have always been an outsider.

This focus has caused them discomfort in the beginning, a certain strangeness to most of those portrayed but , at the same time,  a proud too. Try to capture this mixture of sensations has been a major challenge and there arises the essence of the work.

GL– Per alcuni anni, l’albinismo e la sua peculiare bellezza hanno attirato la mia attenzione. Dall’inizio del 2009 ho esplorato l’universo albino, tentando di portarlo davanti alla macchina fotografica. Ho scelto il ritratto in studio, valutando e cercando di mistificare il processo di produzione: costumi, makeup, acconciature, sfondi. L’idea era quella di mettere i soggetti in primo piano, una situazione nuova per chi invece era sempre stato un outsider. Questa focalizzazione ha causato, all’inizio, disagio in loro, una specie di estraneità a quei ritratti, ma allo stesso tempo anche un certo orgoglio. Cercare di catturare questo mix di sensazioni è stata la sfida più grande e là risiede l’essenza del lavoro.

FG-Qual è il sentimento più forte che provi guardando le tue foto “Albinos”?

FG-What’s your strongest feeling when looking at your “Albinos” pictures?

GL-I think the strongest feeling that comes is of lightness and delicacy, though in some pictures there is a tension in the air caused by shyness.

GL– Credo che i sentimenti più forti siano la leggerezza e la delicatezza, benché in alcune immagini ci sia una tensione nell’aria, causata dalla timidezza.

FGI modelli che hai usato somigliano ad angeli (caduti). Come li hai trovati e dove?

FG-The models you used look like (falling) angels. How did you find them and where?

GL-At first I found albinos in social networks. It was hard to convince them that they had a singular beauty and I loved it, but slowly I was gaining confidence and the people I was photographing indicated friends, relatives…So the project was growing …

GL- Inizialmente li ho trovati tramite i social networks. E’ stata dura convincerli che possedevano una bellezza singolare e che mi piaceva molto, ma lentamente sono riuscito a conquistarmi la loro fiducia e persone che fotografavo mi presentavano altre persone, amici, parenti; così pian piano il progetto cresceva.

FGQual è il tuo criterio di base nella scelta dei modelli e nello scatto delle immagini?

FG-What’s the basic criteria for choosing your models and shooting your pictures?

GL-I like to photograph ordinary people in my personal work. Often, people are more beautiful in its imperfections. That’s what makes us more humans

GL– Mi piace fotografare la gente normale quando lavoro. Spesso le persone sono molto più belle nelle loro imperfezioni. Questo è ciò che ci rende umani.

FG- Il loro strabismo è un segno distintivo e disarmante, come hai gestito questo mentre lavoravi?

FG-Their squint is a disarming and distinguishing mark, how did you cope with it while working?

GL-I think that the best way to deal with “imperfections”   is to regard them as natural as possible. They are there and I can’t  and  I don’t want modify them. There is no perfection in life outside the world of advertising. When we can find beauty in ordinary and imperfect things,  life becomes lighter and more dignified.

GL– Credo che il modo migliore per convivere con le imperfezioni sia considerarle naturali il più possibile. Ci sono e io non posso, non voglio modificarle. Non esiste perfezione al di fuori del mondo pubblicitario. Quando si riesce a trovare bellezza nelle cose imperfette di tutti i giorni, la vita diventa più leggera e dignitosa.

FGQual è il tuo rapporto personale con i modelli di “Albinos”? Hai trovato differenze notevoli nel lavorare con loro?

FG-What’s your personal relationship with your “Albinos” models? Have you found any remarkable differences in working with them?

GL-As I had to first gain their trust and then photograph them naturally had a bond greater than that normally I experience with the models I photograph in other works.
My interest in their stories of overcoming also influenced to the friendship that was created.

GL- Siccome all’inizio dovevo guadagnarmi la loro fiducia e poi fotografarli in modo naturale, ho avuto con loro un legame più forte rispetto agli altri modelli con cui abitualmente lavoro. Il mio interesse alle loro storie di “resistenza” hanno influenzato anche l’amicizia creatasi.

FGGustavo Lacerda: Fotografo. Qual’è il segreto che nascondi dietro il tuo obiettivo?

FG-Gustavo Lacerda: Photographer. What’s the secret you hide behind your lens?

GL-I do not think I have some secret behind the lens. I am so basic and so common.

I am interested in photographing things that I often identify myself. Sometimes, what attracts me is exactly what causes me discomfort. Shooting for me is to try to rearrange my own world and my senses.

GL– Non penso di avere segreti dietro l’obiettivo. Sono molto essenziale e comune. Sono interessato a fotografare cose nelle quali mi identifico. Talvolta, ciò che mi attrae è esattamente ciò che mi provoca disagio. Fotografare per me significa cercare di ritoccare, riorganizzare il mio mondo e i miei sensi.

http://www.gustavolacerda.com.br/

Intervista e articolo a cura di Federica Galetto

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12 pensieri su “Albinos: gli angeli caduti di Gustavo Lacerda

  1. Meraviglioso articolo. Di disarmante semplicità le parole del fotografo,eppure altrettanto profonde. In barba a chi necessita di paroloni o strampalate autobio per gonfiare il nulla delle proprie opere.
    Le fotografie qui sembrano provenire da un’altra dimensione. Dove la normalità è la stessa della nostra.

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  2. Grazie della vostra presenza e attenzione. Gustavo Lacerda è una persona, un professionista molto sensibile. La sua disponibilità è stata immediata e gentile. Il suo lavoro, questo in particolare, riflette senz’altro tutto ciò. Lavorare con gli albini ha in sè qualcosa di magico, il suo desiderio di avvicinarli, conoscerli per poi ritrarli, ha un senso profondo di rispetto per la diversità, qualunque essa sia. Lo ringrazio pubblicamente per l’intervista che mi ha rilasciato. E grazie a voi.

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    • si, Samoa, hai centrato il punto. La semplicità e la bellezza, la normalità nella diversità, la diversa normalità, l’amore per l’altro e per ciò che si fa. Tutto questo si vede, trasuda dai ritratti stupendi di Lacerda.

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  3. arrivano con tutta la semplicità e la bellezza che hanno.
    le parole di gustavo e le sue immagini sono meravigliose.
    grazie immensamente Federica per questo regalo.
    un regalo bellissimo il tuo, apprezzato e molto.

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  4. molto, molto bello l’articolo! emerge la sensibile bellezza dei soggetti ritratti attraverso la cura e l’emozione dell’artista..partecipare a questa intervista è vedere con altri occhi molte cose…grazie!

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  5. Credo che l’occhio sia la circostanza meno allenata di tutto l’essere umanI.
    Proposte come questa, in questa maniera proposte, mi sembrano esercizio indispensabile perché l’atrofia sociale non diventi atrofia dello sguardo di ciascuno.
    Un grazie dal mio, di sguardo.

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  6. Io invece non credo l’occhio sia la circostanza meno allenata ma sicuramente più fragile dell’essere umano. Lo sguardo con il tempo diviene vittima di abitudine ma fotografie come queste risvegliano quella curiosità che non può mancare all’essere umano.
    Bella anche l’intervista, dove si parla di strabismo come imperfezione, donando alla macchina fotografica il suo ruolo naturale. Oggi è moda ritoccare le immagini anche fra i non professionisti e questo secondo la mia opinione è un male assoluto. Cogliere l’attimo è meraviglioso ma è lo è ancor di più cogliere la realtà. Complimenti !

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  7. Mi accosto alla tua definizione, circa l’occhio e la sua gestualità, perché era più o meno ciò che intendevo dire.
    Non credo, invece, che maneggiare una foto equivalga necessariamente a sottrarsi la possibilità di ‘cogliere la realtà’. Questo perché ritengo che, anche in quel caso, l’azione della propria mano sulla realtà si tramuti in finzione ‘artistica’ e, in quanto tale, paragonabile a qualsivoglia altra maniera artistica agente.
    Non parlo, ovviamente, del ritocco a scopi estetici (ci mancherebbe), ma proprio e piuttosto del ‘divertimento artistico’ conseguente alla combinazione e al rimaneggiamento di forme, sfumature, messaggi visivi. Che, a mio avviso, nulla toglie alla realtà che resta lì, nello scatto originale, dividendosi gli spazi e i momenti con le proiezioni e il ventaglio di ulteriori possibilità create dalla volontà artistica di ciascuno.
    Mi è capitato, per esempio, che certi colori e certe sfumature significassero proprio ciò che avevo dentro in quel momento e che si rivelassero necessarie e fondamentali rispetto al messaggio contenuto in una fotografia; così come mi è capitato di scattare fotografie guardando già in quel momento oltre le fotografie stesse, pensando a ciò che avrei potuto trarne e proiettarne poi.
    Insomma, il sottile confine sosta, secondo me (come quasi tutti i confini), sulla linea delle intenzioni personali e contingenti.
    🙂 Ciao ciao.

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