(Il fare) Bligal di pietra e di luce di Roberto e Daniela Malini


Pensi alle parole 

sospese 

come queste case 

appese

con fili invisibili 

al cielo

(da Bligal, di Roberto e Daniela Malini)

Il fare (cultura) è universalmente un pregio, che in questi tempi sghembi e stretti d’attenzione, deve essere valorizzato nelle sue alte forme. Diamo grande attenzione alle nuove proposte che troviamo “nel fare” di Roberto Malini, che  proprio in questi giorni annuncia la costituzione di un circolo culturale, che tra le sue prerogative ha la diffusione della bellezza della poesia.  Anche con attività editoriali, come dimostra il primo edito del circolo, Bligal di pietra e luce, che sarà presentato in anteprima a Genova nelle prossime settimane e di cui leggeremo in calce degli estratti.

“Il Circolo Lavinia Dickinson, pubblicherà – ci informa Malini – poesia  internazionale”. Il Circolo trae il suo nome da Lavinia Norcross Dickinson, affettosamente chiamata “Vinnie” (1833-1899), sorella minore della grande poetessa statunitense Emily Dickinson. Dopo la morte di Emily, Vinnie – che aveva sempre incoraggiato la sorella a dedicarsi alla poesia –  visse in solitudine nella casa paterna. Fu lei a trovare all’interno di un raccoglitore, nella camera di Emily, 1775 poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo. Negli anni successivi si impegnò con tutte le sue forze perché l’opera della sorella fosse pubblicata e apprezzata. Il Circolo Lavinia Dickinson ispira la propria attività editoriale alla missione di Vinnie, che era quella di scoprire e diffondere la bellezza della poesia.

Il primo volume della collana “Poeti contemporanei”in uscita sarà  Bligal di pietra e luce, scritto da Roberto Malini e dalla sorella Daniela.

“Il nostro libro di poesie è nato da un viaggio nell’antica bellezza di Apricale, borgo medievale in provincia di Imperia,” spiega Roberto Malini. “Accolti da un volo d’aquile, Daniela e io ci siamo trovati – per l’incanto di una natura senza tempo – lontani dalle contraddizioni del mondo moderno. Oltre un ponte vetusto a schiena d’asino, siamo scesi verso un fiume di energia, mentre l’usignolo al crepuscolo annunciava le notti e le libellule – su di noi – sembravano fate… Sono felice, felice di aver scritto insieme alla mia amatissima sorella questo prezioso libretto, che sussurra misteri e bellezze splendidi come una stellata”. Gabriele Cassini, responsabile storico e culturale del Comune di Apricale ha scritto la prefazione dell’opera. Il libro è impreziosito dalle foto di Steed Gamero, che ha accompagnato i poeti nel borgo ligure, realizzando una serie di immagini evocative. “Le foto di Steed colgono alcuni momenti del nostro viaggio,” dice Daniela Malini, “e ci ricordano i momenti di rara bellezza da cui sono scaturite le poesie, nella totale immersione in un mondo incantato, lontani dalla frenesia quotidiana, dove le cose parlano con parole di luce e colore e dove anche le pietre hanno un’anima luminosa. Sono entusiasta di averlo scritto grazie a Roberto, che ci ha creduto e mi ha proposto fin dal primo istante questa impresa dell’anima”.

Bligal di pietra e luce
Poesie di Roberto Malini e Daniela Malini
80 pagg. con 8 fotografie in bianco e nero di Steed Gamero
Prefazione di Gabriele Cassini
Edizioni del Circolo Lavinia Dickinson, Genova 2012

Estratti di versi da

Bligal di pietra e luce, 

un libro di poesie che sussurra i misteri della vita

Fuoco bianco e silenzio

indugiano oltre i colli,

immemori ipomee

lentamente si schiudono

ai battiti di bronzo

che svegliano la valle:

tu sei l’alba.

***

Quasi infinito,

il corpo

si stendeva fra l’anima e il tempo,

profumava di muschio

e di incenso.

Quasi perfetto,

il corpo

trasfigurava.

Il buio – e io – lo vegliavamo

e il giorno era lontano.

Quasi divino,

il corpo

si svelava al mistero della fede

e la notte divenne

una preghiera.

Roberto Malini

 

 

Solo le pietre conoscono

il segreto della vita.

Il loro non è silenzio,

non sono mute.

Le loro parole sono

materia fusa che tutto conosce,

una preghiera silenziosa

per lasciare agli uomini

il mistero più grande.

E’ questo il loro dono.

***

Chissà quale misterioso equilibrio

tiene aggrappati alla roccia millenaria

questi acini di case.

Silenzio di farfalle

nell’aria tersa e fresca del mattino.

Pensi alle parole

sospese

come queste case

appese

con fili invisibili

al cielo.

Daniela Malini

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Albinos: gli angeli caduti di Gustavo Lacerda


Gustavo Lacerda, fotografo brasiliano di San Paolo, ha realizzato una serie di fotografie molto speciali: “Albinos”. In questa serie, ritrae esclusivamente modelli affetti da albinismo totale e con estrema delicatezza e abilità li restituisce al mondo in una versione naturale ritoccata unicamente dal suo occhio di fotografo attento. La sensibilità che accompagna le immagini non è che il riflesso di un complesso lavoro interpersonale e professionale intercorso fra Lacerda e i suoi modelli che nella loro timidezza e bellezza unica sono stati guidati mirabilmente verso un’autenticità che si fa Arte. Questo è un esempio calzante di quanto la Bellezza possa essere imperfetta eppure totalmente avulsa dall’errore (visibile ma non rilevante). Perfezione e Bellezza non sono sinonmi ma rappresentano una strada aperta al raggiungimento di una Verità che trascende lo stereotipo, il luogo comune, raggiungendo livelli altissimi di estetica e purezza. Il tocco del mestiere, la semplicità delle inquadrature e dei ritratti, ci offrono un’ampia visione di diversità nell’ordinario, di Bellezza nel più comune scatto all’imperfezione.

FG-Le tue foto della serie “Albinos” sono parte di un lavoro fotografico molto particolare. Come hai iniziato a pensarci e cosa ti ha condotto a fare questa scelta

FG-Your pictures “Albinos” are part of  a very peculiar photographic work. How did you start thinking about it and what did it lead you to this choice?

GL-For some years, albinism and its peculiar beauty arouse my attention. Since the beginning of 2009 I have been researching the universe of albinos and trying to bring them to the front of the camera.

I chose the posing portrait in studio, valuing and seeking to mystify the production processs: costumes, hair/makeup and backgrounds.

The idea was to put them clearly in the forefront, a new situation for those who have always been an outsider.

This focus has caused them discomfort in the beginning, a certain strangeness to most of those portrayed but , at the same time,  a proud too. Try to capture this mixture of sensations has been a major challenge and there arises the essence of the work.

GL– Per alcuni anni, l’albinismo e la sua peculiare bellezza hanno attirato la mia attenzione. Dall’inizio del 2009 ho esplorato l’universo albino, tentando di portarlo davanti alla macchina fotografica. Ho scelto il ritratto in studio, valutando e cercando di mistificare il processo di produzione: costumi, makeup, acconciature, sfondi. L’idea era quella di mettere i soggetti in primo piano, una situazione nuova per chi invece era sempre stato un outsider. Questa focalizzazione ha causato, all’inizio, disagio in loro, una specie di estraneità a quei ritratti, ma allo stesso tempo anche un certo orgoglio. Cercare di catturare questo mix di sensazioni è stata la sfida più grande e là risiede l’essenza del lavoro.

FG-Qual è il sentimento più forte che provi guardando le tue foto “Albinos”?

FG-What’s your strongest feeling when looking at your “Albinos” pictures?

GL-I think the strongest feeling that comes is of lightness and delicacy, though in some pictures there is a tension in the air caused by shyness.

GL– Credo che i sentimenti più forti siano la leggerezza e la delicatezza, benché in alcune immagini ci sia una tensione nell’aria, causata dalla timidezza.

FGI modelli che hai usato somigliano ad angeli (caduti). Come li hai trovati e dove?

FG-The models you used look like (falling) angels. How did you find them and where?

GL-At first I found albinos in social networks. It was hard to convince them that they had a singular beauty and I loved it, but slowly I was gaining confidence and the people I was photographing indicated friends, relatives…So the project was growing …

GL- Inizialmente li ho trovati tramite i social networks. E’ stata dura convincerli che possedevano una bellezza singolare e che mi piaceva molto, ma lentamente sono riuscito a conquistarmi la loro fiducia e persone che fotografavo mi presentavano altre persone, amici, parenti; così pian piano il progetto cresceva.

FGQual è il tuo criterio di base nella scelta dei modelli e nello scatto delle immagini?

FG-What’s the basic criteria for choosing your models and shooting your pictures?

GL-I like to photograph ordinary people in my personal work. Often, people are more beautiful in its imperfections. That’s what makes us more humans

GL– Mi piace fotografare la gente normale quando lavoro. Spesso le persone sono molto più belle nelle loro imperfezioni. Questo è ciò che ci rende umani.

FG- Il loro strabismo è un segno distintivo e disarmante, come hai gestito questo mentre lavoravi?

FG-Their squint is a disarming and distinguishing mark, how did you cope with it while working?

GL-I think that the best way to deal with “imperfections”   is to regard them as natural as possible. They are there and I can’t  and  I don’t want modify them. There is no perfection in life outside the world of advertising. When we can find beauty in ordinary and imperfect things,  life becomes lighter and more dignified.

GL– Credo che il modo migliore per convivere con le imperfezioni sia considerarle naturali il più possibile. Ci sono e io non posso, non voglio modificarle. Non esiste perfezione al di fuori del mondo pubblicitario. Quando si riesce a trovare bellezza nelle cose imperfette di tutti i giorni, la vita diventa più leggera e dignitosa.

FGQual è il tuo rapporto personale con i modelli di “Albinos”? Hai trovato differenze notevoli nel lavorare con loro?

FG-What’s your personal relationship with your “Albinos” models? Have you found any remarkable differences in working with them?

GL-As I had to first gain their trust and then photograph them naturally had a bond greater than that normally I experience with the models I photograph in other works.
My interest in their stories of overcoming also influenced to the friendship that was created.

GL- Siccome all’inizio dovevo guadagnarmi la loro fiducia e poi fotografarli in modo naturale, ho avuto con loro un legame più forte rispetto agli altri modelli con cui abitualmente lavoro. Il mio interesse alle loro storie di “resistenza” hanno influenzato anche l’amicizia creatasi.

FGGustavo Lacerda: Fotografo. Qual’è il segreto che nascondi dietro il tuo obiettivo?

FG-Gustavo Lacerda: Photographer. What’s the secret you hide behind your lens?

GL-I do not think I have some secret behind the lens. I am so basic and so common.

I am interested in photographing things that I often identify myself. Sometimes, what attracts me is exactly what causes me discomfort. Shooting for me is to try to rearrange my own world and my senses.

GL– Non penso di avere segreti dietro l’obiettivo. Sono molto essenziale e comune. Sono interessato a fotografare cose nelle quali mi identifico. Talvolta, ciò che mi attrae è esattamente ciò che mi provoca disagio. Fotografare per me significa cercare di ritoccare, riorganizzare il mio mondo e i miei sensi.

http://www.gustavolacerda.com.br/

Intervista e articolo a cura di Federica Galetto

Un Volo…pindarico


Ho riflettuto molto prima di scrivere questo articolo. Ancora adesso, è mia convinzione, che sprecare noi stessi, il nostro tempo, le capacità intellettive per spiegare il concetto del nulla, possa trasformarsi in un esercizio di mera retorica che non porta da nessuna parte se non a circumnavigare il vuoto. E’ pur vero che in qualche modo bisogna difendersi e non rimanere passivi a tutto ciò che il mercato e soprattutto l’ITALIOTA medio vuole propinarci forzatamente.
Mister OVVIO Fabio Volo è il prototipo esatto e veritiero della società nostrana. Mentre altri pseudo-scrittori già da me esaminati appartengono comunque ad una nicchia ben definita e allineata, il soggetto in questione abbraccia l’intero universo evolutivo dell’homo basic. Quell’ignominia evolutiva che inesorabilmente crea mostri a propria immagine e somiglianza per poi demonizzarli disconoscendoli.

Prima di iniziare le mie divagazioni è bene precisare, per onoestà intellettuale che anche il sottoscritto, in un periodo di oziosità culturale, ha letto le opere omnie del Pulcino Pio, questo per anticipare i soliti noti che si appresteranno in modo pavido (perché sia mai commentassero il loro dissenso) a pensare che il Vostro è un povero coglione frustrato e ignora la grandezza letteraria di sua maestà Fabio Volo.

Le prime apparizioni di Mr. OVVIO si rifanno alla tv in un famoso programma televisivo chiamato Le Iene. Insomma uno dei tanti pseudo-programmi che si definiscono al servizio del cittadino ma che poi fanno da servi ai soliti noti. Proprio questo suo pedigree televisivo-nazional-popolare, spinge Volo a volersi cimentare in altre attività “artistiche”, che svolazzano (scusate il gioco di parole) dal cinema al teatro fino ad atterrare sulla meta più ambita dal panorama televisivo italico ; la scrittura.
Il poveraccio, non è stupido. Capisce subito che, in questo paese inutile, c’è un profondo buco “letterario” da colmare assolutamente. Una lacuna che deve forzatamente essere riempita, altrimenti il baratro tanto agognato non può essere raggiunto.

L’ormai dipartita dei famosi romanzi Harmony.

Traduco per chi fosse troppo giovane. Negli anni ottanta, non c’era ombrellone, asciugamano o lettino che non annoverasse fra le sue pieghe uno di questi libretti rosa, scritti da zappaterra in cerca di fama, il cui tema era sempre e comunque incentrato sula storia d’amore, condita dai soliti ed inutili stereotipi da quattro soldi, tanto cari alle casalinghe annoiate in cerca di una qualsiasi realtà che non fosse la loro. Credo, ma non ne sono sicuro, che anche questi tascabili a loro volta avessero sostituito un altro sottoprodotto orripilante che rispondeva al nome di fotoromanzo.
Insomma, Mr. OVVIO, capisce al volo (altro gioco di parole…non resisto!) l’occasione e si prepara alla sue sei fatiche letterarie di cui vi risparmio titoli e trame per il solo fatto di potermi elevare a salvatore incontrastato delle vostre menti. Colui che vi ha risparmiato il limbo eterno chiedendovi se mai si possa vivere non conoscendo i pensierini di questo pupazzo semi analfabeta.

Però è giusto e mia convinzione capire il perché del successo dei suoi libri.
In primis, la portata principale di cui si nutrono i suoi romanzi è l’amore. Il sentimento più alto e variegato dell’essere umano diviene sotto la sua penna lillipuziano a tal punto da renderlo, come dicono i suoi seguaci, “normale”. Non pensando che magari quel tipo di normalità, che il Volo traccia sulle pagine non è altro che un paradigma di amori talmente noiosi e inutile da rasentare la mediocrità più estrema.
Lo ricetta di ogni libro è sempre ben delineata :
Un amore difficile e banale, un paio di lutti che non fanno mai male, qualche scopata che vende sempre, e per finire una bella sfilza di luoghi comuni che farebbero impallidire persino l’almanacco di frate Indovino. Per intenderci, tutto quello che l’homo basic sogna e a cui aspira nella vita.
Credo che meglio di qualsiasi personaggio moderno, Fabio OVVIO Volo rappresenti la BANALITA’ che è il vero male di questo tempo. Un male che rifiuta qualsiasi forma che non sia quella prestabilita, che inneggia al rogo per colui che rifiuta schematizzarsi al sistema, che disconosce l’arte ma finge di occuparsene. Un’aberrazione non riconosciuta che viene imposta come consuetudine con il solo scopo di “normalizzare” il popolino.

Secondo il mio parere è questo il vero nodo centrale, cioè l’omologazione.

Il vero scopo dell’editoria nostrana e non solo, è quello di incanalare l’arte in un senso ben determinato in modo tale da creare pseudo automi privi di quel libero arbitrio che tanto infastidisce i lor signori. Risultato che devo ammettere ormai raggiunto, con l’aiuto dei tanti Volatili e scopiazzature varie che passano l’esistenza a recitare il ruolo di intelletualoidi di sinistra ma che in verità sono dei poveri idioti radical-chic pronti a squartare la propria madre per qualche euro in più sul conto in banca. Mi domando come mai non vadano a proferire i loro vangeli nel fosso delle marianne evitandoci le loro amenità senza senso.

In conclusione spero vivamente che Mr. OVVIO abbia occasione di leggere queste righe. Magari in lui nascerà la convinzione di non propinarci più la sua merda, di lasciare perdere i suoi voli (è più forte di me…)pindarici sulla filosofia, che tra l’altro credo non abbia proprio capito o studiato. Altresì spero che le menti di questo paese si sveglino finalmente e contrastino questa situazione surreale, in qualsiasi modo, anche scatenando una guerra mediatica contro questo esercito di scimmie…che proprio dodici non sono.

N.B. Homo Basic : Ringrazio D.R. e C.O. perché in una discussione serale, paragonarono l’italiano medio alla linea di una nota marca di intimo. La linea Basic. La cui particolarità è di essere di soli due colori…Bianco o Nero senza nessuna sfumatura.

La biblioteca delle meraviglie di Bizzarro Bazar


Angela Carter
LA CAMERA DI SANGUE
(1984-95, Feltrinelli, f.c.)

Femminista innamorata del simbolo, del mito e del fiabesco barocco, Angela Carter è stata una delle voci più distinte e originali della letteratura britannica del Novecento. I suoi romanzi e racconti vengono talvolta inseriti nella vaga definizione di “realismo magico”, in ragione dell’irruzione del fantastico nel contesto realistico, ma la scrittura della Carter unisce alla piacevolezza dell’affabulazione una complessa stratificazione di rimandi culturali che la avvicinano per certi versi al postmoderno. Non fanno eccezione queste fiabe classiche, rilette dalla Carter alla luce di una sensibilità moderna che ha metabolizzato stimoli distanti ed eclettici (la tradizione orale, i maudits francesi, Sade, la psicanalisi, ecc.).

Le favole reinventate ne La camera di sangue (fra le altre, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali, la Bella e la Bestia, ecc.) sono di volta in volta crudeli, comiche, inquietanti o suggestive, ma sempre costruite alla luce di una particolare ironia che ne esalta i sottotesti sessuali o sessisti.

Il femminismo di Angela Carter, per quanto radicale, non è certamente manicheo ma pare anzi ambiguamente affascinato dalle figure maschili oppressive e dominanti (davvero esclusivamente per “denunciarle”?). In questo senso la vera e propria perla di questa antologia rimane il racconto d’apertura che dà il titolo alla raccolta, una rilettura libera della favola di Barbablù. La raffinatezza della descrizione dei sentimenti della sposa-bambina “acquistata” e segregata dal marito-orco è tra i punti più alti del libro: l’attrazione e la repulsione si confondono in modo quasi impercettibile nell’insicurezza virginale della protagonista. La prima notte di nozze avviene in una imponente camera del castello in cui il marito ha fatto istallare una dozzina di specchi – indicando la folla di ragazzine riflesse, esclama soddisfatto: “Guarda, me ne sono procurato un intero harem!”. Poi la deflorazione, ed ecco che con l’arrivo del sangue si disvela la maschera della sessualità come aggressione; sarà sempre il sangue a guidare come un filo rosso la protagonista alla scoperta del vero volto dell’assassino collezionista di mogli; e il sogno idilliaco si trasformerà in incubo proprio con l’apertura della porta proibita, la segreta del nero desiderio maschile, fatto di crudeltà e dominazione.

Jacques Chessex
L’ULTIMO CRANIO DEL MARCHESE DI SADE
(2012, Fazi Editore)

Il libro postumo di Chessex esce in Italia a quasi tre anni dalla morte dell’autore svizzero, avvenuta per attacco cardiaco nel corso di una conferenza. E L’ultimo cranio ha certamente qualcosa di profetico, perché parla di uno scrittore che sta per morire: si tratta del famigerato Donatien Alphonse François de Sade, quel “divino marchese” che con il passare del tempo diviene una figura sempre più centrale nella cultura occidentale. La prima parte del romanzo racconta gli ultimi mesi di vita di Sade rinchiuso nel manicomio di Charenton, ormai minato nella salute a causa dei continui eccessi. La sua agonia è lenta e dolorosa: proprio lui, che ha passato gran parte della sua vita in cella, è ora costretto a fare i conti con un’altra prigione, quella della carne che va disfacendosi. Emorragie, coliche, tosse asmatica, obesità e sincopi lo rendono ancora più blasfemo e intrattabile del solito. In preda a uno sconfinato cupio dissolvi, Sade è ormai maniacalmente ossessionato dalle sue dissolutezze. La seconda parte del romanzo traccia invece la storia del suo cranio, che attraversa l’Europa e i secoli ritornando in superficie di tanto in tanto, e portando con sé un’aura magica di malvagità e sciagure. Come una vera e propria reliquia al contrario, il cranio diviene il simbolo beffardo di un ateismo che ha bisogno di martiri e di santi tanto quanto le religioni che disprezza. Questa duplicità rimanda evidentemente al celebre saggio di Klossowski Sade prossimo mio, in cui l’autore sottolinea più volte che l’ateismo del Marchese aveva necessità di una religione da vilipendere, e in definitiva anche il Sade di Chessex brucia di furia sovrumana, quasi divina. L’ultimo cranio, nonostante le accuse di pornografia e immoralità (oltre al sesso, il libro contiene anche qualche blasfemia esplicita), sorprende per la sostanziale pacatezza del linguaggio e i toni riflessivi che contrastano con la rabbia del protagonista: Chessex compone qui una misurata e matura vanitas, che ci parla della dissoluzione finale da cui non può scappare nemmeno un animo indomito.

Proprio perché l’uomo è solo, ha così terribilmente bisogno di simboli. Di un cranio, di amuleti, di oggetti di scongiuro. La consapevolezza vertiginosa della fine dell’individuo nella morte. A ogni istante, la rovina. Forse bisognerebbe considerare la passione per un cranio, e singolarmente per un cranio stregato, come una manifestazione disperata di amore di sè e del mondo già perduto“.

di Bizzarro Bazar

http://bizzarrobazar.com/

Omar Galliani e il tempo che sublima le forme


Posso chiamarla maestro? del resto la maestria con cui domina il segno e il disegno è innegabile. Scegliere di ritornare al disegno, piegarlo ad una visione quasi onirica che scava e sdoppia, non si ferma mai, arriva ai muscoli, ed è come uno “scavarsi dentro”, è per lei un dialogo ipnotico?

Non ho mai frequentato scuole zen , non ho mai pensato al disegno come ad un viatico mistico che mi collegasse ad altre ” Visioni ” che non fossero quelle relative al mio “sentire” al mio “guardare” dentro alla superficie di un pioppo o alla trasparenza della grafite. E’ nella sublimazione della materia che trovo il mio “zen” . Tutta la grande pittura, la grande poesia è molto più semplice di quanto si pensi . L’impresa difficile è la “trasformazione”, la  ” sublimazione ” delle parole, dei segni  e il “tempo” a cui dobbiamo appartenere senza risparmio di energie.

La presenza nei suoi lavori è spesso donna.  Ritratti, immagini a mezzo busto, con un rosso inaspettato a segnare i muscoli, una goccia di sangue, una consonante in maiuscola. Nero, seppia, rosso: quasi colori da santuario laico. Cosa si cerca in queste immagini, cosa si fissa e cosa si trasmuta in un volto?

Il Volto, l’anatomia, la fisiognomica del femminile è un pretesto per raggiungere altri significati o simbologie. Il mio lavoro si muove dalle origini su conoscenze alchemiche. Essendo l’alchimia indissolubilmente legata al concetto di trasformazione e rigenerazione della materia per scoprire la formula assoluta che trasformi la vile materia in oro ho pensato di partire dalla nascita , dall’utero quale vaso alchemico della trasformazione. Quindi il femminile a cui il maschile anela quale congiunzione e “rivelazione” dell’energia originaria . Nella “congiunzione ” si rigenera la vita. E’ nell’unione del bianco del pioppo ” femminile” e il nero della grafite ” maschile ” che si invera il mio lavoro. Spesso questi volti, queste anatomie vengono attraversate da tagli o ferite che apparentemente non mutano l’espressione insofferente del soggetto. E’ una condizione legata alla contemporaneità del nostro vivere quotidiano che ci mostra la bellezza più rivelata e il dolore più insopportabile sugli stessi monitor nello stesso istante. Anche nei Siamesi con contenuti diversi si assiste ad un rispecchiamento del “SE” dentro e davanti a”Se”.

Mi ha colpito la sua rivisitazione del Correggio. In principio ho pensato ad un omaggio all’artista nato in fondo a pochi chilometri di distanza dalla sua Montecchio. Poi la rivisitazione è diventata un incrocio, lo spazio dei disegni dell’Allegri è stato occupato e riportato alla visione del duplice che le appartiene. Dialogare con i classici quindi è ancora un postulato possibile?

Il mio Correggio vola ancora tra le nuvole dipinte per gli amori di Giove e il campo di atletica di quel paese così vicino al mio. L’Allegri non ha mai viaggiato tanto in vita sua , io a differenza di lui viaggio e porto anche il suo segno nel mondo. Ambasciatore di bellezze mitiche e carnali si rifugiava tra le nebbie del Po dove la differenza tra realtà e sogno si annullano come quando da bambino mio padre mi portava in Lambretta a vedere il grande fiume. Il rispecchiamento del suo Ganimede è il riflesso della mia nostalgia per la pittura del passato senza per questo rimanerne “ostaggio” ma bensì rilanciando senza fine i dadi di una partita ancora non chiusa.

Quello che lui a noi dona, è una mistura che incanta facendone quasi una magia, trasforma l’aria nei suoi grigi, nelle sue donne, in quelle vene esposte, quei fiori quasi ricamati dal vento e quei volti così intensi fermi in una parola che non vogliono dire.
Sono da sempre innamorata delle sue opere, ho usato spesso come avatar qualcosa che appartenesse a lui, proprio per questo sentirmi in quello che lui con arte disegnava.

questo siamese arrangiare ombrerosse d’ossa
nella cerniera di tempo che il corpo/vena ansima
sdrucciola fuori da un labbro di cranio d’attesa
si racconta piano come un passo intagliato all’aria_aperta

da santificare in un ciglio/giglio porporato, che s’arrocca
in riccioli di fiamma la pelle affamata di vento
raccolgo dal sangue un ala, il taglio alle costole muta forma
in questo bisogno che boccheggia come un bacio
e artiglio di mani in un chinato che si avvolge come una voce
lungo vertebre disinibite

(poesia di A.Taravella, omaggio alle opere di O.Galliani)

Biografia:

Nato nel 1954 a Montecchio Emilia, dove vive e lavora, Omar Galliani si è diplomato all’Accademia di belle Arti di Bologna e insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Ha partecipato a tre edizioni della Biennale di Venezia, 1982/84/86 . Nell’82 è stato invitato alle biennali di San Paolo del Brasile, Parigi e Tokio. Ha esposto nei Musei d’Arte Moderna di Tokyo, Kyoto, Nagasaki, Hiroshima, alla Hayward Gallery di Londra, a due edizioni della Quadriennale di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, in quelle di Francoforte e Berlino. Negli anni Novanta viene invitato ad espoprre alla Camera dei Deputati, allo Scottsdale Center for the Arts dell’Arizona, alla Marian Locks di Philadelphia (U.S.A.). Presenta Feminine Countenances alla New York University (U.S.A.) e nel 2000 Aurea al Museum of the Central Academy of Fine Arts di Pechino(Cina) Espone nel Palazzo delle Stelline a Milano, alla Galleria Civica di Modena, al Museo d’Arte Moderna di Budapest (Ungheria), al Palacio Foz di Lisbona (Portogallo), al PAC di Milano. Nel 2003 viene invitato alla Biennale di Praga (Rep. Ceca) e alla prima edizione di quella di Pechino, dove ha vinto il primo premio. Nel 2005, all’Archivio di Stato di Torino, presenta il Grande Disegno Italiano. A Palazzo Magnani di Reggio Emilia espone Nuove Anatomie. Sempre nel 2005 il Museo d’Arte Contemporanea di Guadalajara (Messico), inaugura Nuovi Fiori Nuovi Santi e lo Spazio Mazzotta di Milano presenta con Giorgio Soavi, La figlia era Nuda. Dal 2006 al 2008 la mostra Disegno Italiano viene ospitata nei principali Musei d’Arte Conemporanea in Cina tra cui Pechino, Shangai, Xian, Nanchino, Jinan, Chengdu, Dalian, Hangzhou, Ningbo, Tientsin e alla Galleria Schoeni di Hong Kong. Sempre nel 2006 l’Università e il Museo di Caracas (Venezuela)ospita Disegnarsi e nell’Aprile 2007 viene esposta al Museo Hassan di Rabat (Marocco). Il Grande Disegno Italiano viene presentata alla Permanente di Milano nella mostra La Bellezza e successivamente a Verona al Palazzo della Ragione, per Il Settimo Splendore. Nel 2007 si inaugura la mostra Tra Oriente e Occidente, Omar Galliani e il Grande Disegno Italiano in Cina alla Fondazione Querini Stampalia, negli Eventi Collaterali della 52° Biennale di Venezia. L’evento ha visto la presenza dell’Associazione degli Artisti Cinesi e la collaborazione dei musei di Shangai, Ningbo, Dalian, Xian, Hangzou, Jinan, Chengdu e Wuhan dove ha esposto durante l’Omar Galliani China Tour. Nel 2008 la Galleria Nazionale degli Uffizi di Firenze espone es acquisisce l’opera Notturno. Nel 2009 la galleria K35 di Mosca inaugura una sua personale e la Fondazione Michetti di Francavilla al Mare gli dedica una retrospettiva. Sempre nel 2009 la galleria Shangheie di Shangai (Cina) inaugura Lontano da Xian. Nello stesso anno, a Vienna(Austria) l’Istituto Italiano di Cultura ospita Nel Segno del Correggio. A Lucca a Villa Bottini e nel Museo Archeologico di Palazzo Guinigi presenta Dalle Stanze dei Miei Disegni e a Venezia Dètournement nell’antico Ospizio di San Lorenzo (evento collaterale della 53a Biennale di Venezia) Sempre a Venezia presenta Santa Apollonia, Omar Galliani e qualche dente di Andy Warhol, ospitata nel Museo Diocesano. Nel 2010, l’Istituto Italiano di Cultura di Bogotà (Colombia) inaugura 21debuios para una noche en bogotà e nello stesso anno, il Museo Borges di Buenos Aires (Argentina) ospita la mostra intitolata Nocturno riproposta al Museo d’Arte Contemporanea di San Juan e in quello di Rosario (Argentina). Il teatro India di Roma presenta Il disegno è in scena. Al Museo Lu.c.c.a viene presentata l’opera site-specific Le pareti Di-Segno. Il 2011 parte dalla Cina con le mostre Diario Cinese esposte al Centro Culturale del Quartiere Italiano di Tianjin e all’Istituto di Cultura di Pechino. Al Museo d’Arte Moderna di Lagos, Nigeria inaugura Crosscurrents, Italia-Nigeria. Nel 2011 il Museo Diocesano di Padova espone Dal codice degli angeli.

http://www.omargalliani.com/

Poesie del padre (parte seconda)


L’ombra del padre

(Il padre come elemento mancante. Assente fisicamente perché lontano o allontanato o instabilmente presente come energia negativa. Ma la prospettiva dell’assenza ha la fuga nel rimpianto o nel rifiuto. L’elaborazione si basa su di un’ombra instabile. Ci sono versi che lo richiamano al Sole)

Umberto Saba

(dal Canzoniere)

Mio padre è stato per me “l’assassino”,
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
Allora ho visto ch’egli era un bambino,
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.
Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino:
più di una donna l’ha amato e pasciuto.
Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.
“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre.”
Ed io più tardi in me stesso lo intesi:
eran due razze in antica tenzone.

Sylvia Plath

(da Lady Lazarus)

Non servi, non servi più,
O nera scarpa, tu
In cui trent’anni ho vissuto
Come un piede, grama e bianca
Trattenendo fiato e starnuto.
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marco, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco.

Pietro Cimatti

(da Stanze sulla polvere)

“Tuo padre deceduto sei et trenta
Ospedale Civile ti aspettiamo”.
Sono due endecasillabi tuo padre
era il mio, l’Ospedale Civile
è la fine di un viaggio  – ancora all’alba
ho attraversato un giardino marcito
e l’ho veduto – lungo, verde, antico,
come avevo da tanto desiderio.
Tutta la vita l’ho aspettato: eccomi.
La porta della camera è socchiusa;
garofani, un velario, uno sgabello.
Guarda in alto, neppure ora mi guarda.
Così disteso, è bello.

Eugenio De Signoribus

(da Istmi e Chiuse)

rispondi, padre che nel sonno affondi
e non un fiato muove la moschiera
e spento sembri come l’orizzonte…:
dobbiamo continuare il nutrimento?
preparare ancora un’altra tela?