Don’t Clean Up This Blood – 21 luglio 2001 – 21 luglio 2012 – Annamaria Giannini


«Da oggi assumo la direzione dell’ufficio politico. Voi saprete tutti che io fino a ieri mi sono occupato di assassinii, e con un certo successo.
Non è senza significato che abbiano destinato proprio me, in questo momento, alla direzione dell’Ufficio Politico.

Ciò è stato deciso poiché tra i reati comuni e i reati politici sempre più si assottigliano le distinzioni, che tendono addirittura a scomparire. Questo scrivetevelo bene nella memoria: sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo; sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale.

Nella città che ci è stata affidata in custodia, sovversivi e criminali hanno già steso i loro fili invisibili che spetta a noi di recidere.

Che differenza passa tra una banda di rapinatori che assaltano un istituto bancario e la sovversione organizzata, istituzionalizzata, legalizzata? Nessuna. Le due azioni tendono allo stesso obiettivo, sia pure con mezzi diversi, e cioè al rovesciamento dell’attuale ordine sociale.

L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite. L’uso della libertà che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni.

Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo…

Il popolo è minorenne. La città è malata. Ad altri spetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere.

La repressione è il nostro vaccino!

Repressione è civiltà!»

Gian Maria Volonté – “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”

Io a Genova c’ero. Ero in ogni cassonetto bruciato, in ogni bancomat divelto, in ogni vetrina spaccata, ero sui trampoli a cantare con i Pink, e tra le pagine delle bibbie di chi manifestava pregando. Se guardi bene mi potrai trovare tra i colori delle bandiere della pace, così assurde a toccare un cielo occupato da elicotteri che sputavano gas lacrimogeni, ossimori usati come bandane su visi scavati, a far risaltare occhi derubati di ogni illusione.
Io a Genova c’ero, a saccheggiare supermercati di acqua e limoni, in vie senza scampo dove ragazzi giovanissimi affrontavano le cariche della polizia, per permettere ai più di scappare.
Io ero alla Diaz quella notte e nei miei incubi la colonna sonora è un rumore di scarponi militari che spezzano ossa fragili di donna. Carlo è morto,trapassato da una pallottola che porta il nome di troppe pistole, ma è solo fortuna che altri e tanti non siano stati uccisi in quella guerra, così simile a una disinfestazione da non meritarsi nemmeno il nome di guerra.
Avrei voluto che questo articolo avesse i toni freddi e distaccati della cronaca, ma mi rendo conto di non riuscirci e di strapparmi da dosso ogni parola, come fosse carne, la mia e quella di Carlo, e di tutti i compagni violati.
Io a Bolzaneto non c’ero, ma ero in fila con le ragazze nude, inginocchiate e costrette a gridare “Viva il duce”, ad altezza pube dei poliziotti, che mi hanno narrato eccitati da tanta supremazia, dal potere loro concesso dalla linea di guida, che solo il giorno dopo ha esaltato l’operato dei suoi scagnozzi, augurandosi che operazioni simili venissero condotte in tutti i centri sociali italiani.
Don’t wash this blood, questo era scritto su un cartello appeso ad una porta della Diaz, invece non solo è stato lavato questo sangue, ma messo in candeggina e trasformato in vendetta, nella sentenza della cassazione che undici anni dopo ci punta il dito e ci avvisa: zitti, comandiamo noi e voi dovete subire in silenzio.

A Genova si manifestava contro il potere oligarchico, contro la globaliazzazione della povertà, contro lo strozzinaggio dei paesi più deboli attraverso il debito pubblico. Oggi tutte queste sono realtà che dominano il mondo, hanno cancellato i nostri sogni, hanno tratteggiato di nero il futuro dei nostri figli, non abbiamo più nulla da perdere, e da qui bisogna cominciare.
Dopo undici anni sono stati decise le pene di chi è stato sorteggiato, a caso, per pagare per tutti, come se non fossimo stati centinaia di migliaia a gridare, come se poche anime avessero potuto saccheggiare e devastare una città intera, come se tutto questo tempo non fosse passato e sia lecito distruggere vite che intanto sono cambiate, cresciute e così è cambiato il mondo, diventando esattamente quello che noi avevamo temuto. Eppure ancora una volta vorrei schiacciare delete, per cancellare ciò che sto scrivendo, perchè mi rendo conto di ripetere cose dette e ridette da molti, senza, come molti, portare soluzioni. In questi anni così tante volte ho ripetuto le stesse parole, sperando di aiutare chi era accusato per tutti/e noi, ma non è servito a nulla. I resposabili hanno fatto carriera, gli agenti sono stati leivemente puniti, e a mio parere solo perchè alla Diaz c’erano anche ragazzi stranieri, e questo ha evitato consegna di medaglie al valore, un contentino alle ambasciate degli altri paesi insomma. Quello che ci rimane è la foto di Carlo riverso sull’asfalto, coperto dal sangue di tutti/e noi e cento anni di prigione, molti assegnati per concorso morale. Condannateci tutti/e allora, perchè a Genova eravamo in tanti, applicate a tutti/e noi il codice fascista. Tanto lo fate già tutti i giorni. Adesso è arrivato il momento del silenzio, siamo in guerra e noi siamo la parte più debole. E’ ora di superare le nostre divisioni all’interno del movimento, inteso come lotta organizzata al potere, perchè le nostre divisioni sono la loro forza, perchè le nostre divisioni hanno creato anche troppi danni.
E’ ora di combattere e di farlo duramente, senza prendere ostaggi, perchè noi non siamo come loro. Adesso hanno consumato la loro vendetta, sui ragazzi in prigione, su quelli fuggiti dietro un enorme dito medio che porgiamo allo Stato, sul quale scriviamo: “in bocca al lupo”.
Non mento dicendo che c’erano ghigni soddisfatti sui visi dei poliziotti, presenti l’altra sera al presidio in via Trilussa. Vorrei rivolgermi a tutti gli scrivani, gli intellettuali della cosiddetta sinistra, dicendo loro che è ora di prendere una posizione chiara, non si può servire questo potere, che si serve del popolo nella maniera più ignobile. Si facciano da parte se non vogliono partecipare alla lotta o tacciano, perchè siamo stanchi delle mezze misure. Noi siamo il loro nemico e lo dimostrano ogni giorno, ci sono i poveri e ci sono i ricchi,gli oppressi e gli oppressori, non si può stare nel mezzo. Ogni tentennamento in questo momento è uccidere Carlo un’altra volta, è pestare a sangue ancora e ancora i manifestanti di Genova. Presto ci saranno i processi di Roma, e la sensazione è che questa cassazione abbia creato un precedente pericolosissimo.

Basta, non ho più nulla da scrivere, mai le mie parole mi sono sembrate più inutili.
Solidarietà ai compagni e alle comoagne in carcere, compresi i No_Tav, solidarietà agli spagnoli, che nel silenzio assoluto dei media, stanno combattendo la loro lotta, un pensiero a Carlo Giuliani, una vita tutta da inventare, scrive Guccini, una vita per la quale lo Stato deve pagare.

” …sbrighiamoci, siamo maree, e cambia la luna stanotte”

 

articolo di Annamaria Giannini

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9 pensieri su “Don’t Clean Up This Blood – 21 luglio 2001 – 21 luglio 2012 – Annamaria Giannini

  1. ho voluto fortemente questo articolo di annamaria qui.
    ho voluto fortemente che ci parlasse a cuore aperto.
    ho voluto fortemente che non si dimenticasse carlo, cosa che i tg ieri hanno fatto, e della macelleria messicana perpetrata alla diaz.
    ho voluto fortemente questo articolo perchè voglio vedere la gente svegliarsi e cominciare a riprendersi la dignità che man mano ci stanno portando via.

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  2. Le testimonianze sono sempre preziose, peccato che nel nostro Paese si abbia sempre la memoria selettiva, labile e svanevole quando conviene, duratura e celebrativa quando conviene.

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  3. Il problema è che bisognerebbe chiedere ai poveri da chi vogliono essere rappresentati, altrimenti è tutto inutile. Durante la rivoluzione d’ottobre gli sfruttati erano a fianco di chi urlava “ribellarsi è giusto”. A Cuba i guerriglieri di Castro avevano il tacito appoggio degli oppressi. Nell’America Latina di oggi i movimenti indigeni scelgono di autorappresentarsi, anche a costo di essere presi a fucilate. Ogni rivoluzione ai suoi eroi, ma oggi?

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